Al primo sacerdote incontrato, Ignazio chiese di don Manuel.
«Provi giù nella cripta. So che spesso si ritira lì a pregare».
Il sotterraneo della cattedrale custodiva la pietra su cui erano stati martirizzati “los santos niños”, i quali, durante la persecuzione di Diocleziano, con la loro testimonianza avevano incitato gli Alcalaini a non rinnegare la propria fede in Cristo per porla nell’imperatore.
Da allora, il luogo era diventato meta del pellegrinaggio di chi sentiva il bisogno di trarre forza, dall’esempio dei martiri, per affrontare le difficili situazioni che la vita gli poneva davanti. Ed era questa la motivazione che portava anche don Manuel, ogni giorno, a trascorrere qualche momento di raccoglimento davanti alla reliquia.
Scorgendo Ignazio arrivare, don Manuel si alzò a incontrarlo. «Vieni» gli disse, invitandolo a sedersi accanto a lui sulla panca davanti al sacello.
«Quando penso alla storia di questi due ragazzini, rimango attonito davanti al coraggio che hanno avuto. Giusto aveva nove anni e Pastore sette: l’età in cui si pensa solo ai giochi; e in cui il confronto con un adulto, il tenergli testa è impensabile. Eppure per loro è stato importante esprimere chiaramente ciò in cui credevano e difenderlo davanti a un’autorità che sapevano avere su di loro potere di vita e di morte.
«Li invidi?».
«Non riesco nemmeno ad arrivare all’invidia: vorrebbe già dire che vedo dove voglio arrivare! No: nelle situazioni in cui mi vedo sotto lo sguardo severo e indagatore di qualcuno che si aspetta qualcosa da me, mi coglie la paura, reagisco in maniera disordinata ed equivoca e poi mi vergogno per la figura che ci faccio. E mi prendono i sensi di colpa perché capisco di non essere all’altezza, a cui segue una sensazione di fallimento, che mi porta a chiudermi in me stesso».
«Ma sei abbastanza stanco di questa situazione per trovare la forza di reagire, di affrontare la fatica che il cambiamento richiede?».
«Penso proprio di si; anche perché ne soffre la mia relazione con Dio: lo incolpo di non fare nulla, di non interessarsi a me. E questo mi fa stare ancora più male, perché mi uccide la speranza».
«Ma te la sei mai presa direttamente con Lui? Lo hai chiamato a discutere con te di ciò che stai vivendo?».
«E come si fa? Sarebbe irriverente: lui è… è Dio!».
«Eppure è ciò che Lui apprezza di più: un uomo che lo tratti come un amico a cui chiedere conto di come va il mondo e che gli dia la possibilità di spiegarsi attraverso la Sua Parola o qualcuno che se ne faccia interprete. Ricordi Geremia quando era deluso proprio come te adesso? «Perché il mio dolore è senza fine e la mia piaga incurabile non vuole guarire? Tu sei diventato per me un torrente infido, dalle acque incostanti»1. E il Signore gli ha risposto! E gli ha detto: «Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, io sarò con te per salvarti e per liberarti. Ti libererò dalla mano dei malvagi e ti salverò dal pugno dei violenti»2; praticamente: «Decidi di uscire dal tuo solito modo di affrontare la situazione che ti crea problema e cerca di capire, assieme a Dio, che cosa le impedisce di funzionare».
Quel che voglio dirti è che il primo passo per affrontare la tua situazione è quello di cambiare la tua relazione con Dio: spostalo da sopra di te - una spada di Damocle fatta di pretese e giudizio - a davanti a te: un amico a cui dirti così come sei e assieme al quale affrontare il problema».
«Questo sarebbe davvero fantastico! Permettermi di dirmi come sono e non come dovrei essere… Sentire che tu Signore non mi ricatti, non mi giudichi in base ai miei risultati, ma vuoi costruirli assieme a me…!».
«Ecco, vedi? Già il gustare la bellezza di questa prospettiva, il bene che ti fa “dentro”, la fa lavorare nel tuo cuore, cominciando a cambiare il tuo modo di vedere le cose…».
«Quel che però bisognerebbe riuscissi a cambiare è il modo di vedere mio padre. È quello il mio incubo! Perché non ho avuto un padre come gli altri? Perché mio padre non riusciva a volermi bene nel modo che io sentivo era giusto per me?» chiese con rabbia.
«Perché ognuno di noi torna a rivivere nell’oggi il passato che non è riuscito a superare. Ciò che tuo padre viveva con te era quello che aveva vissuto con suo padre e questi con il suo… E, se guardi bene, probabilmente è anche il tuo stesso modo di agire e di reagire…».
«E’ vero… Lo riconosco: mio padre mi schiacciava perché schiacciato, mi angosciava perché angosciato: mi trasmetteva il male che stava vivendo.
E come lui mi terrorizzava con le sue scenate di violenza, così io ora torno a essere spaventato da chi sento più forte di me e che, così, me lo ricorda; e, allo stesso tempo, tendo a essere violento con chi sento più debole di me».
«Se, dunque, tu stesso ti rovini la vita e le relazioni con gli altri ripetendo con loro lo stesso comportamento che ha fatto male a te, come puoi pretendere che tuo padre, caricato dello stesso fardello che ha poi scaricato sulle tue spalle, potesse reagire diversamente?!».
L’evidenza della cosa sconvolse don Manuel: lui e suo padre erano entrambi vittime di un’eredità di peccato che non erano riusciti a scaricarsi di dosso perché non avevano avuto il coraggio di diventare diversi.
«Ma c’è una via d’uscita? Tu l’hai scoperta!» trovò la forza di esclamare don Manuel, dando voce a una speranza che dentro di sé non era ancora morta.
«L’abbiamo detto prima: parlarne con Dio! E, normalmente, Lui ti mostra in sé qual è la prospettiva che ti può aiutare a cambiare la situazione o… a viverci dentro cambiando te stesso. Al salmista che si lamenta con Lui perché “mi assalgono gli arroganti, una schiera di violenti attenta alla mia vita” e gli chiede “Rallegra la vita del tuo servo, perché a te, Signore, innalzo l'anima mia. Salva il tuo servo, che in te spera; volgiti a me e abbi misericordia, perché io sono povero e infelice”, Dio lavora nel cuore perché alla fine comprenda che non può attendersi tutto da Lui, ma ciascuno deve fare la sua parte: Dio mostra la via, ma l’uomo deve imboccarla, con coraggio, pazienza e determinazione. E, quando, dunque, gli chiede «Mostrami, Signore, la tua via, perché nella tua verità io cammini», è l’uomo stesso a rendersi conto che la via è assumere gli stessi atteggiamenti di Dio, far proprio il suo Spirito nell’affrontare la situazione che gli crea problema, in una parola… diventare uno con Lui: “Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia, compassionevole, lento all'ira e pieno di amore, fedele” 3».
«“Tu sei un Dio che perdona”», ripeté tra sé don Manuel. «Ma io non ho voglia di perdonare, anzi nemmeno di pormi il problema di perdonare!».
Trascorsero alcuni attimi di penosa lotta interiore. «Ma se non cambio io, come possono cambiare le cose?». Non c’era un altro modo?
«…perdonare mio padre!». Il male immenso che aveva accumulato dentro di sé gli diceva che era impossibile; ma una luce oltre il tunnel lo incoraggiava a cercare di capire il senso di quella decisione: «A cosa serve perdonare?». E quella luce si fece a un tratto più vivida: «…a poter guardare il volto di mio padre in un altro modo, perché possa sentirmi visto da lui in un altro modo e così dagli altri… e finalmente non reagire più allo stesso modo!».
La motivazione c’era, e anche la direzione verso cui incamminarsi, ma… l’energia per farlo? «Come posso trovare la forza di perdonare? E’ enorme quello che mi chiede Dio!».
Ignazio pensò alla propria esperienza: quante volte anche lui, che pure cercava Dio con tutto se stesso, era miseramente caduto? Come si può giudicare gli altri quando ci si vede altrettanto fragili?! «Io ho capito una cosa» rispose: «che il povero e il ricco, il demonio e il santo sono dentro di me e in ognuno di noi. Guardando alla mia angosciante impotenza, posso aver misericordia per la disperante incapacità dell’altro. E perdonare a lui per poter perdonare a me stesso; permettermi di pensare a lui con affetto per poter ammettere che anche a me Qualcuno può pensare con fiducia e speranza».
Si: il perdono stava aprendo a don Manuel la possibilità di svuotarsi il cuore di tanta angoscia, amarezza e rancore accumulati, attraverso i quali ogni nuova esperienza veniva filtrata, rovinandogli la relazione con le persone. Non era facile, ma era possibile. E, soprattutto, era un atto d’amore che doveva a se stesso, per darsi finalmente un’opportunità di Vivere, smettendola di continuare a rimanere schiacciato dal passato.
1 Ger 15, 18
2 Ger 15, 19. 21
3 Sal 86 cfr.








