1/01/2026

Gestire le tentazioni

Scatti di collera, uscite inopportune, piaceri rubati, intemperanze nel mangiare e nel bere, piccole vendette, voler avere l’ultima parola, schivare certi obblighi, frodare il fisco, sorpassi azzardati, porno in internet, pettegolezzi e maldicenze, non curarmi adeguatamente, non tollerare un ritardo, perdere la pazienza con chi non capisce subito… c’è tutta una serie di peccati che tendiamo a non riconoscere come tali o a giustificare con pensieri del tipo:

  • è una giusta reazione a quel che hanno fatto;

  • tanto non se ne accorge nessuno;

  • ma cosa vuoi che sia, non è nulla di grave!

Certo, non sono un uccidere l’altro, ma un ignorare i suoi bisogni per mettere al centro i miei. E, come abbiamo sempre detto, il bene autentico è quello che fa bene a me e a te contemporaneamente.

Le giustificazioni, poi, avvalorano un modo di pensare che fa di questo autocentramento e della conseguente indifferenza all’altro uno stile di vita.

Prima ancora di essere una scelta, questi comportamenti conseguono al lasciar campo libero alle nostre emozioni: rabbia, preoccupazioni, ansia, paura, cupidigia, lussuria, rancore; emozioni che non trovano resistenza in noi e ci fanno reagire come vogliono loro.

Per evitare questo andirivieni inconsulto i padri del deserto dicevano che la cosa da fare è mettersi alle porte del cuore e chiedere a ogni pensiero che sopraggiunge: «Sei dei nostri o vieni dal nemico?». Come capire se un pensiero è dei nostri? Semplice: se mi aiuta a raggiungere lo scopo che ho dato alla mia vita. Devo dunque, prima di tutto, aver chiaro chi voglio essere. Non è dunque una questione morale, ma di avere le idee chiare. Dice un detto che mi è piaciuto: Se non sai con chiarezza dove vuoi arrivare, rischi di trovarti altrove e di non accorgertene.

In sostanza, da una parte gestisco i miei comportamenti mediando i miei bisogni con quelli degli altri, perché sono convinto che questo possa portare a tutti benessere, dignità, gioia, serenità. È la scelta di chi sta bene con gli altri; dall’altra lascio briglia sciolta alle mie emozioni e assecondo le loro pulsioni, soddisfacendo appieno i miei bisogni senza preoccuparmi se questo appesantisce la fatica di vivere dell’altro, aggrava i suoi problemi, lo legga ancor più strettamente alle sue schiavitù, lo affonda definitivamente nelle sue povertà: è la scelta di chi sta bene a spese degli altri.

Facile adesso, per noi cristiani, dire: «La mia scelta è chiara!». Ma le emozioni che agiscono in chi le asseconda senza freni agiscono anche in te che hai deciso di non seguirle.

In termini spirituali, le chiamiamo “tentazioni”. Il problema è come gestirle.

Provo a darti qualche indicazione per quando ti troverai faccia a faccia con qualcuna di esse.

Innanzitutto tranquillo: la tentazione è la normalità della vita umana, non l’eccezione da cui tirarsi fuori a disagio il più presto possibile come fosse qualcosa di sbagliato.

La tentazione è un’esperienza spirituale, un’esperienza, cioè, degli spiriti che ti muovono, una palestra per il discernimento, un esercizio spirituale.

Tranquillo. Anche qui non lasciarti prendere dall’ansia, ma crea uno spazio di decompressione: non dire, non fare, non decidere niente. Aspetta e osserva l’agitarsi dello spirito del male: cosa sta cercando di farti fare? Lascia perdere ora le tue considerazioni: è lui che cerca di tirarti dalla sua parte! Lascia sia Dio a rispondergli, con le parole delle Scritture.

Osserva cosa sta succedendo in te e rispondi: “Sta scritto…”; se non ti viene in mente nessuna frase delle Scritture, pensa cosa farebbe Gesù se fosse al posto tuo.

Respira. Calmati. Invoca il Signore.

Osserva e rispondi.

Alla fine ringrazia Dio per aver permesso questa tentazione e digli cosa hai capito.

Mostra a Lui la tua fragilità.

Consegna a Lui le tue ferite.

Ricorda a te stesso chi vuoi essere.

Ecco, ora puoi decidere cosa fare.

Puoi anche decidere di assecondare la tentazione: sei libero!

Solo, prima pensa che è stato Dio a darti gli strumenti per esserlo.

Anche le tue cadute sono grazia: non puoi capire cos’è la salvezza se prima non hai fatto esperienza di cosa sia l’inferno!

Non è male, infine, che ogni tanto tu ti confronti con il tuo accompagnatore a questo riguardo e, riconoscendo le tue cadute, nel sacramento della confessione incontri il perdono di Dio che ti aiuta a ricominciare di nuovo, senza essere appesantito dai sensi di colpa.

Se vuoi, all’atto di dolore nella formulazione tradizionale potresti sostituire la formulazione seguente, che tiene conto delle indicazioni che ti ho appena date:


ATTO DI DOLORE

Eccomi, Signore, davanti a Te

per ricordare chi voglio essere

con il tuo aiuto.

Mi sono lasciato travolgere dalle emozioni

che hanno fatto di me

quel che hanno voluto.

Ridammi il silenzio del cuore

in cui vedere quel che sta succedendo

e scegliere solo ciò che mi mette con Te.

Confido che Tu sei con me

anche quando io non sono con Te.


Michele Bortignon