1/16/2026

L’orma del pellegrino: cap.16 - Le due strade

Tornato a Venezia non senza qualche disavventura (delle tre navi che erano partite, la sua era stata l’unica a salvarsi dal naufragio, durante una tremenda tempesta che le aveva colte), Iñigo si era incamminato lungo la via Romea giungendo a Ferrara. Di qui aveva intenzione di continuare per Genova, da dove l’imbarco lo avrebbe riportato a Barcellona.

La citta degli Estensi lo accolse nelle sue ampie vie che confluivano verso il castello e la cattedrale. Per la notte si fermò a riposare sotto un androne attiguo al Palazzo dei Diamanti. Con l’immagine ancora negli occhi del maestoso edificio dalle pareti bugnate con blocchi di marmo piramidali, si addormentò. E il sogno lo prese con sé a reimpastare emozioni e interrogativi, timori e desideri in immagini e storie che trasformavano simbolicamente esperienze già vissute, aprendole a nuove comprensioni.


E nel sogno gli sembrò di entrare in un sontuoso palazzo. Nella sala del trono, imponente e volitivo nell'aspetto, era seduto Lucifero, il capo degli angeli caduti. E, dappertutto, innumerevoli demoni, chiamati a raccolta per spargersi in tutto il mondo, chi in una città, chi in un'altra, senza tralasciare alcun luogo né alcuna persona. E questo era l’ordine loro assegnato: «Imbrigliate gli uomini sotto il mio potere, cominciando ad attirarli con l'avidità delle ricchezze, da cui passeranno alla ricerca del successo e infine al desiderio del potere; da qui cadranno poi facilmente in tutti gli altri vizi».

Svanì quella scena e apparve un rado oliveto sulla cima di un colle. E, tra le piante, Gesù con i suoi discepoli e tanti amici seduti ad ascoltarlo. E questo era l’invito che Egli rivolgeva loro: «Andate in tutto il mondo ad aiutare le persone a risorgere dalle loro morti. E a chi di loro vorrà, come voi, seguirmi, indicate la via su cui sto camminando: la disponibilità all’ascolto delle chiamate che il Padre rivolge attraverso la vita, la disponibilità ad affrontare l’umiliazione e il disprezzo per rimanere loro fedeli, la disponibilità al servizio per realizzarle; da qui raggiungeranno poi facilmente tutte le altre virtù»1.

E, nel sogno, si vide cadere ai piedi di Gesù, pregandolo di sceglierlo tra i suoi: «Dimmi cosa devo fare, mio Signore. I miei sogni, i miei progetti, perfino il mio desiderio di aiutare le anime… tutto depongo ai tuoi piedi: né questo né altro io voglio se non sarai tu a ridarmelo secondo quanto mi ispirerai e giudicherai più utile per rimanerti accanto a servizio del tuo Regno».

Al risveglio entrò nella cattedrale per continuare con Cristo quel loro colloquio iniziato nel sogno. «Cosa devo fare?» riprese Iñigo. E la risposta lo aspettava appena fuori del tempio, in tanti poveri in attesa di un gesto di attenzione.

Al primo che gli chiese l'elemosina porse un marchetto. Subito ne venne un altro, e anche a lui diede un'altra moneta spicciola che valeva un po’ di più. A un terzo, avendo ormai solo dei giuli, diede un giulio. I mendicanti, vedendo che faceva l'elemosina, continuarono a venire, e così se ne andò tutto il gruzzolo datogli al suo ritorno a Venezia dallo spagnolo che lo aveva ospitato prima della partenza per Gerusalemme. Alla fine vennero molti insieme, ma egli si scusò con loro perché non aveva più nulla.

«Se non sto attento» si disse, «anche quel poco che ho rischia di diventare un attaccamento alla sicurezza che può darmi; non solo: rischia di privarmi, come fa con il ricco, dell’apertura alle chiamate della vita e della disponibilità a rispondervi con libertà.

Ti offro dunque, Signore, la mia decisione di tenere solo quanto, giorno per giorno, mi serve per vivere. Confermala, se questa è pure la tua volontà, con la tua consolazione».

Il giorno successivo, giunto ormai il tramonto, il pellegrino si trovò a transitare nei pressi di un accampamento dell’esercito imperiale; chiese qualcosa da mangiare e il capitano in persona gli offrì cortesemente anche un posto per dormire.

Il fuoco di bivacco, in quella serata uggiosa, invitava a fermarsi per riscaldarsi un po’ prima di coricarsi. Iñigo si era fatto presso alle braci e anche il capitano, probabilmente stanco di non avere che i propri soldati per compagnia, si avvicinò, fermandosi con lui a conversare. Da molto tempo mancava da casa a causa di quell’interminabile guerra con i francesi per il possesso del Ducato di Milano; e, assieme alla nostalgia per la famiglia lontana, anche l’amarezza per come stavano andando le cose si faceva sentire, rendendolo critico nei confronti del sovrano spagnolo: «Per diventare imperatore, oltre che comprare a caro prezzo i principi elettori, Carlo ha dichiarato: “La nostra vera intenzione e la nostra vera volontà è di alimentare e di procurare la pace in tutta la cristianità e di impiegare totalmente la nostra forza e la nostra potenza per la difesa, conservazione e ampliamento della nostra fede” 2. Ma, come vedi, Carlo promette la pace e la impone con la forza, eliminando ogni possibilità di divergenza interna all’impero. Le realtà locali avvertono il peso schiacciante di un dominio che vuole annullare le differenze in nome di un’unità che però significa omologazione alla volontà del più forte; e, nella loro debolezza, appoggiano la Francia, unica potenza in grado di contrapporglisi; salvo poi, opportunisticamente, tornare al suo fianco quando lo vedono vincitore, in un continuo altalenare di alleanze».

«Ne so qualcosa» intervenne Iñigo: «Ero anch’io nelle sue truppe a difendere Pamplona quando i Francesi hanno cercato di riconquistare la Navarra approfittando della rivolta dei Comuneros, che rivendicavano per la Spagna una monarchia costituzionale».

«Vedi bene, dunque, che l’ideale propugnato da Carlo - la pace universale - rivela il suo vero volto: un paravento ideologico a una ricerca personale di ricchezza, di successo, di potere. Altrimenti, se la preoccupazione fosse davvero quella di fare il bene del popolo, la cosa più logica sarebbe mettere in pratica ciò che sta suggerendo Erasmo da Rotterdam». Così dicendo, estrasse un libretto che teneva riposto nel giustacuore, e ne lesse un passo su cui doveva aver riflettuto parecchie volte: «“Riterrei che sarebbe utile alla pubblica tranquillità del mondo cristiano se si stabilissero con precisi pubblici trattati i confini di ogni Stato e se, una volta stabiliti, essi non potessero essere né arretrati né avanzati per legami di parentela o in virtù di trattati; inoltre che fosse completamente abolito il diritto fondato su antichi titoli che ognuno suole pretestuosamente accampare. E se qualcuno protestasse perché così si toglierebbe ai principi non so quale loro diritto, vorrei che costui riflettesse se si può considerare equo che per simili diritti, che uno ha veramente o finge d’avere, l’orbe cristiano sia senza fine tormentato da armi empie e omicide, tanti innocenti siano uccisi o rovinati, tante donne che non lo meritano siano afflitte e corrotte, e, infine, debba essere introdotta nella vita della società tutta quella tragica serie di mali che ogni guerra porta con sé” 3».

Il mattino seguente, di buon’ora, Iñigo prese congedo dal comandante. «Non proseguire per la strada principale» gli raccomandò quest’ultimo: «Ti troveresti ad attraversare le linee delle truppe francesi!». E gli consigliò un itinerario alternativo, attraverso zone poco abitate, in cui i soldati di Francesco I° non si erano spinti.

Iñigo si incamminò, ma, giunto al bivio indicato, si fermò a pensare: «La scelta che ho fatto, di vivere solo di ciò che ogni giorno posso raccogliere mendicando, mi rende impossibile passare per luoghi disabitati, altrimenti dovrei portare con me delle provviste! Voglio dunque rimanere fedele alle ragioni della mia scelta piuttosto che a quelle della prudenza. Non per principio, ma perché voglio sperimentare che “tutto concorre al bene di chi ama Dio” 4 e a Lui si affida».

Proseguendo dunque per la strada principale, passò per un villaggio bruciato e distrutto, e così fino a sera non trovò nessuno che gli desse qualcosa da mangiare. Al tramonto giunse a un borgo fortifica­to; immediatamente le sentinelle, pensando che fosse una spia, lo arrestarono, lo spogliarono, lo perquisirono e lo sottoposero a un duro interrogatorio; ma egli continuava a rispondere che non sapeva nulla. Non riuscendo a fargli confessare le intenzioni che essi sospettavano in lui, lo condussero, così spogliato, attraverso le strade del paese fin dal capitano della guarnigione. Questi lo interrogò a sua volta, dicendo: «Non mi dici nulla? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di torturarti per farti parlare?». 

Questa minaccia fece per un momento vacillare la sua determinazione. Doveva parlare? E cosa doveva dirgli? La posizione dell’accampamento degli spagnoli? Lo scoraggiamento che serpeggiava tra le truppe? Lui che sentiva come missione quella di portare la pace nel cuore degli uomini, con le sue parole avrebbe causato altre lotte e altre sofferenze…

No: le conseguenze prevedibili dicevano che questa era una tentazione. «Certo: parlando, potrei salvarmi la vita!» pensò. «Ma che cosa è più importante? Una vita senza una missione da compiere o portare a termine la mia missione a costo della vita? Per il mondo pazzia è perdere la vita per inseguire un sogno, ma con Cristo considero pazzia rinunciare al mio sogno per salvarmi la vita. Questa tentazione sta mettendo alla prova la verità della mia disponibilità a Dio, del mio desiderio di essere con e come Cristo! E contro di essa reagirò con forza!». Appoggiandosi alla libertà interiore che aveva recuperata decidendo di non farsi dominare dalla paura, dall’attaccamento alla vita, si diede il diritto di pensare con calma a quello che doveva dire e di scegliere cosa dire. E così pronunciò solo poche parole, con lunghe pause tra l'una e l'altra: «Io sono uno che cerca… E quello che cerco è essere con Cristo e come Cristo… Per questo cerco la povertà con Cristo povero piuttosto che la ricchezza…, le umiliazioni con Cristo umiliato piuttosto che gli onori…; inoltre preferisco essere considerato stolto e pazzo per Cristo, che per primo fu ritenuto tale, piuttosto che saggio e accorto secondo il giudizio del mondo…»5.

«Si, un pazzo! Ecco cosa sei: un pazzo!» gridò esasperato il capitano. E, rivolto ai suoi uomini: «Quest'uomo è un demente; ridategli la sua roba e cacciatelo via».

Fuori il sole brillava come non mai e i suoi raggi, in quella fredda giornata di fine inverno, gli si fecero intorno come una carezza, come un abbraccio caldo a cui volle abbandonarsi:

«Signore, non si inorgoglisce il mio cuore

e non si leva con superbia il mio sguardo;

non vado in cerca di cose grandi,

superiori alle mie forze.

Io sono tranquillo e sereno

come bimbo svezzato in braccio a sua madre,

come un bimbo svezzato è in Te l'anima mia6.

Si, questo è il mio tesoro e la mia forza: il tuo abbraccio, Signore. Qui voglio stare, da qui voglio partire, qui voglio accompagnare chi ti cerca».

E, ripresa la strada, sentì nel cuore che la sua ricerca era finita: quel Cristo che tanto aveva cercato era lì, accanto a lui, a camminare con lui verso un sogno.


1 EE.SS. 136-147

2 Dal “Manifesto agli elettori dell’impero”, 1519

3 Erasmo da Rotterdam, Historiae Augustae

4 Rm 8, 28

5 EE.SS. 167

6 Sal 131

1/01/2026

Gestire le tentazioni

Scatti di collera, uscite inopportune, piaceri rubati, intemperanze nel mangiare e nel bere, piccole vendette, voler avere l’ultima parola, schivare certi obblighi, frodare il fisco, sorpassi azzardati, porno in internet, pettegolezzi e maldicenze, non curarmi adeguatamente, non tollerare un ritardo, perdere la pazienza con chi non capisce subito… c’è tutta una serie di peccati che tendiamo a non riconoscere come tali o a giustificare con pensieri del tipo:

  • è una giusta reazione a quel che hanno fatto;

  • tanto non se ne accorge nessuno;

  • ma cosa vuoi che sia, non è nulla di grave!

Certo, non sono un uccidere l’altro, ma un ignorare i suoi bisogni per mettere al centro i miei. E, come abbiamo sempre detto, il bene autentico è quello che fa bene a me e a te contemporaneamente.

Le giustificazioni, poi, avvalorano un modo di pensare che fa di questo autocentramento e della conseguente indifferenza all’altro uno stile di vita.

Prima ancora di essere una scelta, questi comportamenti conseguono al lasciar campo libero alle nostre emozioni: rabbia, preoccupazioni, ansia, paura, cupidigia, lussuria, rancore; emozioni che non trovano resistenza in noi e ci fanno reagire come vogliono loro.

Per evitare questo andirivieni inconsulto i padri del deserto dicevano che la cosa da fare è mettersi alle porte del cuore e chiedere a ogni pensiero che sopraggiunge: «Sei dei nostri o vieni dal nemico?». Come capire se un pensiero è dei nostri? Semplice: se mi aiuta a raggiungere lo scopo che ho dato alla mia vita. Devo dunque, prima di tutto, aver chiaro chi voglio essere. Non è dunque una questione morale, ma di avere le idee chiare. Dice un detto che mi è piaciuto: Se non sai con chiarezza dove vuoi arrivare, rischi di trovarti altrove e di non accorgertene.

In sostanza, da una parte gestisco i miei comportamenti mediando i miei bisogni con quelli degli altri, perché sono convinto che questo possa portare a tutti benessere, dignità, gioia, serenità. È la scelta di chi sta bene con gli altri; dall’altra lascio briglia sciolta alle mie emozioni e assecondo le loro pulsioni, soddisfacendo appieno i miei bisogni senza preoccuparmi se questo appesantisce la fatica di vivere dell’altro, aggrava i suoi problemi, lo legga ancor più strettamente alle sue schiavitù, lo affonda definitivamente nelle sue povertà: è la scelta di chi sta bene a spese degli altri.

Facile adesso, per noi cristiani, dire: «La mia scelta è chiara!». Ma le emozioni che agiscono in chi le asseconda senza freni agiscono anche in te che hai deciso di non seguirle.

In termini spirituali, le chiamiamo “tentazioni”. Il problema è come gestirle.

Provo a darti qualche indicazione per quando ti troverai faccia a faccia con qualcuna di esse.

Innanzitutto tranquillo: la tentazione è la normalità della vita umana, non l’eccezione da cui tirarsi fuori a disagio il più presto possibile come fosse qualcosa di sbagliato.

La tentazione è un’esperienza spirituale, un’esperienza, cioè, degli spiriti che ti muovono, una palestra per il discernimento, un esercizio spirituale.

Tranquillo. Anche qui non lasciarti prendere dall’ansia, ma crea uno spazio di decompressione: non dire, non fare, non decidere niente. Aspetta e osserva l’agitarsi dello spirito del male: cosa sta cercando di farti fare? Lascia perdere ora le tue considerazioni: è lui che cerca di tirarti dalla sua parte! Lascia sia Dio a rispondergli, con le parole delle Scritture.

Osserva cosa sta succedendo in te e rispondi: “Sta scritto…”; se non ti viene in mente nessuna frase delle Scritture, pensa cosa farebbe Gesù se fosse al posto tuo.

Respira. Calmati. Invoca il Signore.

Osserva e rispondi.

Alla fine ringrazia Dio per aver permesso questa tentazione e digli cosa hai capito.

Mostra a Lui la tua fragilità.

Consegna a Lui le tue ferite.

Ricorda a te stesso chi vuoi essere.

Ecco, ora puoi decidere cosa fare.

Puoi anche decidere di assecondare la tentazione: sei libero!

Solo, prima pensa che è stato Dio a darti gli strumenti per esserlo.

Anche le tue cadute sono grazia: non puoi capire cos’è la salvezza se prima non hai fatto esperienza di cosa sia l’inferno!

Non è male, infine, che ogni tanto tu ti confronti con il tuo accompagnatore a questo riguardo e, riconoscendo le tue cadute, nel sacramento della confessione incontri il perdono di Dio che ti aiuta a ricominciare di nuovo, senza essere appesantito dai sensi di colpa.

Se vuoi, all’atto di dolore nella formulazione tradizionale potresti sostituire la formulazione seguente, che tiene conto delle indicazioni che ti ho appena date:


ATTO DI DOLORE

Eccomi, Signore, davanti a Te

per ricordare chi voglio essere

con il tuo aiuto.

Mi sono lasciato travolgere dalle emozioni

che hanno fatto di me

quel che hanno voluto.

Ridammi il silenzio del cuore

in cui vedere quel che sta succedendo

e scegliere solo ciò che mi mette con Te.

Confido che Tu sei con me

anche quando io non sono con Te.


Michele Bortignon

12/15/2025

L’orma del pellegrino: cap.15 - Gerusalemme

Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore»” 1. Tutte le famiglie del villaggio si erano date ritrovo nella piazza per partire assieme. E la carovana si era incamminata lungo piste polverose fino a raggiungere il Giordano. Costeggiandolo, erano arrivate a Gerico, dove altre comitive, provenienti un po’ da tutto il paese, si stavano radunando per affrontare la salita verso il monte di Sion: Là salgono insieme le tribù, le tribù del Signore, secondo la legge di Israele, per lodare il nome del Signore” 2. Dopo un’ultima svolta del percorso tra le colline, la città santa era loro apparsa in tutta la sua bellezza: “Gerusalemme è costruita come città salda e compatta” 3. “E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme!” 4: prima di entrare e salire al tempio per presentarsi a Dio, bisognava purificarsi con un bagno rituale: “Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronunzia menzogna, chi non giura a danno del suo prossimo” 5. E, dopo questo esame di coscienza, riconosciuta la propria situazione interiore, ognuno acquistava un animale da offrire in sacrificio di espiazione o di comunione e ottenere così “benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza” 6.

Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe” 7. Ma chi cerca il volto di Dio era rinviato a riconoscerlo nel fratello, vivendo assieme a lui nella pace: “Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: «Su di te sia pace!»” 8. E, nella catechesi finale, il sacerdote lo congedava ricordandogli che ogni uomo è un tempio, in cui è presente il Dio che vuole contagiare tutti con la sua santità. Per questo la “Menorah”, la lampada a sette bracci che ardeva nel tempio spandendo luce attorno, tutti avrebbero dovuto vederla accesa in lui, nella libertà, nella gioia e nella serenità che era chiamato a vivere nelle sue relazioni.

Così gli ebrei compivano il loro pellegrinaggio annuale a Gerusalemme. E il loro testimone era stato raccolto dai cristiani, che quello stesso Dio avevano riconosciuto non più mistero e silenzio in un tempio di pietre, ma Parola vivente incarnata in un uomo che in quei luoghi aveva mostrato l’amore che dà vita donando per amore la propria vita.

Che cosa attirava i pellegrini a intraprendere il “santo viaggio”? Per ogni cristiano, con Gesù la Palestina era diventata il luogo di congiunzione tra la terra e il cielo, tra Dio e gli uomini, tra l’eternità e la storia: “Fin dall’eternità le tre Persone divine, vedendo gli uomini che vivono come ciechi rovinando la propria esistenza, stabiliscono che la seconda Persona si faccia uomo per salvare il genere umano; così, giunto il tempo prefissato, inviano l'angelo Gabriele a nostra Signora” 9. In un tempo e in un luogo preciso della storia del mondo, Dio si era incarnato per mostrare in sé, fatto uomo, che cosa è un Uomo.

E, se Gesù Cristo era stato la Parola di Dio rivolta agli uomini, la Palestina era la carta da lettere su cui quella Parola era stata scritta. E su di essa quella Parola ancora poteva essere letta: il tempio di Gerusalemme e il villaggio sperduto tra i campi, l’oliveto ombroso e la strada che attraversa il deserto, l’albero di Fico e l’arbusto del Senape, le acque del lago di Tiberiade e quelle del Giordano, i pastori con le loro greggi e i pescatori che rassettano le reti… tutto ciò era stato sfondo della vita del Cristo e protagonista con Lui degli episodi riportati dalle Scritture. Ora che Gesù era tornato a essere Parola al di fuori del tempo, quelle pietre, quelle piante, quelle acque, i visi e i passi di quelle persone continuavano a rimandarne l’eco di incarnazione, rendendola concreta e tangibile nell’oggi.

Gerusalemme, per il pellegrino Iñigo, costituiva perciò il termine del viaggio, il luogo in cui avrebbe finalmente potuto vivere in colloquio costante e diretto con il suo Signore, interrogando e facendosi raccontare da quelle pietre, da quelle piante, da quelle acque, da quelle persone chi Lui era stato, il vero significato di ciò che Lui aveva detto e operato. Ma, ancora più di questo, lì avrebbe potuto rendersi presente emotivamente e affettivamente a Gesù, mettersi al suo fianco per vedere e toccare quel che Lui aveva visto e toccato.

Lì, infatti, si era sentito personalmente convocato da Cristo, come un amico che per tanto tempo è stato al tuo fianco e che ora ti invita a casa sua, ti accoglie in quei luoghi di cui tante volte ti aveva parlato, per rivelarti ancora meglio qualcosa che per Lui è stato prezioso e importante.

Lì con più competenza avrebbe potuto “procurare il bene delle anime”10 perché, dopo aver ascoltato la Parola di Dio nel luogo stesso in cui essa aveva preso corpo, anche per lui sarebbe stato vero ciò che già avevano detto di sé Pietro e Giovanni: «Non possiamo non parlare delle cose che abbiamo viste e udite»11.

Mendicando per mantenersi e condividendo con altri poveri ciò che aveva raccolto, avrebbe potuto incontrare Cristo nell’amore vissuto. Perché solo se mi metto sulla strada dell’amore posso incontrare l’Amore.

Vivendo in una situazione difficile e pericolosa, com’era la vita in Palestina sotto l’occupazione dei turchi, avrebbe potuto condividere l’angoscia dei discepoli mentre accompagnavano Gesù: “Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti” 12; e quella di Paolo stesso nel suo ultimo viaggio a Gerusalemme: “Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni” 13.

E, come Paolo, avrebbe risposto a chi cercasse di dissuaderlo: «Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto non soltanto a essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù»14.

Ma non furono tanto gli amici, che già aveva lasciato alle spalle quando avevano cercato di opporgli le loro preoccupazioni, a creargli problemi, ma il padre ministro della “Provincia d’Oltremare” dei Frati Minori, che, con il titolo di “Guardiano del Sacro Monte Sion”, aveva giurisdizione sui pellegrini: «Ho saputo del suo fervoroso desiderio di fermarsi in questi luoghi santi, e ho considerato attentamente la cosa» gli disse, «ma già per il passato altri, che avevano avuto lo stesso desiderio, sono stati uccisi o imprigionati. Ritengo pertanto inopportuno che lei rimanga. I luoghi dove ha vissuto Cristo li ha già visitati; si prepari dunque a partire, domani, con gli altri pellegrini».

Ma per Iñigo rimanere non era semplicemente un pio desiderio: era il futuro a cui l’aveva preparato un lungo discernimento. Non poteva retrocedere su ciò a cui sentiva Dio stesso lo stava chiamando: «Mi spiace, ma la mia decisione è irremovibile» ribatté, «e nessun pericolo può trattenermi dal rimanerle fedele».

«Abbiamo ricevuto dalla Sede Apostolica l'autorità di far partire o lasciar restare a nostro giudizio; e anche di scomunicare chi non vuole obbedire. Troppo elevata è la tensione con le autorità mamelucche egiziane che dominano in questi territori; non possiamo permetterci che qualche incidente turbi il fragile equilibrio che ancora ci consente di garantire l’accesso ai pellegrini».

Cosa stava succedendo? Lungo tutto il viaggio che l’aveva condotto a Gerusalemme aveva percepito concretamente la protezione di Dio in tanti episodi in cui aveva potuto superare le difficoltà e i pericoli che gli si presentavano davanti. E, ora che il suo scopo era raggiunto, tutto doveva finire nel nulla? Si era ingannato nell’intraprendere una strada che sembrava così chiara? Poteva lo Spirito Santo contraddirsi nell’ispirare a lui e alla Chiesa due decisioni diverse?

Seppure a malincuore, Iñigo rimise in discussione il proprio discernimento, decidendo di tener conto, in esso, non solo di sé.

Chinò il capo e promise di obbedire.

Ma quel Cristo che, attraverso la Chiesa, lo aveva invitato a ripartire, Iñigo sentì che aveva ancora qualcosa da dirgli a questo riguardo. E proprio in direzione del monte degli Olivi, da cui Gesù era partito per tornare al Padre, il pellegrino Iñigo mosse i suoi passi. Sulla cima, la pietra dalla quale nostro Signore si era distaccato per salire al cielo recava impresse le orme dei suoi piedi.

«Sono le tue orme che io voglio seguire, Signore» pregò Iñigo. «In quale direzione hai mosso i tuoi passi, perché possa camminarti accanto?».

E, nel silenzio del cuore, una Parola cominciò a risuonargli dentro: «Non mi trattenere15… Vi assicuro che per voi è meglio se io me ne vado. Perché se non me ne vado non verrà a voi lo Spirito16». 

«Non è dunque qui che posso incontrarti, Signore? Dove mi vuoi? Ho sbagliato a capire ciò che mi chiedevi?».

E, nei pensieri che cominciavano ad aprirsi a un nuovo a cui finora, preso dal suo progetto, non riusciva a dare spazio, si sentì rispondere: «Nulla di ciò che ti chiamo a fare è sbagliato: a volte, semplicemente vuol prendere un’altra direzione rispetto a quella che tu prevedevi. Cerca ancora… Cercami altrove…».

Ancora non era morto in Iñigo lo spirito dell’indomito cavaliere che non può accettare di arrendersi; uno Spirito che ora il suo Signore chiamava a spendersi in ben altre imprese: «Quando tutto sembra giunto a un punto morto, e un muro invalicabile sbarra il tuo cammino» si disse in un lampo di santo orgoglio, «prova a vivere la disgrazia, la difficoltà, il problema come un’occasione nella tua vita perché tutto possa cambiare, per passare dalla croce alla risurrezione. Forse la nuova situazione è una sfida che Dio ti lancia a diventare protagonista con Lui del cambiamento nella tua vita. Raccogli la sua fiducia, guarda in avanti con speranza, spenditi nell’amore: diventa il creatore della tua vita!».

1 Sal 122, 1

2 Sal 122, 4

3 Sal 122, 3

4 Sal 122, 2

5 Sal 24, 3-4

6 Sal 24, 5

7 Sal 24, 6

8 Sal 122, 8

9 EE.SS. nn.102-107

10 Sant’Ignazio di Loyola, Autobiografia, n.45

11 At 4, 20

12 Mc 10, 32

13 At 20, 22-23

14 At 21,13

15 Gv 20, 17

16 Gv 16, 7

12/01/2025

Accettare il destino?

Ma io vi dico di non opporvi al malvagio” (Mt 5, 39). Gesù ci sta dicendo di provare un altro atteggiamento con chi ci sta facendo del male. Più spesso, però, questo” malvagio” non è una persona, ma una situazione: una malattia invalidante, un genitore anziano di cui prendersi cura, un figlio che procede per strade sbagliate, la morte che si avvicina… La vita come l’avevamo programmata incontra un divieto di accesso e il prosieguo è ignoto e tutto da inventare. C’è un’alternativa? Sì, potremmo scappare in ciò che ci evita di pensare al problema, potremmo girare altrove lo sguardo e far finta che non esista, potremmo delegare qualcun altro ad occuparsene… tutti modi per opporsi a ciò che ci sta succedendo.

Ma Gesù ci dice di non opporci al destino. D’accordo: dobbiamo allora rassegnarci e portare pazienza? Dobbiamo accettare e piegare la testa sotto il giogo dell’inevitabilità? Ma come può concordare allora questa prospettiva con il fine che Egli dà alla propria azione -“io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10)-? L’accettazione del proprio destino porta alla vita in abbondanza? Dipende come! E il come possiamo capirlo proprio se al nostro orizzonte non vediamo la tragedia, il tracollo, la disfatta, il disastro, ma, nella speranza che alla fine tutto sarà bene se lo viviamo nello Spirito del Cristo, prendiamo quel che ci succede come opportunità di avvicinarci a Lui, di vivere in maniera divina la nostra umanità.

In fondo, non è proprio questa la risurrezione? A chi si lascia portare dal fiume della vita nel suo mistero, guardandosi attorno, cercando di capire, provando modi alternativi, questa schiude inattesi orizzonti di novità. Da questa morte in cui mi aggiro, posso uscire e trovare una Vita inaspettata se decido di vivere questa situazione come un’avventura, come l’esperimento che può rivoluzionare il mio modo di vedere, di pensare, di giudicare. Nei miei programmi di prima cercavo la Vita; ora decido di cercarla qui, fidandomi di Chi questa strada l’ha già percorsa per mostrarmela possibile e sicura nel suo esito.

Certo, fare questa scelta non è frutto di ragionamento: ti viene quando sei già in Cristo e la senti come naturale per continuare a essere in Lui. Puoi anche sentirla ragionevole, ma te ne separa la paura di come potranno andare le cose. Un passo alla volta, allora: prega per averne il desiderio. La prospettiva irrealizzabile comincerà ad assumere uno spessore di realtà.

Questo significa che non provo sofferenza, che non provo paura? No, anzi: come Gesù al Getzemani la provo e posso esprimerla, ma decido che sono io decidere e non la mia paura per me. Le mie decisioni mi sollevano al di sopra del mio io spaventato. Con esse posso dominare la violenza del destino: “IO SONO” e non “io mi lascio essere”. Scelgo ciò che voglio essere e lo costruisco con le mie scelte. Voglio essere io a scrivere la mia storia, come io decido. Cominciano allora a prendere senso quelle parole di Gesù che seguono a quelle già citate -“ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due” (Mt 5, 39-41)-: è l’orgoglio di non essere succube, di sentire che posso dominare la situazione; è Gesù nella passione del vangelo di Giovanni, Signore di ciò che gli sta succedendo. Un orgoglio, questo, che si chiama libertà, che si chiama possibilità e volontà di essere come il mio sogno, che ho visto incarnato in Cristo, mi attira ad essere.

Ed essere con Lui è la mia consolazione.


Michele Bortignon

11/16/2025

L’orma del pellegrino: cap.14 - Venezia

La peste, che aveva lasciato Barcellona permettendo di riaprirne il porto, imperversava invece in Italia. Nei paesi infettati dal morbo, “tra gemiti miserabili e la strage accomulata dei morti con odor puzzolente e acutissimo, un orrore funebre era dappertutto, rendendo l’aspetto del luogo infelice e spaventevole. A molti si vedeva gonfiare il ventre e le cosce con notabil pallidezza di volto; indi venivano meno e con un torcersi di corpo mandavano lo spirito fuori, restando insepolti, senza che il padre al figlio o l’amico al compagno potesse apportar alcun ristoro, non chiuder gli occhi o bagnar di lacrime il viso, non porger gli ultimi baci ed abbracciamenti, non almeno poterli coprire d’arena. Ogni cosa era piena di lagrime, di miserie, di confusioni, di tumulti e stridi di quei che fuggivano per mai più ritornare nelle loro case a vedere e abbracciare i suoi più cari e di quei che restavano per essere ogni giorno insultati e oltraggiati dai maligni. Non pareva sicuro il padre dal figlio, né il figlio dal padre, né tra amici, fratelli o congiunti v’era sincerità d’affetto. Ogni cosa era ingombrata di spavento e di lutto, tra rapine, proscrizioni, bandi, minacce e insolenze”1.

Iñigo era sbarcato a Gaeta: sua intenzione era recarsi a Roma per ottenervi la benedizione papale, per poi dirigersi a Venezia, da dove sarebbe ripartito per Gerusalemme.

Lungo il viaggio si era di volta in volta accompagnato a diverse persone incontrate lungo il cammino, e con loro aveva vissuto situazioni in cui la paura della morte, indotta dal subdolo dilagare della peste, veniva affrontata in modi diametralmente opposti: da una parte il disperato tentativo di chi voleva godere l’ultimo scampolo di una vita incerta con violenze, imbrogli, isolamento, ma dall’altro anche atti di generosità di chi sapeva guardare alla vita come parte di un’esistenza che aveva in Dio la sua origine e il suo compimento.

A Venezia, i portici di piazza San Marco offrivano un riparo notturno ai poveri della città. Anche Iñigo si unì a loro, chiedendo l’elemosina ai commercianti che sorvegliavano l’imbarco e lo sbarco delle loro mercanzie sui moli della Riva degli Schiavoni.

«Disculpe… algo para comer… Por favor!»: non conosceva l’idioma veneziano, ma il gesto era sufficiente per far comprendere le sue intenzioni. Lo intese bene, però, un funzionario spagnolo, che volle interessarsi di questo suo connazionale: «Un aiuto potrebbe certamente ottenerlo all’ambasciata dell’imperatore Carlo V°» gli suggerì dopo aver saputo della sua intenzione di imbarcarsi per Gerusalemme.

«No, non voglio confidare in mezzi umani. Se il mio viaggio, come credo, è volontà di Dio, nella sua provvidenza Egli stesso mi darà i mezzi per compierlo».

«Voglia almeno riconoscere la mano della Provvidenza in questo nostro incontro: sarò lieto se vorrà essere mio ospite per pranzo». Sorrise, Iñigo, pensando che quell’incontro poteva essere un dono di Dio non tanto per il pasto, ma perché, nel mettere in comune le rispettive esperienze di Dio, e l’uno e l’altro avrebbero potuto trovare nutrimento. E lo seguì.

Il labirinto delle calli veneziane li inghiottì con il suo dipanarsi tra gli argini dei canali su cui scivolavano silenziose le gondole, i vicoli stretti tra case l’una all’altra addossate e i tenebrosi “sotoporteghi”, cupi passaggi tra le umide fondamenta. Giunsero infine all’entrata posteriore di un palazzotto affacciato sul Canal Grande e si fermarono un attimo a osservare l’andirivieni di imbarcazioni che si scorgeva attraverso l’accesso “nobiliare”, aperto direttamente sull’acqua, via privilegiata per gli spostamenti all’interno della città. Al piano superiore, la tavola era già imbandita.

La novità del commensale che parlava la loro stessa lingua, e la curiosità per una vicenda che doveva essere singolare, eccitò la famiglia del suo ospite, che cominciò a tempestarlo di domande. Ben presto, però, la conversazione si addentrò nei grandi temi dell’esistenza, abilmente guidata dalla capacità del pellegrino di cogliere l’essenziale dei discorsi che si facevano, e da lì partire per esaminare le questioni dal punto di vista di Dio.

Al termine del pasto, nessuno aveva voglia di alzarsi da tavola, tanto la conversazione era animata nel cercare di dare risposte agli interrogativi che nascono dalla vita.

«In questo momento tutti temono il contagio», stava dicendo il padrone di casa, «Per questo pensano solo alla morte e a quello che ci sarà dopo; e vivono in funzione di questo. Io non credo, però, che Cristo sia il guardiano dell’aldilà, ma il garante della vita, Colui che ci insegna come viverla in pienezza… o, almeno, come sopravvivere a ciò che ci sta uccidendo dentro. Ma a volte sento che non mi basta un insegnamento…».

«E’ naturale! Ed è Lui il primo a rispondere a questo nostro bisogno di sentirceLo vicino: la sua risurrezione, in fondo, non è che una nuova incarnazione, una presenza che ora continua in chi vive nel suo Spirito: nella fede, nella speranza, nell’amore».

«Fede… Speranza… Amore… io queste virtù vorrei capirle nel loro spessore di concretezza» replicò la moglie, «altrimenti restano parole che mi scivolano addosso».

«Posso dirle come io le ho comprese vivendole… Dunque, per me fede è l’apertura alla vita nella sua dimensione di mistero. La speranza, poi, è una fiducia profonda nel senso della vita».

«E l’amore?» chiese la figlia adolescente.

«E’ ciò che fa esistere e fa Vivere ciò che esiste. L’amore lo sento in me come una forza che mi apre all’altro e mi fa così ritrovare me stesso più vero, più buono, più sereno, in armonia con tutto ciò che sono e tutto ciò che mi circonda».

«E’ dunque nell’amore che troviamo quella Vita in pienezza di cui prima si parlava?».

«Si, e me lo conferma il fatto che le relazioni vissute nell’amore vero mi lasciano nel cuore una pace vasta, profonda e duratura, pur nell’impegno che esse comportano».

«Già...» riprese la ragazza, «ma spesso il problema è capire che cosa è bene, come si fa ad amare nel modo giusto…».

«Si, e… non posso farlo da solo. Per capire come orientarmi nella vita devo entrare in colloquio con Chi questa vita l’ha creata e, in suo Figlio, ci ha mostrato come viverla. Se è suo il pensiero che mi entra nel cuore, già solo l’accoglierlo porta un aumento di fede, di speranza, d’amore che dura nel tempo e mi dà pace, gioia, libertà interiore».

«Ma perché non potrei costruirmi io la mia strada verso la vita in pienezza, decidendo io ciò che è bene e ciò che è male?», lo provocò il giovane figlio della coppia.

«E’ naturale che il mio sguardo sulla vita sia condizionato dal mio interesse e dalla mia storia precedente», osservò Ignazio. «Rischio allora di cercare una felicità basata esclusivamente sul soddisfacimento dei miei bisogni, che rovinerà la mia relazione con gli altri, questa sì luogo della vita in pienezza».

«E allora qui c’è da chiedersi che cosa ci spinge a soddisfare a tutti i costi i nostri bisogni!» continuò, curioso, il giovane.

«Dentro di me mi rendo conto che è giusto amare, ma la paura mi prende alla gola facendomi sentire la mia vita insignificante, fallita, se non ottengo o se perdo ciò che credo possa soddisfare i miei bisogni di sicurezza, di stima, di affetto. Questa paura mi porta a manipolare a mio vantaggio le relazioni con gli altri, anziché amarli. Quando però ho rovinato le mie relazioni, rimango solo, con i miei bisogni insoddisfatti».

«E c’è la possibilità di rompere questa schiavitù?».

«Si, perché il Bene è la nostalgia che mi riempie il cuore. Il bene è la mia natura, il male la mia paura. Il cuore, se sappiamo ascoltarlo, ha una sua sapienza: si rende benissimo conto che l’amore è via a una vita bella e piena di significato».

Il ragazzo continuava a rimanere perplesso: «Si, certo: guardando a Cristo posso capire che il mio bene è seguirlo sulla sua strada per entrare in questa “vita bella e piena di significato”. Ma la realtà mi presenta ogni giorno tanti motivi per non credere, per non sperare, per non amare. E' più facile e più veloce soddisfare i propri bisogni senza tener conto degli altri e del proprio futuro. Per questo è meglio credere che non c'è una verità, un senso, un ordine, ma tutto è relativo; allora un punto di vista vale l'altro e, finché può, ciascuno si fa legge a se stesso».

Iñigo non poté che assentire: «Lo so. Per questo la nostra risposta per essere umana e tener conto di noi, deve andare oltre le paure e i bisogni che il nostro istinto ci presenta e mettersi invece in ascolto della nostra verità più profonda, dello Spirito di Cristo che agisce in noi come forza di verità. Lo Spirito Santo è la forza e la sapienza interiore che mi spinge a credere che tutto ha un senso nel bene, a sperare che alla fine tutto sarà bene, ad amare per costruire il bene: è Dio presente in me e operante attraverso di me».

«I miei figli a volte mi chiedono perché la relazione con Dio debba passare anche attraverso la Chiesa…» riprese la donna.

«Poiché Dio è amore, lo si incontra nell’amore vissuto all’interno delle relazioni. E dove si vive l’amore si costruisce comunità. La Chiesa è la fratellanza di coloro che l’esperienza dell’Amore ha riunito e assieme diversificato per formare un corpo capace d’amore. In essa sono nato alla fede, in essa sono sostenuto nella mia speranza, in essa rendo vero il mio amore.

Essere unito agli altri nella Chiesa significa allora vivere come una delle tante, tutte indispensabili, parti del corpo di Cristo operante nella storia, senza la pretesa di esserne l’unica espressione. Siamo tutti in cammino con Cristo, ma nessuno lo possiede; tutti facciamo la nostra parte, e nessuno, da solo, è a sua misura.

Però nella Chiesa sono anche diverso dagli altri. E questo significa vivere il compito assegnatomi dal mio carisma e sviluppare un pensiero basato sui frutti della mia personale esperienza di vita in Cristo. Azione e pensiero specifici sono contributo essenziale alla crescita della Chiesa perché mossi dalla creatività dello Spirito Santo per il bene comune».

Con queste ultime parole il silenzio si fece strada tra i commensali; anche la mensa della Parola era stata abbondante e c’era il bisogno di assimilarla personalmente perché diventasse nutrimento. Anche Iñigo tacque. Dopo aver dato a queste persone ciò che aveva nel cuore, sentiva che quel che ancora poteva fare era pregare per loro, affidandole alle cure di Dio: «Non è solo attraverso di me che Dio si occupa di loro» pensò.

Fu il padrone di casa a concludere la conversazione: «Dopo quello che ci ha detto, il nostro desiderio sarebbe che lei si fermassi qui da noi ancora qualche tempo: ci sarebbero ancora tante cose di cui parlare! Ma voglio ascoltare il suo desiderio. Domani la accompagnerò dal Doge: lui troverà certamente il modo di farla partire per il suo viaggio!».

1 da un rapporto stilato da un ufficiale dell’esercito francese di stanza nei pressi di Napoli

11/01/2025

Quando è amore?

È amore quando è difficile. Per definizione. Perché amare è coniugare la mia vita con la tua, tener conto di te in quello che faccio, decidere come se tu e io fossimo uno. Se ti amo, dunque, non mi appartengo più completamente, non posso più disporre di me stesso, non sono più libero; e, se prima lo ero, adesso è duro. In certi momenti questa durezza è compensata dall’affetto. Non sempre. Quando non lo è, il senso di soffocamento può portarmi a scappare per respirare di nuovo.

Rimanere nella relazione richiede di saper mediare. Non è facile: io ho la mia storia, tu hai la tua storia, che ci fa vedere che è giusto, è normale, è bene fare in un certo modo invece che in un altro. E, guarda caso, i nostri modi sono diversi.

Ci si può capire? Qualcosa; mai del tutto. Ciascuno difende il proprio modo di essere, entrando nella mediazione per qualcosa che non gli costa poi troppo; e si aspetta, e pretende che l’altro faccia altrettanto.

Fin qui siamo nel campo dell’interscambio. È amore? È un inizio, un apprendistato.

Se fosse per me, mai farei un passo oltre a questo. Mi sembrerebbe ingiusto, contro la mia dignità. È la vita che, a un certo punto, mi obbliga ad amare. O a fuggire. O a schiantarmi contro l’impossibile.

Succede quando tu non puoi darmi nulla: una malattia, un’invalidità, una psicosi. Certo, devo sopravvivere e prendermi i miei spazi. Ma tu sei bisogno. Non posso più dosare quello che metto a disposizione. Il mio dare dipende dal tuo bisogno.

E qui succede una cosa strana. Finora ho fatto discernimento per capire come e quanto coinvolgere me stesso, cosa e quanto chiedere a te. Ma ora, se sono in Dio -e, credo, solo se veramente lo sono-, faccio direttamente quel che c’è da fare. Non c’è valutazione in vista di una decisione, il circuito del discernimento è bypassato.

C’è uno strano coesistere di paura e serenità. Quel che mi trovo a fare è assolutamente, e insolitamente, naturale. Da questa serenità proviene la forza che mi sostiene, la lucidità con cui vedo la situazione, lo stupore con cui guardo al distacco da ciò che prima mi era indispensabile. E su questa serenità devo appoggiarmi per trovare la pazienza che serve a gestire gli inevitabili dissensi, la pazienza indispensabile per continuare assieme. Ma cos’è la pazienza? Non è solo sopportare: finirebbe presto in uno scoppio d’ira. Prima viene il riconoscere la tua dignità, ossia riconoscerti la libertà di gestire la tua vita. E non è facile quando ti ostini a fare come so che ti farà male. Ognuno ha il diritto di decidere cosa è bene per sé. Difficile accettare che tu possa essere libera di farti del male. Ma l’alternativa è una lotta in cui ognuno cerca di imporre all’altro la propria volontà. Allora ti lascio andare, lascio che tu faccia come vuoi, decido di non preoccuparmi.

Pazienza è la mia risposta a ciò che trovo assurdo, totalmente al di fuori di come farei io. Eppure, per te un senso ce l’ha, è il tuo modo di tener sotto controllo la situazione. «Ma non vedi che…»: no, non lo vedi, stai guardando da un altro punto di vista; e per te è quella la verità.

Il problema, semmai, è la rigidità: quando uno crede che il suo punto di vista non possa essere che l’unica verità, per cui non è disponibile ad aprirlo, a considerare che la cosa forse si potrebbe fare anche in un modo diverso e provarci.

Ardua sfida la libertà interiore. Posso essere libero solo quando quel che sono non dipende da ciò in cui dico di credere, che, come un esoscheletro, mi sostiene mi dà forma. Una persona libera è sostenuta da una spina dorsale: può cambiare il suo modo di essere e rimanere se stessa.

Bella sfida trovare ciò che mi sostiene senza condizionarmi. Chi lo trova, trova Dio.

 

Michele Bortignon

10/15/2025

L’orma del pellegrino: cap.13 - Il congedo

Iñigo era partito e di lui non si erano più avute notizie. L’unica cosa certa era che aveva preso la strada per Barcellona, dove aveva intenzione di imbarcarsi per la Terra Santa, facendo scalo in Italia.

Che cosa ancora cercare di sapere a suo riguardo? Forse con qualcuno aveva parlato dei suoi progetti, del perché volesse andare a Gerusalemme e di cosa avesse intenzione di fare una volta giunto là.

Mentre formulava questi pensieri, don Manuel si ritrovò ancora una volta nelle vicinanze della cattedrale. Ed entrò per un momento di preghiera.

La luce che penetrava attraverso le vetrate, rifrangendosi sulle tessere policrome, disegnava mosaici colorati sulle pareti e sul pavimento. Alzando lo sguardo, si soffermò incuriosito su una raffigurazione dell’ascensione: davanti ai discepoli, Gesù si alzava verso il cielo lasciando profondamente impressa, sul suolo roccioso, l’impronta dei suoi piedi.

Don Manuel si trovò a pensare che anche Iñigo aveva lasciato un’impronta importante nelle persone che aveva accompagnato. Lui stesso, negli incontri di quegli ultimi giorni, aveva potuto notarlo: erano cambiate dentro, e ora provavano la stessa sete di Dio che muoveva Iñigo, avevano accolto il suo stesso modo di pensare, si erano rivestite del suo stesso modo di fare.

Ma come avevano vissuto il distacco da lui?

«Si, ecco: forse è questa l’ultima cosa che mi resta da sapere», pensò. «A volte il momento dell’addio mostra la qualità di un legame, rivelando se si è creata una dipendenza o se la relazione ha aiutato a crescere».

Afferrato da questa intuizione, uscì di chiesa dirigendosi ancora una volta verso la casa di Calle Sobrerroca.

Canyelles lo accolse questa volta un po’ perplessa per quel suo continuo cercare: «Ah, ecco il discepolo mancato!» lo punzecchiò salutandolo. «Si direbbe che lei non riesca a rassegnarsi alla partenza di Iñigo. Ma guardi che nessuno è indispensabile a questo mondo! Chiunque abbia fatto esperienza di Dio diventa un tubo che convoglia il suo Spirito. Ma l’acqua ce la mette Dio! Da un tubo o da un altro…».

Don Manuel non riuscì a capire se quell’osservazione esprimesse acume o sarcasmo e preferì tornare alla questione che gli premeva: «E’ proprio di questa partenza che volevo sapere…».

«Beh, non c’è molto da dire… E’ stato un momento… un po’ strano. Per queste occasioni si pensa a un addio strappalacrime, con promesse di rincontrarsi… Noi, invece, ci siamo quasi trovati a litigare. Si: ci siamo scontrati su due diversi modi di vedere le cose e alla fine ciascuno è rimasto della propria idea. Senza comunque che questo incrinasse l’affetto reciproco.

Vede, forse perché noi siamo madri, abbiamo il vizio di preoccuparci, a volte magari un po’ troppo… Ma quella volta ci sembrava saggio che Iñigo non intraprendesse un viaggio così pericoloso da solo. Si sa: in due ci si può sempre aiutare in caso di bisogno! Qualcuno degli uomini a cui aveva dato gli Esercizi si era anche offerto di andare con lui. Ma sa cosa ci rispose? «Prendendo con me un compagno, se avessi fame da lui mi aspetterei l'aiuto, se inciampassi da lui potrei sperare una mano per rialzarmi. Così porrei la mia fiducia in lui e finirei per affezionarmici a motivo di tutte quelle attenzioni. Io invece voglio riporre questa fiducia, questo affetto e questa speranza solo in Dio. Per questo preferisco partire da solo: mio unico desiderio è avere soltanto Dio come rifugio1».

Beh, devo dirle che questo non accettare la nostra offerta non lo capimmo: un dono è segno di un affetto che ti accompagna. E nell’affetto umano è Dio che si fa presente. Perché la grande nostalgia di Dio è di continuare a incarnarsi per starci vicino.

Ma, forse, questo desiderio di Dio lo può capire solo chi, come una madre, ha portato un bambino in grembo, o, almeno chi, come un padre, lo ha fatto crescere al proprio fianco.

Io dico che non si può amare Dio senza tener conto di lui, del modo in cui lui vuole amarci: senza accettare che ora si nasconda per farsi cercare e ora ci capiti improvvisamente davanti per farsi abbracciare; che ora voglia stupirci confondendosi nella grandezza dell’universo e ora voglia sfiorarci nella carezza di una persona di cui sei tu l’universo…».

«E il fatto che non abbia accettato la vostra proposta di aiuto vi ha molto deluso?».

«Da una parte sì, perché non ha saputo darci il dono più grande: il piacere di ricambiare, la possibilità di una reciprocità. E’ stato un padre per noi, ma non ci ha lasciato esercitare la nostra maternità nei suoi confronti. Si sa: chi si limita a ricevere si sente pur sempre inferiore al donatore!

Da un altro punto di vista, però, ci siamo consolate: noi ci sentivamo così piccole al suo confronto! Ma in quell’occasione abbiamo capito che anche un grande amore per Dio può avere davanti ancora tanta strada da fare nel cammino della maturità umana. Perché non si può raggiungere Dio se non passando per l’uomo: Cristo insegna!».

Don Manuel assentì a quelle parole, che gli sembrarono effettivamente esprimere una verità. Mentre però si avviava verso casa, gli parvero perdere di smalto, quasi non bastassero a spiegare la complessità della situazione.

Anche se non poteva ammetterlo con se stesso, la consuetudine con la vicenda di Iñigo - una vicenda così umana che era difficile porsi davanti ad essa in attacco o sulla difensiva - cominciava a farglielo sentire un compagno di strada; e, di fronte all’incomprensione altrui, si sentì quasi in dovere di prendere le sue difese.

Quel voler porre solo in Dio la propria sicurezza non era forse il punto d’arrivo nella conversione del cavaliere che, sicuro di sé, voleva farsi santo? Dai grandi progetti offerti a Dio era passato al camminare nella vita ascoltandola assieme a lui!

Sì, forse c’era anche qui una parte di protagonismo - e il diverbio con le donne di Manresa lo evidenziava -, ma intanto era un passo nella direzione che Dio aveva cominciato a fargli intravvedere. Era una sfida che Iñigo lanciava a se stesso, a quel se stesso così ancora legato ai criteri del mondo anche nel seguire Dio, ma che voleva sempre più assomigliare a quel Cristo che lo aveva affascinato.

Era, ancora, di fronte alla grandezza della sua chiamata a conoscerlo sempre meglio (per questo voleva recarsi nei luoghi in cui Egli aveva vissuto e operato!), un rifiutarsi di lasciarsi limitare dai propri problemi fisici (la gamba continuava a fargli male e ora ci si erano messi pure i dolori allo stomaco!) e dalle proprie paure, che lo avrebbero confinato in una vita comoda e sicura, ma insignificante.

Era, infine, il coraggio di rendersi libero da cose e persone per seguire la visione che Dio gli aveva messo nel cuore. Cosa avrebbe scoperto seguendola? Ancora non lo sapeva; il suo “Dio solo” per il momento era un impulso affettivo, una dichiarazione d’amore, un affidarsi gratuito alla gratuità. Non lo sapeva… ma echi di antiche Parole avevano fondato la promessa: “Quelle cose che occhio non vide né orecchio udì né mai entrarono in cuore di uomo Dio le ha preparate per coloro che lo amano2, per coloro che gettano in Lui le proprie preoccupazioni, credendo che Egli si prenderà cura di loro3.

E immaginò Iñigo affidarsi completamente a Cristo con l’antica preghiera che un giorno questi aveva letta su uno dei portoni dell'Alcazar di Siviglia:

Anima di Gesù santificami.

Corpo di Cristo salvami.

Sangue di Cristo inebriami.

Acqua del costato di Cristo lavami.

Passione di Cristo fortificami.

O buon Gesù esaudiscimi.

Nelle tue piaghe nascondimi.

Non permettere che io sia separato da Te.

Dal Satana difendimi.
Nell'ora della mia morte chiamami

e comandami di venire a Te

perché con i tuoi Santi ti lodi,

nei secoli dei secoli.

Amen.




1 Ignazio di Loyola, Autobiografia, n.35

2 1 Cor 2, 9

3 1Pt 5, 7-9


10/01/2025

La pillola della serenità

Quanta paura, quanta ansia ha vissuto Maria al momento dell’annunciazione? A una ragazza che nel suo futuro si prefigurava uno sposo già promesso viene prospettata una missione in favore dell’umanità, vivendola in modi che lacerano il suo sogno: “una spada ti trafiggerà l'anima” (Lc 2, 35).

Come lei, anche noi, a volte, ci troviamo a vivere delle situazioni che mettono sottosopra la nostra normalità e, consegnandoci all’ignoto, ci rendono spaventati, disorientati, ansiosi.

Ecco allora che l’angelo, rivolgendosi a Maria (a noi), fa precedere l’annuncio di questa rivoluzione esistenziale con delle parole che le permetteranno di affrontarla senza esserne travolta e morirci dentro: Rallegrati, tu che sei stata riempita della Grazia di Dio: Lui è con te!

Leggiamo questa frase a partire dalla fine, tenendo come sfondo la situazione ansiogena che stiamo vivendo.

Il Signore è con te. Il Signore: Colui che tiene nelle sue mani l’esistenza e la Vita. “Io sono l'Alfa e l'Omega, il Primo e l'Ultimo, il principio e la fine. Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l'acqua della vita” (Ap 22, 13. 17).

Questo “Signore” è con te. Non “sarà” con te, ma “è” con te. Adesso, subito, in questo preciso momento. Accorgitene, guardalo, gustalo, riempiti della sensazione di questa sua presenza.

Luca, che si esprime in greco antico, per dire “con” te poteva usare la preposizione “sun”, che indica un’unione intima, una fusione; ha scelto invece la preposizione “metà”, che mostra qualcosa che ti copre, che ti avvolge come un abbraccio, che dei due fa uno senza togliere a nessuno dei due la propria individualità. Giuliana di Norwich diceva: “alla fine tutto sarà bene perché il Signore è con te” e mostrava, per farci capire la relazione con Lui, l’immagine di un caldo cappotto che ti avvolge e ti ripara dal freddo.

Il Signore, dunque, è presente adesso, in questa situazione o tutto attorno a essa. Come? In che cosa? Non hai da inventarlo, ma da accorgertene. Tira fuori la testa, solo per un attimo, dalla tua sofferenza, dalla tua ansia, e guarda per sorprenderti, accorgendoti di ciò che c’è ma tu non avevi occhi per vedere, preso da questa situazione che occupa tutto il tuo spazio mentale. E il tuo cuore comincerà allora a mettersi in sintonia con quello di tante persone che nella Bibbia hanno sperimentato la stessa ansia e si sono sentite rivolgere queste stesse parole: “Non temere: io sono con te”.

Ma puoi essere forte e uscire vittorioso da questa situazione non solo perché “io sono con te”: io non sono con te perché posso fare un miracolo e risolvere tutto; tu sei il mio miracolo, tu sei colui che, riempito dei miei doni e della mia fiducia, io ho messo in questa situazione per risolverla. Tu sei il mio “unto”, il mio inviato, la mia risorsa per il cambiamento. Se non tu, chi? Se non ora, quando? «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Mc 1, 11). E allora questo è il mio messaggio per te, che si contrappone a quello di disastro che la tua ansia ti sta suggerendo: “Rallegrati!”.

Assurdo, vero? Come è assurdo, contrario al comune sentire, quello che dice Gesù: Quando gli uomini, quando le situazioni vi stanno distruggendo, rallegratevi. No, anzi, di più: saltate di gioia! (Mt 5, 11-12). Perché rallegrarti? Perché è cominciata la tua avventura di essere me in questa tua situazione. Ignazio, giunto alla periferia di Roma, al capitello della Storta, chiede a Maria “Mettimi con tuo figlio”. C’è un altro modo di essere con Cristo se non quello di essere con Lui nella morte per fare esperienza di risurrezione?

“Vogliamo essere con te nella tua gloria, uno alla destra e uno alla tua sinistra”, chiedono a Gesù Giacomo e Giovanni. “Voi non sapete quello che chiedete”: credete che la mia sia una via facile, di successo in successo? “Il calice che io bevo anche voi lo berrete”: è la via di tutti gli uomini. A nessuno sono concessi sconti o protezione dalle difficoltà della vita. Ma tutti possono viverla nello spirito del Cristo -nella fede, nella speranza, nell’amore- e, “come siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione” (Rm 6, 5).

Michele Bortignon