2/16/2026

L’orma del pellegrino: cap.17 - Sui banchi di scuola

A Gerusalemme Iñigo aveva capito che non ci si avvicina a Cristo cercandolo nei suoi luoghi, ma accorgendosi che Lui ci è vicino nei nostri. In questi, dunque, e non in quelli si manifesta la sua volontà e qui va cercata, letta e realizzata.

L’unica cosa che era rimasta ferma in quel turbinio di posti e di avvenimenti succedutisi nel suo pellegrinaggio era la chiamata ad “aiutare le anime”. Se a questo era chiamato, in questo sentiva di dover crescere perché il suo servizio al prossimo potesse essere sempre nello stile di quel Dio che, quando fa le cose, le fa bene, al punto da poter dire «E’ cosa buona!». Solo a queste condizioni si sarebbe dichiarato soddisfatto, potendo allora affermare che il suo agire era “Ad maiorem Dei gloriam”.

Come, dunque, crescere nella sua capacità di aiutare le anime?

Un suo dubbio a questo riguardo era stato subito risolto. Doveva mettersi sotto la guida di un maestro spirituale? A Manresa aveva conosciuto un monaco cistercense che stimava molto per la sua conoscenza delle vie di Dio. Ma, tornato da lui, gli dissero che era morto. Lo lesse come un segnale: non era quello di cui aveva bisogno. Dio gli stava insegnando già Lui le sue vie, facendogliene fare esperienza in se stesso e nelle persone che accompagnava.

Tornò dunque a Barcellona e si fece consigliare da Isabella Ferrer, che conosceva per averlo ospitato durante la sua precedente permanenza, prima di partire per Gerusalemme. Un’opinione esterna lo avrebbe aiutato a considerare con più obiettività la situazione.

«Credo che il primo passo sia di studiare il latino», gli rispose la donna. «Se vuoi parlare non solo a nome tuo, ma anche della Chiesa, devi conoscere la lingua in cui essa ha espresso la sua comprensione di Dio. Se vuoi, ti presento al maestro Gerolamo Ardévol, che, oltre a tenere la cattedra di grammatica latina all’Estudio General, è uno dei fondatori dell’Accademia di Studi Umanistici di Barcellona; persona, dunque, di grande spessore culturale, che potrà farti crescere non solo nella conoscenza della lingua, ma anche della cultura latina».

«Ma io non posso permettermi l’impegno economico di una scuola vera e propria… La mia intenzione è di studiare qualcosa per qualche tempo, il tanto che basta a sapermi esprimere con proprietà…».

«Non se ne parla nemmeno!» lo interruppe Isabella. «Tu hai un dono nell’aiutare gli altri. Lascia allora che gli altri aiutino te perché tu possa aiutarli ancora meglio. Per i soldi non ti devi preoccupare: penserò io a quel che serve per il tuo mantenimento; e sono sicura che il maestro Ardévol sarà altrettanto disponibile e ti insegnerà gratuitamente».

Iñigo iniziò così i suoi studi, adulto1 in una classe di ragazzini.

Ben presto si accorse che alla sua età non era più così facile mandare a memoria coniugazioni e declinazioni. Le ore dedicate allo studio sembravano non finire mai e la mente, di tanto in tanto, si allontanava per proprio conto, sulle ali di pensieri che lo portavano vicino al suo Signore o a considerare i problemi delle persone che accompagnava, con intuizioni che gli aprivano prospettive nuove e interessanti, in cui era piacevolissimo soffermarsi. Questo era il suo mondo, e in esso si addentrava cogliendovi frutti saporosi e nutrienti. Quando però ne era sazio, quella luce si affievoliva, spegnendosi sul grigiore del foglio, da cui la noia di quel “rosa, rosae, rosae, rosam, rosa” gli piombava nuovamente addosso come un macigno.

«Se questa fatica mi uccide, sarà segno che questa non è la mia strada…» cominciò a pensare. «Perché impantanarmi in questa inutilità quando nel cielo della spiritualità volo con ali d’aquila?».

Se lo stava chiedendo anche il giorno dopo, al termine di una mattinata non precisamente entusiasmante, in cui, guardandosi attorno, aveva colto nello sguardo dei suoi compagni di classe un’analoga mancanza d’interesse. Diverso lo sguardo dei loro genitori venuti a prenderli all’uscita di scuola: nei loro occhi aveva invece colto un lampo d’orgoglio per quei loro figli che stavano acquisendo una cultura capace di aprire loro una strada verso professioni importanti.

«Questi ragazzi hanno chi sa guardare alla loro vita con una visione d’insieme, che coglie nell’oggi i germogli del domani. Hanno chi non permette loro di arrendersi alla noia, sapendo che perdere questa battaglia sarebbe la sconfitta di una vita. La miopia non è lo sguardo di chi ama…».

Una stretta al cuore lo scrollò dalla strisciante, nostalgica invidia che l’aveva preso, a dirgli che un Padre ce l’aveva anche lui. Ma la fiducia che Questi in lui riponeva era così grande che, dopo averlo contagiato con il suo sogno, non intendeva sostituirsi a lui nel discernimento della strada su cui realizzarlo.

«Certo, il discernimento… quel riuscire a distinguere il bene dai grandi orizzonti da quello di piccolo cabotaggio, il sogno che rende grande una vita dal piacere che fa luccicare un attimo, la pace che ti allarga il cuore all’infinito dal sollievo di un momento…».

I ricordi lo riportarono al periodo di convalescenza nella casa paterna dei signori di Loyola, quando, bloccato a letto con una gamba ridotta in pezzi da una palla di cannone, aveva notato la diversità di stati d’animo che letture diverse suscitavano in lui: le gesta dei cavalieri lo entusiasmavano, ma, rientrato dalle fantasie di quel mondo sfavillante, nulla gli rimaneva che gli cambiasse la quotidianità del reale; al contrario, le lotte dei santi contro la forza del male che scoprivano in sé e nel mondo circostante lo turbavano, ma rimanevano a lavorare dentro di lui come nostalgia di un qualcosa che lo chiamava a sé.

Aveva allora capito che non ciò che appare bene è senz’altro bene, né ciò che appare male è senz’altro male… Non l’istintività guidata da appetiti e paure può distinguere, ma il cuore in ascolto del tocco gentile ma fermo di un Dio che sa vedere lontano.

«Ma, allora… quelle luci… quelle intuizioni…?!».

Ciò che non è germoglio di una pianta che può dar frutto abbondante, bensì sbocciare di un fiore effimero, può essere bello, ma non sempre è buono. Anche il lampo divampa e stupisce, ma la sua luce non serve per leggere.

La vera consolazione, l’abbraccio di Cristo che ti fa uno con sé, è dove il suo Spirito entra in consonanza col tuo: dove la sua fiducia in te fa nascere la tua fede in Lui, dove la sua speranza ti porta a credere nel futuro, dove il suo amore per te alimenta il tuo amore per gli altri.

«Ma come sono arrivato a prendere un abbaglio del genere?!» si chiese Iñigo. «Come ha potuto il Nemico penetrare all’interno delle mie difese quasi senza che me ne accorgessi?».

E quella parola, “Nemico”, gli riportò alla mente il tempo in cui aveva combattuto in difesa di Pamplona assediata dai Francesi. Ogni buon generale sa che, per far capitolare una città, occorre studiarne con attenzione le difese, fino a individuarne il punto debole; e lì scatenare l’attacco. Così era stato con lui: il Nemico l’aveva attaccato nel suo sentire inutile e noioso quel che stava facendo… e stava ottenendo di farglielo abbandonare, e con esso tutto il bene che lo studio poteva dargli per realizzare il suo scopo: aiutare le anime.

Aveva imparato come reagire a queste tentazioni: facendo il contrario di ciò a cui esse volevano portarlo. Se era fargli abbandonare lo studio, vi si sarebbe allora impegnato con tutte le sue forze. Così bisognava fare: il demonio si dimostrava forte con i deboli e debole con i forti. E tra quest’ultimi egli voleva essere annoverato.

Sapeva anche che al “divisore” piace mestare nel torbido: prende forza dal non aprirti a chi può consigliarti, quando la sua voce alimenta il tuo dialogo interiore, mettendo tutto in dubbio. Anche qui bisognava “agere contra”, rivelando le sue trame, aprendo le finestre della mente per farvi entrare la luce da fuori. Chiese dunque al suo maestro di farsi garante dell’impegno che prendeva di fronte a lui: «Io vi prometto di non mancare mai alle vostre lezioni nei prossimi due anni, solo che trovi, qui a Barcellona, un po’ di pane e acqua per sostentarmi».

Avrebbe messo lo studio al primo posto, davanti a tutti i suoi altri impegni, ridimensionando, se del caso, quest’ultimi. Se tante sono le cose buone, non serve scegliere, ma semplicemente fare ordine: le cose secondarie si fanno dopo le più importanti, nei tempi lasciati liberi da queste. Si trattava di far ordine nella propria vita, così da poter scegliere tenendo presente il progetto che si era dato, e non facendosi tirare qua e là da voglie o pigrizie.

«Da parte mia, solo una cosa», gli disse il maestro. «Ho notato che hai ripreso le mortificazioni di un tempo. So che lo fai per diventare forte contro le tentazioni… ma attento a non ingannarti: penitenza vera è renderti libero dalle tue pigrizie, dalle tue poche voglie, facendo invece al meglio il tuo dovere. Studiare è ora la tua penitenza!».

Queste parole colpirono profondamente Iñigo, che ne fece oggetto di preghiera per diversi giorni. E alla fine capì: «E’ vivere nel tuo Spirito a farmi uno con Te, Signore, non l’imitarti in quel che hai vissuto con penitenze e mortificazioni. Che stupido sono stato! Ma perché, Signore, non me l’hai fatto capire quando ne ero illuso?!».

Lassù, nei cieli, Dio sorrise, perché forse nemmeno questo era l’ultimo passo… Ma Lui era comunque contento di premiare ogni tappa intermedia di ogni suo figlio… condendola subito dopo con un po’ di sana inquietudine per non permettergli di fermarsi in essa.


1 All’epoca aveva 33 anni

2/01/2026

Lo stress che fa ammalare

Ho conosciuto qualcuno a cui è successo proprio così: un periodo di stress emotivo e si è ammalato. Gravemente.

La medicina dice che lo stress indebolisce le difese immunitarie: il corpo inizia a produrre quantità sempre maggiori di cortisolo, l’ormone dello stress, che nell’immediato aiuta a reagire con prontezza e mente sveglia alle situazioni; per far questo, mette però l’organismo in “risparmio di energia” riducendo la produzione dei linfociti. Componenti fondamentali del sistema immunitario, queste cellule sono in grado di uccidere la gran parte dei patogeni. Nel lungo periodo, con meno linfociti in circolo, il nostro corpo è però molto più soggetto al rischio di infezioni e, quando si ammala, ha bisogno di più tempo per guarire. Un’eccessiva concentrazione di cortisolo per un periodo troppo lungo può inoltre provocare seri danni psicofisici all’organismo, aumentando la pressione arteriosa e quindi l’insorgenza di problemi cardiaci, problemi digestivi, ansia, depressione e disturbi del sonno.

Ma come nascono queste situazioni di stress nei rapporti con le altre persone?

L’altro fa qualcosa che mi dà fastidio, va contro i miei interessi, mi ferisce o mi fa preoccupare per lui. La prima volta lascio perdere, sperando se ne accorga da solo. La seconda glielo dico, ma lui tira fuori qualche scusa. La terza alzo la voce e ne ottengo, da parte sua, una strenua difesa delle sue posizioni, quando addirittura non mi fa passare dalla parte del torto perché non dovevo dirglielo in quel modo o perché “anche tu quella volta hai fatto lo stesso”.

Nella migliore delle ipotesi stabiliamo delle regole di comportamento… che poi vengono puntualmente disattese quando gli fa comodo, anzi “è assolutamente impossibile” fare diversamente. Noi crediamo che le nostre evidenti ragioni debbano evidentemente imporsi, ma l’altro ha le sue ragioni, a cui spesso ne sottostanno altre ancora, inconsce, a cui non può sottrarsi perché, pur malamente, hanno strutturato il suo modo di essere.

Cosa fare allora? Ognuno per la sua strada? E se non è possibile? Gesù ha una soluzione, che esprime attraverso un’iperbole (ossia un’immagine volutamente esagerata per far meglio capire il concetto): “Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due” (Mt 5, 38-41). Reclamare i propri diritti? Sì, giustizia! Sarebbe bello che gli altri cambiassero per farci stare meglio! Ma gli altri spesso non cambiano. E allora che facciamo? Continuiamo a roderci il fegato nelle aspettative e nelle pretese? E intanto continuiamo a vivere stressati perché il problema non si risolve? Gesù ci dice: «Senti: non cambiano gli altri? Cambia tu!». Come dice il proverbio: per non ferirti i piedi, invece di ricoprire di tappeti dove devi camminare, mettiti un paio di scarpe! Voglio riuscire a stare in piedi da solo, non perché gli altri mi assecondano. Il mio star bene voglio essere io a costruirmelo; se lo faccio dipendere dagli altri sono fritto! Riesci a vedere l’illusorietà, la fragilità, la temporaneità di una situazione in cui sono gli altri ad accontentare le tue pretese?

Questo non vuol dire rinunciare a confrontarsi, a parlarsi, a chiedere (sempre nei momenti giusti ed esprimendo cosa provoca in noi il comportamento dell’altro, senza giudizi e accuse), ma rendendosi conto che tutti, e noi per primi, abbiamo bisogni che a volte si mettono in rotta di collisione con quelli di chi ci sta vicino, ed è intelligente colmarli dove possiamo, senza pretendere sia lui a farlo. Ci vuole tanta pazienza, misericordia e… creatività.

E l’altro tornerà ad occupare il posto che gli compete: un dono da gustare per quel che può e vuole darci.

Michele Bortignon

1/16/2026

L’orma del pellegrino: cap.16 - Le due strade

Tornato a Venezia non senza qualche disavventura (delle tre navi che erano partite, la sua era stata l’unica a salvarsi dal naufragio, durante una tremenda tempesta che le aveva colte), Iñigo si era incamminato lungo la via Romea giungendo a Ferrara. Di qui aveva intenzione di continuare per Genova, da dove l’imbarco lo avrebbe riportato a Barcellona.

La citta degli Estensi lo accolse nelle sue ampie vie che confluivano verso il castello e la cattedrale. Per la notte si fermò a riposare sotto un androne attiguo al Palazzo dei Diamanti. Con l’immagine ancora negli occhi del maestoso edificio dalle pareti bugnate con blocchi di marmo piramidali, si addormentò. E il sogno lo prese con sé a reimpastare emozioni e interrogativi, timori e desideri in immagini e storie che trasformavano simbolicamente esperienze già vissute, aprendole a nuove comprensioni.


E nel sogno gli sembrò di entrare in un sontuoso palazzo. Nella sala del trono, imponente e volitivo nell'aspetto, era seduto Lucifero, il capo degli angeli caduti. E, dappertutto, innumerevoli demoni, chiamati a raccolta per spargersi in tutto il mondo, chi in una città, chi in un'altra, senza tralasciare alcun luogo né alcuna persona. E questo era l’ordine loro assegnato: «Imbrigliate gli uomini sotto il mio potere, cominciando ad attirarli con l'avidità delle ricchezze, da cui passeranno alla ricerca del successo e infine al desiderio del potere; da qui cadranno poi facilmente in tutti gli altri vizi».

Svanì quella scena e apparve un rado oliveto sulla cima di un colle. E, tra le piante, Gesù con i suoi discepoli e tanti amici seduti ad ascoltarlo. E questo era l’invito che Egli rivolgeva loro: «Andate in tutto il mondo ad aiutare le persone a risorgere dalle loro morti. E a chi di loro vorrà, come voi, seguirmi, indicate la via su cui sto camminando: la disponibilità all’ascolto delle chiamate che il Padre rivolge attraverso la vita, la disponibilità ad affrontare l’umiliazione e il disprezzo per rimanere loro fedeli, la disponibilità al servizio per realizzarle; da qui raggiungeranno poi facilmente tutte le altre virtù»1.

E, nel sogno, si vide cadere ai piedi di Gesù, pregandolo di sceglierlo tra i suoi: «Dimmi cosa devo fare, mio Signore. I miei sogni, i miei progetti, perfino il mio desiderio di aiutare le anime… tutto depongo ai tuoi piedi: né questo né altro io voglio se non sarai tu a ridarmelo secondo quanto mi ispirerai e giudicherai più utile per rimanerti accanto a servizio del tuo Regno».

Al risveglio entrò nella cattedrale per continuare con Cristo quel loro colloquio iniziato nel sogno. «Cosa devo fare?» riprese Iñigo. E la risposta lo aspettava appena fuori del tempio, in tanti poveri in attesa di un gesto di attenzione.

Al primo che gli chiese l'elemosina porse un marchetto. Subito ne venne un altro, e anche a lui diede un'altra moneta spicciola che valeva un po’ di più. A un terzo, avendo ormai solo dei giuli, diede un giulio. I mendicanti, vedendo che faceva l'elemosina, continuarono a venire, e così se ne andò tutto il gruzzolo datogli al suo ritorno a Venezia dallo spagnolo che lo aveva ospitato prima della partenza per Gerusalemme. Alla fine vennero molti insieme, ma egli si scusò con loro perché non aveva più nulla.

«Se non sto attento» si disse, «anche quel poco che ho rischia di diventare un attaccamento alla sicurezza che può darmi; non solo: rischia di privarmi, come fa con il ricco, dell’apertura alle chiamate della vita e della disponibilità a rispondervi con libertà.

Ti offro dunque, Signore, la mia decisione di tenere solo quanto, giorno per giorno, mi serve per vivere. Confermala, se questa è pure la tua volontà, con la tua consolazione».

Il giorno successivo, giunto ormai il tramonto, il pellegrino si trovò a transitare nei pressi di un accampamento dell’esercito imperiale; chiese qualcosa da mangiare e il capitano in persona gli offrì cortesemente anche un posto per dormire.

Il fuoco di bivacco, in quella serata uggiosa, invitava a fermarsi per riscaldarsi un po’ prima di coricarsi. Iñigo si era fatto presso alle braci e anche il capitano, probabilmente stanco di non avere che i propri soldati per compagnia, si avvicinò, fermandosi con lui a conversare. Da molto tempo mancava da casa a causa di quell’interminabile guerra con i francesi per il possesso del Ducato di Milano; e, assieme alla nostalgia per la famiglia lontana, anche l’amarezza per come stavano andando le cose si faceva sentire, rendendolo critico nei confronti del sovrano spagnolo: «Per diventare imperatore, oltre che comprare a caro prezzo i principi elettori, Carlo ha dichiarato: “La nostra vera intenzione e la nostra vera volontà è di alimentare e di procurare la pace in tutta la cristianità e di impiegare totalmente la nostra forza e la nostra potenza per la difesa, conservazione e ampliamento della nostra fede” 2. Ma, come vedi, Carlo promette la pace e la impone con la forza, eliminando ogni possibilità di divergenza interna all’impero. Le realtà locali avvertono il peso schiacciante di un dominio che vuole annullare le differenze in nome di un’unità che però significa omologazione alla volontà del più forte; e, nella loro debolezza, appoggiano la Francia, unica potenza in grado di contrapporglisi; salvo poi, opportunisticamente, tornare al suo fianco quando lo vedono vincitore, in un continuo altalenare di alleanze».

«Ne so qualcosa» intervenne Iñigo: «Ero anch’io nelle sue truppe a difendere Pamplona quando i Francesi hanno cercato di riconquistare la Navarra approfittando della rivolta dei Comuneros, che rivendicavano per la Spagna una monarchia costituzionale».

«Vedi bene, dunque, che l’ideale propugnato da Carlo - la pace universale - rivela il suo vero volto: un paravento ideologico a una ricerca personale di ricchezza, di successo, di potere. Altrimenti, se la preoccupazione fosse davvero quella di fare il bene del popolo, la cosa più logica sarebbe mettere in pratica ciò che sta suggerendo Erasmo da Rotterdam». Così dicendo, estrasse un libretto che teneva riposto nel giustacuore, e ne lesse un passo su cui doveva aver riflettuto parecchie volte: «“Riterrei che sarebbe utile alla pubblica tranquillità del mondo cristiano se si stabilissero con precisi pubblici trattati i confini di ogni Stato e se, una volta stabiliti, essi non potessero essere né arretrati né avanzati per legami di parentela o in virtù di trattati; inoltre che fosse completamente abolito il diritto fondato su antichi titoli che ognuno suole pretestuosamente accampare. E se qualcuno protestasse perché così si toglierebbe ai principi non so quale loro diritto, vorrei che costui riflettesse se si può considerare equo che per simili diritti, che uno ha veramente o finge d’avere, l’orbe cristiano sia senza fine tormentato da armi empie e omicide, tanti innocenti siano uccisi o rovinati, tante donne che non lo meritano siano afflitte e corrotte, e, infine, debba essere introdotta nella vita della società tutta quella tragica serie di mali che ogni guerra porta con sé” 3».

Il mattino seguente, di buon’ora, Iñigo prese congedo dal comandante. «Non proseguire per la strada principale» gli raccomandò quest’ultimo: «Ti troveresti ad attraversare le linee delle truppe francesi!». E gli consigliò un itinerario alternativo, attraverso zone poco abitate, in cui i soldati di Francesco I° non si erano spinti.

Iñigo si incamminò, ma, giunto al bivio indicato, si fermò a pensare: «La scelta che ho fatto, di vivere solo di ciò che ogni giorno posso raccogliere mendicando, mi rende impossibile passare per luoghi disabitati, altrimenti dovrei portare con me delle provviste! Voglio dunque rimanere fedele alle ragioni della mia scelta piuttosto che a quelle della prudenza. Non per principio, ma perché voglio sperimentare che “tutto concorre al bene di chi ama Dio” 4 e a Lui si affida».

Proseguendo dunque per la strada principale, passò per un villaggio bruciato e distrutto, e così fino a sera non trovò nessuno che gli desse qualcosa da mangiare. Al tramonto giunse a un borgo fortifica­to; immediatamente le sentinelle, pensando che fosse una spia, lo arrestarono, lo spogliarono, lo perquisirono e lo sottoposero a un duro interrogatorio; ma egli continuava a rispondere che non sapeva nulla. Non riuscendo a fargli confessare le intenzioni che essi sospettavano in lui, lo condussero, così spogliato, attraverso le strade del paese fin dal capitano della guarnigione. Questi lo interrogò a sua volta, dicendo: «Non mi dici nulla? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di torturarti per farti parlare?». 

Questa minaccia fece per un momento vacillare la sua determinazione. Doveva parlare? E cosa doveva dirgli? La posizione dell’accampamento degli spagnoli? Lo scoraggiamento che serpeggiava tra le truppe? Lui che sentiva come missione quella di portare la pace nel cuore degli uomini, con le sue parole avrebbe causato altre lotte e altre sofferenze…

No: le conseguenze prevedibili dicevano che questa era una tentazione. «Certo: parlando, potrei salvarmi la vita!» pensò. «Ma che cosa è più importante? Una vita senza una missione da compiere o portare a termine la mia missione a costo della vita? Per il mondo pazzia è perdere la vita per inseguire un sogno, ma con Cristo considero pazzia rinunciare al mio sogno per salvarmi la vita. Questa tentazione sta mettendo alla prova la verità della mia disponibilità a Dio, del mio desiderio di essere con e come Cristo! E contro di essa reagirò con forza!». Appoggiandosi alla libertà interiore che aveva recuperata decidendo di non farsi dominare dalla paura, dall’attaccamento alla vita, si diede il diritto di pensare con calma a quello che doveva dire e di scegliere cosa dire. E così pronunciò solo poche parole, con lunghe pause tra l'una e l'altra: «Io sono uno che cerca… E quello che cerco è essere con Cristo e come Cristo… Per questo cerco la povertà con Cristo povero piuttosto che la ricchezza…, le umiliazioni con Cristo umiliato piuttosto che gli onori…; inoltre preferisco essere considerato stolto e pazzo per Cristo, che per primo fu ritenuto tale, piuttosto che saggio e accorto secondo il giudizio del mondo…»5.

«Si, un pazzo! Ecco cosa sei: un pazzo!» gridò esasperato il capitano. E, rivolto ai suoi uomini: «Quest'uomo è un demente; ridategli la sua roba e cacciatelo via».

Fuori il sole brillava come non mai e i suoi raggi, in quella fredda giornata di fine inverno, gli si fecero intorno come una carezza, come un abbraccio caldo a cui volle abbandonarsi:

«Signore, non si inorgoglisce il mio cuore

e non si leva con superbia il mio sguardo;

non vado in cerca di cose grandi,

superiori alle mie forze.

Io sono tranquillo e sereno

come bimbo svezzato in braccio a sua madre,

come un bimbo svezzato è in Te l'anima mia6.

Si, questo è il mio tesoro e la mia forza: il tuo abbraccio, Signore. Qui voglio stare, da qui voglio partire, qui voglio accompagnare chi ti cerca».

E, ripresa la strada, sentì nel cuore che la sua ricerca era finita: quel Cristo che tanto aveva cercato era lì, accanto a lui, a camminare con lui verso un sogno.


1 EE.SS. 136-147

2 Dal “Manifesto agli elettori dell’impero”, 1519

3 Erasmo da Rotterdam, Historiae Augustae

4 Rm 8, 28

5 EE.SS. 167

6 Sal 131

1/01/2026

Gestire le tentazioni

Scatti di collera, uscite inopportune, piaceri rubati, intemperanze nel mangiare e nel bere, piccole vendette, voler avere l’ultima parola, schivare certi obblighi, frodare il fisco, sorpassi azzardati, porno in internet, pettegolezzi e maldicenze, non curarmi adeguatamente, non tollerare un ritardo, perdere la pazienza con chi non capisce subito… c’è tutta una serie di peccati che tendiamo a non riconoscere come tali o a giustificare con pensieri del tipo:

  • è una giusta reazione a quel che hanno fatto;

  • tanto non se ne accorge nessuno;

  • ma cosa vuoi che sia, non è nulla di grave!

Certo, non sono un uccidere l’altro, ma un ignorare i suoi bisogni per mettere al centro i miei. E, come abbiamo sempre detto, il bene autentico è quello che fa bene a me e a te contemporaneamente.

Le giustificazioni, poi, avvalorano un modo di pensare che fa di questo autocentramento e della conseguente indifferenza all’altro uno stile di vita.

Prima ancora di essere una scelta, questi comportamenti conseguono al lasciar campo libero alle nostre emozioni: rabbia, preoccupazioni, ansia, paura, cupidigia, lussuria, rancore; emozioni che non trovano resistenza in noi e ci fanno reagire come vogliono loro.

Per evitare questo andirivieni inconsulto i padri del deserto dicevano che la cosa da fare è mettersi alle porte del cuore e chiedere a ogni pensiero che sopraggiunge: «Sei dei nostri o vieni dal nemico?». Come capire se un pensiero è dei nostri? Semplice: se mi aiuta a raggiungere lo scopo che ho dato alla mia vita. Devo dunque, prima di tutto, aver chiaro chi voglio essere. Non è dunque una questione morale, ma di avere le idee chiare. Dice un detto che mi è piaciuto: Se non sai con chiarezza dove vuoi arrivare, rischi di trovarti altrove e di non accorgertene.

In sostanza, da una parte gestisco i miei comportamenti mediando i miei bisogni con quelli degli altri, perché sono convinto che questo possa portare a tutti benessere, dignità, gioia, serenità. È la scelta di chi sta bene con gli altri; dall’altra lascio briglia sciolta alle mie emozioni e assecondo le loro pulsioni, soddisfacendo appieno i miei bisogni senza preoccuparmi se questo appesantisce la fatica di vivere dell’altro, aggrava i suoi problemi, lo legga ancor più strettamente alle sue schiavitù, lo affonda definitivamente nelle sue povertà: è la scelta di chi sta bene a spese degli altri.

Facile adesso, per noi cristiani, dire: «La mia scelta è chiara!». Ma le emozioni che agiscono in chi le asseconda senza freni agiscono anche in te che hai deciso di non seguirle.

In termini spirituali, le chiamiamo “tentazioni”. Il problema è come gestirle.

Provo a darti qualche indicazione per quando ti troverai faccia a faccia con qualcuna di esse.

Innanzitutto tranquillo: la tentazione è la normalità della vita umana, non l’eccezione da cui tirarsi fuori a disagio il più presto possibile come fosse qualcosa di sbagliato.

La tentazione è un’esperienza spirituale, un’esperienza, cioè, degli spiriti che ti muovono, una palestra per il discernimento, un esercizio spirituale.

Tranquillo. Anche qui non lasciarti prendere dall’ansia, ma crea uno spazio di decompressione: non dire, non fare, non decidere niente. Aspetta e osserva l’agitarsi dello spirito del male: cosa sta cercando di farti fare? Lascia perdere ora le tue considerazioni: è lui che cerca di tirarti dalla sua parte! Lascia sia Dio a rispondergli, con le parole delle Scritture.

Osserva cosa sta succedendo in te e rispondi: “Sta scritto…”; se non ti viene in mente nessuna frase delle Scritture, pensa cosa farebbe Gesù se fosse al posto tuo.

Respira. Calmati. Invoca il Signore.

Osserva e rispondi.

Alla fine ringrazia Dio per aver permesso questa tentazione e digli cosa hai capito.

Mostra a Lui la tua fragilità.

Consegna a Lui le tue ferite.

Ricorda a te stesso chi vuoi essere.

Ecco, ora puoi decidere cosa fare.

Puoi anche decidere di assecondare la tentazione: sei libero!

Solo, prima pensa che è stato Dio a darti gli strumenti per esserlo.

Anche le tue cadute sono grazia: non puoi capire cos’è la salvezza se prima non hai fatto esperienza di cosa sia l’inferno!

Non è male, infine, che ogni tanto tu ti confronti con il tuo accompagnatore a questo riguardo e, riconoscendo le tue cadute, nel sacramento della confessione incontri il perdono di Dio che ti aiuta a ricominciare di nuovo, senza essere appesantito dai sensi di colpa.

Se vuoi, all’atto di dolore nella formulazione tradizionale potresti sostituire la formulazione seguente, che tiene conto delle indicazioni che ti ho appena date:


ATTO DI DOLORE

Eccomi, Signore, davanti a Te

per ricordare chi voglio essere

con il tuo aiuto.

Mi sono lasciato travolgere dalle emozioni

che hanno fatto di me

quel che hanno voluto.

Ridammi il silenzio del cuore

in cui vedere quel che sta succedendo

e scegliere solo ciò che mi mette con Te.

Confido che Tu sei con me

anche quando io non sono con Te.


Michele Bortignon

12/15/2025

L’orma del pellegrino: cap.15 - Gerusalemme

Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore»” 1. Tutte le famiglie del villaggio si erano date ritrovo nella piazza per partire assieme. E la carovana si era incamminata lungo piste polverose fino a raggiungere il Giordano. Costeggiandolo, erano arrivate a Gerico, dove altre comitive, provenienti un po’ da tutto il paese, si stavano radunando per affrontare la salita verso il monte di Sion: Là salgono insieme le tribù, le tribù del Signore, secondo la legge di Israele, per lodare il nome del Signore” 2. Dopo un’ultima svolta del percorso tra le colline, la città santa era loro apparsa in tutta la sua bellezza: “Gerusalemme è costruita come città salda e compatta” 3. “E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme!” 4: prima di entrare e salire al tempio per presentarsi a Dio, bisognava purificarsi con un bagno rituale: “Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronunzia menzogna, chi non giura a danno del suo prossimo” 5. E, dopo questo esame di coscienza, riconosciuta la propria situazione interiore, ognuno acquistava un animale da offrire in sacrificio di espiazione o di comunione e ottenere così “benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza” 6.

Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe” 7. Ma chi cerca il volto di Dio era rinviato a riconoscerlo nel fratello, vivendo assieme a lui nella pace: “Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: «Su di te sia pace!»” 8. E, nella catechesi finale, il sacerdote lo congedava ricordandogli che ogni uomo è un tempio, in cui è presente il Dio che vuole contagiare tutti con la sua santità. Per questo la “Menorah”, la lampada a sette bracci che ardeva nel tempio spandendo luce attorno, tutti avrebbero dovuto vederla accesa in lui, nella libertà, nella gioia e nella serenità che era chiamato a vivere nelle sue relazioni.

Così gli ebrei compivano il loro pellegrinaggio annuale a Gerusalemme. E il loro testimone era stato raccolto dai cristiani, che quello stesso Dio avevano riconosciuto non più mistero e silenzio in un tempio di pietre, ma Parola vivente incarnata in un uomo che in quei luoghi aveva mostrato l’amore che dà vita donando per amore la propria vita.

Che cosa attirava i pellegrini a intraprendere il “santo viaggio”? Per ogni cristiano, con Gesù la Palestina era diventata il luogo di congiunzione tra la terra e il cielo, tra Dio e gli uomini, tra l’eternità e la storia: “Fin dall’eternità le tre Persone divine, vedendo gli uomini che vivono come ciechi rovinando la propria esistenza, stabiliscono che la seconda Persona si faccia uomo per salvare il genere umano; così, giunto il tempo prefissato, inviano l'angelo Gabriele a nostra Signora” 9. In un tempo e in un luogo preciso della storia del mondo, Dio si era incarnato per mostrare in sé, fatto uomo, che cosa è un Uomo.

E, se Gesù Cristo era stato la Parola di Dio rivolta agli uomini, la Palestina era la carta da lettere su cui quella Parola era stata scritta. E su di essa quella Parola ancora poteva essere letta: il tempio di Gerusalemme e il villaggio sperduto tra i campi, l’oliveto ombroso e la strada che attraversa il deserto, l’albero di Fico e l’arbusto del Senape, le acque del lago di Tiberiade e quelle del Giordano, i pastori con le loro greggi e i pescatori che rassettano le reti… tutto ciò era stato sfondo della vita del Cristo e protagonista con Lui degli episodi riportati dalle Scritture. Ora che Gesù era tornato a essere Parola al di fuori del tempo, quelle pietre, quelle piante, quelle acque, i visi e i passi di quelle persone continuavano a rimandarne l’eco di incarnazione, rendendola concreta e tangibile nell’oggi.

Gerusalemme, per il pellegrino Iñigo, costituiva perciò il termine del viaggio, il luogo in cui avrebbe finalmente potuto vivere in colloquio costante e diretto con il suo Signore, interrogando e facendosi raccontare da quelle pietre, da quelle piante, da quelle acque, da quelle persone chi Lui era stato, il vero significato di ciò che Lui aveva detto e operato. Ma, ancora più di questo, lì avrebbe potuto rendersi presente emotivamente e affettivamente a Gesù, mettersi al suo fianco per vedere e toccare quel che Lui aveva visto e toccato.

Lì, infatti, si era sentito personalmente convocato da Cristo, come un amico che per tanto tempo è stato al tuo fianco e che ora ti invita a casa sua, ti accoglie in quei luoghi di cui tante volte ti aveva parlato, per rivelarti ancora meglio qualcosa che per Lui è stato prezioso e importante.

Lì con più competenza avrebbe potuto “procurare il bene delle anime”10 perché, dopo aver ascoltato la Parola di Dio nel luogo stesso in cui essa aveva preso corpo, anche per lui sarebbe stato vero ciò che già avevano detto di sé Pietro e Giovanni: «Non possiamo non parlare delle cose che abbiamo viste e udite»11.

Mendicando per mantenersi e condividendo con altri poveri ciò che aveva raccolto, avrebbe potuto incontrare Cristo nell’amore vissuto. Perché solo se mi metto sulla strada dell’amore posso incontrare l’Amore.

Vivendo in una situazione difficile e pericolosa, com’era la vita in Palestina sotto l’occupazione dei turchi, avrebbe potuto condividere l’angoscia dei discepoli mentre accompagnavano Gesù: “Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti” 12; e quella di Paolo stesso nel suo ultimo viaggio a Gerusalemme: “Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni” 13.

E, come Paolo, avrebbe risposto a chi cercasse di dissuaderlo: «Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto non soltanto a essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù»14.

Ma non furono tanto gli amici, che già aveva lasciato alle spalle quando avevano cercato di opporgli le loro preoccupazioni, a creargli problemi, ma il padre ministro della “Provincia d’Oltremare” dei Frati Minori, che, con il titolo di “Guardiano del Sacro Monte Sion”, aveva giurisdizione sui pellegrini: «Ho saputo del suo fervoroso desiderio di fermarsi in questi luoghi santi, e ho considerato attentamente la cosa» gli disse, «ma già per il passato altri, che avevano avuto lo stesso desiderio, sono stati uccisi o imprigionati. Ritengo pertanto inopportuno che lei rimanga. I luoghi dove ha vissuto Cristo li ha già visitati; si prepari dunque a partire, domani, con gli altri pellegrini».

Ma per Iñigo rimanere non era semplicemente un pio desiderio: era il futuro a cui l’aveva preparato un lungo discernimento. Non poteva retrocedere su ciò a cui sentiva Dio stesso lo stava chiamando: «Mi spiace, ma la mia decisione è irremovibile» ribatté, «e nessun pericolo può trattenermi dal rimanerle fedele».

«Abbiamo ricevuto dalla Sede Apostolica l'autorità di far partire o lasciar restare a nostro giudizio; e anche di scomunicare chi non vuole obbedire. Troppo elevata è la tensione con le autorità mamelucche egiziane che dominano in questi territori; non possiamo permetterci che qualche incidente turbi il fragile equilibrio che ancora ci consente di garantire l’accesso ai pellegrini».

Cosa stava succedendo? Lungo tutto il viaggio che l’aveva condotto a Gerusalemme aveva percepito concretamente la protezione di Dio in tanti episodi in cui aveva potuto superare le difficoltà e i pericoli che gli si presentavano davanti. E, ora che il suo scopo era raggiunto, tutto doveva finire nel nulla? Si era ingannato nell’intraprendere una strada che sembrava così chiara? Poteva lo Spirito Santo contraddirsi nell’ispirare a lui e alla Chiesa due decisioni diverse?

Seppure a malincuore, Iñigo rimise in discussione il proprio discernimento, decidendo di tener conto, in esso, non solo di sé.

Chinò il capo e promise di obbedire.

Ma quel Cristo che, attraverso la Chiesa, lo aveva invitato a ripartire, Iñigo sentì che aveva ancora qualcosa da dirgli a questo riguardo. E proprio in direzione del monte degli Olivi, da cui Gesù era partito per tornare al Padre, il pellegrino Iñigo mosse i suoi passi. Sulla cima, la pietra dalla quale nostro Signore si era distaccato per salire al cielo recava impresse le orme dei suoi piedi.

«Sono le tue orme che io voglio seguire, Signore» pregò Iñigo. «In quale direzione hai mosso i tuoi passi, perché possa camminarti accanto?».

E, nel silenzio del cuore, una Parola cominciò a risuonargli dentro: «Non mi trattenere15… Vi assicuro che per voi è meglio se io me ne vado. Perché se non me ne vado non verrà a voi lo Spirito16». 

«Non è dunque qui che posso incontrarti, Signore? Dove mi vuoi? Ho sbagliato a capire ciò che mi chiedevi?».

E, nei pensieri che cominciavano ad aprirsi a un nuovo a cui finora, preso dal suo progetto, non riusciva a dare spazio, si sentì rispondere: «Nulla di ciò che ti chiamo a fare è sbagliato: a volte, semplicemente vuol prendere un’altra direzione rispetto a quella che tu prevedevi. Cerca ancora… Cercami altrove…».

Ancora non era morto in Iñigo lo spirito dell’indomito cavaliere che non può accettare di arrendersi; uno Spirito che ora il suo Signore chiamava a spendersi in ben altre imprese: «Quando tutto sembra giunto a un punto morto, e un muro invalicabile sbarra il tuo cammino» si disse in un lampo di santo orgoglio, «prova a vivere la disgrazia, la difficoltà, il problema come un’occasione nella tua vita perché tutto possa cambiare, per passare dalla croce alla risurrezione. Forse la nuova situazione è una sfida che Dio ti lancia a diventare protagonista con Lui del cambiamento nella tua vita. Raccogli la sua fiducia, guarda in avanti con speranza, spenditi nell’amore: diventa il creatore della tua vita!».

1 Sal 122, 1

2 Sal 122, 4

3 Sal 122, 3

4 Sal 122, 2

5 Sal 24, 3-4

6 Sal 24, 5

7 Sal 24, 6

8 Sal 122, 8

9 EE.SS. nn.102-107

10 Sant’Ignazio di Loyola, Autobiografia, n.45

11 At 4, 20

12 Mc 10, 32

13 At 20, 22-23

14 At 21,13

15 Gv 20, 17

16 Gv 16, 7

12/01/2025

Accettare il destino?

Ma io vi dico di non opporvi al malvagio” (Mt 5, 39). Gesù ci sta dicendo di provare un altro atteggiamento con chi ci sta facendo del male. Più spesso, però, questo” malvagio” non è una persona, ma una situazione: una malattia invalidante, un genitore anziano di cui prendersi cura, un figlio che procede per strade sbagliate, la morte che si avvicina… La vita come l’avevamo programmata incontra un divieto di accesso e il prosieguo è ignoto e tutto da inventare. C’è un’alternativa? Sì, potremmo scappare in ciò che ci evita di pensare al problema, potremmo girare altrove lo sguardo e far finta che non esista, potremmo delegare qualcun altro ad occuparsene… tutti modi per opporsi a ciò che ci sta succedendo.

Ma Gesù ci dice di non opporci al destino. D’accordo: dobbiamo allora rassegnarci e portare pazienza? Dobbiamo accettare e piegare la testa sotto il giogo dell’inevitabilità? Ma come può concordare allora questa prospettiva con il fine che Egli dà alla propria azione -“io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10)-? L’accettazione del proprio destino porta alla vita in abbondanza? Dipende come! E il come possiamo capirlo proprio se al nostro orizzonte non vediamo la tragedia, il tracollo, la disfatta, il disastro, ma, nella speranza che alla fine tutto sarà bene se lo viviamo nello Spirito del Cristo, prendiamo quel che ci succede come opportunità di avvicinarci a Lui, di vivere in maniera divina la nostra umanità.

In fondo, non è proprio questa la risurrezione? A chi si lascia portare dal fiume della vita nel suo mistero, guardandosi attorno, cercando di capire, provando modi alternativi, questa schiude inattesi orizzonti di novità. Da questa morte in cui mi aggiro, posso uscire e trovare una Vita inaspettata se decido di vivere questa situazione come un’avventura, come l’esperimento che può rivoluzionare il mio modo di vedere, di pensare, di giudicare. Nei miei programmi di prima cercavo la Vita; ora decido di cercarla qui, fidandomi di Chi questa strada l’ha già percorsa per mostrarmela possibile e sicura nel suo esito.

Certo, fare questa scelta non è frutto di ragionamento: ti viene quando sei già in Cristo e la senti come naturale per continuare a essere in Lui. Puoi anche sentirla ragionevole, ma te ne separa la paura di come potranno andare le cose. Un passo alla volta, allora: prega per averne il desiderio. La prospettiva irrealizzabile comincerà ad assumere uno spessore di realtà.

Questo significa che non provo sofferenza, che non provo paura? No, anzi: come Gesù al Getzemani la provo e posso esprimerla, ma decido che sono io decidere e non la mia paura per me. Le mie decisioni mi sollevano al di sopra del mio io spaventato. Con esse posso dominare la violenza del destino: “IO SONO” e non “io mi lascio essere”. Scelgo ciò che voglio essere e lo costruisco con le mie scelte. Voglio essere io a scrivere la mia storia, come io decido. Cominciano allora a prendere senso quelle parole di Gesù che seguono a quelle già citate -“ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due” (Mt 5, 39-41)-: è l’orgoglio di non essere succube, di sentire che posso dominare la situazione; è Gesù nella passione del vangelo di Giovanni, Signore di ciò che gli sta succedendo. Un orgoglio, questo, che si chiama libertà, che si chiama possibilità e volontà di essere come il mio sogno, che ho visto incarnato in Cristo, mi attira ad essere.

Ed essere con Lui è la mia consolazione.


Michele Bortignon

11/16/2025

L’orma del pellegrino: cap.14 - Venezia

La peste, che aveva lasciato Barcellona permettendo di riaprirne il porto, imperversava invece in Italia. Nei paesi infettati dal morbo, “tra gemiti miserabili e la strage accomulata dei morti con odor puzzolente e acutissimo, un orrore funebre era dappertutto, rendendo l’aspetto del luogo infelice e spaventevole. A molti si vedeva gonfiare il ventre e le cosce con notabil pallidezza di volto; indi venivano meno e con un torcersi di corpo mandavano lo spirito fuori, restando insepolti, senza che il padre al figlio o l’amico al compagno potesse apportar alcun ristoro, non chiuder gli occhi o bagnar di lacrime il viso, non porger gli ultimi baci ed abbracciamenti, non almeno poterli coprire d’arena. Ogni cosa era piena di lagrime, di miserie, di confusioni, di tumulti e stridi di quei che fuggivano per mai più ritornare nelle loro case a vedere e abbracciare i suoi più cari e di quei che restavano per essere ogni giorno insultati e oltraggiati dai maligni. Non pareva sicuro il padre dal figlio, né il figlio dal padre, né tra amici, fratelli o congiunti v’era sincerità d’affetto. Ogni cosa era ingombrata di spavento e di lutto, tra rapine, proscrizioni, bandi, minacce e insolenze”1.

Iñigo era sbarcato a Gaeta: sua intenzione era recarsi a Roma per ottenervi la benedizione papale, per poi dirigersi a Venezia, da dove sarebbe ripartito per Gerusalemme.

Lungo il viaggio si era di volta in volta accompagnato a diverse persone incontrate lungo il cammino, e con loro aveva vissuto situazioni in cui la paura della morte, indotta dal subdolo dilagare della peste, veniva affrontata in modi diametralmente opposti: da una parte il disperato tentativo di chi voleva godere l’ultimo scampolo di una vita incerta con violenze, imbrogli, isolamento, ma dall’altro anche atti di generosità di chi sapeva guardare alla vita come parte di un’esistenza che aveva in Dio la sua origine e il suo compimento.

A Venezia, i portici di piazza San Marco offrivano un riparo notturno ai poveri della città. Anche Iñigo si unì a loro, chiedendo l’elemosina ai commercianti che sorvegliavano l’imbarco e lo sbarco delle loro mercanzie sui moli della Riva degli Schiavoni.

«Disculpe… algo para comer… Por favor!»: non conosceva l’idioma veneziano, ma il gesto era sufficiente per far comprendere le sue intenzioni. Lo intese bene, però, un funzionario spagnolo, che volle interessarsi di questo suo connazionale: «Un aiuto potrebbe certamente ottenerlo all’ambasciata dell’imperatore Carlo V°» gli suggerì dopo aver saputo della sua intenzione di imbarcarsi per Gerusalemme.

«No, non voglio confidare in mezzi umani. Se il mio viaggio, come credo, è volontà di Dio, nella sua provvidenza Egli stesso mi darà i mezzi per compierlo».

«Voglia almeno riconoscere la mano della Provvidenza in questo nostro incontro: sarò lieto se vorrà essere mio ospite per pranzo». Sorrise, Iñigo, pensando che quell’incontro poteva essere un dono di Dio non tanto per il pasto, ma perché, nel mettere in comune le rispettive esperienze di Dio, e l’uno e l’altro avrebbero potuto trovare nutrimento. E lo seguì.

Il labirinto delle calli veneziane li inghiottì con il suo dipanarsi tra gli argini dei canali su cui scivolavano silenziose le gondole, i vicoli stretti tra case l’una all’altra addossate e i tenebrosi “sotoporteghi”, cupi passaggi tra le umide fondamenta. Giunsero infine all’entrata posteriore di un palazzotto affacciato sul Canal Grande e si fermarono un attimo a osservare l’andirivieni di imbarcazioni che si scorgeva attraverso l’accesso “nobiliare”, aperto direttamente sull’acqua, via privilegiata per gli spostamenti all’interno della città. Al piano superiore, la tavola era già imbandita.

La novità del commensale che parlava la loro stessa lingua, e la curiosità per una vicenda che doveva essere singolare, eccitò la famiglia del suo ospite, che cominciò a tempestarlo di domande. Ben presto, però, la conversazione si addentrò nei grandi temi dell’esistenza, abilmente guidata dalla capacità del pellegrino di cogliere l’essenziale dei discorsi che si facevano, e da lì partire per esaminare le questioni dal punto di vista di Dio.

Al termine del pasto, nessuno aveva voglia di alzarsi da tavola, tanto la conversazione era animata nel cercare di dare risposte agli interrogativi che nascono dalla vita.

«In questo momento tutti temono il contagio», stava dicendo il padrone di casa, «Per questo pensano solo alla morte e a quello che ci sarà dopo; e vivono in funzione di questo. Io non credo, però, che Cristo sia il guardiano dell’aldilà, ma il garante della vita, Colui che ci insegna come viverla in pienezza… o, almeno, come sopravvivere a ciò che ci sta uccidendo dentro. Ma a volte sento che non mi basta un insegnamento…».

«E’ naturale! Ed è Lui il primo a rispondere a questo nostro bisogno di sentirceLo vicino: la sua risurrezione, in fondo, non è che una nuova incarnazione, una presenza che ora continua in chi vive nel suo Spirito: nella fede, nella speranza, nell’amore».

«Fede… Speranza… Amore… io queste virtù vorrei capirle nel loro spessore di concretezza» replicò la moglie, «altrimenti restano parole che mi scivolano addosso».

«Posso dirle come io le ho comprese vivendole… Dunque, per me fede è l’apertura alla vita nella sua dimensione di mistero. La speranza, poi, è una fiducia profonda nel senso della vita».

«E l’amore?» chiese la figlia adolescente.

«E’ ciò che fa esistere e fa Vivere ciò che esiste. L’amore lo sento in me come una forza che mi apre all’altro e mi fa così ritrovare me stesso più vero, più buono, più sereno, in armonia con tutto ciò che sono e tutto ciò che mi circonda».

«E’ dunque nell’amore che troviamo quella Vita in pienezza di cui prima si parlava?».

«Si, e me lo conferma il fatto che le relazioni vissute nell’amore vero mi lasciano nel cuore una pace vasta, profonda e duratura, pur nell’impegno che esse comportano».

«Già...» riprese la ragazza, «ma spesso il problema è capire che cosa è bene, come si fa ad amare nel modo giusto…».

«Si, e… non posso farlo da solo. Per capire come orientarmi nella vita devo entrare in colloquio con Chi questa vita l’ha creata e, in suo Figlio, ci ha mostrato come viverla. Se è suo il pensiero che mi entra nel cuore, già solo l’accoglierlo porta un aumento di fede, di speranza, d’amore che dura nel tempo e mi dà pace, gioia, libertà interiore».

«Ma perché non potrei costruirmi io la mia strada verso la vita in pienezza, decidendo io ciò che è bene e ciò che è male?», lo provocò il giovane figlio della coppia.

«E’ naturale che il mio sguardo sulla vita sia condizionato dal mio interesse e dalla mia storia precedente», osservò Ignazio. «Rischio allora di cercare una felicità basata esclusivamente sul soddisfacimento dei miei bisogni, che rovinerà la mia relazione con gli altri, questa sì luogo della vita in pienezza».

«E allora qui c’è da chiedersi che cosa ci spinge a soddisfare a tutti i costi i nostri bisogni!» continuò, curioso, il giovane.

«Dentro di me mi rendo conto che è giusto amare, ma la paura mi prende alla gola facendomi sentire la mia vita insignificante, fallita, se non ottengo o se perdo ciò che credo possa soddisfare i miei bisogni di sicurezza, di stima, di affetto. Questa paura mi porta a manipolare a mio vantaggio le relazioni con gli altri, anziché amarli. Quando però ho rovinato le mie relazioni, rimango solo, con i miei bisogni insoddisfatti».

«E c’è la possibilità di rompere questa schiavitù?».

«Si, perché il Bene è la nostalgia che mi riempie il cuore. Il bene è la mia natura, il male la mia paura. Il cuore, se sappiamo ascoltarlo, ha una sua sapienza: si rende benissimo conto che l’amore è via a una vita bella e piena di significato».

Il ragazzo continuava a rimanere perplesso: «Si, certo: guardando a Cristo posso capire che il mio bene è seguirlo sulla sua strada per entrare in questa “vita bella e piena di significato”. Ma la realtà mi presenta ogni giorno tanti motivi per non credere, per non sperare, per non amare. E' più facile e più veloce soddisfare i propri bisogni senza tener conto degli altri e del proprio futuro. Per questo è meglio credere che non c'è una verità, un senso, un ordine, ma tutto è relativo; allora un punto di vista vale l'altro e, finché può, ciascuno si fa legge a se stesso».

Iñigo non poté che assentire: «Lo so. Per questo la nostra risposta per essere umana e tener conto di noi, deve andare oltre le paure e i bisogni che il nostro istinto ci presenta e mettersi invece in ascolto della nostra verità più profonda, dello Spirito di Cristo che agisce in noi come forza di verità. Lo Spirito Santo è la forza e la sapienza interiore che mi spinge a credere che tutto ha un senso nel bene, a sperare che alla fine tutto sarà bene, ad amare per costruire il bene: è Dio presente in me e operante attraverso di me».

«I miei figli a volte mi chiedono perché la relazione con Dio debba passare anche attraverso la Chiesa…» riprese la donna.

«Poiché Dio è amore, lo si incontra nell’amore vissuto all’interno delle relazioni. E dove si vive l’amore si costruisce comunità. La Chiesa è la fratellanza di coloro che l’esperienza dell’Amore ha riunito e assieme diversificato per formare un corpo capace d’amore. In essa sono nato alla fede, in essa sono sostenuto nella mia speranza, in essa rendo vero il mio amore.

Essere unito agli altri nella Chiesa significa allora vivere come una delle tante, tutte indispensabili, parti del corpo di Cristo operante nella storia, senza la pretesa di esserne l’unica espressione. Siamo tutti in cammino con Cristo, ma nessuno lo possiede; tutti facciamo la nostra parte, e nessuno, da solo, è a sua misura.

Però nella Chiesa sono anche diverso dagli altri. E questo significa vivere il compito assegnatomi dal mio carisma e sviluppare un pensiero basato sui frutti della mia personale esperienza di vita in Cristo. Azione e pensiero specifici sono contributo essenziale alla crescita della Chiesa perché mossi dalla creatività dello Spirito Santo per il bene comune».

Con queste ultime parole il silenzio si fece strada tra i commensali; anche la mensa della Parola era stata abbondante e c’era il bisogno di assimilarla personalmente perché diventasse nutrimento. Anche Iñigo tacque. Dopo aver dato a queste persone ciò che aveva nel cuore, sentiva che quel che ancora poteva fare era pregare per loro, affidandole alle cure di Dio: «Non è solo attraverso di me che Dio si occupa di loro» pensò.

Fu il padrone di casa a concludere la conversazione: «Dopo quello che ci ha detto, il nostro desiderio sarebbe che lei si fermassi qui da noi ancora qualche tempo: ci sarebbero ancora tante cose di cui parlare! Ma voglio ascoltare il suo desiderio. Domani la accompagnerò dal Doge: lui troverà certamente il modo di farla partire per il suo viaggio!».

1 da un rapporto stilato da un ufficiale dell’esercito francese di stanza nei pressi di Napoli

11/01/2025

Quando è amore?

È amore quando è difficile. Per definizione. Perché amare è coniugare la mia vita con la tua, tener conto di te in quello che faccio, decidere come se tu e io fossimo uno. Se ti amo, dunque, non mi appartengo più completamente, non posso più disporre di me stesso, non sono più libero; e, se prima lo ero, adesso è duro. In certi momenti questa durezza è compensata dall’affetto. Non sempre. Quando non lo è, il senso di soffocamento può portarmi a scappare per respirare di nuovo.

Rimanere nella relazione richiede di saper mediare. Non è facile: io ho la mia storia, tu hai la tua storia, che ci fa vedere che è giusto, è normale, è bene fare in un certo modo invece che in un altro. E, guarda caso, i nostri modi sono diversi.

Ci si può capire? Qualcosa; mai del tutto. Ciascuno difende il proprio modo di essere, entrando nella mediazione per qualcosa che non gli costa poi troppo; e si aspetta, e pretende che l’altro faccia altrettanto.

Fin qui siamo nel campo dell’interscambio. È amore? È un inizio, un apprendistato.

Se fosse per me, mai farei un passo oltre a questo. Mi sembrerebbe ingiusto, contro la mia dignità. È la vita che, a un certo punto, mi obbliga ad amare. O a fuggire. O a schiantarmi contro l’impossibile.

Succede quando tu non puoi darmi nulla: una malattia, un’invalidità, una psicosi. Certo, devo sopravvivere e prendermi i miei spazi. Ma tu sei bisogno. Non posso più dosare quello che metto a disposizione. Il mio dare dipende dal tuo bisogno.

E qui succede una cosa strana. Finora ho fatto discernimento per capire come e quanto coinvolgere me stesso, cosa e quanto chiedere a te. Ma ora, se sono in Dio -e, credo, solo se veramente lo sono-, faccio direttamente quel che c’è da fare. Non c’è valutazione in vista di una decisione, il circuito del discernimento è bypassato.

C’è uno strano coesistere di paura e serenità. Quel che mi trovo a fare è assolutamente, e insolitamente, naturale. Da questa serenità proviene la forza che mi sostiene, la lucidità con cui vedo la situazione, lo stupore con cui guardo al distacco da ciò che prima mi era indispensabile. E su questa serenità devo appoggiarmi per trovare la pazienza che serve a gestire gli inevitabili dissensi, la pazienza indispensabile per continuare assieme. Ma cos’è la pazienza? Non è solo sopportare: finirebbe presto in uno scoppio d’ira. Prima viene il riconoscere la tua dignità, ossia riconoscerti la libertà di gestire la tua vita. E non è facile quando ti ostini a fare come so che ti farà male. Ognuno ha il diritto di decidere cosa è bene per sé. Difficile accettare che tu possa essere libera di farti del male. Ma l’alternativa è una lotta in cui ognuno cerca di imporre all’altro la propria volontà. Allora ti lascio andare, lascio che tu faccia come vuoi, decido di non preoccuparmi.

Pazienza è la mia risposta a ciò che trovo assurdo, totalmente al di fuori di come farei io. Eppure, per te un senso ce l’ha, è il tuo modo di tener sotto controllo la situazione. «Ma non vedi che…»: no, non lo vedi, stai guardando da un altro punto di vista; e per te è quella la verità.

Il problema, semmai, è la rigidità: quando uno crede che il suo punto di vista non possa essere che l’unica verità, per cui non è disponibile ad aprirlo, a considerare che la cosa forse si potrebbe fare anche in un modo diverso e provarci.

Ardua sfida la libertà interiore. Posso essere libero solo quando quel che sono non dipende da ciò in cui dico di credere, che, come un esoscheletro, mi sostiene mi dà forma. Una persona libera è sostenuta da una spina dorsale: può cambiare il suo modo di essere e rimanere se stessa.

Bella sfida trovare ciò che mi sostiene senza condizionarmi. Chi lo trova, trova Dio.

 

Michele Bortignon