Tornato a Venezia non senza qualche disavventura (delle tre navi che erano partite, la sua era stata l’unica a salvarsi dal naufragio, durante una tremenda tempesta che le aveva colte), Iñigo si era incamminato lungo la via Romea giungendo a Ferrara. Di qui aveva intenzione di continuare per Genova, da dove l’imbarco lo avrebbe riportato a Barcellona.
La citta degli Estensi lo accolse nelle sue ampie vie che confluivano verso il castello e la cattedrale. Per la notte si fermò a riposare sotto un androne attiguo al Palazzo dei Diamanti. Con l’immagine ancora negli occhi del maestoso edificio dalle pareti bugnate con blocchi di marmo piramidali, si addormentò. E il sogno lo prese con sé a reimpastare emozioni e interrogativi, timori e desideri in immagini e storie che trasformavano simbolicamente esperienze già vissute, aprendole a nuove comprensioni.
E nel sogno gli sembrò di entrare in un sontuoso palazzo. Nella sala del trono, imponente e volitivo nell'aspetto, era seduto Lucifero, il capo degli angeli caduti. E, dappertutto, innumerevoli demoni, chiamati a raccolta per spargersi in tutto il mondo, chi in una città, chi in un'altra, senza tralasciare alcun luogo né alcuna persona. E questo era l’ordine loro assegnato: «Imbrigliate gli uomini sotto il mio potere, cominciando ad attirarli con l'avidità delle ricchezze, da cui passeranno alla ricerca del successo e infine al desiderio del potere; da qui cadranno poi facilmente in tutti gli altri vizi».
Svanì quella scena e apparve un rado oliveto sulla cima di un colle. E, tra le piante, Gesù con i suoi discepoli e tanti amici seduti ad ascoltarlo. E questo era l’invito che Egli rivolgeva loro: «Andate in tutto il mondo ad aiutare le persone a risorgere dalle loro morti. E a chi di loro vorrà, come voi, seguirmi, indicate la via su cui sto camminando: la disponibilità all’ascolto delle chiamate che il Padre rivolge attraverso la vita, la disponibilità ad affrontare l’umiliazione e il disprezzo per rimanere loro fedeli, la disponibilità al servizio per realizzarle; da qui raggiungeranno poi facilmente tutte le altre virtù»1.
E, nel sogno, si vide cadere ai piedi di Gesù, pregandolo di sceglierlo tra i suoi: «Dimmi cosa devo fare, mio Signore. I miei sogni, i miei progetti, perfino il mio desiderio di aiutare le anime… tutto depongo ai tuoi piedi: né questo né altro io voglio se non sarai tu a ridarmelo secondo quanto mi ispirerai e giudicherai più utile per rimanerti accanto a servizio del tuo Regno».
Al risveglio entrò nella cattedrale per continuare con Cristo quel loro colloquio iniziato nel sogno. «Cosa devo fare?» riprese Iñigo. E la risposta lo aspettava appena fuori del tempio, in tanti poveri in attesa di un gesto di attenzione.
Al primo che gli chiese l'elemosina porse un marchetto. Subito ne venne un altro, e anche a lui diede un'altra moneta spicciola che valeva un po’ di più. A un terzo, avendo ormai solo dei giuli, diede un giulio. I mendicanti, vedendo che faceva l'elemosina, continuarono a venire, e così se ne andò tutto il gruzzolo datogli al suo ritorno a Venezia dallo spagnolo che lo aveva ospitato prima della partenza per Gerusalemme. Alla fine vennero molti insieme, ma egli si scusò con loro perché non aveva più nulla.
«Se non sto attento» si disse, «anche quel poco che ho rischia di diventare un attaccamento alla sicurezza che può darmi; non solo: rischia di privarmi, come fa con il ricco, dell’apertura alle chiamate della vita e della disponibilità a rispondervi con libertà.
Ti offro dunque, Signore, la mia decisione di tenere solo quanto, giorno per giorno, mi serve per vivere. Confermala, se questa è pure la tua volontà, con la tua consolazione».
Il giorno successivo, giunto ormai il tramonto, il pellegrino si trovò a transitare nei pressi di un accampamento dell’esercito imperiale; chiese qualcosa da mangiare e il capitano in persona gli offrì cortesemente anche un posto per dormire.
Il fuoco di bivacco, in quella serata uggiosa, invitava a fermarsi per riscaldarsi un po’ prima di coricarsi. Iñigo si era fatto presso alle braci e anche il capitano, probabilmente stanco di non avere che i propri soldati per compagnia, si avvicinò, fermandosi con lui a conversare. Da molto tempo mancava da casa a causa di quell’interminabile guerra con i francesi per il possesso del Ducato di Milano; e, assieme alla nostalgia per la famiglia lontana, anche l’amarezza per come stavano andando le cose si faceva sentire, rendendolo critico nei confronti del sovrano spagnolo: «Per diventare imperatore, oltre che comprare a caro prezzo i principi elettori, Carlo ha dichiarato: “La nostra vera intenzione e la nostra vera volontà è di alimentare e di procurare la pace in tutta la cristianità e di impiegare totalmente la nostra forza e la nostra potenza per la difesa, conservazione e ampliamento della nostra fede” 2. Ma, come vedi, Carlo promette la pace e la impone con la forza, eliminando ogni possibilità di divergenza interna all’impero. Le realtà locali avvertono il peso schiacciante di un dominio che vuole annullare le differenze in nome di un’unità che però significa omologazione alla volontà del più forte; e, nella loro debolezza, appoggiano la Francia, unica potenza in grado di contrapporglisi; salvo poi, opportunisticamente, tornare al suo fianco quando lo vedono vincitore, in un continuo altalenare di alleanze».
«Ne so qualcosa» intervenne Iñigo: «Ero anch’io nelle sue truppe a difendere Pamplona quando i Francesi hanno cercato di riconquistare la Navarra approfittando della rivolta dei Comuneros, che rivendicavano per la Spagna una monarchia costituzionale».
«Vedi bene, dunque, che l’ideale propugnato da Carlo - la pace universale - rivela il suo vero volto: un paravento ideologico a una ricerca personale di ricchezza, di successo, di potere. Altrimenti, se la preoccupazione fosse davvero quella di fare il bene del popolo, la cosa più logica sarebbe mettere in pratica ciò che sta suggerendo Erasmo da Rotterdam». Così dicendo, estrasse un libretto che teneva riposto nel giustacuore, e ne lesse un passo su cui doveva aver riflettuto parecchie volte: «“Riterrei che sarebbe utile alla pubblica tranquillità del mondo cristiano se si stabilissero con precisi pubblici trattati i confini di ogni Stato e se, una volta stabiliti, essi non potessero essere né arretrati né avanzati per legami di parentela o in virtù di trattati; inoltre che fosse completamente abolito il diritto fondato su antichi titoli che ognuno suole pretestuosamente accampare. E se qualcuno protestasse perché così si toglierebbe ai principi non so quale loro diritto, vorrei che costui riflettesse se si può considerare equo che per simili diritti, che uno ha veramente o finge d’avere, l’orbe cristiano sia senza fine tormentato da armi empie e omicide, tanti innocenti siano uccisi o rovinati, tante donne che non lo meritano siano afflitte e corrotte, e, infine, debba essere introdotta nella vita della società tutta quella tragica serie di mali che ogni guerra porta con sé” 3».
Il mattino seguente, di buon’ora, Iñigo prese congedo dal comandante. «Non proseguire per la strada principale» gli raccomandò quest’ultimo: «Ti troveresti ad attraversare le linee delle truppe francesi!». E gli consigliò un itinerario alternativo, attraverso zone poco abitate, in cui i soldati di Francesco I° non si erano spinti.
Iñigo si incamminò, ma, giunto al bivio indicato, si fermò a pensare: «La scelta che ho fatto, di vivere solo di ciò che ogni giorno posso raccogliere mendicando, mi rende impossibile passare per luoghi disabitati, altrimenti dovrei portare con me delle provviste! Voglio dunque rimanere fedele alle ragioni della mia scelta piuttosto che a quelle della prudenza. Non per principio, ma perché voglio sperimentare che “tutto concorre al bene di chi ama Dio” 4 e a Lui si affida».
Proseguendo dunque per la strada principale, passò per un villaggio bruciato e distrutto, e così fino a sera non trovò nessuno che gli desse qualcosa da mangiare. Al tramonto giunse a un borgo fortificato; immediatamente le sentinelle, pensando che fosse una spia, lo arrestarono, lo spogliarono, lo perquisirono e lo sottoposero a un duro interrogatorio; ma egli continuava a rispondere che non sapeva nulla. Non riuscendo a fargli confessare le intenzioni che essi sospettavano in lui, lo condussero, così spogliato, attraverso le strade del paese fin dal capitano della guarnigione. Questi lo interrogò a sua volta, dicendo: «Non mi dici nulla? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di torturarti per farti parlare?».
Questa minaccia fece per un momento vacillare la sua determinazione. Doveva parlare? E cosa doveva dirgli? La posizione dell’accampamento degli spagnoli? Lo scoraggiamento che serpeggiava tra le truppe? Lui che sentiva come missione quella di portare la pace nel cuore degli uomini, con le sue parole avrebbe causato altre lotte e altre sofferenze…
No: le conseguenze prevedibili dicevano che questa era una tentazione. «Certo: parlando, potrei salvarmi la vita!» pensò. «Ma che cosa è più importante? Una vita senza una missione da compiere o portare a termine la mia missione a costo della vita? Per il mondo pazzia è perdere la vita per inseguire un sogno, ma con Cristo considero pazzia rinunciare al mio sogno per salvarmi la vita. Questa tentazione sta mettendo alla prova la verità della mia disponibilità a Dio, del mio desiderio di essere con e come Cristo! E contro di essa reagirò con forza!». Appoggiandosi alla libertà interiore che aveva recuperata decidendo di non farsi dominare dalla paura, dall’attaccamento alla vita, si diede il diritto di pensare con calma a quello che doveva dire e di scegliere cosa dire. E così pronunciò solo poche parole, con lunghe pause tra l'una e l'altra: «Io sono uno che cerca… E quello che cerco è essere con Cristo e come Cristo… Per questo cerco la povertà con Cristo povero piuttosto che la ricchezza…, le umiliazioni con Cristo umiliato piuttosto che gli onori…; inoltre preferisco essere considerato stolto e pazzo per Cristo, che per primo fu ritenuto tale, piuttosto che saggio e accorto secondo il giudizio del mondo…»5.
«Si, un pazzo! Ecco cosa sei: un pazzo!» gridò esasperato il capitano. E, rivolto ai suoi uomini: «Quest'uomo è un demente; ridategli la sua roba e cacciatelo via».
Fuori il sole brillava come non mai e i suoi raggi, in quella fredda giornata di fine inverno, gli si fecero intorno come una carezza, come un abbraccio caldo a cui volle abbandonarsi:
«Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi,
superiori alle mie forze.
Io sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è in Te l'anima mia6.
Si, questo è il mio tesoro e la mia forza: il tuo abbraccio, Signore. Qui voglio stare, da qui voglio partire, qui voglio accompagnare chi ti cerca».
E, ripresa la strada, sentì nel cuore che la sua ricerca era finita: quel Cristo che tanto aveva cercato era lì, accanto a lui, a camminare con lui verso un sogno.
1 EE.SS. 136-147
2 Dal “Manifesto agli elettori dell’impero”, 1519
3 Erasmo da Rotterdam, Historiae Augustae
4 Rm 8, 28
5 EE.SS. 167
6 Sal 131







