«Ora devi andare avanti con i
tuoi studi. Ti attende la filosofia e la teologia per inserirti nella
sapienza dell’umanità e della Chiesa, perché lo Spirito possa
parlare non solo attraverso la tua esperienza personale, ma con una
voce arricchita dalle infinite esperienze accumulatesi nella Parola,
nella Tradizione e nella Cultura. Quello che dirai acquisirà così
vastità e profondità, capacità di dare non risposte provvisorie,
per quanto valide, ma prospettive di ampio respiro, che prendono in
carico la persona nella sua integrità e nella sua complessità.
Nella nuova università di Alcalà potrai trovare di che nutrire la
tua mente». Questo gli aveva detto il suo maestro, al termine del
biennio di grammatica latina.
Fondata
dal cardinale Francisco Jiménes de Cisneros, il famoso riformatore
dell’ordine francescano e patrocinatore della Bibbia Poliglotta
Complutense,
l’Università di Alcalà si era subito distinta per un nuovo
approccio nell’insegnamento, attento alle novità recate dalle
correnti culturali del tempo. Particolarmente vivo in essa era il
movimento che si rifaceva a Erasmo da Rotterdam per coltivare e
dibattere idee che potessero portare a un rinnovamento della Chiesa
senza mettere in discussione quell’unità che gli Evangelici
avevano invece spezzato.
Rimanere?
Partire? Per la prima volta, questa era una decisione che non poteva
prendere da solo. Nel tempo che lo studio gli lasciava libero, Iñigo
aveva continuato a dare i suoi Esercizi, e, tra le persone che aveva
accompagnato spiritualmente, alcune erano state contagiate dalla sua
passione di restaurare il volto di Cristo in quello del prossimo
sfigurato dalla malattia, dalla povertà, dall’ignoranza, dalla
reclusione, ma soprattutto dai pesanti fardelli di un passato capace
di compromettere la possibilità di vivere in serenità e con frutto
le proprie relazioni.
Juan
de Artega, Lope de Càceres e Calixte de Sa erano così diventati
suoi compagni in quelle avventure in cui sentivano che Cristo voleva
tener fede attraverso di loro alla sua promessa di essere il “Dio
con noi”.
Fu,
dunque, in una tiepida serata di giugno che i quattro compagni si
diedero appuntamento sulla spiaggia per esaminare la cosa e prendere
una decisione.
La
calma risacca del mare, con il suo ritmico e sempre uguale
sciabordio, sembrava dare il tempo allo spartito di onde che si
allargava sulla sconfinata superficie di quel mare senza orizzonte,
mentre, al di sopra, un’ancor più sconfinata immensità cominciava
a punteggiarsi di stelle.
«Come
possiamo abbandonare le persone che stanno confidando nel nostro
aiuto?» obiettò Juan a commento della proposta che il maestro
Ardévol aveva fatto a Iñigo.
«Senza
contare che non abbiamo nessuno a cui affidare questo compito, che
possa sostituirci…» aggiunse Lope.
Solo
Calixte era rimasto in silenzio, lo sguardo immerso nelle profondità
di quei due piani d’infinito che si confondevano all’orizzonte.
Sulle orme di Iñigo, anch’egli si era inoltrato in quella
direzione, e, nel lunghissimo viaggio che l’aveva portato in Terra
Santa, aveva compreso che non il punto d’arrivo era lo scopo del
viaggio, ma il viaggio stesso aveva in sé il suo senso.
«Non
possiamo legarci a ciò che stiamo facendo come sia opera solo
nostra», disse. «Se lo lasciamo andare, tutto finirà in pezzi? O,
sulla scia di quanto abbiamo fatto finora, troverà in sé le risorse
per proseguire da solo? Chi può dirlo?! Io preferisco pensare che la
persona che aiuto non è un carico sulle mie spalle, ma sia lei che
io siamo in braccio a Dio, e ci teniamo per mano per quel tratto di
strada in cui Egli ci affida l’una all’altra. A tempo debito, lo
staccarci, il fare ciascuno la propria strada sarà allora
altrettanto buono quanto lo era stato prima lo starci accanto.
Io
dico di fidarci di Dio. Di un Dio che ora ci sta dicendo di andare
sulla parola di una persona che a uno di noi apre una prospettiva
“oltre”, una prospettiva che potrà dare maggior respiro al
nostro servizio».
«Anch’io
ho le mie resistenze e le mie paure» soggiunse Iñigo, «e, in più,
ho l’imbarazzo di condizionare voi a una scelta che riguarda me. Ma
se il Signore ci chiama ad agire come un corpo, forse ci vuole uniti
anche nel nostro operare!».
«Sì,
forse adesso abbiamo ancora bisogno di sentirci presenti l’uno
all’altro» osservò Calixte. «Un domani, chissà… potrebbe
bastarci l’essere uniti a Cristo e in Cristo a farci sentire uniti
tra noi e, come i raggi di una ruota uniti nel mozzo centrale,
allontanarci ciascuno per proprio conto a sostenere il cerchio
dell’umanità che gira nella vita portando il destino del mondo…».
Non
ci fu bisogno di altre parole. Ognuno seppe nel suo cuore che il
Signore lo stava attendendo un passo più avanti. Verso dove, nessuno
lo sapeva. Ma questo era il rischio di seguire un Dio che aveva fatto
delle strade della Palestina il suo tempio e del camminare la sua
liturgia. E, pellegrini, decisero di seguire quel Dio Pellegrino.
Il
viaggio si era rivelato lunghissimo, e il farlo era diventato
estenuante. Il caldo di quell’estate incipiente stava poi facendo
la sua parte, rendendo il loro camminare un’ondeggiare di festuche
inaridite dal sole.
Iñigo
più degli altri era provato: la gamba malata, ristabilitasi grazie
alla vita sedentaria che ormai conduceva, ora, sottoposta al martirio
dell’acciottolato, era ridiventata protagonista del suo patire.
Mentre
procedeva sotto il solleone, attardandosi sfinito rispetto ai
compagni, gli venne alla mente un altro terribile viaggio, letto anni
prima in quel “Flos Sanctorum” che gli avevano portato per
alleviare la noia della convalescenza a letto, dopo la ferita di
Pamplona: il viaggio che avrebbe condotto Ignazio, vescovo di
Antiochia, a morire nell’anfiteatro Flavio, dilaniato dalle belve,
per i festeggiamenti dell’imperatore Traiano dopo la vittoria sui
Daci.
«Dalla
Siria sino a Roma combatto con le fiere, per terra e per mare, di
notte e di giorno, legato a dieci leopardi: il manipolo dei soldati»,
aveva scritto alla comunità cristiana di Roma, avvisandola del suo
arrivo. «Ma
annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio. Lasciate che sia
pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungerLo.
Sono frumento di Dio macinato dai denti delle fiere per diventare
pane puro di Cristo. Il mio unico desiderio è di congiungermi con
Gesù Cristo. Cerco Lui, che è morto per me, voglio Lui, che è
risorto per noi... Lasciate che io sia imitatore della Passione del
mio Dio!».
Come
suonavano lontane, ora, quelle parole! E’ così facile immaginarsi
forti nel resistere al peccato e alle sofferenze quando non si è
tentati e le cose vanno per il verso giusto!
«Quella
che credevo fede era solo buona salute!», gli aveva confidato un
giorno un anziano religioso.
Ma
quando si è in situazione, ecco che la tentazione non poteva essere
più subdola e devastante, ecco che il dolore non poteva colpire in
un posto peggiore di quello!
Preso
dallo sconforto e dalla fatica, si fermò, appoggiandosi di peso sul
suo bastone da pellegrino.
«Il
Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato»,
mugolò dentro di sé.
Quando
trovò la forza di rialzare lo sguardo, in lontananza vide un
qualcosa di bianco, come un muro poco più alto di un uomo, che
proiettava uno scampolo d’ombra sul terreno assolato. «Arriverò
fino a lì», pensò, «e poi…».
Trascinandosi
con le ultime forze che gli rimanevano, giunse a quel muro sbrecciato
e crollò in ginocchio. Davanti a lui, da un vecchio affresco
scrostato gli sorrideva il volto della Vergine, che teneva tra le
braccia il Figlio della promessa accolta. E, come rugiada che fresca
irrorasse il suo pensiero inaridito, la sentì nel suo cuore
rispondere al lamento che un attimo prima aveva scagliato contro il
suo destino: «Si
dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi
per il figlio delle sue viscere? Anche se questo succedesse, io
invece non ti dimenticherò mai».
E,
ancora, lo raggiunsero le parole di Ignazio: «Il
fuoco, la croce, le belve, le lacerazioni, gli strappi, le slogature
delle ossa, le mutilazioni delle membra, il pestaggio di tutto il
corpo, i malvagi tormenti del diavolo vengano su di me, perché
voglio solo trovare Gesù Cristo. Voglio il pane di Dio, che è la
carne di Gesù Cristo, e come bevanda il suo sangue, che è l'amore
incorruttibile».
«Mettimi
con tuo Figlio!» chiese con un filo di voce alla Vergine. «Non
possiedo la forza di Ignazio, ma accogli questo mio desiderio…».
«Non
serve forza…» la sentì sussurrargli. «Fatti madre come me:
accogli nel tuo cuore mio figlio e quelli che hanno bisogno del suo
aiuto. Fatti luogo ospitale in cui l’Amore può darsi a chi lo
cerca… e né l’Uno né gli altri mancheranno mai nella tua vita».
E,
quasi a confortarlo nel suo sentirsi così diverso da quel santo il
cui nome era invece così simile al suo, gli disse: «Non temere: tu
sei Ignazio!».
Tornati
sui loro passi, non vedendolo più dietro di loro, i suoi compagni lo
trovarono ancora lì, inginocchiato sotto un muro sbrecciato, mentre,
il volto inondato di lacrime, singhiozzava come un bambino.
Con
delicatezza lo aiutarono a rialzarsi.
«Ignazio»
sussurrò loro, ripetendo il nome affidatogli dalla Vergine. «Ora il
mio nome è Ignazio».