La “honra”, il senso
dell’onore, era ciò che teneva in piedi le strutture della
società, assegnando a ciascuno, rigidamente, il proprio posto. In
realtà, era soltanto un fragile equilibrio, basato sul nulla di una
convenzione che si teneva in piedi solo perché accettata da tutti,
dagli uni per vantaggio, dagli altri per costrizione. A sostenerla
era lo sfavillio delle apparenze, l’eleganza di gesti stereotipati,
la raffinatezza di un vivere destinato a pochi. Per aumentare la
honra ogni sacrificio era ammissibile; per conservarla, ogni crimine
era legittimato.
Il “sangue
blu”, che scorreva nelle vene dei giovani che avevano preso di mira
Ignazio con i loro lazzi, non poteva certo sopportare l’offesa
arrecatagli dal rimprovero loro rivolto in piena Calle Mayor, davanti
a tutta la città. L’equilibrio doveva essere ripristinato
ottenendo soddisfazione. Ma in che modo? Per cercarlo, si
incontrarono tra loro, un giorno, al termine delle lezioni. Fu lo
studente di teologia ad avere la pensata vincente: «Dobbiamo essere
efficaci, inattaccabili e non sporcarci la coscienza: facciamo una
lettera anonima al Rettore, esponendo dei sospetti che ci sembra
giusto avanzare. Questi non potrà far altro che chiedere
all’Inquisizione di verificarli, e… il gioco è fatto!».
Tutti
applaudirono l’idea e la carta fu scritta ipso facto, articolandola
sui punti seguenti:
Ignazio
e i suoi compagni portavano tutti lo stesso abito - una lunga tunica
di lana grezza - inducendo a credere di essere dei religiosi.
La
frettolosità e il disordine del piano di studi di Ignazio,
unito a una scarsa e superficiale presenza alle lezioni,
facevano sospettare che lo studio fosse un paravento atto a
nascondere ben altri fini.
I
compagni di Ignazio non si stavano dedicando ad alcuno studio e,
purtuttavia, anch’essi parlavano di cose di fede. Né risultava
che fossero sottoposti a un controllo ecclesiastico. Si
consideravano forse illuminati direttamente dallo Spirito Santo?
«Giustizia
è fatta!», si dissero, soddisfatti, al termine della stesura del
foglio accusatore. Si trattava ora solo di aspettare… La vendetta è
come il buon vino: migliore se invecchiato e gustato a piccoli sorsi.
Qualche
isolato più in là, in casa di don Diego de Eguìa, tipografo in
Alcalà, erano riuniti i compagni di Ignazio, che da lui avevano
trovato alloggio su interessamento del direttore dell’Hospitalillo.
Il gruppo
di amici stava leggendo alcuni brani di un libro che la tipografia
aveva recentemente editato: l’ “Enchiridion militis christiani”
di Erasmo da Rotterdam.
«Ah,
questa poi è la frase che mi piace più di tutte», esclamò don
Diego. «Sentite cosa dice: “Se
sei membro vivente di Cristo, dimmi come un’altra parte di quel
corpo (voglio dire il tuo prossimo che ne è membro allo stesso
titolo) può provare dolore senza che anche tu stia male, senza che
lo senta anche tu? Accetta dunque questo criterio, poiché ce ne sono
pochi di più sicuri. Dov’è Dio abita la carità, poiché Dio
stesso è carità”».
«Grande
questo Erasmo», esclamò Juan, dei tre il più aperto alle novità.
«Vi rendete conto che sta rimettendo in mano a ciascuno la
possibilità di giudicare autonomamente della propria comunione con
Dio?!».
«Ma così
salta il ruolo di mediazione della Chiesa!» obiettò Lope, reso
guardingo dal trauma che i protestanti stavano provocando nella
cristianità .
Tornando a
sfogliare il libro, don Diego replicò: «Beh, più che farlo
saltare, direi che lo purifica: non sono i riti a darti la grazia, ma
la disposizione interiore con cui ti accosti, attraverso i riti, alla
comunione con Cristo. Leggi qua: “Credete,
perché portate al collo una croce di metallo, di essere al sicuro da
tutte le specie di mali e di disgrazie e che in questo consista la
perfezione del cristianesimo? Forse tutti i giorni offrite il
sacrificio, e, al tempo stesso, vivete per voi stessi e non siete
affatto sensibili alla miseria del vostro prossimo. Se non attendete
a divenire ciò che questa comunione significa, cioè a essere uno
stesso spirito con lo Spirito di Cristo, uno stesso corpo con il suo
corpo, a divenire un membro vivente della Chiesa, se non credete che
i vostri beni sono comuni a tutti, allora il vostro sacrificio è
assolutamente inutile. Badate piuttosto a realizzare in voi ciò che
è rappresentato nel sacrificio del Cristo, facendo di quelle
passioni che vi dominano ancora - la collera, l’ambizione, la
cupidigia, la voluttà, l’invidia - altrettante vittime!”».
Calixte, il
più affezionato all’amico assente, sentiva l’imbarazzo di
continuare senza di lui quella discussione: «Io vorrei sentire anche
l’opinione di Ignazio su questa cosa».
«Si!»
disse don Diego, «anch’io sono curioso di sapere cosa ne pensa. Ma
il punto su cui, credo, tutti possiamo essere d’accordo è il fatto
che questa nostra epoca ha finalmente rimesso l’uomo al centro.
L’uomo, non la legge, non l’istituzione».
Lope era
assolutamente d’accordo: «Certo! Questo l’aveva già sostenuto
Gesù davanti ai farisei che lo accusavano di aver guarito il
paralitico in giorno di sabato: “Non
l’uomo è fatto per il sabato, ma il sabato per l’uomo”».
«E questo
è un assioma talmente vero, anche da un punto di vista semplicemente
umano» riprese don Diego, «che già Protagora, quattrocento anni
prima di Cristo, l’aveva affermato: “Di
tutte le cose, misura è l’uomo: di quelle che sono, per ciò che
sono; di quelle che non sono, per ciò che non sono” ;
ossia: che una cosa sia bene, lo si capisce dal bene che fa
all’uomo».
Anche da
qui Juan volle trarre una conseguenza pratica: «Questo significa che
la Chiesa non può pretendere dai cristiani dei comportamenti che
essi non capiscono e che non sentono un bene per sé. Altrimenti è
paternalismo che tratta le persone come eterni bambini, incapaci di
crescere!».
Quasi fosse
stato richiamato da quella congiuntura di ragionamenti, Ignazio si
presentò alla porta della tipografia proprio in quel mentre.
«Don
Diego!» chiamò. «Hai qualcosa da darmi per i miei poveri? Ce n’ho
uno che è proprio messo male!».
«Volentieri!
Ma prima vieni su, dai! Stiamo discutendo sulle novità di Erasmo».
Messo al
corrente di quanto stavano dibattendo, Ignazio si mostrò perplesso:
«Accanto al vostro comprensibile entusiasmo, ho colto però anche
del malcontento nel clero, che si è sentito attaccato dalla gente
con i discorsi caustici scritti da Erasmo. Lui li ha fatti con gli
opportuni distinguo, ma tanti, si sa, prendono solo quel che fa loro
comodo.
Lope lo
interruppe con un sorriso sardonico: «Beh, devi ammettere che certe
sue irrisioni sono azzeccate, tanto più sapendo che traggono spunto
dalla realtà. Ad esempio, quella sui frati:
“Vedete
la volpe che sta predicando, ma dietro, dalla cocolla, le penzola
fuori la testa di un'oca; poi c'è un lupo che assolve un penitente,
e intanto gli scappa fuori un pezzo della pecora che tiene nascosta
sotto la tonaca; infine ecco una scimmia vestita da francescano che
assiste un malato: con la destra gli presenta il crocefisso, con la
sinistra fa man bassa nella borsa dell'infermo”.
O, meglio
ancora, quella della suora:
«Sono
stata presa con la forza»
«Ma
potevi almeno gridare!»
«Volevo
farlo, ma in dormitorio non è permesso rompere il silenzio».
Tutti si
misero a ridere, compreso Ignazio, che non ignorava certo come stava
girando il mondo. «Si, possiamo anche riderci su finché siamo tra
noi» riprese. «Noi questa Chiesa la sentiamo nostra madre e
l’amiamo anche quando è fragile e ammalata. Ma se vogliamo
aiutarla non serve ironizzare, brontolare, sparlare, accusare,
lamentarsi. Quel che possiamo fare è metterci tutti umilmente sotto
la Parola di Dio e lasciare sia essa, come spada a doppio taglio, a
separare il falso dal vero. Con attenzione, delicatezza e
misericordia».
«Però
certe situazioni sono proprio esasperanti e ti fanno perdere la
pazienza!», sbottò Juan.
«…come
mi esaspero davanti a certe mie debolezze in cui continuo a cadere e
che mi portano allo scoraggiamento» sospirò Ignazio, che però non
era certo tipo da perdersi d’animo: «E allora che faccio? Taglio i
ponti con me stesso? Me ne vado via da me? Che sia con me o che sia
con gli altri, voglio tornare ad avere fiducia e speranza, credendo
che l’amore, se è vero, può fare miracoli. Ci vuole coraggio,
pazienza, umiltà, saggezza, determinazione… questo è fuori
dubbio! Ma vogliamo cambiare qualcosa o preferiamo rifugiarci anche
noi nel mondo dei sogni?».
Calixte
concordava, ma vedeva tutte le difficoltà della cosa: «Il fatto è
che, a volte, se devo seguire quel che mi dicono i preti mi trovo in
contrasto con me stesso. E allora vado in crisi. Cosa è giusto fare?
Essere fedele alla Chiesa o a me stesso?».
«Essere
fedele alla verità di Dio che parla nella tua coscienza; che però
dev’essere educata - e questo lo facciamo attraverso la Chiesa - al
sapore di ciò che è vero».
«Eh,
facile dirlo…!».
«Beh,
vuoi sapere come faccio io? Seguo questi tre passi:
Primo:
diffido di me. Il mio è uno dei tanti modi di vedere il problema e
soffre di una visuale limitata dalla mia sola esperienza. E’ meglio
allora che non mi ci attacchi, ma mi conceda di prendere un attimo le
distanze da esso per poter vedere meglio.
Secondo:
confido nella Chiesa. E’ fatta di tante persone e di tanta
esperienza, per cui può aiutarmi a rendere più ampia e completa la
mia visuale.
Terzo:
mi affido alla mia coscienza: alla fine sono io che conosco la mia
situazione in tutte le sue implicazioni. Ora però posso vederla
attraverso una saggezza più grande di me; e davanti a Dio mi prendo
la mia responsabilità di decidere».
«E
quando non si tratta esclusivamente di me, ma di qualcosa che
riguarda tutti?», riprese Calixte.
Ignazio
non aveva dubbi: «Se la verità mi isola, non è Verità, perché la
verità di me non prescinde dal fatto che io sono membro di un corpo
senza il quale non posso esistere e che, senza di me, non funziona
come dovrebbe. Devo allora capire qual è la gerarchia tra le cose
che considero importanti: alcune sono essenziali, altre secondarie,
altre ancora sono solo decorazioni. Saggezza è dunque incontrarsi
nell’essenziale per curare l’unità fra noi; e lasciar da parte
tante cose che in fondo, a guardare bene, valgono quel che valgono.
Volete
ridere? Beh, una volta ho sentito una battuta che aveva però un
fondo di saggezza: “Per andare d’accordo, a volte bisogna puzzare
di salame!”. Tradotto: non prenderti troppo sul serio e lascia che
l’inessenziale faccia il suo gioco, tanto, alla fine, quel che è
vero saprà affermarsi da solo».
Al
termine di quel giro di esperienze, guardando a quegli amici che lo
stavano seguendo su una strada che anch’egli stava scoprendo passo
dopo passo, ognuno mettendoci le proprie domande e i propri tentativi
di risposta, Ignazio sentì che con Dio accanto avrebbero potuto
affrontare quelle sfide che a prima vista sembravano impossibili e
rischiare quelle strade la cui novità poteva intimorirli.
E,
con questa fiducia nel cuore, a nome di tutti, rivolse a Dio la sua
preghiera:
«Con
Te, Signore, siamo in cammino
su
una strada impervia e affascinante,
e
con gioia, semplicità e tenacia
desideriamo
donare agli altri
il
nostro vivere con Te.
Non
abbiamo ricette o soluzioni:
solo
l’esperienza di un Amore che ci dà Vita».