9/20/2026

L’orma del pellegrino: cap.24 - Uniti nella diversità

Come previsto dagli studenti che avevano querelato Ignazio, il Rettore aveva inoltrato la denuncia anonima all’Inquisizione. Nel clima di sospetto che si viveva in quel momento, per chiarire al più presto la questione furono nominati due inquisitori: Alonso Mejia, canonico della cattedrale di Toledo, in rappresentanza della diocesi, e Miguel Carrasco, canonico della cattedrale di Alcalà, come conoscitore della situazione locale.

Esaminate le accuse, i due verificarono che i fatti descritti corrispondevano effettivamente alla realtà, ma, a partire dalle testimonianze raccolte, che mostravano come l’azione degli accusati fosse stata prodiga di frutti spirituali in molte persone, si doveva concludere che nulla poteva essere loro addebitato come difforme alla sana dottrina cattolica o non appartenente alla Tradizione della Chiesa.

L’istruttoria terminava affidando a don Juan Rodriguez de Figueroa, vicario del vescovo di Toledo in Alcalà, la conclusione del procedimento a carico degli imputati.

Era, questi, uno di quei preti-funzionari che, dotati di una discreta intelligenza, riescono a inoltrarsi nella carriera curiale, ma a cui la mancanza di quel “quid”, che solo può derivare da quell’intuito spirituale che ti assimila a Cristo, impediva di essere pastore.

Io sono il pastore attraente” 1 aveva detto Gesù. “Le mie pecore ascoltano la mia voce perché sanno che su pascoli erbosi le faccio riposare, ad acque tranquille le conduco” 2.

Ma Figueroa questo fascino non riusciva a esercitarlo, e, per farsi ascoltare doveva usare il bastone, quel bastone che il Pastore gli aveva affidato per tener lontani i lupi dal gregge.

E, anche questa volta, per non sembrare trasparente e non sentirsi inutile, in quel ritaglio di potere che gli era stato messo tra le mani pensò bene di evidenziare il fatto che lui c’era. E comandava.

«Gli inquisitori hanno fatto un'accurata inchiesta sul vostro conto» comunicò a Ignazio e ai suoi compagni, appositamente convocati nel suo ufficio, «ma non hanno trovato nulla di riprovevole nelle vostre idee e nel vostro modo di vivere. Pertanto potete continuare come prima, liberamente. Ma, tenuto conto che non siete religiosi» aggiunse, «non mi sembra opportuno che vestiate tutti alla stessa maniera. È meglio - anzi, vi ordino! - che due di voi tingano la tunica di nero e due di marrone».

Non ne aveva discusso appena qualche giorno prima con i compagni? Quella era appunto una di quelle situazioni in cui vale la pena di lasciar correre. Per sostenere qualcosa di inessenziale, ma suo, un altro si sarebbe fatto un punto d’onore del mantenersi fermo nella propria posizione, a costo anche di andare contro il proprio interesse.

Non Ignazio. Meglio: non l’Ignazio di adesso. Non l’Ignazio che ormai aveva accantonato l’affannosa ricerca della “honra” per costruire pazientemente la maggior Gloria di Dio.

«D’accordo» disse, «non è un problema! Cambieremo d’abito. Ma si tratta di una precauzione risibile se messa accanto alla necessità che tutti abbiamo di cambiare noi stessi dentro per aiutare questa Chiesa malata a cambiare… e non solo d’abito!

Lei, esercitando la sua parte di potere a nome della Chiesa, io, attraverso l’aiuto spirituale alle persone, possiamo dare il nostro contributo evitando di cercare noi stessi nella missione affidataci, per essere invece un piccolo riflesso sulla terra del volto di Cristo».

Figueroa era visibilmente contrariato; si agitava sulla sedia, impaziente di replicare. Ma Ignazio proseguì: «Lei, come vicario del vescovo, è pastore del gregge di questa città. La questione, ora, non è se possiamo o non possiamo aiutare le persone a incontrarsi con Cristo, ma se lei ha fiducia in noi, se crede che il suo ministero, per essere pienamente efficace, deve integrarsi con il nostro carisma, se il pastore lavora come una cosa sola con i suoi cani per guidare il gregge al pascolo».

Figueroa decise di essere diretto: «Voi mi fate paura… Gli uomini sono grezzi, ignoranti e, quando sono lasciati a se stessi, si lasciano andare a passioni immonde, a pulsioni animalesche. Per tenerli in riga, sappiamo qual è il modo: la paura; la paura di un Dio che sorveglia, giudica e castiga… la nostra dottrina lo spiega, i nostri riti lo rendono presente, la nostra inquisizione ne è la mano: questi sono i nostri cani!». Il volto gli si era fatto paonazzo per l’agitazione. Si sforzò di recuperare la calma e continuò: «Anch’io mi pongo una questione, vedendo i vostri metodi: è possibile avere fiducia nell’uomo? O questo diventa il prodromo del relativismo e, conseguentemente, dell’anarchia?».

Erano parole sensate, che, in un primo tempo, zittirono Ignazio. Ma, subito, gli si affollarono alla mente fiotti di Parole ascoltate dal Pastore stesso: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno” 3. Non alla gerarchia, ma alla Chiesa, a tutto il popolo di Dio Cristo si era consegnato come prospettiva di una vita salvata dalla paura. E ciascuno aveva in sé una sensibilità che la voce di Dio poteva risvegliare, uno spirito che lo Spirito di Cristo metteva in risonanza per vibrare all’unisono. Ciascuno, non solo alcuni. Una capacità innata, non appresa, a cui, anzi, la troppa scienza impediva di emergere: “Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto” 4. E questo clero gnostico, illuso che solo la conoscenza potesse assicurare la purezza della fede, stava perdendo il gregge per strada: incapace di esprimersi in un linguaggio che parlasse della realtà, non riusciva a impedire che esso si lasciasse attirare da altre voci che in altri modi promettevano Vita.

Ignazio, con i suoi, effettivamente stava raccattando qua e là alcune pecore che, disorientate, si stavano perdendo, ma che, appena raccolte, nelle sue parole avevano riconosciuto la voce del pastore ed erano tornate a seguirlo: “Io sono il buon pastore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la Vita e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la Vita e l'abbiano in abbondanza” 5.

«Ve lo ripeto ancora una volta» riprese Figueroa, infastidito dal silenzio che si era creato: «voi potete continuare la vostra attività… marginale. Così ha stabilito l’inquisizione e alle sue direttive io mi attengo. Ma non pretendete di entrare nella mia pastorale. Non datemi fastidio e io non ne darò a voi. Facciamo come se tutto questo non fosse mai successo». E con questo li congedò senza ammettere repliche.


Facciamo come se tutto questo non fosse mai successo”: facile a dirsi! Ma la gente aveva saputo dell’inquisizione e ora aveva paura. Paura di imboccare una strada che la Chiesa non approvava, paura che effettivamente si trattasse di una strada sbagliata, paura della conseguente emarginazione dalla comunità e dalla stessa grazia di Dio.

E, se il silenzio della Chiesa faceva la sua parte, la diffamazione di chi, per invidia o per vendetta, voleva vederli tacere per sempre, stava essa pure producendo il suo effetto.

«Andiamo via di qui» gli dicevano i compagni: «non vedi che ci hanno fatto terra bruciata intorno?».

«È vero, ma non tutti se ne sono andati. Chi sta ricevendo beneficio dagli Esercizi è rimasto fedele al volto di Dio che lo abbiamo aiutato a riscoprire. E non solo sulla base della propria esperienza positiva ha preso questa decisione: l’altro giorno una persona mi ha detto: «Ti ho studiato, sai? Se li avessi ripagati con la stessa moneta, accusandoli per difenderti, ti avrei abbandonato». Tanta gente ha fiuto spirituale per discernere il bene anche quando viene fatto passare per male. Però è vero che ci sono pure tante persone troppo spaventate anche solo per porsi il problema di ciò che è giusto pensare di noi. Per poterle riavvicinare occorre tranquillizzarle, mostrando loro che non c’è alcuna condanna né contro di noi né contro quel che facciamo. Tornerò da Figueroa e gli chiederò di concludere il processo con una sentenza esplicita e scritta, che valga come riconoscimento del nostro operato da parte della Chiesa».

I compagni assentirono, ma si vedeva chiaramente che in loro il clima era mutato: non c’era più quella gioia che chiedeva di comunicarsi all’intorno per suscitare altra gioia. Il disinganno aveva colpito a fondo e ora si sentivano soli, abbandonati da chi avrebbe dovuto sostenerli. E questo non riuscivano a digerirlo. Si avverava per loro il detto che diceva “Non fare il bene se non hai la forza di sopportarne l’ingratitudine”.

Ignazio, che stava invece cercando di vivere questa situazione mettendosi accanto a Cristo nella sua passione, ne fu dolorosamente colpito. E, rattristato, pensò come risollevare lo spirito dei suoi compagni: «Ora c’è una sola cosa importante da fare», disse: «guarire la nostra delusione, la nostra amarezza, il nostro rancore, che ci porterebbero a rivendicare il nostro diritto in maniera arrabbiata e astiosa».

E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo” 6, aveva detto San Paolo: la pace non la trovi in te stesso se non sei in pace con gli altri. E la pace con gli altri la trovi se non fai dipendere la comunione dal pensarla tutti uguale, dal fare tutti le stesse cose, dall’omologarsi tutti a uno stesso modo di vivere.

Unità non è integrazione, ma interazione: dialogo, condivisione, messa in comune delle diversità per ampliare il nostro sguardo sulla complessità della vita e arrivare non tanto o non solo a capirci qualcosa di più, ma a stupirci di fronte al suo mistero, davanti al quale possiamo solo chinare il capo e lasciarci condurre per mano da Dio.

Ignazio ricordava quanto aveva sentito dire un giorno dal priore di un convento mentre cercava di comporre un dissidio tra i confratelli: “Volete sapere quanto siete maturi? Guardate in che misura siete capaci di vivere con il diverso. Imparate a vivere uniti rispettandovi diversi!”.

E non poteva permettere che il divisore, allontanando il loro cuore dalla Chiesa, in cui erano nati e operavano, finisse per allontanarli anche da Colui che ne era l’anima. L’unità nella Chiesa non era un pro-forma, ma l’essenza stessa del Dio-Trinità, unità di persone diverse!

1 Gv 10, 11

2 Sal 23, 2

3 Lc 12, 32

4 Lc 10, 21

5 Gv 10, 11.27.28.10

6 Col 3, 15

8/31/2026

Un Dio che porta al confronto

Ma tu… in che Dio credi?

Te lo chiedo perché ti vedo tutto preso dalle tue devozioni personali, ti commuove la tua intimità con Dio, parli a tutti delle attività che fai nel tuo gruppo di spiritualità, ma poi sento che sparli di questo, hai tagliato i ponti con quello, con altri ancora -i tuoi avversari!- non riesci a ragionarci assieme.

Ora, il nostro non è un dio solitario, che sta bene da solo, per cui tu, a sua immagine, possa trovare la felicità in una beata autosufficienza, in uno spiritualismo disincarnato. Nemmeno è un dio tutto e solo per te; un dio peluche con cui coccolarsi al caldo; un dio coperta di Linus in cui trovare la sicurezza che ti manca; un dio con noi, e quindi contro gli altri, che divide il mondo in vincitori e perdenti.

Certo, un tête a tête affettivo è un preliminare indispensabile per scaldare i motori, ma poi, dopo questo bell’abbraccio, il mio Dio si alza in piedi, si guarda attorno ed esce. Lì fuori ha altre persone da incontrare. Con me, se voglio rimanere con Lui.

Il mio Dio è un Dio in uscita perché è sempre in cerca di se stesso; e si trova nell’essere assieme, si sente uno quando ha messo in comunione la sua diversità con quella di chi incontra. È uno perché è comunità di persone. Il mio Dio è trinità: voluta autoinsufficienza, perché troppo bello è sentire che non si è se non nell’essere uno assieme agli altri.

E, seguendolo, scopro che la difficoltà e la fatica di creare unità nella diversità è proprio ciò che mi fa più grande di me stesso, è l’unica strada che mi avvicina al Dio Trinità, è vita nello Spirito Santo.

Perché questa difficoltà nelle relazioni? Perché io e te abbiamo ciascuno lo sguardo fisso alla propria meta e al proprio modo di raggiungerla. E ciò che non coincide con ciò che penso lo guardo con sospetto e tendenzialmente lo considero sbagliato. Eppure è vero che la realtà presenta così tanti aspetti, e tra loro diversi, che più sguardi possono meglio coglierla e interpretarla. Poi, se non si trova un accordo su come gestirla, ciascuno potrà seguire la propria strada, ma il confronto lo porterà a rispettare la strada dell’altro come diversa, non necessariamente sbagliata. Spesso, anzi, proprio se si affronta ciascuno il problema in modo diverso, ognuno dando il proprio specifico apporto, se ne risolve meglio la complessità.

A volte ci si deve confrontare con chi ha autorità perché ha la responsabilità di una determinata situazione. Questa responsabilità lo rende preoccupato e quindi sospettoso delle novità; e l’autorità che possiede lo rende meno disponibile a cambiare idea. La tentazione è allora quella di darsi per vinti in partenza e rassegnarsi con astio oppure litigare e rompere la relazione. Ma, come sempre, è la terza via quella da cercare, quella in cui non si rinuncia a sé né alla relazione con l’altro. Entro allora in dialogo con lui portando le mie ragioni e ascoltando le sue, con tenacia ma anche con disponibilità e rispetto.

Tenacia significa che espongo compiutamente le mie ragioni, chiedo i motivi per cui non sono condivise e chiarisco le reciproche perplessità, infine chiedo esplicitamente ciò che vorrei; disponibilità significa che tengo in considerazione le ragioni dell’altro e le metto accanto alle mie cercando una mediazione; rispetto è non pretendere che tu sia come me o per me.

Se gli presento le mie ragioni, l’altro non può non tenerne conto, ma ha la libertà di seguire la propria strada, come io adesso la mia, ma ora senza poter essere accusato di non aver cercato una strada comune. Chi l’ha detto che prendere strade diverse non sia l’inizio di una novità positiva? Ma si può farlo evitando di soffrirne e di far soffrire, rispettando e facendosi rispettare.

A volte si deve rinunciare di fronte a ragioni più forti delle nostre; abbiamo allora modo di verificare quanto siamo interiormente liberi per aderire a ciò che è giusto anche se non è nostro. E questa libertà parla della nostra maturità più di qualsiasi realizzazione. Quanto sappiamo gestire le delusioni e tacitare le paure?

Con tutto ciò, anche se in buona coscienza entrambi abbiamo fatto tutto ciò che in questo momento abbiamo potuto, non è detto che ci siamo completamente capiti, che abbiamo risolto il problema trovando una soluzione che soddisfi entrambi. Ora non resta che il perdono reciproco. Perdonare non è aver chiarito e risolto tutto, ma ricominciare, guardando a cosa vogliamo essere assieme, pur nel nostro essere diversi. E se qualcosa dobbiamo ancora dire, meglio che lo diciamo con quel che siamo.

In sintesi, ciò che caratterizza il cristiano è la capacità di creare armonia nelle relazioni in vista di un bene comune. Questo è il modo di essere di Dio nella sua tri-unità, questo è il modo di essere del cristiano che vive nello Spirito. E questo è il modo di vivere di cui vogliamo annunciare la forza salvifica, vivendolo noi per primi nelle nostre relazioni.

Michele Bortignon


8/15/2026

L’orma del pellegrino: cap.23 - Sentire con la Chiesa

La “honra”, il senso dell’onore, era ciò che teneva in piedi le strutture della società, assegnando a ciascuno, rigidamente, il proprio posto. In realtà, era soltanto un fragile equilibrio, basato sul nulla di una convenzione che si teneva in piedi solo perché accettata da tutti, dagli uni per vantaggio, dagli altri per costrizione. A sostenerla era lo sfavillio delle apparenze, l’eleganza di gesti stereotipati, la raffinatezza di un vivere destinato a pochi. Per aumentare la honra ogni sacrificio era ammissibile; per conservarla, ogni crimine era legittimato.

Il “sangue blu”, che scorreva nelle vene dei giovani che avevano preso di mira Ignazio con i loro lazzi, non poteva certo sopportare l’offesa arrecatagli dal rimprovero loro rivolto in piena Calle Mayor, davanti a tutta la città. L’equilibrio doveva essere ripristinato ottenendo soddisfazione. Ma in che modo? Per cercarlo, si incontrarono tra loro, un giorno, al termine delle lezioni. Fu lo studente di teologia ad avere la pensata vincente: «Dobbiamo essere efficaci, inattaccabili e non sporcarci la coscienza: facciamo una lettera anonima al Rettore, esponendo dei sospetti che ci sembra giusto avanzare. Questi non potrà far altro che chiedere all’Inquisizione di verificarli, e… il gioco è fatto!».

Tutti applaudirono l’idea e la carta fu scritta ipso facto, articolandola sui punti seguenti:

  1. Ignazio e i suoi compagni portavano tutti lo stesso abito - una lunga tunica di lana grezza - inducendo a credere di essere dei religiosi.

  2. La frettolosità e il disordine del piano di studi di Ignazio1, unito a una scarsa e superficiale presenza alle lezioni2, facevano sospettare che lo studio fosse un paravento atto a nascondere ben altri fini.

  3. I compagni di Ignazio non si stavano dedicando ad alcuno studio e, purtuttavia, anch’essi parlavano di cose di fede. Né risultava che fossero sottoposti a un controllo ecclesiastico. Si consideravano forse illuminati direttamente dallo Spirito Santo?

«Giustizia è fatta!», si dissero, soddisfatti, al termine della stesura del foglio accusatore. Si trattava ora solo di aspettare… La vendetta è come il buon vino: migliore se invecchiato e gustato a piccoli sorsi.

Qualche isolato più in là, in casa di don Diego de Eguìa, tipografo in Alcalà, erano riuniti i compagni di Ignazio, che da lui avevano trovato alloggio su interessamento del direttore dell’Hospitalillo.

Il gruppo di amici stava leggendo alcuni brani di un libro che la tipografia aveva recentemente editato: l’ “Enchiridion militis christiani” di Erasmo da Rotterdam.

«Ah, questa poi è la frase che mi piace più di tutte», esclamò don Diego. «Sentite cosa dice: “Se sei membro vivente di Cristo, dimmi come un’altra parte di quel corpo (voglio dire il tuo prossimo che ne è membro allo stesso titolo) può provare dolore senza che anche tu stia male, senza che lo senta anche tu? Accetta dunque questo criterio, poiché ce ne sono pochi di più sicuri. Dov’è Dio abita la carità, poiché Dio stesso è carità”».

«Grande questo Erasmo», esclamò Juan, dei tre il più aperto alle novità. «Vi rendete conto che sta rimettendo in mano a ciascuno la possibilità di giudicare autonomamente della propria comunione con Dio?!».

«Ma così salta il ruolo di mediazione della Chiesa!» obiettò Lope, reso guardingo dal trauma che i protestanti stavano provocando nella cristianità .

Tornando a sfogliare il libro, don Diego replicò: «Beh, più che farlo saltare, direi che lo purifica: non sono i riti a darti la grazia, ma la disposizione interiore con cui ti accosti, attraverso i riti, alla comunione con Cristo. Leggi qua: “Credete, perché portate al collo una croce di metallo, di essere al sicuro da tutte le specie di mali e di disgrazie e che in questo consista la perfezione del cristianesimo? Forse tutti i giorni offrite il sacrificio, e, al tempo stesso, vivete per voi stessi e non siete affatto sensibili alla miseria del vostro prossimo. Se non attendete a divenire ciò che questa comunione significa, cioè a essere uno stesso spirito con lo Spirito di Cristo, uno stesso corpo con il suo corpo, a divenire un membro vivente della Chiesa, se non credete che i vostri beni sono comuni a tutti, allora il vostro sacrificio è assolutamente inutile. Badate piuttosto a realizzare in voi ciò che è rappresentato nel sacrificio del Cristo, facendo di quelle passioni che vi dominano ancora - la collera, l’ambizione, la cupidigia, la voluttà, l’invidia - altrettante vittime!”».

Calixte, il più affezionato all’amico assente, sentiva l’imbarazzo di continuare senza di lui quella discussione: «Io vorrei sentire anche l’opinione di Ignazio su questa cosa».

«Si!» disse don Diego, «anch’io sono curioso di sapere cosa ne pensa. Ma il punto su cui, credo, tutti possiamo essere d’accordo è il fatto che questa nostra epoca ha finalmente rimesso l’uomo al centro. L’uomo, non la legge, non l’istituzione».

Lope era assolutamente d’accordo: «Certo! Questo l’aveva già sostenuto Gesù davanti ai farisei che lo accusavano di aver guarito il paralitico in giorno di sabato: “Non l’uomo è fatto per il sabato, ma il sabato per l’uomo”3».

«E questo è un assioma talmente vero, anche da un punto di vista semplicemente umano» riprese don Diego, «che già Protagora, quattrocento anni prima di Cristo, l’aveva affermato: “Di tutte le cose, misura è l’uomo: di quelle che sono, per ciò che sono; di quelle che non sono, per ciò che non sono” 4; ossia: che una cosa sia bene, lo si capisce dal bene che fa all’uomo».

Anche da qui Juan volle trarre una conseguenza pratica: «Questo significa che la Chiesa non può pretendere dai cristiani dei comportamenti che essi non capiscono e che non sentono un bene per sé. Altrimenti è paternalismo che tratta le persone come eterni bambini, incapaci di crescere!».

Quasi fosse stato richiamato da quella congiuntura di ragionamenti, Ignazio si presentò alla porta della tipografia proprio in quel mentre.

«Don Diego!» chiamò. «Hai qualcosa da darmi per i miei poveri? Ce n’ho uno che è proprio messo male!».

«Volentieri! Ma prima vieni su, dai! Stiamo discutendo sulle novità di Erasmo».

Messo al corrente di quanto stavano dibattendo, Ignazio si mostrò perplesso: «Accanto al vostro comprensibile entusiasmo, ho colto però anche del malcontento nel clero, che si è sentito attaccato dalla gente con i discorsi caustici scritti da Erasmo. Lui li ha fatti con gli opportuni distinguo, ma tanti, si sa, prendono solo quel che fa loro comodo.

Lope lo interruppe con un sorriso sardonico: «Beh, devi ammettere che certe sue irrisioni sono azzeccate, tanto più sapendo che traggono spunto dalla realtà. Ad esempio, quella sui frati:

“Vedete la volpe che sta predicando, ma dietro, dalla cocolla, le penzola fuori la testa di un'oca; poi c'è un lupo che assolve un penitente, e intanto gli scappa fuori un pezzo della pecora che tiene nascosta sotto la tonaca; infine ecco una scimmia vestita da francescano che assiste un malato: con la destra gli presenta il crocefisso, con la sinistra fa man bassa nella borsa dell'infermo”.

O, meglio ancora, quella della suora:

«Sono stata presa con la forza»

«Ma potevi almeno gridare!»

«Volevo farlo, ma in dormitorio non è permesso rompere il silenzio».

Tutti si misero a ridere, compreso Ignazio, che non ignorava certo come stava girando il mondo. «Si, possiamo anche riderci su finché siamo tra noi» riprese. «Noi questa Chiesa la sentiamo nostra madre e l’amiamo anche quando è fragile e ammalata. Ma se vogliamo aiutarla non serve ironizzare, brontolare, sparlare, accusare, lamentarsi. Quel che possiamo fare è metterci tutti umilmente sotto la Parola di Dio e lasciare sia essa, come spada a doppio taglio, a separare il falso dal vero. Con attenzione, delicatezza e misericordia».

«Però certe situazioni sono proprio esasperanti e ti fanno perdere la pazienza!», sbottò Juan.

«…come mi esaspero davanti a certe mie debolezze in cui continuo a cadere e che mi portano allo scoraggiamento» sospirò Ignazio, che però non era certo tipo da perdersi d’animo: «E allora che faccio? Taglio i ponti con me stesso? Me ne vado via da me? Che sia con me o che sia con gli altri, voglio tornare ad avere fiducia e speranza, credendo che l’amore, se è vero, può fare miracoli. Ci vuole coraggio, pazienza, umiltà, saggezza, determinazione… questo è fuori dubbio! Ma vogliamo cambiare qualcosa o preferiamo rifugiarci anche noi nel mondo dei sogni?».

Calixte concordava, ma vedeva tutte le difficoltà della cosa: «Il fatto è che, a volte, se devo seguire quel che mi dicono i preti mi trovo in contrasto con me stesso. E allora vado in crisi. Cosa è giusto fare? Essere fedele alla Chiesa o a me stesso?».

«Essere fedele alla verità di Dio che parla nella tua coscienza; che però dev’essere educata - e questo lo facciamo attraverso la Chiesa - al sapore di ciò che è vero».

«Eh, facile dirlo…!».

«Beh, vuoi sapere come faccio io? Seguo questi tre passi:

Primo: diffido di me. Il mio è uno dei tanti modi di vedere il problema e soffre di una visuale limitata dalla mia sola esperienza. E’ meglio allora che non mi ci attacchi, ma mi conceda di prendere un attimo le distanze da esso per poter vedere meglio.

Secondo: confido nella Chiesa. E’ fatta di tante persone e di tanta esperienza, per cui può aiutarmi a rendere più ampia e completa la mia visuale.

Terzo: mi affido alla mia coscienza: alla fine sono io che conosco la mia situazione in tutte le sue implicazioni. Ora però posso vederla attraverso una saggezza più grande di me; e davanti a Dio mi prendo la mia responsabilità di decidere».

«E quando non si tratta esclusivamente di me, ma di qualcosa che riguarda tutti?», riprese Calixte.

Ignazio non aveva dubbi: «Se la verità mi isola, non è Verità, perché la verità di me non prescinde dal fatto che io sono membro di un corpo senza il quale non posso esistere e che, senza di me, non funziona come dovrebbe. Devo allora capire qual è la gerarchia tra le cose che considero importanti: alcune sono essenziali, altre secondarie, altre ancora sono solo decorazioni. Saggezza è dunque incontrarsi nell’essenziale per curare l’unità fra noi; e lasciar da parte tante cose che in fondo, a guardare bene, valgono quel che valgono.

Volete ridere? Beh, una volta ho sentito una battuta che aveva però un fondo di saggezza: “Per andare d’accordo, a volte bisogna puzzare di salame!”. Tradotto: non prenderti troppo sul serio e lascia che l’inessenziale faccia il suo gioco, tanto, alla fine, quel che è vero saprà affermarsi da solo».

Al termine di quel giro di esperienze, guardando a quegli amici che lo stavano seguendo su una strada che anch’egli stava scoprendo passo dopo passo, ognuno mettendoci le proprie domande e i propri tentativi di risposta, Ignazio sentì che con Dio accanto avrebbero potuto affrontare quelle sfide che a prima vista sembravano impossibili e rischiare quelle strade la cui novità poteva intimorirli.

E, con questa fiducia nel cuore, a nome di tutti, rivolse a Dio la sua preghiera:

«Con Te, Signore, siamo in cammino

su una strada impervia e affascinante,

e con gioia, semplicità e tenacia

desideriamo donare agli altri

il nostro vivere con Te.

Non abbiamo ricette o soluzioni:

solo l’esperienza di un Amore che ci dà Vita».

1 Stava frequentando i corsi di filosofia assieme a quelli di teologia anziché anteporli a questi ultimi, come previsto dalla Ratio Studiorum

2 In aperta violazione delle Constitutiones universitarie, che richiedono “exactam diligentiam, assiduumque laborem” (Constitutiones Complutenses 38, 30).

3 Mc 2, 27

4 Protagora, fr.1, in Platone, Teeteto, 152a

8/01/2026

Dalla vita ho imparato che…

Tra tutto ciò che mio padre mi ha lasciato in eredità -tratti fisici e caratteriali, insegnamenti di vita e morali, vecchi ricordi e robe vecchie- ho trovato anche un libricino che si è rivelato un interessante spunto di riflessione.

L’autore si era chiesto che cosa la vita gli avesse insegnato attraverso l’esperienza e, dopo aver buttato giù venti di queste “lezioni”, aveva coinvolto amici e parenti a fare altrettanto. Il libro era nato proprio da questo lavoro di tante persone.

Mi ci sono provato anch’io ed è stato interessante scoprire la saggezza semplice che possono darti le situazioni che ti sei trovato a vivere. Anche Maria Rosa si è sfidata in questo senso e ora vogliamo proporlo a te. Ti farà bene renderti conto che anche tu hai il tuo bagaglio di preziose esperienze, da cui attingi per capire come e verso dove muovere i tuoi passi.

Che ne dici? Vuoi provarci?

Intanto ti facciamo leggere le nostre. Poi, se vuoi condividere…


Ho imparato che posso dare cura, attenzione e affetto a chi non me li ha dati. E sentire che va bene così.


Ho imparato che se so esattamente cosa valgo e ne sono soddisfatto, gli altri possono dirmi e farmi quel che vogliono, ma non scalfiscono il mio star bene con me stesso.


Ho imparato che le persone sono influenzate da quel che sono più che da quel che dico.


Ho imparato che buttare via le cose è un modo per semplificarsi la vita.


Ho imparato che la serenità ti è data dal sapere come dirigerti nella vita.


Ho imparato che levarsi la soddisfazione di avere ragione è il modo migliore per litigare all’infinito.


Ho imparato a fare io quello che non fanno gli altri. Le aspettative mi fanno vivere arrabbiato.


Ho imparato che cercare di capirsi con chi non vuol confrontarsi è una battaglia persa in partenza.


Ho imparato che essere gentile con chi ce l’ha con te è una grande soddisfazione.


Ho imparato che essere fedele a me stesso mi ha chiuso tante strade ma mi ha dato una vita originale.


Ho imparato a gustarmi lo stare da solo perché ho sempre Qualcuno con cui parlare.


Ho imparato a non arrabbiarmi la notte quando non dormo.


Ho imparato che è normale reagire subito con ansia o rabbia, ma è quel che decidi poi che fa la differenza.


Ho imparato a cambiare argomento quando, parlando, ci si inoltra in idee che non condividiamo. Tanto non servirebbe nulla, se non a peggiorare il clima tra noi.


Ho imparato che in cucina e nella vita ognuno ti dice come fa lui, ma non sa darti i criteri perché tu possa fare da solo, creando i tuoi piatti e le tue decisioni.


Ho imparato che chi si innamora delle proprie ragioni si preclude il novanta per cento della conoscenza.


Ho imparato che nelle relazioni importanti non puoi aspettare di sentirti di fare per fare ciò che è giusto. Fallo, e i sentimenti seguiranno.


Ho imparato che un momento di silenzio, al mattino presto, tutto mio per pensare e lasciar parlare il cuore è la cosa più bella della giornata.


Ho imparato che da solo vedi tante cose, ma con un amico ne vedi di più.


Ho imparato a darmi tante occasioni per gustare la vita. Ho solo questa, e voglio succhiarmela fino in fondo.


Michele


Ho imparato che c’è sempre un peggio rispetto a quello che credevo fosse il peggio, ma spetta a me rendere vivibile quel peggio.


Ho imparato che a volte vale la pena combattere e a volte lasciar correre; ma cos’era meglio lo capisco sempre dopo.


Ho imparato che è tanto difficile decidere di cambiare vita, e poi farlo, ma non è impossibile.


Ho imparato che non sempre quello che dico viene capito come io volevo dirlo: è facilissimo essere fraintesi.


Ho imparato che non tutte le persone quando parli ti ascoltano; pochissime sono poi quelle che ti capiscono.


Ho imparato che non bisogna mai andare a vivere troppo vicino a suoceri e genitori.


Ho imparato che se una cosa non mi va di farla non sono obbligata a farla.


Ho imparato che la mia pazienza è veramente tanta!


Ho imparato che posso gioire sia del sole che della pioggia.


Ho imparato che c’è un tempo per ogni cosa ed è importante saper stare in quel tempo.


Ho imparato che non devo permettere a nessuno di rovinarmi la giornata.


Ho imparato che la mia felicità dipende da me.


Ho imparato che domani è sempre un nuovo giorno.


Ho imparato che le difficoltà e le paure sono sempre più grandi prima di affrontarle; poi si ridimensionano.


Ho imparato che l’ansia è veramente una brutta bestia!


Ho imparato che la vita è bella perché io ho deciso che lo sia.


Ho imparato che basta veramente poco per andare d’accordo con gli altri e altrettanto poco per litigare.


Ho imparato che a volte è bello stare in compagnia, altre da sola.


Ho imparato che prendersi un po’ in giro fa bene a se stessi.


Ho imparato che venti motivazioni sono veramente tante!


Maria Rosa



Ah, dimenticavo... questo specifico libro: “Dalla vita ho imparato…” l’ho soprannominato libro canguro perché salta da chi lo legge al successivo lettore, senza fermarsi mai. Chi lo legge lo regalerà scrivendo il suo nome nella prima pagina di copertina. Magari un giorno capiterà anche fra le tue mani!


7/16/2026

L’orma del pellegrino: cap.22 - Los santos niños

La promessa fatta a don Manuel di continuare il loro colloquio stava portando Ignazio verso la cattedrale. Era, quella, una sede prestigiosa per un ecclesiastico: l’influenza del potente cardinale Cisneros le aveva ottenuto il titolo di “Ecclesia Magistralis”, per cui tutti i canonici che ne componevano il collegio dovevano essere laureati in teologia.

Al primo sacerdote incontrato, Ignazio chiese di don Manuel.

«Provi giù nella cripta. So che spesso si ritira lì a pregare».

Il sotterraneo della cattedrale custodiva la pietra su cui erano stati martirizzati “los santos niños”, i quali, durante la persecuzione di Diocleziano, con la loro testimonianza avevano incitato gli Alcalaini a non rinnegare la propria fede in Cristo per porla nell’imperatore.

Da allora, il luogo era diventato meta del pellegrinaggio di chi sentiva il bisogno di trarre forza, dall’esempio dei martiri, per affrontare le difficili situazioni che la vita gli poneva davanti. Ed era questa la motivazione che portava anche don Manuel, ogni giorno, a trascorrere qualche momento di raccoglimento davanti alla reliquia.

Scorgendo Ignazio arrivare, don Manuel si alzò a incontrarlo. «Vieni» gli disse, invitandolo a sedersi accanto a lui sulla panca davanti al sacello.

«Quando penso alla storia di questi due ragazzini, rimango attonito davanti al coraggio che hanno avuto. Giusto aveva nove anni e Pastore sette: l’età in cui si pensa solo ai giochi; e in cui il confronto con un adulto, il tenergli testa è impensabile. Eppure per loro è stato importante esprimere chiaramente ciò in cui credevano e difenderlo davanti a un’autorità che sapevano avere su di loro potere di vita e di morte.

«Li invidi?».

«Non riesco nemmeno ad arrivare all’invidia: vorrebbe già dire che vedo dove voglio arrivare! No: nelle situazioni in cui mi vedo sotto lo sguardo severo e indagatore di qualcuno che si aspetta qualcosa da me, mi coglie la paura, reagisco in maniera disordinata ed equivoca e poi mi vergogno per la figura che ci faccio. E mi prendono i sensi di colpa perché capisco di non essere all’altezza, a cui segue una sensazione di fallimento, che mi porta a chiudermi in me stesso».

«Ma sei abbastanza stanco di questa situazione per trovare la forza di reagire, di affrontare la fatica che il cambiamento richiede?».

«Penso proprio di si; anche perché ne soffre la mia relazione con Dio: lo incolpo di non fare nulla, di non interessarsi a me. E questo mi fa stare ancora più male, perché mi uccide la speranza».

«Ma te la sei mai presa direttamente con Lui? Lo hai chiamato a discutere con te di ciò che stai vivendo?».

«E come si fa? Sarebbe irriverente: lui è… è Dio!».

«Eppure è ciò che Lui apprezza di più: un uomo che lo tratti come un amico a cui chiedere conto di come va il mondo e che gli dia la possibilità di spiegarsi attraverso la Sua Parola o qualcuno che se ne faccia interprete. Ricordi Geremia quando era deluso proprio come te adesso? «Perché il mio dolore è senza fine e la mia piaga incurabile non vuole guarire? Tu sei diventato per me un torrente infido, dalle acque incostanti»1. E il Signore gli ha risposto! E gli ha detto: «Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, io sarò con te per salvarti e per liberarti. Ti libererò dalla mano dei malvagi e ti salverò dal pugno dei violenti»2; praticamente: «Decidi di uscire dal tuo solito modo di affrontare la situazione che ti crea problema e cerca di capire, assieme a Dio, che cosa le impedisce di funzionare».

Quel che voglio dirti è che il primo passo per affrontare la tua situazione è quello di cambiare la tua relazione con Dio: spostalo da sopra di te - una spada di Damocle fatta di pretese e giudizio - a davanti a te: un amico a cui dirti così come sei e assieme al quale affrontare il problema».

«Questo sarebbe davvero fantastico! Permettermi di dirmi come sono e non come dovrei essere… Sentire che tu Signore non mi ricatti, non mi giudichi in base ai miei risultati, ma vuoi costruirli assieme a me…!».

«Ecco, vedi? Già il gustare la bellezza di questa prospettiva, il bene che ti fa “dentro”, la fa lavorare nel tuo cuore, cominciando a cambiare il tuo modo di vedere le cose…».

«Quel che però bisognerebbe riuscissi a cambiare è il modo di vedere mio padre. È quello il mio incubo! Perché non ho avuto un padre come gli altri? Perché mio padre non riusciva a volermi bene nel modo che io sentivo era giusto per me?» chiese con rabbia.

«Perché ognuno di noi torna a rivivere nell’oggi il passato che non è riuscito a superare. Ciò che tuo padre viveva con te era quello che aveva vissuto con suo padre e questi con il suo… E, se guardi bene, probabilmente è anche il tuo stesso modo di agire e di reagire…».

«E’ vero… Lo riconosco: mio padre mi schiacciava perché schiacciato, mi angosciava perché angosciato: mi trasmetteva il male che stava vivendo.

E come lui mi terrorizzava con le sue scenate di violenza, così io ora torno a essere spaventato da chi sento più forte di me e che, così, me lo ricorda; e, allo stesso tempo, tendo a essere violento con chi sento più debole di me».

«Se, dunque, tu stesso ti rovini la vita e le relazioni con gli altri ripetendo con loro lo stesso comportamento che ha fatto male a te, come puoi pretendere che tuo padre, caricato dello stesso fardello che ha poi scaricato sulle tue spalle, potesse reagire diversamente?!».

L’evidenza della cosa sconvolse don Manuel: lui e suo padre erano entrambi vittime di un’eredità di peccato che non erano riusciti a scaricarsi di dosso perché non avevano avuto il coraggio di diventare diversi.

«Ma c’è una via d’uscita? Tu l’hai scoperta!» trovò la forza di esclamare don Manuel, dando voce a una speranza che dentro di sé non era ancora morta.

«L’abbiamo detto prima: parlarne con Dio! E, normalmente, Lui ti mostra in sé qual è la prospettiva che ti può aiutare a cambiare la situazione o… a viverci dentro cambiando te stesso. Al salmista che si lamenta con Lui perché “mi assalgono gli arroganti, una schiera di violenti attenta alla mia vita” e gli chiede “Rallegra la vita del tuo servo, perché a te, Signore, innalzo l'anima mia. Salva il tuo servo, che in te spera; volgiti a me e abbi misericordia, perché io sono povero e infelice”, Dio lavora nel cuore perché alla fine comprenda che non può attendersi tutto da Lui, ma ciascuno deve fare la sua parte: Dio mostra la via, ma l’uomo deve imboccarla, con coraggio, pazienza e determinazione. E, quando, dunque, gli chiede «Mostrami, Signore, la tua via, perché nella tua verità io cammini», è l’uomo stesso a rendersi conto che la via è assumere gli stessi atteggiamenti di Dio, far proprio il suo Spirito nell’affrontare la situazione che gli crea problema, in una parola… diventare uno con Lui: “Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia, compassionevole, lento all'ira e pieno di amore, fedele” 3».

«“Tu sei un Dio che perdona”», ripeté tra sé don Manuel. «Ma io non ho voglia di perdonare, anzi nemmeno di pormi il problema di perdonare!».

Trascorsero alcuni attimi di penosa lotta interiore. «Ma se non cambio io, come possono cambiare le cose?». Non c’era un altro modo?

«…perdonare mio padre!». Il male immenso che aveva accumulato dentro di sé gli diceva che era impossibile; ma una luce oltre il tunnel lo incoraggiava a cercare di capire il senso di quella decisione: «A cosa serve perdonare?». E quella luce si fece a un tratto più vivida: «…a poter guardare il volto di mio padre in un altro modo, perché possa sentirmi visto da lui in un altro modo e così dagli altri… e finalmente non reagire più allo stesso modo!».

La motivazione c’era, e anche la direzione verso cui incamminarsi, ma… l’energia per farlo? «Come posso trovare la forza di perdonare? E’ enorme quello che mi chiede Dio!».

Ignazio pensò alla propria esperienza: quante volte anche lui, che pure cercava Dio con tutto se stesso, era miseramente caduto? Come si può giudicare gli altri quando ci si vede altrettanto fragili?! «Io ho capito una cosa» rispose: «che il povero e il ricco, il demonio e il santo sono dentro di me e in ognuno di noi. Guardando alla mia angosciante impotenza, posso aver misericordia per la disperante incapacità dell’altro. E perdonare a lui per poter perdonare a me stesso; permettermi di pensare a lui con affetto per poter ammettere che anche a me Qualcuno può pensare con fiducia e speranza».

Si: il perdono stava aprendo a don Manuel la possibilità di svuotarsi il cuore di tanta angoscia, amarezza e rancore accumulati, attraverso i quali ogni nuova esperienza veniva filtrata, rovinandogli la relazione con le persone. Non era facile, ma era possibile. E, soprattutto, era un atto d’amore che doveva a se stesso, per darsi finalmente un’opportunità di Vivere, smettendola di continuare a rimanere schiacciato dal passato.

1 Ger 15, 18

2 Ger 15, 19. 21

3 Sal 86 cfr.

7/01/2026

I momenti di scoraggiamento

L’entrare in un cammino spirituale è motivato dalla ricerca di una vita più piena e serena.

Ci rendiamo conto che, per arrivarci, dobbiamo venir fuori da certi comportamenti che creano disagio nelle nostre relazioni (con noi stessi, con gli altri, con Dio, con le nostre attività). Finora ci siamo sforzati di cambiare, ma ci siamo sempre scontrati con l'incapacità di farlo. L'avvio di nuovi comportamenti, non è facile: il male ha anche i suoi vantaggi a cui è difficile rinunciare; inoltre quello in cui ci si trova, seppur malato, è pur sempre un equilibrio, e il passare da questo a uno nuovo richiede certamente un atto di coraggio, oltre che di fede, perché l’incognita del nuovo fa paura, crea ansia: «Sarà poi vero che così è meglio? Non sarà un’illusione? Ce la farò?». Dalla paura, dall’ansia allo scoraggiamento il passo è breve: desideriamo aiutarci, ma ci sentiamo incapaci di farlo; desideriamo che Dio ci aiuti, ma disperiamo che gli interessi farlo.

Sono questi sforzi moralistici che Dio ci chiede? Le Scritture ci dicono che Dio stesso è il protagonista della nostra conversione, il primo interessato alla nostra liberazione, ed è determinato a portarla a compimento (Ez 37, 1-14). E' stato Lui a prenderne l'iniziativa, facendoci sorgere in cuore il desiderio di intraprendere un percorso per incontrarlo (Es 3, 7-12).

A noi spetta solamente l'aprire la strada alla sua venuta rendendoci disponibili a seguire le indicazioni di metodo che chi ci accompagna ci proporrà e ad aprire il cuore alle indicazioni di percorso che lo Spirito, attraverso la Parola, ci suggerirà (Is 40, 1-11).

Nella Bibbia, quando Dio chiede uno sbilanciamento radicale verso un nuovo modo di essere, sempre risuona una Parola che, per convincere, tocca il cuore: ”Non temere: io sarò con te”. Ripercorrendo l’esperienza dell’uomo biblico, quando ci mettiamo in relazione con Dio nella preghiera, sentiamo rivolta a noi questa Parola, promessa di una presenza che infonde speranza, fiducia, sicurezza, tranquillità.

Egli, però, rivendica a sé la guida di questo cammino, invitandoci a fidarci anche quando questo si sta realizzando in modi e in tempi diversi da quelli pensati (una diversità di cui occorre scandagliare il senso per porsi operativamente sulla lunghezza d’onda di Dio). Questo affidarsi si realizza solo se nella preghiera lasciamo a Dio lo spazio per rispondere all’accusa di non mantenere le promesse, e gli diamo la possibilità di mostrarci in che modo, attraverso quali persone, con quali attenzioni sta accompagnando la nostra crescita.

L’esperienza da puramente emozionale si fa allora affettiva, perché la relazione non è più solo pensata, creduta per fede, ma vissuta nella concretezza dei problemi che agitano il nostro cuore. Nell’esperienza affettiva la guarigione del cuore diventa storia di salvezza: la pace, la solidità, la libertà interiore non sono soltanto frutto di un raggiunto equilibrio interiore, ma anche e soprattutto della relazione con Dio.

Inserendoci in questa prospettiva, non sforziamoci allora di cambiare, ma limitiamoci a entrare in una relazione personale con Dio, cominciando a dargli del tu. Sarà l’amore, non lo sforzo di volontà, a far nascere da dentro, spontaneamente, il cambiamento.

                                                                                                Michele Bortignon

6/21/2026

L’orma del pellegrino: cap.21 - Povertà o miseria?

L’Università di Alcalà, “Complutensis Universitas Studiorum”, era stata pensata dal cardinal Cisneros come luogo di formazione, da una parte, di un corpo di funzionari preparati a dirigere le strutture di governo, soprattutto ora che la Spagna, terminata la “gloriosa riconquista” della penisola iberica, si stava espandendo nelle nuove terre d’oltreoceano; dall’altra, di ecclesiastici che recuperassero i valori spirituali primitivi del cristianesimo, perdutisi durante il medioevo.

Le sue cinque facoltà - Filosofia, Teologia, Diritto Canonico, Lettere e Medicina - erano dunque frequentate dai rampolli della migliore società, motivati a spendere le loro energie e le loro capacità in ambiziosi progetti.

Non meno ambiziosi erano i progetti di Ignazio, che aveva però imparato a metterli in attesa, aspettando che il Signore gli facesse capire se fossero anche i suoi; e, soprattutto, a non pensare che i mezzi umani fossero indispensabili a realizzarli.

Per questo, come già per il viaggio a Gerusalemme, decise che, se il Signore voleva farlo studiare, avrebbe provveduto Lui al riguardo, e la propria parte sarebbe stata quella di affidarsi alla Provvidenza mendicando.

Fu proprio in uno dei momenti in cui, concluse le lezioni, percorreva Calle Mayor chiedendo un’elemosina ai passanti, che lo videro alcuni suoi compagni di corso:

«Mira al Basco: que asco!»1.

«Una limosnita, por caridad: ya me cansé de la Universidad!»2.

«Dale pan, dale vino, pega pega al peregrino!»3.

Fu tutto un susseguirsi di battute irriverenti, di prese in giro, di scimmiottamenti.

E a Ignazio, sballottato dall’uno all’altro, sembrava quasi di assistere ad una scena di cui non lui era il protagonista, ma il nobiluomo di Loyola ferito nell’onore in dissidio con il pellegrino desideroso di imitare Cristo nella sua passione.

Non passò molto tempo, però, che la gazzarra fu interrotta dalle grida piene di sdegno del direttore dell’ospedale di Antezana: «Ma non vi vergognate? Bell’esempio che dà chi sa di cultura!». E, rivolto a Ignazio: «Vieni, andiamo al mio ospedale: è qui, dietro l’angolo».

L’”Hospital gratuito de Nuestra Señora de la Misericordia”, detto anche “el Hospitalillo”, era stato istituito da don Luis de Antezana per ospitare gli ammalati non in grado di pagarsi le cure mediche di cui necessitavano. Juan Vasquez, direttore della struttura, era un uomo reso pratico dal lavoro che faceva, ma anche profondo dall’averlo scelto come missione per ridare dignità a chi la società scartava come inutile a se stesso e agli altri.

«Dunque: tu studi e non hai di che mantenerti, vero?» tagliò corto il direttore, arrivando subito al punto».

«Si, ma elemosinando conto di poter…».

«Ho detto ai tuoi amici di vergognarsi; non farmelo ripetere anche a te! Lascia fare il povero a chi non può fare diversamente. Tu hai la forza e l’intelligenza per fare ben altro… e non usare le nostre capacità è un insulto a Chi ce le ha date. Invece di aspettare un aiuto dalla Provvidenza, sii tu stesso Provvidenza per chi ha bisogno d’aiuto! Qui c’è un ospedale pieno di gente di cui prendersi cura e non ho abbastanza persone per farlo. Resta con noi: un tetto sulla testa e un piatto di minestra sul tavolo sappiamo ben condividerli!».

«Un alloggio e un amico: questa sì che è Provvidenza!» pensò Ignazio porgendogli lieto la mano ad accettare l’invito. Ma un po’ di vergogna per l’abbaglio spirituale che gli era stato rimproverato la stava pur provando: «Non finirò mai di sbagliare, Signore?».

«Come credi che possa riuscire a insegnarti altrimenti?!» si sentì rispondere.

Sospirando, dovette ammettere che era vero: «E anche questa è Provvidenza!».

Più tardi, mentre riponeva la sacca con le sue povere cose nella stanza che gli era stata assegnata, volle riflettere su quell’ennesimo inganno in cui era caduto: «L’umiltà è stato il drappo rosso che il Nemico, come un toreador, mi ha sventolato davanti al muso per farmi avvicinare a lui e infilzarmi con le sue banderillas prima di darmi la stoccata finale. No: vivere al di sotto delle mie capacità non è umiltà, ma stupidità, incoscienza, mancanza di responsabilità. Il mio spendermi per gli altri deve tener conto dei loro bisogni e delle mie capacità e, così, essere la risposta che Dio ha sognato di dare attraverso di me alle necessità del mondo».

Già: quale risposta? Che cosa voleva essere Dio attraverso di lui per gli altri?

Ignazio sentì che questa era una domanda a cui non poteva sfuggire, se non voleva che la sua missione procedesse a casaccio, tirata qua e là dai bisogni del momento, che casualmente incontrava sul suo cammino.

«Chi sono io in Cristo?» si domandò.

Non occorreva inventare nulla di nuovo: tutta la sua storia con Dio glielo diceva, ogni suo desiderio lo esprimeva: «Io sono un ascolto e una Parola che dà vita!». In queste parole che gli erano salite dal cuore sentiva di riconoscersi: era dunque questo il suo “nome spirituale”, l’orientamento che Cristo aveva impresso alla sua vita attraverso una storia in cui l’aveva messo con Sé, la prospettiva che gli aveva aperto davanti per essere amore con Lui Amore, la missione che gli avrebbe fatto trovare pienamente se stesso, perdendosi completamente per gli altri.

«Grazie, Signore…» disse portandosi la mano al cuore in segno di intimità. «Questo sono io. Davvero! Mi riconosco in queste parole e le accolgo per viverle nel tuo nome, tu che mi sei Padre, compagno in tuo Figlio e guida nel tuo Santo Spirito».

E, rivolgendosi alla Vergine, «Hai mantenuto la promessa: ora mi sento veramente messo con tuo Figlio; non soltanto per slancio affettivo, ma per condivisione di una stessa missione!».

Ignazio si ambientò immediatamente tra le sale del nuovo ospedale. Con i malati, in fondo, ci sapeva fare: il tirocinio all’ospizio di Santa Lucia, a Manresa, lo aveva formato all’essenziale del prendersi cura, che è un toccare l’anima attraverso il corpo. Sapeva che un gesto fatto nel modo giusto al momento giusto parlava al cuore più di tante parole… perché spesso è il cuore ferito che fa ammalare il corpo, trascinandolo in un dolore per il quale non esistono medicine.

Un ascolto e una Parola che dà vita”: avvicinandosi con affetto ai malati, lasciandosi toccare dalle loro sofferenze e nutrendo in sé un silenzio da cui, al momento opportuno, emergeva spontaneamente la Parola giusta, aveva scoperto che, per “aiutare le anime”, non occorreva svolgere un’attività particolare, ma vivere, con lo stile che il suo nome spirituale indicava, qualsiasi attività in cui si fosse impegnato.

Quando questo pensiero gli penetrò nel cuore, si sentì pervadere da una gioiosa leggerezza: «Essere con Cristo non significa fare qualcosa per Lui e nemmeno con Lui: è semplicemente lasciarmi essere quello che “io sono”, quello che, nella profondità della mia personalità, è la tendenza che mi fa sentire profondamente bene con me stesso e con gli altri, il sogno che mi fonde con quell’Oltre rispetto a me che mi fa nascere all’assolutamente unico che io sono».

Quella sera, dopo il pasto consumato assieme, anche Juan volle tornare sull’argomento. Il suo era il punto di vista di chi vede il problema del singolo come espressione e conseguenza di un problema della società: «La sofferenza è provocata dalle strutture di ingiustizia in cui ci siamo organizzati» osservò. «Sono queste che vanno guarite. E il primo passo per farlo è smascherare l’alibi offerto a buon mercato dalla pratica dell’elemosina: l’elemosina tranquillizza la coscienza facendoti sentire a posto, lasciandoti pensare che hai fatto abbastanza; e ti esime così dal pensare a come sistemare le situazioni di ingiustizia che hai contribuito a creare. In questo senso può diventare il paravento dell’ipocrisia!».

Qual era il giusto approccio? L’attenzione alla persona o l’impegno nel sociale? Entrambi avevano il sapore della verità!

La pace che ugualmente sentiva nel considerare e l’uno e l’altro gli fece capire che non si trattava di un’alternativa: erano, semplicemente, strade diverse che portavano allo stesso punto, entrambe indispensabili per costruire un mondo più vivibile.

E ciascuno, nella sua sensibilità, nello stile che il proprio nome spirituale gli suggeriva, camminava su quella che sentiva più sua.

Per quel giorno era abbastanza. Anche le emozioni, oltre che le fatiche, possono sfiancare. Ma, se sono buone, è una stanchezza che reca con sé un sonno ristoratore.

Prima di addormentarsi, Ignazio desiderò un attimo di tenerezza con il suo Signore. Gli si accoccolò tra le braccia, e gli sussurrò all’orecchio un’antica preghiera che gli piaceva tanto:

Signore Gesù Cristo,

compagno e aiuto del malato,

speranza e fiducia del povero,

rifugio e riposo di chi è stanco,

asilo e porto per quanti percorrono

la regione delle tenebre,

nella terra della malattia sii Tu il mio medico,

nella terra della stanchezza sii Tu a darmi forza.

Da’ vita alla mia anima,

rendimi la tua dimora,

fa’ abitare in me il tuo Santo Spirito” 4.


1 «Guarda il Basco: che schifo!».

2 «Una piccola elemosina, per carità… Mi sono stancato di andare all’Università».

3 «Dagli pane, dagli vino, batti batti il pellegrino!»

4 Atti di Tommaso, 156 Cfr.