L’unica cosa che era rimasta ferma in quel turbinio di posti e di avvenimenti succedutisi nel suo pellegrinaggio era la chiamata ad “aiutare le anime”. Se a questo era chiamato, in questo sentiva di dover crescere perché il suo servizio al prossimo potesse essere sempre nello stile di quel Dio che, quando fa le cose, le fa bene, al punto da poter dire «E’ cosa buona!». Solo a queste condizioni si sarebbe dichiarato soddisfatto, potendo allora affermare che il suo agire era “Ad maiorem Dei gloriam”.
Come, dunque, crescere nella sua capacità di aiutare le anime?
Un suo dubbio a questo riguardo era stato subito risolto. Doveva mettersi sotto la guida di un maestro spirituale? A Manresa aveva conosciuto un monaco cistercense che stimava molto per la sua conoscenza delle vie di Dio. Ma, tornato da lui, gli dissero che era morto. Lo lesse come un segnale: non era quello di cui aveva bisogno. Dio gli stava insegnando già Lui le sue vie, facendogliene fare esperienza in se stesso e nelle persone che accompagnava.
Tornò dunque a Barcellona e si fece consigliare da Isabella Ferrer, che conosceva per averlo ospitato durante la sua precedente permanenza, prima di partire per Gerusalemme. Un’opinione esterna lo avrebbe aiutato a considerare con più obiettività la situazione.
«Credo che il primo passo sia di studiare il latino», gli rispose la donna. «Se vuoi parlare non solo a nome tuo, ma anche della Chiesa, devi conoscere la lingua in cui essa ha espresso la sua comprensione di Dio. Se vuoi, ti presento al maestro Gerolamo Ardévol, che, oltre a tenere la cattedra di grammatica latina all’Estudio General, è uno dei fondatori dell’Accademia di Studi Umanistici di Barcellona; persona, dunque, di grande spessore culturale, che potrà farti crescere non solo nella conoscenza della lingua, ma anche della cultura latina».
«Ma io non posso permettermi l’impegno economico di una scuola vera e propria… La mia intenzione è di studiare qualcosa per qualche tempo, il tanto che basta a sapermi esprimere con proprietà…».
«Non se ne parla nemmeno!» lo interruppe Isabella. «Tu hai un dono nell’aiutare gli altri. Lascia allora che gli altri aiutino te perché tu possa aiutarli ancora meglio. Per i soldi non ti devi preoccupare: penserò io a quel che serve per il tuo mantenimento; e sono sicura che il maestro Ardévol sarà altrettanto disponibile e ti insegnerà gratuitamente».
Iñigo iniziò così i suoi studi, adulto1 in una classe di ragazzini.
Ben presto si accorse che alla sua età non era più così facile mandare a memoria coniugazioni e declinazioni. Le ore dedicate allo studio sembravano non finire mai e la mente, di tanto in tanto, si allontanava per proprio conto, sulle ali di pensieri che lo portavano vicino al suo Signore o a considerare i problemi delle persone che accompagnava, con intuizioni che gli aprivano prospettive nuove e interessanti, in cui era piacevolissimo soffermarsi. Questo era il suo mondo, e in esso si addentrava cogliendovi frutti saporosi e nutrienti. Quando però ne era sazio, quella luce si affievoliva, spegnendosi sul grigiore del foglio, da cui la noia di quel “rosa, rosae, rosae, rosam, rosa” gli piombava nuovamente addosso come un macigno.
«Se questa fatica mi uccide, sarà segno che questa non è la mia strada…» cominciò a pensare. «Perché impantanarmi in questa inutilità quando nel cielo della spiritualità volo con ali d’aquila?».
Se lo stava chiedendo anche il giorno dopo, al termine di una mattinata non precisamente entusiasmante, in cui, guardandosi attorno, aveva colto nello sguardo dei suoi compagni di classe un’analoga mancanza d’interesse. Diverso lo sguardo dei loro genitori venuti a prenderli all’uscita di scuola: nei loro occhi aveva invece colto un lampo d’orgoglio per quei loro figli che stavano acquisendo una cultura capace di aprire loro una strada verso professioni importanti.
«Questi ragazzi hanno chi sa guardare alla loro vita con una visione d’insieme, che coglie nell’oggi i germogli del domani. Hanno chi non permette loro di arrendersi alla noia, sapendo che perdere questa battaglia sarebbe la sconfitta di una vita. La miopia non è lo sguardo di chi ama…».
Una stretta al cuore lo scrollò dalla strisciante, nostalgica invidia che l’aveva preso, a dirgli che un Padre ce l’aveva anche lui. Ma la fiducia che Questi in lui riponeva era così grande che, dopo averlo contagiato con il suo sogno, non intendeva sostituirsi a lui nel discernimento della strada su cui realizzarlo.
«Certo, il discernimento… quel riuscire a distinguere il bene dai grandi orizzonti da quello di piccolo cabotaggio, il sogno che rende grande una vita dal piacere che fa luccicare un attimo, la pace che ti allarga il cuore all’infinito dal sollievo di un momento…».
I ricordi lo riportarono al periodo di convalescenza nella casa paterna dei signori di Loyola, quando, bloccato a letto con una gamba ridotta in pezzi da una palla di cannone, aveva notato la diversità di stati d’animo che letture diverse suscitavano in lui: le gesta dei cavalieri lo entusiasmavano, ma, rientrato dalle fantasie di quel mondo sfavillante, nulla gli rimaneva che gli cambiasse la quotidianità del reale; al contrario, le lotte dei santi contro la forza del male che scoprivano in sé e nel mondo circostante lo turbavano, ma rimanevano a lavorare dentro di lui come nostalgia di un qualcosa che lo chiamava a sé.
Aveva allora capito che non ciò che appare bene è senz’altro bene, né ciò che appare male è senz’altro male… Non l’istintività guidata da appetiti e paure può distinguere, ma il cuore in ascolto del tocco gentile ma fermo di un Dio che sa vedere lontano.
«Ma, allora… quelle luci… quelle intuizioni…?!».
Ciò che non è germoglio di una pianta che può dar frutto abbondante, bensì sbocciare di un fiore effimero, può essere bello, ma non sempre è buono. Anche il lampo divampa e stupisce, ma la sua luce non serve per leggere.
La vera consolazione, l’abbraccio di Cristo che ti fa uno con sé, è dove il suo Spirito entra in consonanza col tuo: dove la sua fiducia in te fa nascere la tua fede in Lui, dove la sua speranza ti porta a credere nel futuro, dove il suo amore per te alimenta il tuo amore per gli altri.
«Ma come sono arrivato a prendere un abbaglio del genere?!» si chiese Iñigo. «Come ha potuto il Nemico penetrare all’interno delle mie difese quasi senza che me ne accorgessi?».
E quella parola, “Nemico”, gli riportò alla mente il tempo in cui aveva combattuto in difesa di Pamplona assediata dai Francesi. Ogni buon generale sa che, per far capitolare una città, occorre studiarne con attenzione le difese, fino a individuarne il punto debole; e lì scatenare l’attacco. Così era stato con lui: il Nemico l’aveva attaccato nel suo sentire inutile e noioso quel che stava facendo… e stava ottenendo di farglielo abbandonare, e con esso tutto il bene che lo studio poteva dargli per realizzare il suo scopo: aiutare le anime.
Aveva imparato come reagire a queste tentazioni: facendo il contrario di ciò a cui esse volevano portarlo. Se era fargli abbandonare lo studio, vi si sarebbe allora impegnato con tutte le sue forze. Così bisognava fare: il demonio si dimostrava forte con i deboli e debole con i forti. E tra quest’ultimi egli voleva essere annoverato.
Sapeva anche che al “divisore” piace mestare nel torbido: prende forza dal non aprirti a chi può consigliarti, quando la sua voce alimenta il tuo dialogo interiore, mettendo tutto in dubbio. Anche qui bisognava “agere contra”, rivelando le sue trame, aprendo le finestre della mente per farvi entrare la luce da fuori. Chiese dunque al suo maestro di farsi garante dell’impegno che prendeva di fronte a lui: «Io vi prometto di non mancare mai alle vostre lezioni nei prossimi due anni, solo che trovi, qui a Barcellona, un po’ di pane e acqua per sostentarmi».
Avrebbe messo lo studio al primo posto, davanti a tutti i suoi altri impegni, ridimensionando, se del caso, quest’ultimi. Se tante sono le cose buone, non serve scegliere, ma semplicemente fare ordine: le cose secondarie si fanno dopo le più importanti, nei tempi lasciati liberi da queste. Si trattava di far ordine nella propria vita, così da poter scegliere tenendo presente il progetto che si era dato, e non facendosi tirare qua e là da voglie o pigrizie.
«Da parte mia, solo una cosa», gli disse il maestro. «Ho notato che hai ripreso le mortificazioni di un tempo. So che lo fai per diventare forte contro le tentazioni… ma attento a non ingannarti: penitenza vera è renderti libero dalle tue pigrizie, dalle tue poche voglie, facendo invece al meglio il tuo dovere. Studiare è ora la tua penitenza!».
Queste parole colpirono profondamente Iñigo, che ne fece oggetto di preghiera per diversi giorni. E alla fine capì: «E’ vivere nel tuo Spirito a farmi uno con Te, Signore, non l’imitarti in quel che hai vissuto con penitenze e mortificazioni. Che stupido sono stato! Ma perché, Signore, non me l’hai fatto capire quando ne ero illuso?!».
Lassù, nei cieli, Dio sorrise, perché forse nemmeno questo era l’ultimo passo… Ma Lui era comunque contento di premiare ogni tappa intermedia di ogni suo figlio… condendola subito dopo con un po’ di sana inquietudine per non permettergli di fermarsi in essa.
1 All’epoca aveva 33 anni


