Calle Mayor era ad Alcalà il
punto di incontro di ogni genere di umanità: sotto i suoi portici,
un flusso continuo di persone intente alle loro compravendite si
mescolava a capannelli di studenti immersi in discussioni sulle
ultime idee della cultura umanistica, mentre fra tutti si aggiravano
i mendicanti, a tendere la mano per un tozzo di pane che permettesse
loro di tirare avanti ancora per un giorno.
Tra
questi c’erano anche i quattro compagni; appena giunti in città,
prima di dedicarsi ad aiutare i poveri, volevano vivere la loro
stessa vita per conoscerla dall’interno e poter così porgere aiuto
nel modo più giusto.
Dopo
essersi dati appuntamento per la sera all’asilo dei vagabondi di
Santa Maria, alloggio notturno per i poveri senza riparo, Ignazio si
diresse verso la cattedrale: all’inizio della sua nuova missione ad
Alcalà, voleva chiedere al “Dio con noi” di essere attraverso di
lui per gli altri. E dopo la preghiera si accostò alla confessione,
per sperimentare concretamente l’ascolto di un Dio che ci accoglie
come siamo e ci presta i suoi occhi per vederci come possiamo essere.
«Vorrei
poterle raccontare in breve la mia vita», disse al confessore,
«perché lei possa aiutarmi a vedere le mie mancanze nel contesto
del cammino che il Signore sta facendo con me».
«Va
bene, figliolo. Ti ascolto».
«Non
ho un buon ricordo dei miei genitori: troppo anziani e troppo
impegnati anche semplicemente per “esserci”. Quell’affetto e
quella vicinanza che fanno crescere un figlio “ad immagine e
somiglianza” del genitore, che gli danno la solidità e i criteri
di discernimento necessari per camminare nella vita, io non li ho
avuti. Per ottenere uno sguardo rivolto su di me, per poter anch’io
scorgere negli occhi di mio padre quel brillare d’orgoglio che un
figlio spera di trovare per sentirsi confermato in ciò che fa, ho
cercato ciò che lo vedevo cercare, ho fatto mio il suo sogno. E
l’onore cavalleresco è diventato il mio tutto. Quell’affetto che
allarga il cuore nel calore dell’abbraccio di una madre, che senza
parole dice a un figlio che cosa è vero e importante nella vita, non
c’è stato, e, quindi, più tardi non poteva guidarmi a scegliere
ciò che è giusto.
Quello
sguardo e quell’affetto ho dovuto attenderli nascosti dietro
l’angolo del fallimento di ciò che avevo costruito, gratuitamente
offerti da un Dio con un volto di padre e un cuore di madre,
radicalmente diversi da quelli che avevo conosciuti nei miei
genitori.
Al
culmine della battaglia, a Pamplona, in una palla di cannone Dio mi è
scoppiato addosso, mi ha gettato a terra mezzo morto, costretto a
quell’immobilità in cui potevo finalmente lasciarmi raggiungere da
Lui, devastato nei miei sogni al punto che qualsiasi altra
prospettiva poteva ora diventare possibile.
E
mi è cresciuto dentro. Facendomi crescere. Quello sguardo e
quell’abbraccio, che fisicamente non avevo avuti, ora li sentivo
dentro di me luce e calore che per connaturalità mi facevano sentire
e gustare il sapore buono di Dio in ciò che lo conteneva. E
stridente, per contrasto, diventava ciò che sfavillava
entusiasmante, ma vuoto di quella gioia intima, di quella pace vasta,
profonda e duratura con cui Dio intesseva le mie esperienze di bene
autentico.
Non
più teatro in cui venivo mosso da fili invisibili, ora lo vedevo, il
mio cuore, campo di battaglia in cui oscure e luminose forze si
affrontavano. Ma, avendolo gustato, ora distinguevo il sapore di ciò
che è buono e, concedendomi calma e attenzione, osservavo, valutavo,
sceglievo».
Dopo
questa premessa, Ignazio proseguì con l’accusa dei propri peccati,
ma il confessore già non lo stava più seguendo. Quelle parole
avevano smosso in lui una risonanza profonda, quasi fossero state
dette per lui, per fargli riconsiderare la propria vita nello
specchio di quella vita.
Fu
il silenzio assorto con cui il penitente aveva concluso la propria
accusa a strapparlo da quel suo pensoso torpore, da cui uscì non
sapendo, purtroppo, che biascicare qualche parola di circostanza
prima della consueta benedizione.
Guardando
Ignazio che si stava avviando verso l’uscita, «Senti…» lo
chiamò, «Posso parlarti?».
«Certo!».
Tornò sui suoi passi e sedette su un banco, lasciandogli lo spazio
accanto a sé perché potesse fare altrettanto. «Dimmi: ti
ascolto…».
Il
prete non sapeva come cominciare, e intanto si torceva le mani l’una
con l’altra. Infine, girandosi quasi di scatto verso di lui,
«Anch’io, sai, anch’io ho vissuto quel che hai vissuto tu… ma
solo nella prima parte. È… come se a un certo punto ci fosse un
bivio: tu sei andato da una parte e io dall’altra. A te è
scoppiato Dio dentro, come hai detto… A me continuano a scoppiare,
fuori, le relazioni con gli altri. Non riesco a reggerle. Io so cosa
è giusto, cosa voglio, come devo comportarmi; ma quando ci sono
dentro mi prende il panico e faccio e dico cose che non voglio - ma,
in qualche maniera, sento vogliono gli altri da me - pur di uscire al
più presto dalla situazione e ritrovare la tranquillità… nella
mia disperata solitudine».
Con
dolcezza, Ignazio gli appoggiò una mano sulla spalla. «Hai avuto il
coraggio di parlarne; e questo dice che hai il desiderio di
uscirne…».
«Si,
ma come?» riprese l’altro, quasi con rabbia. «Perché Dio viene a
cercare te e a me, che gli ho dedicato la vita facendomi prete,
nemmeno sa che esisto?!».
«Anche
il profeta Elia stava cercando quel Dio che aveva promesso di
mostrarglisi, ricordi?: “Ci
fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le
rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il
vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo
il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco”.
Dio non era in nulla che sconvolgesse la situazione dell’uomo
dall’esterno.
Poi,
Elia udì una “voce di sottile silenzio” E si coprì il volto con
il mantello, perché, ecco, lì c’era Dio. Capisci? Dio c’è, ma
per udirne la voce devi aprire gli occhi del cuore e accorgerti di
quel che sta succedendo dentro di te.
Da
quanto hai detto, mi par di capire che, quando incontri delle
persone, ti prende la paura e i pensieri ti suggeriscono che tutto
sarà un fallimento, che ci rimedierai una ben magra figura e gli
altri ti disprezzeranno, considerandoti una nullità. E una voce
dentro di te ti dice «Lascia perdere, è meglio che tu rimanga a
casa tua», oppure «Non contraddire, dì sempre di si, altrimenti…».
Se segui questa voce, non ti apri alla relazione con queste persone,
non affronti la vita. E, poiché la felicità è appunto nella vita
con le persone, che ti porta simpatia, gioia, affetto, calore,
esperienze, stima, tenerezza, avventura, condivisione, aiuto,
emozioni… se rifiuti tutto questo per paura, fai il tuo male.
Ma,
se ascolti con attenzione, c’è anche un’altra voce: più
sottile, che non cerca di imporsi, come l’altra, alzando il tono,
ma si propone con la calma forza di ciò che è vero. E questa voce
ti dice: «Vai, coraggio, non temere! Buttati a essere te stesso con
quello che sei, che credi, che ami. E, se sei vero, la verità degli
altri reagirà: ora accogliendoti come acqua che disseta, ora
rifiutandoti perché smuovi esperienze non risolte. Ma, in entrambi i
casi, tutto questo è Vita, vita che ti insegna a vivere, ad essere
Uomo, ad affrontare la realtà per creare gioia, serenità,
scioltezza nelle relazioni. Perché è breve l’esistenza, e, se non
la rendiamo VITA, l’abbiamo consegnata al NULLA».
E,
interrompendosi, colto da una subitanea idea, «Dammi una mano», gli
disse, «ti voglio far capire una cosa». Prese la mano che il
sacerdote gli porgeva e alitò sopra il suo dorso.
«Hai
sentito il mio soffio?».
«Si,
certo!».
«E
puoi mostrarmelo o farlo vedere ad altri?».
«Naturalmente
no!».
«Ebbene,
queste voci che senti dentro di te sono come questo soffio: le senti,
ne fai esperienza, ma i sensi non arrivano ad afferrarle, a
dimostrarne l’esistenza. E le senti come qualcosa che si esprime in
te, attraverso pensieri ed emozioni, ma non viene da te.
Ricordi
cosa dicono le Scritture della creazione del primo uomo, ossia
dell’uomo che ciascuno di noi è? Dio soffiò su di lui un alito di
vita… quasi a dire che il nostro rapporto con Dio, proprio come il
soffio che hai appena sentito sul dorso della tua mano, lo sentiamo,
c’è, ma è inafferrabile, indimostrabile, indicibile… se non dai
frutti che produrrà nella nostra vita se lo accogliamo e ci
affidiamo ad esso. E così gli antichi queste due voci, queste due
forze, questi due soffi li chiamavano “spiriti”: quello che ti
porta a chiuderti in te stesso, spirito del male; quello che ti apre
alla vita, spirito del bene.
Entrambi
hanno un nome molto concreto: “paura”, il primo; e “amore”
quest’ultimo.
E,
poiché Dio si è rivelato Amore nella vicenda umana di Gesù, lo
spirito del bene, che fa entrare nella vita in pienezza, è l’amore,
sempre accompagnato dalle sue due sorelle che lo rendono possibile:
la fiducia e la speranza. E’ questo lo Spirito di Cristo, lo
Spirito Santo, in cui siamo chiamati a vivere se vogliamo VIVERE.
Finora
sei vissuto nella religione: sforzo umano per concretizzare un Dio di
cui abbiamo bisogno per calmare le nostre paure. Ed è buono, è
fisiologico, è un primo passo, quello del bambino che cerca la sua
mamma per poter sopravvivere. Ma, se vuoi crescere, devi lasciarti
raggiungere dal Dio che parla nella vita e il cui interprete è
Cristo: è questa la fede! “Quand'ero
bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da
bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato”
.
Se
vuoi guarire dalle tue paure devi smascherare il dio che ti sei
costruito con i frammenti delle esperienze vissute con tuo padre e
aprirti alla verità di quel che è il Dio vero: una verità che
incontrerai nella vita, guardando a tutte le esperienze in cui
l’amore ti ha raggiunto e ti è vissuto accanto rendendoti vivo:
nella gioia, nella pace, nella libertà interiore».
Il
sacerdote sembrava aver ripreso vita. Il respiro non era più, come
prima, affannato, e anche il corpo si era rilassato, tornando a
drizzare la schiena mentre ascoltava quelle parole che gli davano
speranza: allora una strada poteva esserci anche per lui!
Guardò
negli occhi quello sconosciuto che il caso gli aveva fatto incontrare
e sentì in cuor suo che quel caso si chiamava Dio.
“Ecco,
sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la
porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” .
Si, quello era finalmente il “Kairòs” della sua vita, il momento
in cui Dio lo chiamava a camminare con Sé.
«Ti
prego, aiutami!» chiese a quello che in qualche modo stava sentendo
come un angelo inviatogli da Dio.
«Volentieri.
Ripasserò e parleremo con calma. Dimmi solo, per poterti trovare,
qual è il tuo nome».
«Mi
chiamo Manuel. Manuel Miona».
«E
io sono Ignazio» disse porgendogli la mano: «Ignazio di Loyola».