7/16/2026

L’orma del pellegrino: cap.22 - Los santos niños

La promessa fatta a don Manuel di continuare il loro colloquio stava portando Ignazio verso la cattedrale. Era, quella, una sede prestigiosa per un ecclesiastico: l’influenza del potente cardinale Cisneros le aveva ottenuto il titolo di “Ecclesia Magistralis”, per cui tutti i canonici che ne componevano il collegio dovevano essere laureati in teologia.

Al primo sacerdote incontrato, Ignazio chiese di don Manuel.

«Provi giù nella cripta. So che spesso si ritira lì a pregare».

Il sotterraneo della cattedrale custodiva la pietra su cui erano stati martirizzati “los santos niños”, i quali, durante la persecuzione di Diocleziano, con la loro testimonianza avevano incitato gli Alcalaini a non rinnegare la propria fede in Cristo per porla nell’imperatore.

Da allora, il luogo era diventato meta del pellegrinaggio di chi sentiva il bisogno di trarre forza, dall’esempio dei martiri, per affrontare le difficili situazioni che la vita gli poneva davanti. Ed era questa la motivazione che portava anche don Manuel, ogni giorno, a trascorrere qualche momento di raccoglimento davanti alla reliquia.

Scorgendo Ignazio arrivare, don Manuel si alzò a incontrarlo. «Vieni» gli disse, invitandolo a sedersi accanto a lui sulla panca davanti al sacello.

«Quando penso alla storia di questi due ragazzini, rimango attonito davanti al coraggio che hanno avuto. Giusto aveva nove anni e Pastore sette: l’età in cui si pensa solo ai giochi; e in cui il confronto con un adulto, il tenergli testa è impensabile. Eppure per loro è stato importante esprimere chiaramente ciò in cui credevano e difenderlo davanti a un’autorità che sapevano avere su di loro potere di vita e di morte.

«Li invidi?».

«Non riesco nemmeno ad arrivare all’invidia: vorrebbe già dire che vedo dove voglio arrivare! No: nelle situazioni in cui mi vedo sotto lo sguardo severo e indagatore di qualcuno che si aspetta qualcosa da me, mi coglie la paura, reagisco in maniera disordinata ed equivoca e poi mi vergogno per la figura che ci faccio. E mi prendono i sensi di colpa perché capisco di non essere all’altezza, a cui segue una sensazione di fallimento, che mi porta a chiudermi in me stesso».

«Ma sei abbastanza stanco di questa situazione per trovare la forza di reagire, di affrontare la fatica che il cambiamento richiede?».

«Penso proprio di si; anche perché ne soffre la mia relazione con Dio: lo incolpo di non fare nulla, di non interessarsi a me. E questo mi fa stare ancora più male, perché mi uccide la speranza».

«Ma te la sei mai presa direttamente con Lui? Lo hai chiamato a discutere con te di ciò che stai vivendo?».

«E come si fa? Sarebbe irriverente: lui è… è Dio!».

«Eppure è ciò che Lui apprezza di più: un uomo che lo tratti come un amico a cui chiedere conto di come va il mondo e che gli dia la possibilità di spiegarsi attraverso la Sua Parola o qualcuno che se ne faccia interprete. Ricordi Geremia quando era deluso proprio come te adesso? «Perché il mio dolore è senza fine e la mia piaga incurabile non vuole guarire? Tu sei diventato per me un torrente infido, dalle acque incostanti»1. E il Signore gli ha risposto! E gli ha detto: «Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, io sarò con te per salvarti e per liberarti. Ti libererò dalla mano dei malvagi e ti salverò dal pugno dei violenti»2; praticamente: «Decidi di uscire dal tuo solito modo di affrontare la situazione che ti crea problema e cerca di capire, assieme a Dio, che cosa le impedisce di funzionare».

Quel che voglio dirti è che il primo passo per affrontare la tua situazione è quello di cambiare la tua relazione con Dio: spostalo da sopra di te - una spada di Damocle fatta di pretese e giudizio - a davanti a te: un amico a cui dirti così come sei e assieme al quale affrontare il problema».

«Questo sarebbe davvero fantastico! Permettermi di dirmi come sono e non come dovrei essere… Sentire che tu Signore non mi ricatti, non mi giudichi in base ai miei risultati, ma vuoi costruirli assieme a me…!».

«Ecco, vedi? Già il gustare la bellezza di questa prospettiva, il bene che ti fa “dentro”, la fa lavorare nel tuo cuore, cominciando a cambiare il tuo modo di vedere le cose…».

«Quel che però bisognerebbe riuscissi a cambiare è il modo di vedere mio padre. È quello il mio incubo! Perché non ho avuto un padre come gli altri? Perché mio padre non riusciva a volermi bene nel modo che io sentivo era giusto per me?» chiese con rabbia.

«Perché ognuno di noi torna a rivivere nell’oggi il passato che non è riuscito a superare. Ciò che tuo padre viveva con te era quello che aveva vissuto con suo padre e questi con il suo… E, se guardi bene, probabilmente è anche il tuo stesso modo di agire e di reagire…».

«E’ vero… Lo riconosco: mio padre mi schiacciava perché schiacciato, mi angosciava perché angosciato: mi trasmetteva il male che stava vivendo.

E come lui mi terrorizzava con le sue scenate di violenza, così io ora torno a essere spaventato da chi sento più forte di me e che, così, me lo ricorda; e, allo stesso tempo, tendo a essere violento con chi sento più debole di me».

«Se, dunque, tu stesso ti rovini la vita e le relazioni con gli altri ripetendo con loro lo stesso comportamento che ha fatto male a te, come puoi pretendere che tuo padre, caricato dello stesso fardello che ha poi scaricato sulle tue spalle, potesse reagire diversamente?!».

L’evidenza della cosa sconvolse don Manuel: lui e suo padre erano entrambi vittime di un’eredità di peccato che non erano riusciti a scaricarsi di dosso perché non avevano avuto il coraggio di diventare diversi.

«Ma c’è una via d’uscita? Tu l’hai scoperta!» trovò la forza di esclamare don Manuel, dando voce a una speranza che dentro di sé non era ancora morta.

«L’abbiamo detto prima: parlarne con Dio! E, normalmente, Lui ti mostra in sé qual è la prospettiva che ti può aiutare a cambiare la situazione o… a viverci dentro cambiando te stesso. Al salmista che si lamenta con Lui perché “mi assalgono gli arroganti, una schiera di violenti attenta alla mia vita” e gli chiede “Rallegra la vita del tuo servo, perché a te, Signore, innalzo l'anima mia. Salva il tuo servo, che in te spera; volgiti a me e abbi misericordia, perché io sono povero e infelice”, Dio lavora nel cuore perché alla fine comprenda che non può attendersi tutto da Lui, ma ciascuno deve fare la sua parte: Dio mostra la via, ma l’uomo deve imboccarla, con coraggio, pazienza e determinazione. E, quando, dunque, gli chiede «Mostrami, Signore, la tua via, perché nella tua verità io cammini», è l’uomo stesso a rendersi conto che la via è assumere gli stessi atteggiamenti di Dio, far proprio il suo Spirito nell’affrontare la situazione che gli crea problema, in una parola… diventare uno con Lui: “Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia, compassionevole, lento all'ira e pieno di amore, fedele” 3».

«“Tu sei un Dio che perdona”», ripeté tra sé don Manuel. «Ma io non ho voglia di perdonare, anzi nemmeno di pormi il problema di perdonare!».

Trascorsero alcuni attimi di penosa lotta interiore. «Ma se non cambio io, come possono cambiare le cose?». Non c’era un altro modo?

«…perdonare mio padre!». Il male immenso che aveva accumulato dentro di sé gli diceva che era impossibile; ma una luce oltre il tunnel lo incoraggiava a cercare di capire il senso di quella decisione: «A cosa serve perdonare?». E quella luce si fece a un tratto più vivida: «…a poter guardare il volto di mio padre in un altro modo, perché possa sentirmi visto da lui in un altro modo e così dagli altri… e finalmente non reagire più allo stesso modo!».

La motivazione c’era, e anche la direzione verso cui incamminarsi, ma… l’energia per farlo? «Come posso trovare la forza di perdonare? E’ enorme quello che mi chiede Dio!».

Ignazio pensò alla propria esperienza: quante volte anche lui, che pure cercava Dio con tutto se stesso, era miseramente caduto? Come si può giudicare gli altri quando ci si vede altrettanto fragili?! «Io ho capito una cosa» rispose: «che il povero e il ricco, il demonio e il santo sono dentro di me e in ognuno di noi. Guardando alla mia angosciante impotenza, posso aver misericordia per la disperante incapacità dell’altro. E perdonare a lui per poter perdonare a me stesso; permettermi di pensare a lui con affetto per poter ammettere che anche a me Qualcuno può pensare con fiducia e speranza».

Si: il perdono stava aprendo a don Manuel la possibilità di svuotarsi il cuore di tanta angoscia, amarezza e rancore accumulati, attraverso i quali ogni nuova esperienza veniva filtrata, rovinandogli la relazione con le persone. Non era facile, ma era possibile. E, soprattutto, era un atto d’amore che doveva a se stesso, per darsi finalmente un’opportunità di Vivere, smettendola di continuare a rimanere schiacciato dal passato.

1 Ger 15, 18

2 Ger 15, 19. 21

3 Sal 86 cfr.

7/01/2026

I momenti di scoraggiamento

L’entrare in un cammino spirituale è motivato dalla ricerca di una vita più piena e serena.

Ci rendiamo conto che, per arrivarci, dobbiamo venir fuori da certi comportamenti che creano disagio nelle nostre relazioni (con noi stessi, con gli altri, con Dio, con le nostre attività). Finora ci siamo sforzati di cambiare, ma ci siamo sempre scontrati con l'incapacità di farlo. L'avvio di nuovi comportamenti, non è facile: il male ha anche i suoi vantaggi a cui è difficile rinunciare; inoltre quello in cui ci si trova, seppur malato, è pur sempre un equilibrio, e il passare da questo a uno nuovo richiede certamente un atto di coraggio, oltre che di fede, perché l’incognita del nuovo fa paura, crea ansia: «Sarà poi vero che così è meglio? Non sarà un’illusione? Ce la farò?». Dalla paura, dall’ansia allo scoraggiamento il passo è breve: desideriamo aiutarci, ma ci sentiamo incapaci di farlo; desideriamo che Dio ci aiuti, ma disperiamo che gli interessi farlo.

Sono questi sforzi moralistici che Dio ci chiede? Le Scritture ci dicono che Dio stesso è il protagonista della nostra conversione, il primo interessato alla nostra liberazione, ed è determinato a portarla a compimento (Ez 37, 1-14). E' stato Lui a prenderne l'iniziativa, facendoci sorgere in cuore il desiderio di intraprendere un percorso per incontrarlo (Es 3, 7-12).

A noi spetta solamente l'aprire la strada alla sua venuta rendendoci disponibili a seguire le indicazioni di metodo che chi ci accompagna ci proporrà e ad aprire il cuore alle indicazioni di percorso che lo Spirito, attraverso la Parola, ci suggerirà (Is 40, 1-11).

Nella Bibbia, quando Dio chiede uno sbilanciamento radicale verso un nuovo modo di essere, sempre risuona una Parola che, per convincere, tocca il cuore: ”Non temere: io sarò con te”. Ripercorrendo l’esperienza dell’uomo biblico, quando ci mettiamo in relazione con Dio nella preghiera, sentiamo rivolta a noi questa Parola, promessa di una presenza che infonde speranza, fiducia, sicurezza, tranquillità.

Egli, però, rivendica a sé la guida di questo cammino, invitandoci a fidarci anche quando questo si sta realizzando in modi e in tempi diversi da quelli pensati (una diversità di cui occorre scandagliare il senso per porsi operativamente sulla lunghezza d’onda di Dio). Questo affidarsi si realizza solo se nella preghiera lasciamo a Dio lo spazio per rispondere all’accusa di non mantenere le promesse, e gli diamo la possibilità di mostrarci in che modo, attraverso quali persone, con quali attenzioni sta accompagnando la nostra crescita.

L’esperienza da puramente emozionale si fa allora affettiva, perché la relazione non è più solo pensata, creduta per fede, ma vissuta nella concretezza dei problemi che agitano il nostro cuore. Nell’esperienza affettiva la guarigione del cuore diventa storia di salvezza: la pace, la solidità, la libertà interiore non sono soltanto frutto di un raggiunto equilibrio interiore, ma anche e soprattutto della relazione con Dio.

Inserendoci in questa prospettiva, non sforziamoci allora di cambiare, ma limitiamoci a entrare in una relazione personale con Dio, cominciando a dargli del tu. Sarà l’amore, non lo sforzo di volontà, a far nascere da dentro, spontaneamente, il cambiamento.

                                                                                                Michele Bortignon

6/21/2026

L’orma del pellegrino: cap.21 - Povertà o miseria?

L’Università di Alcalà, “Complutensis Universitas Studiorum”, era stata pensata dal cardinal Cisneros come luogo di formazione, da una parte, di un corpo di funzionari preparati a dirigere le strutture di governo, soprattutto ora che la Spagna, terminata la “gloriosa riconquista” della penisola iberica, si stava espandendo nelle nuove terre d’oltreoceano; dall’altra, di ecclesiastici che recuperassero i valori spirituali primitivi del cristianesimo, perdutisi durante il medioevo.

Le sue cinque facoltà - Filosofia, Teologia, Diritto Canonico, Lettere e Medicina - erano dunque frequentate dai rampolli della migliore società, motivati a spendere le loro energie e le loro capacità in ambiziosi progetti.

Non meno ambiziosi erano i progetti di Ignazio, che aveva però imparato a metterli in attesa, aspettando che il Signore gli facesse capire se fossero anche i suoi; e, soprattutto, a non pensare che i mezzi umani fossero indispensabili a realizzarli.

Per questo, come già per il viaggio a Gerusalemme, decise che, se il Signore voleva farlo studiare, avrebbe provveduto Lui al riguardo, e la propria parte sarebbe stata quella di affidarsi alla Provvidenza mendicando.

Fu proprio in uno dei momenti in cui, concluse le lezioni, percorreva Calle Mayor chiedendo un’elemosina ai passanti, che lo videro alcuni suoi compagni di corso:

«Mira al Basco: que asco!»1.

«Una limosnita, por caridad: ya me cansé de la Universidad!»2.

«Dale pan, dale vino, pega pega al peregrino!»3.

Fu tutto un susseguirsi di battute irriverenti, di prese in giro, di scimmiottamenti.

E a Ignazio, sballottato dall’uno all’altro, sembrava quasi di assistere ad una scena di cui non lui era il protagonista, ma il nobiluomo di Loyola ferito nell’onore in dissidio con il pellegrino desideroso di imitare Cristo nella sua passione.

Non passò molto tempo, però, che la gazzarra fu interrotta dalle grida piene di sdegno del direttore dell’ospedale di Antezana: «Ma non vi vergognate? Bell’esempio che dà chi sa di cultura!». E, rivolto a Ignazio: «Vieni, andiamo al mio ospedale: è qui, dietro l’angolo».

L’”Hospital gratuito de Nuestra Señora de la Misericordia”, detto anche “el Hospitalillo”, era stato istituito da don Luis de Antezana per ospitare gli ammalati non in grado di pagarsi le cure mediche di cui necessitavano. Juan Vasquez, direttore della struttura, era un uomo reso pratico dal lavoro che faceva, ma anche profondo dall’averlo scelto come missione per ridare dignità a chi la società scartava come inutile a se stesso e agli altri.

«Dunque: tu studi e non hai di che mantenerti, vero?» tagliò corto il direttore, arrivando subito al punto».

«Si, ma elemosinando conto di poter…».

«Ho detto ai tuoi amici di vergognarsi; non farmelo ripetere anche a te! Lascia fare il povero a chi non può fare diversamente. Tu hai la forza e l’intelligenza per fare ben altro… e non usare le nostre capacità è un insulto a Chi ce le ha date. Invece di aspettare un aiuto dalla Provvidenza, sii tu stesso Provvidenza per chi ha bisogno d’aiuto! Qui c’è un ospedale pieno di gente di cui prendersi cura e non ho abbastanza persone per farlo. Resta con noi: un tetto sulla testa e un piatto di minestra sul tavolo sappiamo ben condividerli!».

«Un alloggio e un amico: questa sì che è Provvidenza!» pensò Ignazio porgendogli lieto la mano ad accettare l’invito. Ma un po’ di vergogna per l’abbaglio spirituale che gli era stato rimproverato la stava pur provando: «Non finirò mai di sbagliare, Signore?».

«Come credi che possa riuscire a insegnarti altrimenti?!» si sentì rispondere.

Sospirando, dovette ammettere che era vero: «E anche questa è Provvidenza!».

Più tardi, mentre riponeva la sacca con le sue povere cose nella stanza che gli era stata assegnata, volle riflettere su quell’ennesimo inganno in cui era caduto: «L’umiltà è stato il drappo rosso che il Nemico, come un toreador, mi ha sventolato davanti al muso per farmi avvicinare a lui e infilzarmi con le sue banderillas prima di darmi la stoccata finale. No: vivere al di sotto delle mie capacità non è umiltà, ma stupidità, incoscienza, mancanza di responsabilità. Il mio spendermi per gli altri deve tener conto dei loro bisogni e delle mie capacità e, così, essere la risposta che Dio ha sognato di dare attraverso di me alle necessità del mondo».

Già: quale risposta? Che cosa voleva essere Dio attraverso di lui per gli altri?

Ignazio sentì che questa era una domanda a cui non poteva sfuggire, se non voleva che la sua missione procedesse a casaccio, tirata qua e là dai bisogni del momento, che casualmente incontrava sul suo cammino.

«Chi sono io in Cristo?» si domandò.

Non occorreva inventare nulla di nuovo: tutta la sua storia con Dio glielo diceva, ogni suo desiderio lo esprimeva: «Io sono un ascolto e una Parola che dà vita!». In queste parole che gli erano salite dal cuore sentiva di riconoscersi: era dunque questo il suo “nome spirituale”, l’orientamento che Cristo aveva impresso alla sua vita attraverso una storia in cui l’aveva messo con Sé, la prospettiva che gli aveva aperto davanti per essere amore con Lui Amore, la missione che gli avrebbe fatto trovare pienamente se stesso, perdendosi completamente per gli altri.

«Grazie, Signore…» disse portandosi la mano al cuore in segno di intimità. «Questo sono io. Davvero! Mi riconosco in queste parole e le accolgo per viverle nel tuo nome, tu che mi sei Padre, compagno in tuo Figlio e guida nel tuo Santo Spirito».

E, rivolgendosi alla Vergine, «Hai mantenuto la promessa: ora mi sento veramente messo con tuo Figlio; non soltanto per slancio affettivo, ma per condivisione di una stessa missione!».

Ignazio si ambientò immediatamente tra le sale del nuovo ospedale. Con i malati, in fondo, ci sapeva fare: il tirocinio all’ospizio di Santa Lucia, a Manresa, lo aveva formato all’essenziale del prendersi cura, che è un toccare l’anima attraverso il corpo. Sapeva che un gesto fatto nel modo giusto al momento giusto parlava al cuore più di tante parole… perché spesso è il cuore ferito che fa ammalare il corpo, trascinandolo in un dolore per il quale non esistono medicine.

Un ascolto e una Parola che dà vita”: avvicinandosi con affetto ai malati, lasciandosi toccare dalle loro sofferenze e nutrendo in sé un silenzio da cui, al momento opportuno, emergeva spontaneamente la Parola giusta, aveva scoperto che, per “aiutare le anime”, non occorreva svolgere un’attività particolare, ma vivere, con lo stile che il suo nome spirituale indicava, qualsiasi attività in cui si fosse impegnato.

Quando questo pensiero gli penetrò nel cuore, si sentì pervadere da una gioiosa leggerezza: «Essere con Cristo non significa fare qualcosa per Lui e nemmeno con Lui: è semplicemente lasciarmi essere quello che “io sono”, quello che, nella profondità della mia personalità, è la tendenza che mi fa sentire profondamente bene con me stesso e con gli altri, il sogno che mi fonde con quell’Oltre rispetto a me che mi fa nascere all’assolutamente unico che io sono».

Quella sera, dopo il pasto consumato assieme, anche Juan volle tornare sull’argomento. Il suo era il punto di vista di chi vede il problema del singolo come espressione e conseguenza di un problema della società: «La sofferenza è provocata dalle strutture di ingiustizia in cui ci siamo organizzati» osservò. «Sono queste che vanno guarite. E il primo passo per farlo è smascherare l’alibi offerto a buon mercato dalla pratica dell’elemosina: l’elemosina tranquillizza la coscienza facendoti sentire a posto, lasciandoti pensare che hai fatto abbastanza; e ti esime così dal pensare a come sistemare le situazioni di ingiustizia che hai contribuito a creare. In questo senso può diventare il paravento dell’ipocrisia!».

Qual era il giusto approccio? L’attenzione alla persona o l’impegno nel sociale? Entrambi avevano il sapore della verità!

La pace che ugualmente sentiva nel considerare e l’uno e l’altro gli fece capire che non si trattava di un’alternativa: erano, semplicemente, strade diverse che portavano allo stesso punto, entrambe indispensabili per costruire un mondo più vivibile.

E ciascuno, nella sua sensibilità, nello stile che il proprio nome spirituale gli suggeriva, camminava su quella che sentiva più sua.

Per quel giorno era abbastanza. Anche le emozioni, oltre che le fatiche, possono sfiancare. Ma, se sono buone, è una stanchezza che reca con sé un sonno ristoratore.

Prima di addormentarsi, Ignazio desiderò un attimo di tenerezza con il suo Signore. Gli si accoccolò tra le braccia, e gli sussurrò all’orecchio un’antica preghiera che gli piaceva tanto:

Signore Gesù Cristo,

compagno e aiuto del malato,

speranza e fiducia del povero,

rifugio e riposo di chi è stanco,

asilo e porto per quanti percorrono

la regione delle tenebre,

nella terra della malattia sii Tu il mio medico,

nella terra della stanchezza sii Tu a darmi forza.

Da’ vita alla mia anima,

rendimi la tua dimora,

fa’ abitare in me il tuo Santo Spirito” 4.


1 «Guarda il Basco: che schifo!».

2 «Una piccola elemosina, per carità… Mi sono stancato di andare all’Università».

3 «Dagli pane, dagli vino, batti batti il pellegrino!»

4 Atti di Tommaso, 156 Cfr.

6/01/2026

Chi deve cambiare?

Quante volte ti è capitato di giudicare incomprensibile, assurdo, stupido, dannoso, controproducente il comportamento di tuo marito, di tua suocera, di tuo figlio, di quella collega di lavoro, e avanti così fino ai capi delle nazioni che si fanno guerra tra loro?

Certo, quando Gesù dice di non giudicare, di non condannare (Lc 6, 37), non sta parlando di te: tu sei animato dalle migliori intenzioni per il bene di quella persona! Tu vuoi farle capire che sbaglia, dove sbaglia, perché sbaglia e, soprattutto, come deve comportarsi per fare la cosa giusta. E non capisci, anzi, sei sinceramente scandalizzato, che a fronte di questa tua disponibilità a porgerle la verità, lei ti opponga tanta insofferenza, ostilità, rifiuto, ribellione.

Da dove tiri fuori questa “tua” verità? Dalla tua esperienza di vita, da ciò che ti è stato insegnato a pensare. Ma per questa persona non è forse lo stesso? La sua storia, assolutamente diversa dalla tua, la porta ad agire e a reagire in quel modo che per te è strano e sbagliato, ma per lei, al momento, la aiuta ad affrontare la situazione che sta vivendo nel solo modo che ora sa e può.

Allora tutto è relativo? Ognuno è libero di fare come vuole?

Prova a darti un obiettivo che entrambe possiate ritenere giusto: ognuno deve poter stare bene con se stesso e con gli altri.

E per te, che desideri cambiare questa situazione, fissa un criterio pedagogico: il rispetto della dignità di questa persona, che significa riconoscerle il diritto di gestire la sua vita con i suoi criteri.

Puoi allora renderti conto che finora, con il suo tenerti a distanza, lei ti sta dicendo:

  • lasciami alla mia responsabilità,

  • lascia che mi renda conto da sola

  • lasciami esplorare i miei sogni

  • fidati che faccio il possibile

  • lasciami provare

  • lascia che impari dall’esperienza

Se, anziché l’accoglienza, agisci la tua disapprovazione, brontolerai e cercherai di cambiarla, con l’unico risultato che lei si chiuderà in se stessa e si metterà sulle difensive per rivendicare il diritto a essere come vuole. E le giustificazioni con le quali cerca di difendersi radicano ancor di più in lei quel comportamento.

Il tuo diverso modo di vedere lei può considerarlo, il tuo consiglio può accettarlo solo se è lei a chiedertelo. E te lo chiederà solo se sente che la tua solidità non dipende dal suo cambiamento, che non sei preoccupato del tuo, ma del suo benessere; ti lascerà entrare nel suo mondo se apprezzi il bello che lei è, accettando il suo attuale modo di essere, se sa che non entri dentro di lei a farle del male schiaffeggiandola con il tuo giudizio, manipolandola con la tua disapprovazione, logorandola con i tuoi brontolamenti.

Come fare, però, se lei si ostina in comportamenti che a te (e spesso anche a lei) fanno male? Tanto più se la vostra è una relazione stretta, che non puoi evitare, come in famiglia o nel luogo di lavoro.

Il tuo obiettivo, abbiamo detto, è sentirti bene con te stesso e con lei; ma ora devi trovare il modo di esserlo nonostante questo suo comportamento.

Innanzitutto liberati dall’ansia, dalla paura, dalla rabbia, dalla frustrazione dando un calcio alle tue convinzioni, ai tuoi giudizi che pretendono di sapere cosa è giusto e cosa sbagliato. Cos’è che ti fa sentire bene: che questa persona ti dia ciò che vuoi, che soddisfi i tuoi bisogni? o che tu possa esprimere ciò che sei accogliendo ciò che ti succede come sfida di crescita, per diventare sempre più una persona matura, solida, serena, positiva? Davvero vuoi far dipendere la tua felicità dal suo comportamento?

Decidi allora di essere felice in questa situazione così com’è; e comincia con l’accorgerti, gustare e ringraziare per il bene che in essa c’è.

Felicità non è ottenere ciò che vuoi, ma una condizione di stupore davanti al miracolo della vita, davanti al mistero della vita. Perché questo stupore non sia limitato a ciò che è splendido e fortunato, dovrai imparare a trasformare anche il negativo in positivo, attraverso l’accettazione e l’amore per ciò che ti sta succedendo, che lo faranno diventare occasione per un diverso, opportunità per un di più.

                                                                                          Michele Bortignon

5/14/2026

L’orma del pellegrino: cap.20 - Una doppia confessione

Calle Mayor era ad Alcalà il punto di incontro di ogni genere di umanità: sotto i suoi portici, un flusso continuo di persone intente alle loro compravendite si mescolava a capannelli di studenti immersi in discussioni sulle ultime idee della cultura umanistica, mentre fra tutti si aggiravano i mendicanti, a tendere la mano per un tozzo di pane che permettesse loro di tirare avanti ancora per un giorno.

Tra questi c’erano anche i quattro compagni; appena giunti in città, prima di dedicarsi ad aiutare i poveri, volevano vivere la loro stessa vita per conoscerla dall’interno e poter così porgere aiuto nel modo più giusto.

Dopo essersi dati appuntamento per la sera all’asilo dei vagabondi di Santa Maria, alloggio notturno per i poveri senza riparo, Ignazio si diresse verso la cattedrale: all’inizio della sua nuova missione ad Alcalà, voleva chiedere al “Dio con noi” di essere attraverso di lui per gli altri. E dopo la preghiera si accostò alla confessione, per sperimentare concretamente l’ascolto di un Dio che ci accoglie come siamo e ci presta i suoi occhi per vederci come possiamo essere.

«Vorrei poterle raccontare in breve la mia vita», disse al confessore, «perché lei possa aiutarmi a vedere le mie mancanze nel contesto del cammino che il Signore sta facendo con me».

«Va bene, figliolo. Ti ascolto».

«Non ho un buon ricordo dei miei genitori: troppo anziani e troppo impegnati anche semplicemente per “esserci”. Quell’affetto e quella vicinanza che fanno crescere un figlio “ad immagine e somiglianza” del genitore, che gli danno la solidità e i criteri di discernimento necessari per camminare nella vita, io non li ho avuti. Per ottenere uno sguardo rivolto su di me, per poter anch’io scorgere negli occhi di mio padre quel brillare d’orgoglio che un figlio spera di trovare per sentirsi confermato in ciò che fa, ho cercato ciò che lo vedevo cercare, ho fatto mio il suo sogno. E l’onore cavalleresco è diventato il mio tutto. Quell’affetto che allarga il cuore nel calore dell’abbraccio di una madre, che senza parole dice a un figlio che cosa è vero e importante nella vita, non c’è stato, e, quindi, più tardi non poteva guidarmi a scegliere ciò che è giusto.

Quello sguardo e quell’affetto ho dovuto attenderli nascosti dietro l’angolo del fallimento di ciò che avevo costruito, gratuitamente offerti da un Dio con un volto di padre e un cuore di madre, radicalmente diversi da quelli che avevo conosciuti nei miei genitori.

Al culmine della battaglia, a Pamplona, in una palla di cannone Dio mi è scoppiato addosso, mi ha gettato a terra mezzo morto, costretto a quell’immobilità in cui potevo finalmente lasciarmi raggiungere da Lui, devastato nei miei sogni al punto che qualsiasi altra prospettiva poteva ora diventare possibile.

E mi è cresciuto dentro. Facendomi crescere. Quello sguardo e quell’abbraccio, che fisicamente non avevo avuti, ora li sentivo dentro di me luce e calore che per connaturalità mi facevano sentire e gustare il sapore buono di Dio in ciò che lo conteneva. E stridente, per contrasto, diventava ciò che sfavillava entusiasmante, ma vuoto di quella gioia intima, di quella pace vasta, profonda e duratura con cui Dio intesseva le mie esperienze di bene autentico.

Non più teatro in cui venivo mosso da fili invisibili, ora lo vedevo, il mio cuore, campo di battaglia in cui oscure e luminose forze si affrontavano. Ma, avendolo gustato, ora distinguevo il sapore di ciò che è buono e, concedendomi calma e attenzione, osservavo, valutavo, sceglievo».

Dopo questa premessa, Ignazio proseguì con l’accusa dei propri peccati, ma il confessore già non lo stava più seguendo. Quelle parole avevano smosso in lui una risonanza profonda, quasi fossero state dette per lui, per fargli riconsiderare la propria vita nello specchio di quella vita.

Fu il silenzio assorto con cui il penitente aveva concluso la propria accusa a strapparlo da quel suo pensoso torpore, da cui uscì non sapendo, purtroppo, che biascicare qualche parola di circostanza prima della consueta benedizione.

Guardando Ignazio che si stava avviando verso l’uscita, «Senti…» lo chiamò, «Posso parlarti?».

«Certo!». Tornò sui suoi passi e sedette su un banco, lasciandogli lo spazio accanto a sé perché potesse fare altrettanto. «Dimmi: ti ascolto…».

Il prete non sapeva come cominciare, e intanto si torceva le mani l’una con l’altra. Infine, girandosi quasi di scatto verso di lui, «Anch’io, sai, anch’io ho vissuto quel che hai vissuto tu… ma solo nella prima parte. È… come se a un certo punto ci fosse un bivio: tu sei andato da una parte e io dall’altra. A te è scoppiato Dio dentro, come hai detto… A me continuano a scoppiare, fuori, le relazioni con gli altri. Non riesco a reggerle. Io so cosa è giusto, cosa voglio, come devo comportarmi; ma quando ci sono dentro mi prende il panico e faccio e dico cose che non voglio - ma, in qualche maniera, sento vogliono gli altri da me - pur di uscire al più presto dalla situazione e ritrovare la tranquillità… nella mia disperata solitudine».

Con dolcezza, Ignazio gli appoggiò una mano sulla spalla. «Hai avuto il coraggio di parlarne; e questo dice che hai il desiderio di uscirne…».

«Si, ma come?» riprese l’altro, quasi con rabbia. «Perché Dio viene a cercare te e a me, che gli ho dedicato la vita facendomi prete, nemmeno sa che esisto?!».

«Anche il profeta Elia stava cercando quel Dio che aveva promesso di mostrarglisi, ricordi?: “Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco”1. Dio non era in nulla che sconvolgesse la situazione dell’uomo dall’esterno.

Poi, Elia udì una “voce di sottile silenzio” E si coprì il volto con il mantello, perché, ecco, lì c’era Dio. Capisci? Dio c’è, ma per udirne la voce devi aprire gli occhi del cuore e accorgerti di quel che sta succedendo dentro di te.

Da quanto hai detto, mi par di capire che, quando incontri delle persone, ti prende la paura e i pensieri ti suggeriscono che tutto sarà un fallimento, che ci rimedierai una ben magra figura e gli altri ti disprezzeranno, considerandoti una nullità. E una voce dentro di te ti dice «Lascia perdere, è meglio che tu rimanga a casa tua», oppure «Non contraddire, dì sempre di si, altrimenti…». Se segui questa voce, non ti apri alla relazione con queste persone, non affronti la vita. E, poiché la felicità è appunto nella vita con le persone, che ti porta simpatia, gioia, affetto, calore, esperienze, stima, tenerezza, avventura, condivisione, aiuto, emozioni… se rifiuti tutto questo per paura, fai il tuo male.

Ma, se ascolti con attenzione, c’è anche un’altra voce: più sottile, che non cerca di imporsi, come l’altra, alzando il tono, ma si propone con la calma forza di ciò che è vero. E questa voce ti dice: «Vai, coraggio, non temere! Buttati a essere te stesso con quello che sei, che credi, che ami. E, se sei vero, la verità degli altri reagirà: ora accogliendoti come acqua che disseta, ora rifiutandoti perché smuovi esperienze non risolte. Ma, in entrambi i casi, tutto questo è Vita, vita che ti insegna a vivere, ad essere Uomo, ad affrontare la realtà per creare gioia, serenità, scioltezza nelle relazioni. Perché è breve l’esistenza, e, se non la rendiamo VITA, l’abbiamo consegnata al NULLA».

E, interrompendosi, colto da una subitanea idea, «Dammi una mano», gli disse, «ti voglio far capire una cosa». Prese la mano che il sacerdote gli porgeva e alitò sopra il suo dorso.

«Hai sentito il mio soffio?».

«Si, certo!».

«E puoi mostrarmelo o farlo vedere ad altri?».

«Naturalmente no!».

«Ebbene, queste voci che senti dentro di te sono come questo soffio: le senti, ne fai esperienza, ma i sensi non arrivano ad afferrarle, a dimostrarne l’esistenza. E le senti come qualcosa che si esprime in te, attraverso pensieri ed emozioni, ma non viene da te.

Ricordi cosa dicono le Scritture della creazione del primo uomo, ossia dell’uomo che ciascuno di noi è? Dio soffiò su di lui un alito di vita… quasi a dire che il nostro rapporto con Dio, proprio come il soffio che hai appena sentito sul dorso della tua mano, lo sentiamo, c’è, ma è inafferrabile, indimostrabile, indicibile… se non dai frutti che produrrà nella nostra vita se lo accogliamo e ci affidiamo ad esso. E così gli antichi queste due voci, queste due forze, questi due soffi li chiamavano “spiriti”: quello che ti porta a chiuderti in te stesso, spirito del male; quello che ti apre alla vita, spirito del bene.

Entrambi hanno un nome molto concreto: “paura”, il primo; e “amore” quest’ultimo.

E, poiché Dio si è rivelato Amore nella vicenda umana di Gesù, lo spirito del bene, che fa entrare nella vita in pienezza, è l’amore, sempre accompagnato dalle sue due sorelle che lo rendono possibile: la fiducia e la speranza. E’ questo lo Spirito di Cristo, lo Spirito Santo, in cui siamo chiamati a vivere se vogliamo VIVERE.

Finora sei vissuto nella religione: sforzo umano per concretizzare un Dio di cui abbiamo bisogno per calmare le nostre paure. Ed è buono, è fisiologico, è un primo passo, quello del bambino che cerca la sua mamma per poter sopravvivere. Ma, se vuoi crescere, devi lasciarti raggiungere dal Dio che parla nella vita e il cui interprete è Cristo: è questa la fede! “Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato” 2.

Se vuoi guarire dalle tue paure devi smascherare il dio che ti sei costruito con i frammenti delle esperienze vissute con tuo padre e aprirti alla verità di quel che è il Dio vero: una verità che incontrerai nella vita, guardando a tutte le esperienze in cui l’amore ti ha raggiunto e ti è vissuto accanto rendendoti vivo: nella gioia, nella pace, nella libertà interiore».

Il sacerdote sembrava aver ripreso vita. Il respiro non era più, come prima, affannato, e anche il corpo si era rilassato, tornando a drizzare la schiena mentre ascoltava quelle parole che gli davano speranza: allora una strada poteva esserci anche per lui!

Guardò negli occhi quello sconosciuto che il caso gli aveva fatto incontrare e sentì in cuor suo che quel caso si chiamava Dio.

Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” 3. Si, quello era finalmente il “Kairòs” della sua vita, il momento in cui Dio lo chiamava a camminare con Sé.

«Ti prego, aiutami!» chiese a quello che in qualche modo stava sentendo come un angelo inviatogli da Dio.

«Volentieri. Ripasserò e parleremo con calma. Dimmi solo, per poterti trovare, qual è il tuo nome».

«Mi chiamo Manuel. Manuel Miona».

«E io sono Ignazio» disse porgendogli la mano: «Ignazio di Loyola».

1 1 Re 19, 11-12

2 1Cor 13, 11

3 Ap 3, 20

5/01/2026

Sulla croce. Ma come?

Me lo sono chiesto durante la celebrazione del Venerdì Santo, mentre tutti ci avvicinavamo a baciare la croce: «Bacio una croce di legno, bacio la croce di Cristo... ma la mia? Ho il coraggio di guardare alla mia croce, di baciarla, di credere che è proprio lì che posso trovare salvezza?».

Solo questo spostare lo sguardo da Cristo a me mi toglie il fiato. È un pugno allo stomaco. Mi fa dire: «No, non è possibile».

Guardo la mia croce. Tu guarda la tua. Non vorresti anche tu che sparisse -così, d’un tratto- come se non fosse mai esistita? Salvezza, per noi, vorrebbe dire proprio questo: liberarsene, finalmente!

E, nelle nostre preghiere, è questo che chiediamo a Dio.

E, guardando alla risurrezione di Cristo, è questo che crediamo sia successo: che tutto ritorna come prima.

No! Risurrezione non è risoluzione.

Risolvere il problema significa che il problema non c’è più.

Risorgere significa che il problema c’è ancora, ma è successo qualcosa che non mi aspettavo che me lo sta facendo vivere in maniera diversa o, addirittura, che per me non è più un problema, anzi, è diventato una risorsa, un’opportunità, la porta verso una consapevolezza di me stesso e della realtà, che sento passaggio a un livello superiore di vita.

Certo, noi vorremmo una felicità fatta di piacere e di assenza di problemi. E allora mi chiedo: sarei davvero felice, così?

Forse sì, per un po'. Ma poi mi mancherebbero quelle sfide che la vita mi lancia attraverso il confronto con gli altri, con ciò che non va, con ciò che mi si oppone. Sono proprio queste a spalancarmi gli occhi su me stesso e su come funziona l'esistenza; e quando le affronto, quando non mi tiro indietro, mi fanno crescere di un passo verso una maggiore armonia con me stesso, con gli altri, con la vita.

Desertum fecere et appellaverunt pacem”, diceva Tacito delle conquiste romane in Britannia: «Hanno fatto il deserto e lo hanno chiamato pace». È il rischio che corriamo anche noi: voler eliminare tutto ciò che ci dà fastidio, che ci contrasta. Ma è proprio quell'attrito con la realtà a rivelarci ciò che in noi si oppone al flusso della vita, l'ostacolo da rimuovere perché tutto riprenda a scorrere.

E allora cosa facciamo? Rimaniamo sulla croce con Cristo. Sulla croce, ma con Cristo: vivendola nel suo Spirito. Come la vivrebbe Lui? Inutile nasconderselo: lo sappiamo! Ma non vogliamo saperlo: ci sembra sbagliato, forse addirittura folle. Eppure Lui ha dimostrato finora di non volere altro che il nostro bene.

Vogliamo provarci?

Ricordiamo cosa rispose il popolo nel deserto a Dio che, nelle dieci parole, gli indicava la strada della Vita: “Quanto ha detto il Signore, noi lo eseguiremo e vi presteremo ascolto” (Es 24,7). Prima faccio, poi ascolto. Non capisco, non sono d'accordo, ma ci provo, mi fido: vediamo cosa succede. “Dai frutti li riconoscerete”, ha detto Gesù (Mt 7,16): è esattamente questo che farò. Eseguo, e poi presto ascolto a ciò che si muove in me e attorno a me. E da lì capirò come continuare.

Ed ecco che comincia ad apparire il significato della vita, che non è eliminare i problemi, ma nei problemi scoprire chi sono io per aiutare questo io a trasformarsi in Cristo.

Pensavo di dover cambiare il mondo attorno a me. Invece sono io che devo cambiare. E il mondo comincerà a essere diverso.


Michele Bortignon


P.S.: stavolta, invece di limitarti a leggere, prova a fare. Solo un po’. E vedi cosa succede.

4/15/2026

L’orma del pellegrino: cap.19 - Ti darò un nome nuovo

«Ora devi andare avanti con i tuoi studi. Ti attende la filosofia e la teologia per inserirti nella sapienza dell’umanità e della Chiesa, perché lo Spirito possa parlare non solo attraverso la tua esperienza personale, ma con una voce arricchita dalle infinite esperienze accumulatesi nella Parola, nella Tradizione e nella Cultura. Quello che dirai acquisirà così vastità e profondità, capacità di dare non risposte provvisorie, per quanto valide, ma prospettive di ampio respiro, che prendono in carico la persona nella sua integrità e nella sua complessità. Nella nuova università di Alcalà potrai trovare di che nutrire la tua mente». Questo gli aveva detto il suo maestro, al termine del biennio di grammatica latina.

Fondata dal cardinale Francisco Jiménes de Cisneros, il famoso riformatore dell’ordine francescano e patrocinatore della Bibbia Poliglotta Complutense1, l’Università di Alcalà si era subito distinta per un nuovo approccio nell’insegnamento, attento alle novità recate dalle correnti culturali del tempo. Particolarmente vivo in essa era il movimento che si rifaceva a Erasmo da Rotterdam per coltivare e dibattere idee che potessero portare a un rinnovamento della Chiesa senza mettere in discussione quell’unità che gli Evangelici avevano invece spezzato.

Rimanere? Partire? Per la prima volta, questa era una decisione che non poteva prendere da solo. Nel tempo che lo studio gli lasciava libero, Iñigo aveva continuato a dare i suoi Esercizi, e, tra le persone che aveva accompagnato spiritualmente, alcune erano state contagiate dalla sua passione di restaurare il volto di Cristo in quello del prossimo sfigurato dalla malattia, dalla povertà, dall’ignoranza, dalla reclusione, ma soprattutto dai pesanti fardelli di un passato capace di compromettere la possibilità di vivere in serenità e con frutto le proprie relazioni.

Juan de Artega, Lope de Càceres e Calixte de Sa erano così diventati suoi compagni in quelle avventure in cui sentivano che Cristo voleva tener fede attraverso di loro alla sua promessa di essere il “Dio con noi”.

Fu, dunque, in una tiepida serata di giugno che i quattro compagni si diedero appuntamento sulla spiaggia per esaminare la cosa e prendere una decisione.

La calma risacca del mare, con il suo ritmico e sempre uguale sciabordio, sembrava dare il tempo allo spartito di onde che si allargava sulla sconfinata superficie di quel mare senza orizzonte, mentre, al di sopra, un’ancor più sconfinata immensità cominciava a punteggiarsi di stelle.

«Come possiamo abbandonare le persone che stanno confidando nel nostro aiuto?» obiettò Juan a commento della proposta che il maestro Ardévol aveva fatto a Iñigo.

«Senza contare che non abbiamo nessuno a cui affidare questo compito, che possa sostituirci…» aggiunse Lope.

Solo Calixte era rimasto in silenzio, lo sguardo immerso nelle profondità di quei due piani d’infinito che si confondevano all’orizzonte. Sulle orme di Iñigo, anch’egli si era inoltrato in quella direzione, e, nel lunghissimo viaggio che l’aveva portato in Terra Santa, aveva compreso che non il punto d’arrivo era lo scopo del viaggio, ma il viaggio stesso aveva in sé il suo senso.

«Non possiamo legarci a ciò che stiamo facendo come sia opera solo nostra», disse. «Se lo lasciamo andare, tutto finirà in pezzi? O, sulla scia di quanto abbiamo fatto finora, troverà in sé le risorse per proseguire da solo? Chi può dirlo?! Io preferisco pensare che la persona che aiuto non è un carico sulle mie spalle, ma sia lei che io siamo in braccio a Dio, e ci teniamo per mano per quel tratto di strada in cui Egli ci affida l’una all’altra. A tempo debito, lo staccarci, il fare ciascuno la propria strada sarà allora altrettanto buono quanto lo era stato prima lo starci accanto.

Io dico di fidarci di Dio. Di un Dio che ora ci sta dicendo di andare sulla parola di una persona che a uno di noi apre una prospettiva “oltre”, una prospettiva che potrà dare maggior respiro al nostro servizio».

«Anch’io ho le mie resistenze e le mie paure» soggiunse Iñigo, «e, in più, ho l’imbarazzo di condizionare voi a una scelta che riguarda me. Ma se il Signore ci chiama ad agire come un corpo, forse ci vuole uniti anche nel nostro operare!».

«Sì, forse adesso abbiamo ancora bisogno di sentirci presenti l’uno all’altro» osservò Calixte. «Un domani, chissà… potrebbe bastarci l’essere uniti a Cristo e in Cristo a farci sentire uniti tra noi e, come i raggi di una ruota uniti nel mozzo centrale, allontanarci ciascuno per proprio conto a sostenere il cerchio dell’umanità che gira nella vita portando il destino del mondo…».

Non ci fu bisogno di altre parole. Ognuno seppe nel suo cuore che il Signore lo stava attendendo un passo più avanti. Verso dove, nessuno lo sapeva. Ma questo era il rischio di seguire un Dio che aveva fatto delle strade della Palestina il suo tempio e del camminare la sua liturgia. E, pellegrini, decisero di seguire quel Dio Pellegrino.

Il viaggio si era rivelato lunghissimo, e il farlo era diventato estenuante. Il caldo di quell’estate incipiente stava poi facendo la sua parte, rendendo il loro camminare un’ondeggiare di festuche inaridite dal sole.

Iñigo più degli altri era provato: la gamba malata, ristabilitasi grazie alla vita sedentaria che ormai conduceva, ora, sottoposta al martirio dell’acciottolato, era ridiventata protagonista del suo patire.

Mentre procedeva sotto il solleone, attardandosi sfinito rispetto ai compagni, gli venne alla mente un altro terribile viaggio, letto anni prima in quel “Flos Sanctorum” che gli avevano portato per alleviare la noia della convalescenza a letto, dopo la ferita di Pamplona: il viaggio che avrebbe condotto Ignazio, vescovo di Antiochia, a morire nell’anfiteatro Flavio, dilaniato dalle belve, per i festeggiamenti dell’imperatore Traiano dopo la vittoria sui Daci.

«Dalla Siria sino a Roma combatto con le fiere, per terra e per mare, di notte e di giorno, legato a dieci leopardi: il manipolo dei soldati», aveva scritto alla comunità cristiana di Roma, avvisandola del suo arrivo. «Ma annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio. Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungerLo. Sono frumento di Dio macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. Il mio unico desiderio è di congiungermi con Gesù Cristo. Cerco Lui, che è morto per me, voglio Lui, che è risorto per noi... Lasciate che io sia imitatore della Passione del mio Dio!»2.

Come suonavano lontane, ora, quelle parole! E’ così facile immaginarsi forti nel resistere al peccato e alle sofferenze quando non si è tentati e le cose vanno per il verso giusto!

«Quella che credevo fede era solo buona salute!», gli aveva confidato un giorno un anziano religioso.

Ma quando si è in situazione, ecco che la tentazione non poteva essere più subdola e devastante, ecco che il dolore non poteva colpire in un posto peggiore di quello!

Preso dallo sconforto e dalla fatica, si fermò, appoggiandosi di peso sul suo bastone da pellegrino.

«Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato»3, mugolò dentro di sé.

Quando trovò la forza di rialzare lo sguardo, in lontananza vide un qualcosa di bianco, come un muro poco più alto di un uomo, che proiettava uno scampolo d’ombra sul terreno assolato. «Arriverò fino a lì», pensò, «e poi…».

Trascinandosi con le ultime forze che gli rimanevano, giunse a quel muro sbrecciato e crollò in ginocchio. Davanti a lui, da un vecchio affresco scrostato gli sorrideva il volto della Vergine, che teneva tra le braccia il Figlio della promessa accolta. E, come rugiada che fresca irrorasse il suo pensiero inaridito, la sentì nel suo cuore rispondere al lamento che un attimo prima aveva scagliato contro il suo destino: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se questo succedesse, io invece non ti dimenticherò mai»4.

E, ancora, lo raggiunsero le parole di Ignazio: «Il fuoco, la croce, le belve, le lacerazioni, gli strappi, le slogature delle ossa, le mutilazioni delle membra, il pestaggio di tutto il corpo, i malvagi tormenti del diavolo vengano su di me, perché voglio solo trovare Gesù Cristo. Voglio il pane di Dio, che è la carne di Gesù Cristo, e come bevanda il suo sangue, che è l'amore incorruttibile»5.

«Mettimi con tuo Figlio!» chiese con un filo di voce alla Vergine. «Non possiedo la forza di Ignazio, ma accogli questo mio desiderio…».

«Non serve forza…» la sentì sussurrargli. «Fatti madre come me: accogli nel tuo cuore mio figlio e quelli che hanno bisogno del suo aiuto. Fatti luogo ospitale in cui l’Amore può darsi a chi lo cerca… e né l’Uno né gli altri mancheranno mai nella tua vita».

E, quasi a confortarlo nel suo sentirsi così diverso da quel santo il cui nome era invece così simile al suo, gli disse: «Non temere: tu sei Ignazio!».

Tornati sui loro passi, non vedendolo più dietro di loro, i suoi compagni lo trovarono ancora lì, inginocchiato sotto un muro sbrecciato, mentre, il volto inondato di lacrime, singhiozzava come un bambino.

Con delicatezza lo aiutarono a rialzarsi.

«Ignazio» sussurrò loro, ripetendo il nome affidatogli dalla Vergine. «Ora il mio nome è Ignazio».

1 In essa i testi originali delle Sacre Scritture, in aramaicogrecolatino ed ebraico, erano disposti in colonne affiancate in modo da poter essere studiati simultaneamente.

2 Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 5,1. 4,1. 6,1. 6,3

3 Is 49, 14

4 Is 49, 15

5 Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 5,3. 7,3

4/04/2026

La risurrezione al femminile

Se fosse stato per loro, tutto sarebbe finito lì.

Loro erano distrutti dallo scoraggiamento.

Nel nostro cuore, invece, ardeva una piccola speranza che ci ha fatto partire.

Siamo uscite di casa, senza pensare…

la tomba chiusa,

la pietra da rotolare,

le guardie che ancora vigilavano…

ma siamo partite lo stesso.

Noi donne sappiamo che l’amore vince ogni difficoltà.

Lo sappiamo perché la vita ci nasce dentro.

Cosa ne sarà non lo conosciamo,

ma noi ci saremo,

e la nostra speranza saprà farla andare avanti.

E’ stata questa nostra speranza,

apparsa luminosa dentro quella tomba inspiegabilmente vuota,

a dirci che il nostro folle pensiero non era un’assurdità.

Ma la speranza non può far breccia in un cuore che non sa guardare al futuro.

Loro, gli uomini, erano rimasti a casa,

gli occhi fissi sul vuoto,

il cuore distrutto dall’abbandono.

Per loro solo il presente era realtà…

Un presente in cui ciò che finora aveva dato senso alla loro vita era assente.

Loro credevano solo ciò che potevano saggiare con i sensi e con il ragionamento.

In noi donne il cuore sa intuire il futuro appoggiandosi al passato: non poteva essere tutto finito.

Fu l’urlo del nostro cuore a chiamarlo, fra timore e gioia grandi, vivo davanti a noi.

Il cuore ha ragioni che la ragione non comprende.


BUONA PASQUA!

                                                                                                   Michele Bortignon



4/01/2026

Faccio tutto io?

Quando una persona che amiamo sta male, la sua sofferenza si trasmette a noi moltiplicata e muove potente il bisogno di far qualcosa, costi quel che costi, perché questo dolore abbia a finire.

L’urgenza unita alla generosità spingono però spesso nell’inganno di pensare di poter essere completamente a misura del bisogno, di poter essere sempre e comunque noi a risolvere il problema. E la manifesta impotenza che logicamente ne consegue ci chiude nella frustrazione, nello scoraggiamento, nella disperazione, nei sensi di colpa. Sembra di non fare mai abbastanza e nel contempo di non ottenere alcun risultato.

In tutto questo processo, che l’ansia rende completamente istintuale, manca l’approfondimento di due aspetti fondamentali, che soli possono aprire una prospettiva:

  • di che cosa ha veramente bisogno la persona?

  • che cosa posso dare io?

Equivocare su questi aspetti significa vederci nel problema come un nano di fronte a un nemico enorme, per cui o ci lanciamo a testa bassa disperdendo le nostre energie in una lotta impari, perché affannosa e scoordinata, oppure fuggiamo atterriti.

Per agire efficacemente occorre invece sapere “chi fa che cosa”.

Prima di tutto il che cosa fare, ossia di cosa la persona ha bisogno.

Il rischio è di pensare a cosa io avrei bisogno nella sua situazione oppure di dare quel che io posso dare, senza chiedermi cosa a lei veramente serve, se le sto dando quel che lei chiede. Entrambi questi due comportamenti in fondo mi fanno sentire a posto e mi danno l’alibi per poter finalmente fuggire dal problema che mi crea ansia. Non sono capace di dimorare nella sofferenza altrui con quella pace che sola può darmi la capacità di mettermi in ascolto della persona che soffre: scoprendo quali paure, quali angosce la attanagliano, in quali punti il suo spirito sta cedendo e dove quindi abbisogna di un sostegno.

Una pace che posso trovare solo nell’esperienza del «Non temere, io sono con te»: ho sperimentato che Dio provvede alla mia vita e quindi provvederà anche alla tua.

Dopo il “che cosa”, il “chi”.

Io ho queste capacità e possibilità concrete e le utilizzo per soddisfare quella parte del bisogno -e solo quella- della quale sono a misura, per la quale posso dare una risposta efficace.

Posso ancora fare qualcosa: movimentare altre persone-risorsa che possono dare un loro specifico contributo al soddisfacimento del bisogno.

Se anche questo non bastasse, c’è un’ultima cosa da fare: entrare nell’esperienza della povertà. Quando -e solo allora- non c’è più nulla di esperibile da un punto di vista umano, siamo chiamati ad entrare nella dimensione della fede, affidando la persona e la sua situazione a Dio soltanto. Non si tratta però di una sorta di ultima spiaggia, ma di un riconoscere che in ultima istanza è Dio a condurre la storia, una storia finalizzata al nostro bene, anche se in modi e in tempi che non ci è dato di conoscere e che possono differire dalle nostre aspettative.

La sofferenza ci chiama dunque a vivere le due fondamentali dimensioni della vita del Cristo: l’incarnazione e la passione.

L’incarnazione: individuo cosa fare e lo faccio fino in fondo.

La passione: accolgo la situazione in cui non posso incidere e la innalzo a Dio in sacrificio, la rendo cioè sacra (sacrificio deriva appunto da sacrum-facere) nella fede che “sul monte (del sacrificio) Dio provvede”.

In estrema sintesi, Ignazio affermerebbe «agisco come se tutto dipendesse da me, sapendo che tutto dipende da Dio», quasi a dire: attenzione a non delegare a Dio quel che puoi fare tu, ma anche a non crederti onnipotente e rubargli il posto.

La tentazione di credersi e rendersi salvatori degli altri oltre che scarsa fede in Dio denota scarsa fiducia in loro. Dio ha messo nell’uomo un istinto di vita che preme sotto qualsiasi forma di sofferenza per trovare sbocco in una situazione di maggiore serenità, gioia e libertà interiore dai condizionamenti che lo opprimono.

E non è detto che quella del “salvatore” sia la strada attraverso la quale questo istinto vuol passare o è bene che passi per realizzare il suo obiettivo. Il “salvatore” potrebbe essere avvertito con fastidio per la sua invadenza e infine rifiutato dalla persona, che si sente forzata su una strada che, fosse anche la più giusta, non è stata lei a scegliere, e comunque si sente non rispettata nella sua libertà, in quanto a lei soltanto spetta determinare i tempi e i modi per risolvere il proprio problema.

Michele Bortignon