6/21/2026

L’orma del pellegrino: cap.21 - Povertà o miseria?

L’Università di Alcalà, “Complutensis Universitas Studiorum”, era stata pensata dal cardinal Cisneros come luogo di formazione, da una parte, di un corpo di funzionari preparati a dirigere le strutture di governo, soprattutto ora che la Spagna, terminata la “gloriosa riconquista” della penisola iberica, si stava espandendo nelle nuove terre d’oltreoceano; dall’altra, di ecclesiastici che recuperassero i valori spirituali primitivi del cristianesimo, perdutisi durante il medioevo.

Le sue cinque facoltà - Filosofia, Teologia, Diritto Canonico, Lettere e Medicina - erano dunque frequentate dai rampolli della migliore società, motivati a spendere le loro energie e le loro capacità in ambiziosi progetti.

Non meno ambiziosi erano i progetti di Ignazio, che aveva però imparato a metterli in attesa, aspettando che il Signore gli facesse capire se fossero anche i suoi; e, soprattutto, a non pensare che i mezzi umani fossero indispensabili a realizzarli.

Per questo, come già per il viaggio a Gerusalemme, decise che, se il Signore voleva farlo studiare, avrebbe provveduto Lui al riguardo, e la propria parte sarebbe stata quella di affidarsi alla Provvidenza mendicando.

Fu proprio in uno dei momenti in cui, concluse le lezioni, percorreva Calle Mayor chiedendo un’elemosina ai passanti, che lo videro alcuni suoi compagni di corso:

«Mira al Basco: que asco!»1.

«Una limosnita, por caridad: ya me cansé de la Universidad!»2.

«Dale pan, dale vino, pega pega al peregrino!»3.

Fu tutto un susseguirsi di battute irriverenti, di prese in giro, di scimmiottamenti.

E a Ignazio, sballottato dall’uno all’altro, sembrava quasi di assistere ad una scena di cui non lui era il protagonista, ma il nobiluomo di Loyola ferito nell’onore in dissidio con il pellegrino desideroso di imitare Cristo nella sua passione.

Non passò molto tempo, però, che la gazzarra fu interrotta dalle grida piene di sdegno del direttore dell’ospedale di Antezana: «Ma non vi vergognate? Bell’esempio che dà chi sa di cultura!». E, rivolto a Ignazio: «Vieni, andiamo al mio ospedale: è qui, dietro l’angolo».

L’”Hospital gratuito de Nuestra Señora de la Misericordia”, detto anche “el Hospitalillo”, era stato istituito da don Luis de Antezana per ospitare gli ammalati non in grado di pagarsi le cure mediche di cui necessitavano. Juan Vasquez, direttore della struttura, era un uomo reso pratico dal lavoro che faceva, ma anche profondo dall’averlo scelto come missione per ridare dignità a chi la società scartava come inutile a se stesso e agli altri.

«Dunque: tu studi e non hai di che mantenerti, vero?» tagliò corto il direttore, arrivando subito al punto».

«Si, ma elemosinando conto di poter…».

«Ho detto ai tuoi amici di vergognarsi; non farmelo ripetere anche a te! Lascia fare il povero a chi non può fare diversamente. Tu hai la forza e l’intelligenza per fare ben altro… e non usare le nostre capacità è un insulto a Chi ce le ha date. Invece di aspettare un aiuto dalla Provvidenza, sii tu stesso Provvidenza per chi ha bisogno d’aiuto! Qui c’è un ospedale pieno di gente di cui prendersi cura e non ho abbastanza persone per farlo. Resta con noi: un tetto sulla testa e un piatto di minestra sul tavolo sappiamo ben condividerli!».

«Un alloggio e un amico: questa sì che è Provvidenza!» pensò Ignazio porgendogli lieto la mano ad accettare l’invito. Ma un po’ di vergogna per l’abbaglio spirituale che gli era stato rimproverato la stava pur provando: «Non finirò mai di sbagliare, Signore?».

«Come credi che possa riuscire a insegnarti altrimenti?!» si sentì rispondere.

Sospirando, dovette ammettere che era vero: «E anche questa è Provvidenza!».

Più tardi, mentre riponeva la sacca con le sue povere cose nella stanza che gli era stata assegnata, volle riflettere su quell’ennesimo inganno in cui era caduto: «L’umiltà è stato il drappo rosso che il Nemico, come un toreador, mi ha sventolato davanti al muso per farmi avvicinare a lui e infilzarmi con le sue banderillas prima di darmi la stoccata finale. No: vivere al di sotto delle mie capacità non è umiltà, ma stupidità, incoscienza, mancanza di responsabilità. Il mio spendermi per gli altri deve tener conto dei loro bisogni e delle mie capacità e, così, essere la risposta che Dio ha sognato di dare attraverso di me alle necessità del mondo».

Già: quale risposta? Che cosa voleva essere Dio attraverso di lui per gli altri?

Ignazio sentì che questa era una domanda a cui non poteva sfuggire, se non voleva che la sua missione procedesse a casaccio, tirata qua e là dai bisogni del momento, che casualmente incontrava sul suo cammino.

«Chi sono io in Cristo?» si domandò.

Non occorreva inventare nulla di nuovo: tutta la sua storia con Dio glielo diceva, ogni suo desiderio lo esprimeva: «Io sono un ascolto e una Parola che dà vita!». In queste parole che gli erano salite dal cuore sentiva di riconoscersi: era dunque questo il suo “nome spirituale”, l’orientamento che Cristo aveva impresso alla sua vita attraverso una storia in cui l’aveva messo con Sé, la prospettiva che gli aveva aperto davanti per essere amore con Lui Amore, la missione che gli avrebbe fatto trovare pienamente se stesso, perdendosi completamente per gli altri.

«Grazie, Signore…» disse portandosi la mano al cuore in segno di intimità. «Questo sono io. Davvero! Mi riconosco in queste parole e le accolgo per viverle nel tuo nome, tu che mi sei Padre, compagno in tuo Figlio e guida nel tuo Santo Spirito».

E, rivolgendosi alla Vergine, «Hai mantenuto la promessa: ora mi sento veramente messo con tuo Figlio; non soltanto per slancio affettivo, ma per condivisione di una stessa missione!».

Ignazio si ambientò immediatamente tra le sale del nuovo ospedale. Con i malati, in fondo, ci sapeva fare: il tirocinio all’ospizio di Santa Lucia, a Manresa, lo aveva formato all’essenziale del prendersi cura, che è un toccare l’anima attraverso il corpo. Sapeva che un gesto fatto nel modo giusto al momento giusto parlava al cuore più di tante parole… perché spesso è il cuore ferito che fa ammalare il corpo, trascinandolo in un dolore per il quale non esistono medicine.

Un ascolto e una Parola che dà vita”: avvicinandosi con affetto ai malati, lasciandosi toccare dalle loro sofferenze e nutrendo in sé un silenzio da cui, al momento opportuno, emergeva spontaneamente la Parola giusta, aveva scoperto che, per “aiutare le anime”, non occorreva svolgere un’attività particolare, ma vivere, con lo stile che il suo nome spirituale indicava, qualsiasi attività in cui si fosse impegnato.

Quando questo pensiero gli penetrò nel cuore, si sentì pervadere da una gioiosa leggerezza: «Essere con Cristo non significa fare qualcosa per Lui e nemmeno con Lui: è semplicemente lasciarmi essere quello che “io sono”, quello che, nella profondità della mia personalità, è la tendenza che mi fa sentire profondamente bene con me stesso e con gli altri, il sogno che mi fonde con quell’Oltre rispetto a me che mi fa nascere all’assolutamente unico che io sono».

Quella sera, dopo il pasto consumato assieme, anche Juan volle tornare sull’argomento. Il suo era il punto di vista di chi vede il problema del singolo come espressione e conseguenza di un problema della società: «La sofferenza è provocata dalle strutture di ingiustizia in cui ci siamo organizzati» osservò. «Sono queste che vanno guarite. E il primo passo per farlo è smascherare l’alibi offerto a buon mercato dalla pratica dell’elemosina: l’elemosina tranquillizza la coscienza facendoti sentire a posto, lasciandoti pensare che hai fatto abbastanza; e ti esime così dal pensare a come sistemare le situazioni di ingiustizia che hai contribuito a creare. In questo senso può diventare il paravento dell’ipocrisia!».

Qual era il giusto approccio? L’attenzione alla persona o l’impegno nel sociale? Entrambi avevano il sapore della verità!

La pace che ugualmente sentiva nel considerare e l’uno e l’altro gli fece capire che non si trattava di un’alternativa: erano, semplicemente, strade diverse che portavano allo stesso punto, entrambe indispensabili per costruire un mondo più vivibile.

E ciascuno, nella sua sensibilità, nello stile che il proprio nome spirituale gli suggeriva, camminava su quella che sentiva più sua.

Per quel giorno era abbastanza. Anche le emozioni, oltre che le fatiche, possono sfiancare. Ma, se sono buone, è una stanchezza che reca con sé un sonno ristoratore.

Prima di addormentarsi, Ignazio desiderò un attimo di tenerezza con il suo Signore. Gli si accoccolò tra le braccia, e gli sussurrò all’orecchio un’antica preghiera che gli piaceva tanto:

Signore Gesù Cristo,

compagno e aiuto del malato,

speranza e fiducia del povero,

rifugio e riposo di chi è stanco,

asilo e porto per quanti percorrono

la regione delle tenebre,

nella terra della malattia sii Tu il mio medico,

nella terra della stanchezza sii Tu a darmi forza.

Da’ vita alla mia anima,

rendimi la tua dimora,

fa’ abitare in me il tuo Santo Spirito” 4.


1 «Guarda il Basco: che schifo!».

2 «Una piccola elemosina, per carità… Mi sono stancato di andare all’Università».

3 «Dagli pane, dagli vino, batti batti il pellegrino!»

4 Atti di Tommaso, 156 Cfr.

6/01/2026

Chi deve cambiare?

Quante volte ti è capitato di giudicare incomprensibile, assurdo, stupido, dannoso, controproducente il comportamento di tuo marito, di tua suocera, di tuo figlio, di quella collega di lavoro, e avanti così fino ai capi delle nazioni che si fanno guerra tra loro?

Certo, quando Gesù dice di non giudicare, di non condannare (Lc 6, 37), non sta parlando di te: tu sei animato dalle migliori intenzioni per il bene di quella persona! Tu vuoi farle capire che sbaglia, dove sbaglia, perché sbaglia e, soprattutto, come deve comportarsi per fare la cosa giusta. E non capisci, anzi, sei sinceramente scandalizzato, che a fronte di questa tua disponibilità a porgerle la verità, lei ti opponga tanta insofferenza, ostilità, rifiuto, ribellione.

Da dove tiri fuori questa “tua” verità? Dalla tua esperienza di vita, da ciò che ti è stato insegnato a pensare. Ma per questa persona non è forse lo stesso? La sua storia, assolutamente diversa dalla tua, la porta ad agire e a reagire in quel modo che per te è strano e sbagliato, ma per lei, al momento, la aiuta ad affrontare la situazione che sta vivendo nel solo modo che ora sa e può.

Allora tutto è relativo? Ognuno è libero di fare come vuole?

Prova a darti un obiettivo che entrambe possiate ritenere giusto: ognuno deve poter stare bene con se stesso e con gli altri.

E per te, che desideri cambiare questa situazione, fissa un criterio pedagogico: il rispetto della dignità di questa persona, che significa riconoscerle il diritto di gestire la sua vita con i suoi criteri.

Puoi allora renderti conto che finora, con il suo tenerti a distanza, lei ti sta dicendo:

  • lasciami alla mia responsabilità,

  • lascia che mi renda conto da sola

  • lasciami esplorare i miei sogni

  • fidati che faccio il possibile

  • lasciami provare

  • lascia che impari dall’esperienza

Se, anziché l’accoglienza, agisci la tua disapprovazione, brontolerai e cercherai di cambiarla, con l’unico risultato che lei si chiuderà in se stessa e si metterà sulle difensive per rivendicare il diritto a essere come vuole. E le giustificazioni con le quali cerca di difendersi radicano ancor di più in lei quel comportamento.

Il tuo diverso modo di vedere lei può considerarlo, il tuo consiglio può accettarlo solo se è lei a chiedertelo. E te lo chiederà solo se sente che la tua solidità non dipende dal suo cambiamento, che non sei preoccupato del tuo, ma del suo benessere; ti lascerà entrare nel suo mondo se apprezzi il bello che lei è, accettando il suo attuale modo di essere, se sa che non entri dentro di lei a farle del male schiaffeggiandola con il tuo giudizio, manipolandola con la tua disapprovazione, logorandola con i tuoi brontolamenti.

Come fare, però, se lei si ostina in comportamenti che a te (e spesso anche a lei) fanno male? Tanto più se la vostra è una relazione stretta, che non puoi evitare, come in famiglia o nel luogo di lavoro.

Il tuo obiettivo, abbiamo detto, è sentirti bene con te stesso e con lei; ma ora devi trovare il modo di esserlo nonostante questo suo comportamento.

Innanzitutto liberati dall’ansia, dalla paura, dalla rabbia, dalla frustrazione dando un calcio alle tue convinzioni, ai tuoi giudizi che pretendono di sapere cosa è giusto e cosa sbagliato. Cos’è che ti fa sentire bene: che questa persona ti dia ciò che vuoi, che soddisfi i tuoi bisogni? o che tu possa esprimere ciò che sei accogliendo ciò che ti succede come sfida di crescita, per diventare sempre più una persona matura, solida, serena, positiva? Davvero vuoi far dipendere la tua felicità dal suo comportamento?

Decidi allora di essere felice in questa situazione così com’è; e comincia con l’accorgerti, gustare e ringraziare per il bene che in essa c’è.

Felicità non è ottenere ciò che vuoi, ma una condizione di stupore davanti al miracolo della vita, davanti al mistero della vita. Perché questo stupore non sia limitato a ciò che è splendido e fortunato, dovrai imparare a trasformare anche il negativo in positivo, attraverso l’accettazione e l’amore per ciò che ti sta succedendo, che lo faranno diventare occasione per un diverso, opportunità per un di più.

                                                                                          Michele Bortignon

5/14/2026

L’orma del pellegrino: cap.20 - Una doppia confessione

Calle Mayor era ad Alcalà il punto di incontro di ogni genere di umanità: sotto i suoi portici, un flusso continuo di persone intente alle loro compravendite si mescolava a capannelli di studenti immersi in discussioni sulle ultime idee della cultura umanistica, mentre fra tutti si aggiravano i mendicanti, a tendere la mano per un tozzo di pane che permettesse loro di tirare avanti ancora per un giorno.

Tra questi c’erano anche i quattro compagni; appena giunti in città, prima di dedicarsi ad aiutare i poveri, volevano vivere la loro stessa vita per conoscerla dall’interno e poter così porgere aiuto nel modo più giusto.

Dopo essersi dati appuntamento per la sera all’asilo dei vagabondi di Santa Maria, alloggio notturno per i poveri senza riparo, Ignazio si diresse verso la cattedrale: all’inizio della sua nuova missione ad Alcalà, voleva chiedere al “Dio con noi” di essere attraverso di lui per gli altri. E dopo la preghiera si accostò alla confessione, per sperimentare concretamente l’ascolto di un Dio che ci accoglie come siamo e ci presta i suoi occhi per vederci come possiamo essere.

«Vorrei poterle raccontare in breve la mia vita», disse al confessore, «perché lei possa aiutarmi a vedere le mie mancanze nel contesto del cammino che il Signore sta facendo con me».

«Va bene, figliolo. Ti ascolto».

«Non ho un buon ricordo dei miei genitori: troppo anziani e troppo impegnati anche semplicemente per “esserci”. Quell’affetto e quella vicinanza che fanno crescere un figlio “ad immagine e somiglianza” del genitore, che gli danno la solidità e i criteri di discernimento necessari per camminare nella vita, io non li ho avuti. Per ottenere uno sguardo rivolto su di me, per poter anch’io scorgere negli occhi di mio padre quel brillare d’orgoglio che un figlio spera di trovare per sentirsi confermato in ciò che fa, ho cercato ciò che lo vedevo cercare, ho fatto mio il suo sogno. E l’onore cavalleresco è diventato il mio tutto. Quell’affetto che allarga il cuore nel calore dell’abbraccio di una madre, che senza parole dice a un figlio che cosa è vero e importante nella vita, non c’è stato, e, quindi, più tardi non poteva guidarmi a scegliere ciò che è giusto.

Quello sguardo e quell’affetto ho dovuto attenderli nascosti dietro l’angolo del fallimento di ciò che avevo costruito, gratuitamente offerti da un Dio con un volto di padre e un cuore di madre, radicalmente diversi da quelli che avevo conosciuti nei miei genitori.

Al culmine della battaglia, a Pamplona, in una palla di cannone Dio mi è scoppiato addosso, mi ha gettato a terra mezzo morto, costretto a quell’immobilità in cui potevo finalmente lasciarmi raggiungere da Lui, devastato nei miei sogni al punto che qualsiasi altra prospettiva poteva ora diventare possibile.

E mi è cresciuto dentro. Facendomi crescere. Quello sguardo e quell’abbraccio, che fisicamente non avevo avuti, ora li sentivo dentro di me luce e calore che per connaturalità mi facevano sentire e gustare il sapore buono di Dio in ciò che lo conteneva. E stridente, per contrasto, diventava ciò che sfavillava entusiasmante, ma vuoto di quella gioia intima, di quella pace vasta, profonda e duratura con cui Dio intesseva le mie esperienze di bene autentico.

Non più teatro in cui venivo mosso da fili invisibili, ora lo vedevo, il mio cuore, campo di battaglia in cui oscure e luminose forze si affrontavano. Ma, avendolo gustato, ora distinguevo il sapore di ciò che è buono e, concedendomi calma e attenzione, osservavo, valutavo, sceglievo».

Dopo questa premessa, Ignazio proseguì con l’accusa dei propri peccati, ma il confessore già non lo stava più seguendo. Quelle parole avevano smosso in lui una risonanza profonda, quasi fossero state dette per lui, per fargli riconsiderare la propria vita nello specchio di quella vita.

Fu il silenzio assorto con cui il penitente aveva concluso la propria accusa a strapparlo da quel suo pensoso torpore, da cui uscì non sapendo, purtroppo, che biascicare qualche parola di circostanza prima della consueta benedizione.

Guardando Ignazio che si stava avviando verso l’uscita, «Senti…» lo chiamò, «Posso parlarti?».

«Certo!». Tornò sui suoi passi e sedette su un banco, lasciandogli lo spazio accanto a sé perché potesse fare altrettanto. «Dimmi: ti ascolto…».

Il prete non sapeva come cominciare, e intanto si torceva le mani l’una con l’altra. Infine, girandosi quasi di scatto verso di lui, «Anch’io, sai, anch’io ho vissuto quel che hai vissuto tu… ma solo nella prima parte. È… come se a un certo punto ci fosse un bivio: tu sei andato da una parte e io dall’altra. A te è scoppiato Dio dentro, come hai detto… A me continuano a scoppiare, fuori, le relazioni con gli altri. Non riesco a reggerle. Io so cosa è giusto, cosa voglio, come devo comportarmi; ma quando ci sono dentro mi prende il panico e faccio e dico cose che non voglio - ma, in qualche maniera, sento vogliono gli altri da me - pur di uscire al più presto dalla situazione e ritrovare la tranquillità… nella mia disperata solitudine».

Con dolcezza, Ignazio gli appoggiò una mano sulla spalla. «Hai avuto il coraggio di parlarne; e questo dice che hai il desiderio di uscirne…».

«Si, ma come?» riprese l’altro, quasi con rabbia. «Perché Dio viene a cercare te e a me, che gli ho dedicato la vita facendomi prete, nemmeno sa che esisto?!».

«Anche il profeta Elia stava cercando quel Dio che aveva promesso di mostrarglisi, ricordi?: “Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco”1. Dio non era in nulla che sconvolgesse la situazione dell’uomo dall’esterno.

Poi, Elia udì una “voce di sottile silenzio” E si coprì il volto con il mantello, perché, ecco, lì c’era Dio. Capisci? Dio c’è, ma per udirne la voce devi aprire gli occhi del cuore e accorgerti di quel che sta succedendo dentro di te.

Da quanto hai detto, mi par di capire che, quando incontri delle persone, ti prende la paura e i pensieri ti suggeriscono che tutto sarà un fallimento, che ci rimedierai una ben magra figura e gli altri ti disprezzeranno, considerandoti una nullità. E una voce dentro di te ti dice «Lascia perdere, è meglio che tu rimanga a casa tua», oppure «Non contraddire, dì sempre di si, altrimenti…». Se segui questa voce, non ti apri alla relazione con queste persone, non affronti la vita. E, poiché la felicità è appunto nella vita con le persone, che ti porta simpatia, gioia, affetto, calore, esperienze, stima, tenerezza, avventura, condivisione, aiuto, emozioni… se rifiuti tutto questo per paura, fai il tuo male.

Ma, se ascolti con attenzione, c’è anche un’altra voce: più sottile, che non cerca di imporsi, come l’altra, alzando il tono, ma si propone con la calma forza di ciò che è vero. E questa voce ti dice: «Vai, coraggio, non temere! Buttati a essere te stesso con quello che sei, che credi, che ami. E, se sei vero, la verità degli altri reagirà: ora accogliendoti come acqua che disseta, ora rifiutandoti perché smuovi esperienze non risolte. Ma, in entrambi i casi, tutto questo è Vita, vita che ti insegna a vivere, ad essere Uomo, ad affrontare la realtà per creare gioia, serenità, scioltezza nelle relazioni. Perché è breve l’esistenza, e, se non la rendiamo VITA, l’abbiamo consegnata al NULLA».

E, interrompendosi, colto da una subitanea idea, «Dammi una mano», gli disse, «ti voglio far capire una cosa». Prese la mano che il sacerdote gli porgeva e alitò sopra il suo dorso.

«Hai sentito il mio soffio?».

«Si, certo!».

«E puoi mostrarmelo o farlo vedere ad altri?».

«Naturalmente no!».

«Ebbene, queste voci che senti dentro di te sono come questo soffio: le senti, ne fai esperienza, ma i sensi non arrivano ad afferrarle, a dimostrarne l’esistenza. E le senti come qualcosa che si esprime in te, attraverso pensieri ed emozioni, ma non viene da te.

Ricordi cosa dicono le Scritture della creazione del primo uomo, ossia dell’uomo che ciascuno di noi è? Dio soffiò su di lui un alito di vita… quasi a dire che il nostro rapporto con Dio, proprio come il soffio che hai appena sentito sul dorso della tua mano, lo sentiamo, c’è, ma è inafferrabile, indimostrabile, indicibile… se non dai frutti che produrrà nella nostra vita se lo accogliamo e ci affidiamo ad esso. E così gli antichi queste due voci, queste due forze, questi due soffi li chiamavano “spiriti”: quello che ti porta a chiuderti in te stesso, spirito del male; quello che ti apre alla vita, spirito del bene.

Entrambi hanno un nome molto concreto: “paura”, il primo; e “amore” quest’ultimo.

E, poiché Dio si è rivelato Amore nella vicenda umana di Gesù, lo spirito del bene, che fa entrare nella vita in pienezza, è l’amore, sempre accompagnato dalle sue due sorelle che lo rendono possibile: la fiducia e la speranza. E’ questo lo Spirito di Cristo, lo Spirito Santo, in cui siamo chiamati a vivere se vogliamo VIVERE.

Finora sei vissuto nella religione: sforzo umano per concretizzare un Dio di cui abbiamo bisogno per calmare le nostre paure. Ed è buono, è fisiologico, è un primo passo, quello del bambino che cerca la sua mamma per poter sopravvivere. Ma, se vuoi crescere, devi lasciarti raggiungere dal Dio che parla nella vita e il cui interprete è Cristo: è questa la fede! “Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato” 2.

Se vuoi guarire dalle tue paure devi smascherare il dio che ti sei costruito con i frammenti delle esperienze vissute con tuo padre e aprirti alla verità di quel che è il Dio vero: una verità che incontrerai nella vita, guardando a tutte le esperienze in cui l’amore ti ha raggiunto e ti è vissuto accanto rendendoti vivo: nella gioia, nella pace, nella libertà interiore».

Il sacerdote sembrava aver ripreso vita. Il respiro non era più, come prima, affannato, e anche il corpo si era rilassato, tornando a drizzare la schiena mentre ascoltava quelle parole che gli davano speranza: allora una strada poteva esserci anche per lui!

Guardò negli occhi quello sconosciuto che il caso gli aveva fatto incontrare e sentì in cuor suo che quel caso si chiamava Dio.

Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” 3. Si, quello era finalmente il “Kairòs” della sua vita, il momento in cui Dio lo chiamava a camminare con Sé.

«Ti prego, aiutami!» chiese a quello che in qualche modo stava sentendo come un angelo inviatogli da Dio.

«Volentieri. Ripasserò e parleremo con calma. Dimmi solo, per poterti trovare, qual è il tuo nome».

«Mi chiamo Manuel. Manuel Miona».

«E io sono Ignazio» disse porgendogli la mano: «Ignazio di Loyola».

1 1 Re 19, 11-12

2 1Cor 13, 11

3 Ap 3, 20

5/01/2026

Sulla croce. Ma come?

Me lo sono chiesto durante la celebrazione del Venerdì Santo, mentre tutti ci avvicinavamo a baciare la croce: «Bacio una croce di legno, bacio la croce di Cristo... ma la mia? Ho il coraggio di guardare alla mia croce, di baciarla, di credere che è proprio lì che posso trovare salvezza?».

Solo questo spostare lo sguardo da Cristo a me mi toglie il fiato. È un pugno allo stomaco. Mi fa dire: «No, non è possibile».

Guardo la mia croce. Tu guarda la tua. Non vorresti anche tu che sparisse -così, d’un tratto- come se non fosse mai esistita? Salvezza, per noi, vorrebbe dire proprio questo: liberarsene, finalmente!

E, nelle nostre preghiere, è questo che chiediamo a Dio.

E, guardando alla risurrezione di Cristo, è questo che crediamo sia successo: che tutto ritorna come prima.

No! Risurrezione non è risoluzione.

Risolvere il problema significa che il problema non c’è più.

Risorgere significa che il problema c’è ancora, ma è successo qualcosa che non mi aspettavo che me lo sta facendo vivere in maniera diversa o, addirittura, che per me non è più un problema, anzi, è diventato una risorsa, un’opportunità, la porta verso una consapevolezza di me stesso e della realtà, che sento passaggio a un livello superiore di vita.

Certo, noi vorremmo una felicità fatta di piacere e di assenza di problemi. E allora mi chiedo: sarei davvero felice, così?

Forse sì, per un po'. Ma poi mi mancherebbero quelle sfide che la vita mi lancia attraverso il confronto con gli altri, con ciò che non va, con ciò che mi si oppone. Sono proprio queste a spalancarmi gli occhi su me stesso e su come funziona l'esistenza; e quando le affronto, quando non mi tiro indietro, mi fanno crescere di un passo verso una maggiore armonia con me stesso, con gli altri, con la vita.

Desertum fecere et appellaverunt pacem”, diceva Tacito delle conquiste romane in Britannia: «Hanno fatto il deserto e lo hanno chiamato pace». È il rischio che corriamo anche noi: voler eliminare tutto ciò che ci dà fastidio, che ci contrasta. Ma è proprio quell'attrito con la realtà a rivelarci ciò che in noi si oppone al flusso della vita, l'ostacolo da rimuovere perché tutto riprenda a scorrere.

E allora cosa facciamo? Rimaniamo sulla croce con Cristo. Sulla croce, ma con Cristo: vivendola nel suo Spirito. Come la vivrebbe Lui? Inutile nasconderselo: lo sappiamo! Ma non vogliamo saperlo: ci sembra sbagliato, forse addirittura folle. Eppure Lui ha dimostrato finora di non volere altro che il nostro bene.

Vogliamo provarci?

Ricordiamo cosa rispose il popolo nel deserto a Dio che, nelle dieci parole, gli indicava la strada della Vita: “Quanto ha detto il Signore, noi lo eseguiremo e vi presteremo ascolto” (Es 24,7). Prima faccio, poi ascolto. Non capisco, non sono d'accordo, ma ci provo, mi fido: vediamo cosa succede. “Dai frutti li riconoscerete”, ha detto Gesù (Mt 7,16): è esattamente questo che farò. Eseguo, e poi presto ascolto a ciò che si muove in me e attorno a me. E da lì capirò come continuare.

Ed ecco che comincia ad apparire il significato della vita, che non è eliminare i problemi, ma nei problemi scoprire chi sono io per aiutare questo io a trasformarsi in Cristo.

Pensavo di dover cambiare il mondo attorno a me. Invece sono io che devo cambiare. E il mondo comincerà a essere diverso.


Michele Bortignon


P.S.: stavolta, invece di limitarti a leggere, prova a fare. Solo un po’. E vedi cosa succede.

4/15/2026

L’orma del pellegrino: cap.19 - Ti darò un nome nuovo

«Ora devi andare avanti con i tuoi studi. Ti attende la filosofia e la teologia per inserirti nella sapienza dell’umanità e della Chiesa, perché lo Spirito possa parlare non solo attraverso la tua esperienza personale, ma con una voce arricchita dalle infinite esperienze accumulatesi nella Parola, nella Tradizione e nella Cultura. Quello che dirai acquisirà così vastità e profondità, capacità di dare non risposte provvisorie, per quanto valide, ma prospettive di ampio respiro, che prendono in carico la persona nella sua integrità e nella sua complessità. Nella nuova università di Alcalà potrai trovare di che nutrire la tua mente». Questo gli aveva detto il suo maestro, al termine del biennio di grammatica latina.

Fondata dal cardinale Francisco Jiménes de Cisneros, il famoso riformatore dell’ordine francescano e patrocinatore della Bibbia Poliglotta Complutense1, l’Università di Alcalà si era subito distinta per un nuovo approccio nell’insegnamento, attento alle novità recate dalle correnti culturali del tempo. Particolarmente vivo in essa era il movimento che si rifaceva a Erasmo da Rotterdam per coltivare e dibattere idee che potessero portare a un rinnovamento della Chiesa senza mettere in discussione quell’unità che gli Evangelici avevano invece spezzato.

Rimanere? Partire? Per la prima volta, questa era una decisione che non poteva prendere da solo. Nel tempo che lo studio gli lasciava libero, Iñigo aveva continuato a dare i suoi Esercizi, e, tra le persone che aveva accompagnato spiritualmente, alcune erano state contagiate dalla sua passione di restaurare il volto di Cristo in quello del prossimo sfigurato dalla malattia, dalla povertà, dall’ignoranza, dalla reclusione, ma soprattutto dai pesanti fardelli di un passato capace di compromettere la possibilità di vivere in serenità e con frutto le proprie relazioni.

Juan de Artega, Lope de Càceres e Calixte de Sa erano così diventati suoi compagni in quelle avventure in cui sentivano che Cristo voleva tener fede attraverso di loro alla sua promessa di essere il “Dio con noi”.

Fu, dunque, in una tiepida serata di giugno che i quattro compagni si diedero appuntamento sulla spiaggia per esaminare la cosa e prendere una decisione.

La calma risacca del mare, con il suo ritmico e sempre uguale sciabordio, sembrava dare il tempo allo spartito di onde che si allargava sulla sconfinata superficie di quel mare senza orizzonte, mentre, al di sopra, un’ancor più sconfinata immensità cominciava a punteggiarsi di stelle.

«Come possiamo abbandonare le persone che stanno confidando nel nostro aiuto?» obiettò Juan a commento della proposta che il maestro Ardévol aveva fatto a Iñigo.

«Senza contare che non abbiamo nessuno a cui affidare questo compito, che possa sostituirci…» aggiunse Lope.

Solo Calixte era rimasto in silenzio, lo sguardo immerso nelle profondità di quei due piani d’infinito che si confondevano all’orizzonte. Sulle orme di Iñigo, anch’egli si era inoltrato in quella direzione, e, nel lunghissimo viaggio che l’aveva portato in Terra Santa, aveva compreso che non il punto d’arrivo era lo scopo del viaggio, ma il viaggio stesso aveva in sé il suo senso.

«Non possiamo legarci a ciò che stiamo facendo come sia opera solo nostra», disse. «Se lo lasciamo andare, tutto finirà in pezzi? O, sulla scia di quanto abbiamo fatto finora, troverà in sé le risorse per proseguire da solo? Chi può dirlo?! Io preferisco pensare che la persona che aiuto non è un carico sulle mie spalle, ma sia lei che io siamo in braccio a Dio, e ci teniamo per mano per quel tratto di strada in cui Egli ci affida l’una all’altra. A tempo debito, lo staccarci, il fare ciascuno la propria strada sarà allora altrettanto buono quanto lo era stato prima lo starci accanto.

Io dico di fidarci di Dio. Di un Dio che ora ci sta dicendo di andare sulla parola di una persona che a uno di noi apre una prospettiva “oltre”, una prospettiva che potrà dare maggior respiro al nostro servizio».

«Anch’io ho le mie resistenze e le mie paure» soggiunse Iñigo, «e, in più, ho l’imbarazzo di condizionare voi a una scelta che riguarda me. Ma se il Signore ci chiama ad agire come un corpo, forse ci vuole uniti anche nel nostro operare!».

«Sì, forse adesso abbiamo ancora bisogno di sentirci presenti l’uno all’altro» osservò Calixte. «Un domani, chissà… potrebbe bastarci l’essere uniti a Cristo e in Cristo a farci sentire uniti tra noi e, come i raggi di una ruota uniti nel mozzo centrale, allontanarci ciascuno per proprio conto a sostenere il cerchio dell’umanità che gira nella vita portando il destino del mondo…».

Non ci fu bisogno di altre parole. Ognuno seppe nel suo cuore che il Signore lo stava attendendo un passo più avanti. Verso dove, nessuno lo sapeva. Ma questo era il rischio di seguire un Dio che aveva fatto delle strade della Palestina il suo tempio e del camminare la sua liturgia. E, pellegrini, decisero di seguire quel Dio Pellegrino.

Il viaggio si era rivelato lunghissimo, e il farlo era diventato estenuante. Il caldo di quell’estate incipiente stava poi facendo la sua parte, rendendo il loro camminare un’ondeggiare di festuche inaridite dal sole.

Iñigo più degli altri era provato: la gamba malata, ristabilitasi grazie alla vita sedentaria che ormai conduceva, ora, sottoposta al martirio dell’acciottolato, era ridiventata protagonista del suo patire.

Mentre procedeva sotto il solleone, attardandosi sfinito rispetto ai compagni, gli venne alla mente un altro terribile viaggio, letto anni prima in quel “Flos Sanctorum” che gli avevano portato per alleviare la noia della convalescenza a letto, dopo la ferita di Pamplona: il viaggio che avrebbe condotto Ignazio, vescovo di Antiochia, a morire nell’anfiteatro Flavio, dilaniato dalle belve, per i festeggiamenti dell’imperatore Traiano dopo la vittoria sui Daci.

«Dalla Siria sino a Roma combatto con le fiere, per terra e per mare, di notte e di giorno, legato a dieci leopardi: il manipolo dei soldati», aveva scritto alla comunità cristiana di Roma, avvisandola del suo arrivo. «Ma annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio. Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungerLo. Sono frumento di Dio macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. Il mio unico desiderio è di congiungermi con Gesù Cristo. Cerco Lui, che è morto per me, voglio Lui, che è risorto per noi... Lasciate che io sia imitatore della Passione del mio Dio!»2.

Come suonavano lontane, ora, quelle parole! E’ così facile immaginarsi forti nel resistere al peccato e alle sofferenze quando non si è tentati e le cose vanno per il verso giusto!

«Quella che credevo fede era solo buona salute!», gli aveva confidato un giorno un anziano religioso.

Ma quando si è in situazione, ecco che la tentazione non poteva essere più subdola e devastante, ecco che il dolore non poteva colpire in un posto peggiore di quello!

Preso dallo sconforto e dalla fatica, si fermò, appoggiandosi di peso sul suo bastone da pellegrino.

«Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato»3, mugolò dentro di sé.

Quando trovò la forza di rialzare lo sguardo, in lontananza vide un qualcosa di bianco, come un muro poco più alto di un uomo, che proiettava uno scampolo d’ombra sul terreno assolato. «Arriverò fino a lì», pensò, «e poi…».

Trascinandosi con le ultime forze che gli rimanevano, giunse a quel muro sbrecciato e crollò in ginocchio. Davanti a lui, da un vecchio affresco scrostato gli sorrideva il volto della Vergine, che teneva tra le braccia il Figlio della promessa accolta. E, come rugiada che fresca irrorasse il suo pensiero inaridito, la sentì nel suo cuore rispondere al lamento che un attimo prima aveva scagliato contro il suo destino: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se questo succedesse, io invece non ti dimenticherò mai»4.

E, ancora, lo raggiunsero le parole di Ignazio: «Il fuoco, la croce, le belve, le lacerazioni, gli strappi, le slogature delle ossa, le mutilazioni delle membra, il pestaggio di tutto il corpo, i malvagi tormenti del diavolo vengano su di me, perché voglio solo trovare Gesù Cristo. Voglio il pane di Dio, che è la carne di Gesù Cristo, e come bevanda il suo sangue, che è l'amore incorruttibile»5.

«Mettimi con tuo Figlio!» chiese con un filo di voce alla Vergine. «Non possiedo la forza di Ignazio, ma accogli questo mio desiderio…».

«Non serve forza…» la sentì sussurrargli. «Fatti madre come me: accogli nel tuo cuore mio figlio e quelli che hanno bisogno del suo aiuto. Fatti luogo ospitale in cui l’Amore può darsi a chi lo cerca… e né l’Uno né gli altri mancheranno mai nella tua vita».

E, quasi a confortarlo nel suo sentirsi così diverso da quel santo il cui nome era invece così simile al suo, gli disse: «Non temere: tu sei Ignazio!».

Tornati sui loro passi, non vedendolo più dietro di loro, i suoi compagni lo trovarono ancora lì, inginocchiato sotto un muro sbrecciato, mentre, il volto inondato di lacrime, singhiozzava come un bambino.

Con delicatezza lo aiutarono a rialzarsi.

«Ignazio» sussurrò loro, ripetendo il nome affidatogli dalla Vergine. «Ora il mio nome è Ignazio».

1 In essa i testi originali delle Sacre Scritture, in aramaicogrecolatino ed ebraico, erano disposti in colonne affiancate in modo da poter essere studiati simultaneamente.

2 Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 5,1. 4,1. 6,1. 6,3

3 Is 49, 14

4 Is 49, 15

5 Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 5,3. 7,3

4/04/2026

La risurrezione al femminile

Se fosse stato per loro, tutto sarebbe finito lì.

Loro erano distrutti dallo scoraggiamento.

Nel nostro cuore, invece, ardeva una piccola speranza che ci ha fatto partire.

Siamo uscite di casa, senza pensare…

la tomba chiusa,

la pietra da rotolare,

le guardie che ancora vigilavano…

ma siamo partite lo stesso.

Noi donne sappiamo che l’amore vince ogni difficoltà.

Lo sappiamo perché la vita ci nasce dentro.

Cosa ne sarà non lo conosciamo,

ma noi ci saremo,

e la nostra speranza saprà farla andare avanti.

E’ stata questa nostra speranza,

apparsa luminosa dentro quella tomba inspiegabilmente vuota,

a dirci che il nostro folle pensiero non era un’assurdità.

Ma la speranza non può far breccia in un cuore che non sa guardare al futuro.

Loro, gli uomini, erano rimasti a casa,

gli occhi fissi sul vuoto,

il cuore distrutto dall’abbandono.

Per loro solo il presente era realtà…

Un presente in cui ciò che finora aveva dato senso alla loro vita era assente.

Loro credevano solo ciò che potevano saggiare con i sensi e con il ragionamento.

In noi donne il cuore sa intuire il futuro appoggiandosi al passato: non poteva essere tutto finito.

Fu l’urlo del nostro cuore a chiamarlo, fra timore e gioia grandi, vivo davanti a noi.

Il cuore ha ragioni che la ragione non comprende.


BUONA PASQUA!

                                                                                                   Michele Bortignon



4/01/2026

Faccio tutto io?

Quando una persona che amiamo sta male, la sua sofferenza si trasmette a noi moltiplicata e muove potente il bisogno di far qualcosa, costi quel che costi, perché questo dolore abbia a finire.

L’urgenza unita alla generosità spingono però spesso nell’inganno di pensare di poter essere completamente a misura del bisogno, di poter essere sempre e comunque noi a risolvere il problema. E la manifesta impotenza che logicamente ne consegue ci chiude nella frustrazione, nello scoraggiamento, nella disperazione, nei sensi di colpa. Sembra di non fare mai abbastanza e nel contempo di non ottenere alcun risultato.

In tutto questo processo, che l’ansia rende completamente istintuale, manca l’approfondimento di due aspetti fondamentali, che soli possono aprire una prospettiva:

  • di che cosa ha veramente bisogno la persona?

  • che cosa posso dare io?

Equivocare su questi aspetti significa vederci nel problema come un nano di fronte a un nemico enorme, per cui o ci lanciamo a testa bassa disperdendo le nostre energie in una lotta impari, perché affannosa e scoordinata, oppure fuggiamo atterriti.

Per agire efficacemente occorre invece sapere “chi fa che cosa”.

Prima di tutto il che cosa fare, ossia di cosa la persona ha bisogno.

Il rischio è di pensare a cosa io avrei bisogno nella sua situazione oppure di dare quel che io posso dare, senza chiedermi cosa a lei veramente serve, se le sto dando quel che lei chiede. Entrambi questi due comportamenti in fondo mi fanno sentire a posto e mi danno l’alibi per poter finalmente fuggire dal problema che mi crea ansia. Non sono capace di dimorare nella sofferenza altrui con quella pace che sola può darmi la capacità di mettermi in ascolto della persona che soffre: scoprendo quali paure, quali angosce la attanagliano, in quali punti il suo spirito sta cedendo e dove quindi abbisogna di un sostegno.

Una pace che posso trovare solo nell’esperienza del «Non temere, io sono con te»: ho sperimentato che Dio provvede alla mia vita e quindi provvederà anche alla tua.

Dopo il “che cosa”, il “chi”.

Io ho queste capacità e possibilità concrete e le utilizzo per soddisfare quella parte del bisogno -e solo quella- della quale sono a misura, per la quale posso dare una risposta efficace.

Posso ancora fare qualcosa: movimentare altre persone-risorsa che possono dare un loro specifico contributo al soddisfacimento del bisogno.

Se anche questo non bastasse, c’è un’ultima cosa da fare: entrare nell’esperienza della povertà. Quando -e solo allora- non c’è più nulla di esperibile da un punto di vista umano, siamo chiamati ad entrare nella dimensione della fede, affidando la persona e la sua situazione a Dio soltanto. Non si tratta però di una sorta di ultima spiaggia, ma di un riconoscere che in ultima istanza è Dio a condurre la storia, una storia finalizzata al nostro bene, anche se in modi e in tempi che non ci è dato di conoscere e che possono differire dalle nostre aspettative.

La sofferenza ci chiama dunque a vivere le due fondamentali dimensioni della vita del Cristo: l’incarnazione e la passione.

L’incarnazione: individuo cosa fare e lo faccio fino in fondo.

La passione: accolgo la situazione in cui non posso incidere e la innalzo a Dio in sacrificio, la rendo cioè sacra (sacrificio deriva appunto da sacrum-facere) nella fede che “sul monte (del sacrificio) Dio provvede”.

In estrema sintesi, Ignazio affermerebbe «agisco come se tutto dipendesse da me, sapendo che tutto dipende da Dio», quasi a dire: attenzione a non delegare a Dio quel che puoi fare tu, ma anche a non crederti onnipotente e rubargli il posto.

La tentazione di credersi e rendersi salvatori degli altri oltre che scarsa fede in Dio denota scarsa fiducia in loro. Dio ha messo nell’uomo un istinto di vita che preme sotto qualsiasi forma di sofferenza per trovare sbocco in una situazione di maggiore serenità, gioia e libertà interiore dai condizionamenti che lo opprimono.

E non è detto che quella del “salvatore” sia la strada attraverso la quale questo istinto vuol passare o è bene che passi per realizzare il suo obiettivo. Il “salvatore” potrebbe essere avvertito con fastidio per la sua invadenza e infine rifiutato dalla persona, che si sente forzata su una strada che, fosse anche la più giusta, non è stata lei a scegliere, e comunque si sente non rispettata nella sua libertà, in quanto a lei soltanto spetta determinare i tempi e i modi per risolvere il proprio problema.

Michele Bortignon



3/18/2026

L’orma del pellegrino: cap.18 - Duo sunt genera Christianorum

Paupertas Castitas Oboedientia”. Don Manuel si fermò un attimo a leggere la scritta che, con caratteri pregevolmente decorati, era incisa sull’arco di pietra che sovrastava il portone d’entrata al monastero.

Era ormai l’imbrunire, e il monaco che l’aveva accolto gli porse un lume prima di accompagnarlo nei locali della foresteria, dove avrebbe trascorso la notte.

Nonostante la stanchezza, non aveva sonno. Il pensiero di reincontrare il cardinale, al termine della sua missione, lo metteva in ansia.

Aveva fatto quel che aveva potuto… Certo, i risultati non erano stati un granché: diverse informazioni su un nome senza un volto, sparito prima del suo arrivo, e nessuna traccia (o non avevano voluto fargliene trovare?) di quel famoso libretto in sospetto d’eresia…

«Gli basterà quel che gli riferirò?», si chiese preoccupato, arrotolandosi nervosamente tra due dita una ciocca di capelli. Era, quello, un gesto che era solito fare, senza rendersene conto, quand’era in tensione. E il timore di deludere chi gli aveva affidato quell’incarico, riponendo così tanta fiducia in lui, lo aveva preso allo stomaco, impedendogli di prendere quel po’ di cibo che gli avevano portato.

Si stese sul letto e, prima di spegnere la candela, rimase a osservare un piccolo quadro di rozza fattura che, a modo suo, ornava una parete della stanza. Era la solita scena della crocifissione, contornata da santi vestiti col saio dell’ordine monastico a cui apparteneva il monastero che lo ospitava. E, anche qui, un cartiglio riportava quelle stesse parole che l’avevano accolto all’entrare in quel luogo: “Paupertas Castitas Oboedientia”.

Forse per la corrispondenza numerica, quella triade gli ricordò quelle altre tre parole che tante volte aveva ascoltato, nelle conversazioni con le persone accompagnate da Iñigo, a descrivere quegli atteggiamenti che esse sentivano importanti per vivere nello stesso spirito di Cristo: la fede, la speranza, l’amore.

«Che strano!», pensò: «Sembra quasi che ci siano “duo genera Christianorum”1: da una parte i laici, che ispirano il loro agire alle virtù teologali: la fede, la speranza, l’amore; dall’altra i religiosi, che si attengono ai voti professati: la povertà, la castità, l’obbedienza».

E quel pensiero, che già si stava staccando dalle strade consuete, lo invitò con sé a qualche libero battito d’ali: «Chissà…» continuò a pensare, «forse i voti religiosi sono figli delle virtù teologali, nati da un bisogno di concretezza, di trovare un modo pratico per viverle. Ma la necessità di inquadrarle le ha impoverite del soffio dello Spirito, che con creatività le rendeva risposte ai bisogni emergenti dalla vita… E, così, l’affidarsi a Dio nella speranza è diventato povertà, l’amore che rispetta e valorizza l’altro è diventato castità, la fiducia in Dio che vuole il mio bene è diventato obbedienza ai superiori… Si… è tutto vero, ma… che cosa ci siamo persi per strada?». Ci si doveva allora accontentare, accettando una tradizione diventata legge? Oppure, sfiduciati nelle possibilità di cambiamento di una Chiesa troppo statica, bisognava buttare tutto all’aria come stavano facendo gli Evangelici? Dopo aver conosciuto l’esperienza di Iñigo, don Manuel si era convinto che poteva esserci una terza via: «Non è che, per fare un passo avanti, sia meglio fare un passo indietro, e riprendere a camminare guidati dallo Spirito, più che da una Regola? Da dove viene questo bisogno di definire tutto con chiarezza se non dal voler possedere la realtà per controllarla secondo gli schemi che abbiamo in testa e mettere così a tacere la paura dell’ignoto? Un Dio che ci chiama con Lui a lasciarci portare dal mistero della vita? No, grazie: meglio crocifiggerlo e dipingerlo su un quadro davanti a cui pregare tra volute d’incenso!».

Sorrise, don Manuel, di quel suo sussulto di libertà di pensiero, e, premendo lo stoppino fra le dita, spense la tremolante luce del cero. Fuori, alta nel cielo, splendeva la luna.

«“…Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,

le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore.

Quanto il cielo sovrasta la terra,

tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,

i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri…” 2».

Con le parole del profeta appena mormorate tra le labbra, don Manuel si addormentò.

E sognò di essere libero e forte, capace di vincere le sue paure tenendosi aggrappato alla mano di una Voce che dall’alto gli sussurrava con tenerezza «Non temere: io sono con te!».

La strada che separava il monastero da Toledo era ancora lunga, e la monotonia del viaggio invitava i pensieri a divagare. Su cosa meglio, allora, fissare l’attenzione se non sull’esperienza appena vissuta a Manresa? Del resto, era proprio su quello che avrebbe dovuto relazionare al Cardinale, per cui tanto meglio se cominciava fin d’ora a raccogliere le idee. Ripercorse per ordine quei giorni, a cominciare da quello che aveva visto in quella festa di paese: un enorme bisogno della gente di un modo diverso di vivere la tragedia di un’esistenza miserabile. Aveva visto il suo sentirsi abbandonata da un clero perlopiù incapace di dare risposte perché impegolato in questioni di potere e di interessi economici, oppure semplicemente ignorante e senza un’esperienza di Dio da trasmettere. Aveva visto laici impegnati a organizzare un minimo di assistenza per le situazioni di maggior fragilità: gli ammalati, gli orfani, i senza casa. E, infine, aveva visto quel che aveva iniziato a fare Iñigo: un laico che riempiva i vuoti lasciati dal clero, dando alle persone gli strumenti per vivere con Cristo, nel suo Spirito, i problemi della propria vita. Partendo da una situazione disastrata com’era quella che poteva offrire la religiosità del tempo, anch’egli aveva fatto diversi errori nell’impostare la propria vita spirituale, ma aveva saputo trasformarli in lezioni di vita.

«Che cosa, allora. posso dire all’inquisitore generale?» si chiese; «Che il problema non è nell’accusato, ma in chi lo sta accusando? Che una “reformatio in membris” è impensabile se non è preceduta da una “reformatio in capite”?».

Ormai le mura di Toledo, alte a cingere il colle su cui sorgeva la città, erano in vista. Tra poco sarebbe arrivato al palazzo dell’Inquisizione, tra poco sarebbe giunto al cospetto del cardinale, tra poco…

Il vuoto calò all’improvviso nella sua mente: un vuoto cieco, assoluto, che gli stava bloccando la possibilità di esprimere qualsiasi pensiero. Solo un’immagine gli occupava la mente, accompagnata da un terrore infinito: quella di suo padre che con un ceffone in pieno viso lo rovesciava a terra, urlandogli «Dove sei stato? Che cos’hai fatto?».

Non seppe mai come riuscì ad arrivare all’anticamera del cardinale e farsi infine annunciare. Al vederselo comparire davanti, fu quasi come svegliarsi da un incubo… per entrare in un altro.

«Dunque, don Manuel, che idea si è fatto sul nostro uomo?».

Il vuoto mentale non lo aveva abbandonato, ma, davanti alla necessità di parlare, si fece selettivo e deformante, per far passare solo ciò che avrebbe potuto confermare le idee del suo superiore e nel modo in cui egli si aspettava gli venisse presentato.

E, come uno studente davanti all’esaminatore, espose il caso studiato e l’interpretazione che ne dava: «Mi è sembrato una persona dai comportamenti contraddittorii: nel periodo di vita che ho ricostruito, l’ho visto trascurare se stesso fino a quasi morirne e prendersi cura degli altri fino a recuperarli alla vita. Mi ha lasciato perplesso e diffidente questa sostanziale mancanza di equilibrio. Nell’uno e nell’altro aspetto mi è sembrato di cogliere un bisogno di primeggiare per essere notato, di fare cose fuori del comune per attirare l’attenzione… Il suo era un ricalcare senza creatività copioni di santità già recitati; ma, poi, la fatica di sostenerli lo ha aperto all’accoglienza commossa della misericordia di Dio. Al suo seguito si è formata una compagnia di persone che dalla loro esperienza di Dio si sentono legittimate a portare altri sulla loro stessa strada, senza sottoporsi a controlli e autorizzazioni da parte della gerarchia».

Con queste e altre parole, don Manuel relazionò su quanto aveva visto e inteso di quell’esperienza. E, nel farlo, odiava quanto stava facendo e non riusciva a non fare; sentiva la menzogna di una realtà presentata da un’ottica che non condivideva, ma non riusciva a dire altrimenti. E, stremato, affranto, madido di sudore, crollò con un rantolo sulle ultime parole: «Mi dispiace. Non ho saputo fare di più…».

Il cardinale, che aveva seguito con attenzione, si alzò e, ponendogli una mano sulla spalla,

«Non si scusi, don Manuel» gli disse, «Ha fatto un buon lavoro: quanto ho ascoltato ha confermato i miei sospetti. Peccato solo che non abbiamo tra le mani né la persona che cerchiamo né i suoi scritti… Ma non c’è fretta: col tempo, tutti i nodi vengono al pettine e… tutti gli eretici all’inquisizione!». Un sorriso cinico gli attraversò il volto per quella sua battuta. Poi, fissando don Manuel negli occhi con uno sguardo che sembrava indagarne le profondità, «Come promesso, le assegnerò un posto di canonico in una cattedrale che vedremo di scegliere assieme. Se poi verrò a conoscenza di ulteriori notizie su quell’Iñigo, le farò sapere, così che lei possa riprendere le indagini».


1 Il Decretum Gratiani, citando San Gerolamo, divide i cristiani in due gruppi: i chierici, devoti a Dio e dediti alla preghiera, a cui conviene star lontano dal rumore del mondo, e i laici, a cui è consentito possedere beni, sposarsi, coltivare la terra, pagare le tasse allo Stato e le decime alla Chiesa, e che possono essere salvati se evitano i vizi e fanno del bene.

2 Is 55, 8-9