Contrariamente a quanto
praticato in tutte le altre università spagnole, che seguivano il
“Modus Italicus”,
la Ratio Studiorum
del Collegio universitario di San’Ildefonso, sede dell’Università
di Alcalà, era modellata sul “Modus
Parisiensis”, la
metodologia didattica in vigore alla Sorbona di Parigi.
Seguendo
la tradizione monastica medioevale, che mirava alla formazione di una
persona integrata nella sapienza e nei costumi, “scientia
et mores, doctrina et pietas, litterae et virtutes” erano
ugualmente curate negli studenti. La giornata iniziava alle cinque
del mattino con la Santa Messa, a cui seguivano due lezioni al
mattino e una al pomeriggio. Dopo ogni lezione magistrale, in cui era
appunto il “magister”
a illustrare i contenuti della materia, si tenevano le
“exercitationes”:
esercizi finalizzati a consolidare l’assimilazione della lezione,
quali questioni e dispute. Una volta alla settimana c’erano le
“ripetizioni”,
ossia un approfondimento di quanto era stato appreso nei sei giorni
precedenti. Ogni quindici giorni si organizzavano le “Disputationes
publicae”, in cui
gli studenti dovevano difendere le loro tesi.
La
giornata si concludeva, la sera, con il canto dei Vespri della
Madonna. La vita ritirata, quasi monastica, facilitava la
concentrazione sullo studio, nonché una comunicazione tra compagni e
con i professori incentrata su di esso. Gli studenti, divisi in
classi omogenee rispetto al livello di apprendimento, erano seguiti
personalmente dal loro maestro, in una relazione familiare.
Il
piano degli studi era organizzato in modo da favorire un
apprendimento graduale e consequenziale, come una scala da salire
gradino per gradino: dopo aver frequentato i corsi di grammatica
latina, indispensabile per formare una persona capace di esprimersi
in quella che allora era la lingua della cultura, della scienza,
della diplomazia e della teologia, lo studente “sufficienter
fundatus in grammaticalibus”
veniva ammesso all’insegnamento secondario di Retorica e Filosofia,
prima di accedere alle Facoltà superiori, come quella di Teologia.
Se
non fu il contenuto dei corsi universitari, a causa della
discontinuità con cui li frequentava, a dare fondamento alla cultura
di Ignazio, fu però il metodo di studio ad appassionarlo: perché
non applicarlo anche ai suoi Esercizi?
In
fondo anche lui, quando spiegava la Parola, era un “magister”, e
gli Esercizi Spirituali che dava per applicarla alla vita non
somigliavano forse a quelle “exercitationes” che aiutavano ad
acquisire padronanza della materia studiata?
Le
ripetizioni potevano essere una buona idea per approfondire la Parola
che Dio rivolgeva all’esercitante, oltre che attraverso la
Scrittura, mediante le mozioni dello Spirito che scaturivano nel
confronto tra la vita e la Parola.
La
premura del magister che seguiva personalmente la crescita culturale
dei suoi studenti prefigurava un accompagnamento fatto di
coinvolgimento personale nella vicenda umana dell’esercitante, in
una fedeltà che lo seguisse fino alle soglie dell’incontro con
Cristo.
Quello
stile di vita appartato e regolare che favoriva la concentrazione
nello studio poteva essere riproposto in un ritiro in clima di
silenzio che aiutasse il colloquio a tu per tu con Dio.
La
progressività dell’apprendimento, infine, lo stimolava a dare una
progressione ai suoi Esercizi, ordinandoli in un percorso fatto di
passi successivi che si innestassero l’uno sull’altro secondo una
precisa pedagogia.
Non
c’era da inventare nulla di nuovo, ma solo riorganizzare e ampliare
quanto già stava facendo con il suo modo di “aiutare le anime”.
Mentre
camminava immerso in questi pensieri diretto alla cattedrale, dove
era d’accordo di incontrarsi con don Manuel, Ignazio si trovò a
osservare un uomo che, rincasando, stava salendo i gradini che
portavano all’entrata dell’abitazione dove lo stava aspettando la
moglie.
«Ecco»,
pensò, «i miei Esercizi sono proprio come i gradini di quella
scala: l’uno dietro l’altro permettono di salire verso un
incontro, l’incontro con Cristo che ci attende sulla soglia di una
vita nuova, dove troviamo il calore di un affetto, quella speranza
che ti vede sempre nuovo, quella fiducia che ti aiuta a
ricominciare».
E,
guardando al cammino su cui accompagnava le persone, provò a
identificare i gradini che lo componevano.
«Il
primo passo sulla strada che porta all’incontro con Cristo è dare
ascolto alla struggente nostalgia di Lui, di un Bene che può rendere
la vita diversa.
Il
secondo è lasciarti amare, credendo all’assurdità che, così come
sei, sei prezioso ai suoi occhi, degno di stima, profondamente amato.
Il
terzo è arrenderti alla sua voce che ti chiama a seguirlo,
diventando appieno ciò che la tua storia ti chiama a essere.
Il
quarto è lasciare che il suo Spirito Santo viva in te, esprimendo in
quel che fai la fede, la speranza, l’amore che Egli ti contagia.
Il
quinto è lasciarti essere luogo d’incontro tra il tuo Signore, con
cui vivi, e chi ha sete d’incontrarlo».
Giunto
alla cattedrale, scese senza indugi nella cripta, dove sapeva avrebbe
trovato don Manuel.
Nel loro ultimo colloquio
avevano capito come evitare che il passato continuasse a riemergere,
rovinando il presente. Ma Ignazio sapeva, per esperienza, che guarire
da una ferita dell’anima è cosa lunga: il vecchio è duro a morire
e i suoi sussulti sono inevitabili. Quando allora si ripresenta una
di quelle situazioni che ti mettono in crisi, è automatico,
all’inizio, reagire al solito modo, spinto dalle solite emozioni.
Un attimo, un’ora o un giorno più tardi entra poi in azione la
nuova consapevolezza, che ti tira fuori dalla reazione istintiva e ti
fa capire come vivere nella maniera giusta la situazione in cui ti
trovi; ma intanto...
In
attesa che il discernimento ti consolidi in un tuo nuovo e personale
modo di reagire, può allora essere utile preventivarne uno di
soccorso immediato, a cui ricorrere soprattutto le prime volte, per
non rimanere bloccato tra il vecchio che non ha più senso e il nuovo
che non c’è ancora, senza saper che fare, ancora una volta
travolto da emozioni distruttive.
Era
di questo che quel giorno voleva parlare con don Manuel, per dargli
gli strumenti con cui affrontare il prossimo “mostro” da cui si
sarebbe sentito assalito.
«Prova
a immaginare te stesso in una situazione di quelle che ti creano
problema, in cui, con tutta probabilità, verrai prossimamente a
trovarti» gli disse.
Non
era difficile scegliere: il cardinale, prima o poi, lo avrebbe
convocato un’altra volta per quella faccenda di Iñigo (quel tipo
non poteva certo essere sparito nel nulla!) e lui - ne era sicuro! -
gli si sarebbe impappinato davanti senza riuscire a sviluppare un
ragionamento circostanziato, con l’emotività a mille, che lo
avrebbe portato a presentare i fatti ancora una volta in maniera
distorta.
«Vorrei
provare a vedermi davanti all’Inquisitore Generale» ipotizzò. E,
in brevi parole, gli spiegò come aveva reagito in quell’ultimo
disastroso colloquio con il Cardinale.
La
paura mi dominava, accompagnata da un forte senso di inadeguatezza. E
questo mi paralizzava: ero rigido, imbarazzato, privo di spontaneità,
incapace di alzare lo sguardo a reggere il confronto, mi sentivo
vuoto, apatico, oppresso.
Perché
questa paralisi? Di che cosa avevo paura? E che cosa mi diceva, di
me stesso, quel senso di inadeguatezza? Ho cominciato a capirlo
forzandomi a guardare ciò che non volevo vedere: avevo paura di non
essere considerato, di essere respinto, giudicato un nulla».
«E,
per questo stesso motivo, preso dalla tua stessa paura, io ho avuto
la reazione opposta», lo interruppe Ignazio: «ero continuamente in
cerca di “imprese” in cui immergermi per dimostrare a me stesso e
agli altri di essere qualcuno. Fortuna che i miei progetti hanno
continuato a fallire! Ho scoperto allora che Dio mi ama non per
quello che faccio per Lui, ma semplicemente perché sono suo figlio.
Qualunque cosa faccia o abbia fatto, Dio mi chiama a entrare nel suo
abbraccio. E’ lo stare con Lui che mi cambia dentro, dandomi gioia
nell’amare gli altri con lo stesso amore di cui mi sento riempito».
«Ti
invidio. Io questo amore di Dio non riesco a sentirlo…».
«Perché
chissà cosa ti immagini…! Il suo amore io lo scopro ogni giorno
nelle piccole cose: nell’affetto di chi mi è accanto, nella
bellezza di ciò che mi circonda, in ciò che rende utile e gustosa
la mia vita.
Se
tutto questo non lo voglio vedere, ma sottolineo solo ciò che non
va, comportandomi come chi mi ha abituato a vedere in me un qualcosa
di sbagliato, vengo travolto dai sensi di colpa o di indegnità; e
ciò non fa che rendermi insoddisfatto, scontroso e brontolone…».
«Questo
è vero» ammise don Manuel. «Mi sono reso conto che quando la voce
dentro mi dice “Non sei nulla”, il problema non è nel “nulla”,
ma nel “sei”: mi porta a guardare, a essere preoccupato solo di
me stesso, di quel che sono o non sono».
Ignazio
ormai era pratico del linguaggio parlato da queste “voci”
interiori: «Vedi dunque che c’è una scelta da fare tra due modi
di vedere: il demonio ti porta a guardare solo a te stesso, a come
sei e a come devi essere,
pretende la perfezione assoluta e ti giudica sempre inadeguato,
mancante di qualcosa;
lo sguardo di Dio è invece uno sguardo aperto, dai vasti orizzonti,
non un rimbalzare continuo tra te e la tua immagine di te stesso. Ci
sei tu, nel suo sguardo, ma anche gli altri. Ci sono gli altri, ma
anche tu. Tu, gli altri e tutto quel che state vivendo, che,
assieme a te, Dio vuol trasformare in qualcosa di risanato e di
migliore, in un bene per tutti».
«Ma
bisognerà pure lottare per contrastare i propri errori!» obiettò
don Manuel.
«Certo,
ma nella fiducia e nella misericordia, che sono le vie di Dio. Se
continui a guardare ai tuoi successi dicendoti «Bene, ma non è
abbastanza» e ai tuoi fallimenti confermandoti «Sono un nulla
totale», resterai bloccato. Riconosci allora i passi in avanti e
accetta gli sbagli: nessun essere umano con un solo balzo può salire
in cielo! Il nostro percorso sale a spirale: avanziamo, ricadiamo e
ci rialziamo, ma ogni volta a un livello più alto, …se riusciamo a
imparare qualcosa dalla vita».
«E allora
che cosa dovrei fare per evitare che il mio senso di inadeguatezza mi
distrugga?».
«Facciamo
così… vediamo se questo può aiutarti. Ti do un esercizio da fare:
la prossima volta che lo incontri,
questo tuo cardinale, ringrazia il Signore, nonostante la
devastazione che senti dentro, perché questa situazione ti mette
davanti uno specchio in cui guardare ciò che sei, ti dà
l’opportunità di studiare te stesso in profondità, nelle tue
reazioni. Per il momento in cui sei lì, limitati a osservare e a
registrare tutto quello che provi.
Più
tardi, prenditi un tempo per stare assieme a Cristo: raccontagli cosa
è successo e guarda assieme a Lui dove e come avresti potuto
appoggiarti a Lui anziché lasciarti trascinare dalle tue paure.
Questa consapevolezza, unita alla scoperta che in Lui puoi trovare un
abbraccio che colma tutti i tuoi bisogni, un po’ alla volta
diventerà una nuova spontaneità che sostituirà la vecchia
istintività.
Cristo
ha saputo trasformare una morte in una Risurrezione vivendola nella
fede, nella speranza, nell’amore. E ha invitato chi vuole seguirlo
a fare altrettanto, scorgendo la resurrezione dietro alle proprie
morti. Questa situazione è un’occasione che Dio ti dà per passare
dalla morte alla risurrezione: comincia a pregare da atleta, non da
miserabile!».
Ignazio
aveva lasciato don Manuel a riflettere su quanto gli aveva detto, ma
i suoi pensieri, partendo dall’incontro col Cardinale, erano quasi
subito scivolati su una frase che stava ora alimentando in lui un
dubbio, un sospetto:
“Ti do un esercizio da fare”, gli aveva detto Ignazio. Un
“esercizio”? Un laico che dà al suo modo di accompagnare il nome
di “Esercizi”… E poi quella strana assonanza del nome: Ignazio…
Iñigo… Una
incontenibile eccitazione pervase don Manuel: aveva trovato il suo
uomo.