4/15/2026

L’orma del pellegrino: cap.19 - Ti darò un nome nuovo

«Ora devi andare avanti con i tuoi studi. Ti attende la filosofia e la teologia per inserirti nella sapienza dell’umanità e della Chiesa, perché lo Spirito possa parlare non solo attraverso la tua esperienza personale, ma con una voce arricchita dalle infinite esperienze accumulatesi nella Parola, nella Tradizione e nella Cultura. Quello che dirai acquisirà così vastità e profondità, capacità di dare non risposte provvisorie, per quanto valide, ma prospettive di ampio respiro, che prendono in carico la persona nella sua integrità e nella sua complessità. Nella nuova università di Alcalà potrai trovare di che nutrire la tua mente». Questo gli aveva detto il suo maestro, al termine del biennio di grammatica latina.

Fondata dal cardinale Francisco Jiménes de Cisneros, il famoso riformatore dell’ordine francescano e patrocinatore della Bibbia Poliglotta Complutense1, l’Università di Alcalà si era subito distinta per un nuovo approccio nell’insegnamento, attento alle novità recate dalle correnti culturali del tempo. Particolarmente vivo in essa era il movimento che si rifaceva a Erasmo da Rotterdam per coltivare e dibattere idee che potessero portare a un rinnovamento della Chiesa senza mettere in discussione quell’unità che gli Evangelici avevano invece spezzato.

Rimanere? Partire? Per la prima volta, questa era una decisione che non poteva prendere da solo. Nel tempo che lo studio gli lasciava libero, Iñigo aveva continuato a dare i suoi Esercizi, e, tra le persone che aveva accompagnato spiritualmente, alcune erano state contagiate dalla sua passione di restaurare il volto di Cristo in quello del prossimo sfigurato dalla malattia, dalla povertà, dall’ignoranza, dalla reclusione, ma soprattutto dai pesanti fardelli di un passato capace di compromettere la possibilità di vivere in serenità e con frutto le proprie relazioni.

Juan de Artega, Lope de Càceres e Calixte de Sa erano così diventati suoi compagni in quelle avventure in cui sentivano che Cristo voleva tener fede attraverso di loro alla sua promessa di essere il “Dio con noi”.

Fu, dunque, in una tiepida serata di giugno che i quattro compagni si diedero appuntamento sulla spiaggia per esaminare la cosa e prendere una decisione.

La calma risacca del mare, con il suo ritmico e sempre uguale sciabordio, sembrava dare il tempo allo spartito di onde che si allargava sulla sconfinata superficie di quel mare senza orizzonte, mentre, al di sopra, un’ancor più sconfinata immensità cominciava a punteggiarsi di stelle.

«Come possiamo abbandonare le persone che stanno confidando nel nostro aiuto?» obiettò Juan a commento della proposta che il maestro Ardévol aveva fatto a Iñigo.

«Senza contare che non abbiamo nessuno a cui affidare questo compito, che possa sostituirci…» aggiunse Lope.

Solo Calixte era rimasto in silenzio, lo sguardo immerso nelle profondità di quei due piani d’infinito che si confondevano all’orizzonte. Sulle orme di Iñigo, anch’egli si era inoltrato in quella direzione, e, nel lunghissimo viaggio che l’aveva portato in Terra Santa, aveva compreso che non il punto d’arrivo era lo scopo del viaggio, ma il viaggio stesso aveva in sé il suo senso.

«Non possiamo legarci a ciò che stiamo facendo come sia opera solo nostra», disse. «Se lo lasciamo andare, tutto finirà in pezzi? O, sulla scia di quanto abbiamo fatto finora, troverà in sé le risorse per proseguire da solo? Chi può dirlo?! Io preferisco pensare che la persona che aiuto non è un carico sulle mie spalle, ma sia lei che io siamo in braccio a Dio, e ci teniamo per mano per quel tratto di strada in cui Egli ci affida l’una all’altra. A tempo debito, lo staccarci, il fare ciascuno la propria strada sarà allora altrettanto buono quanto lo era stato prima lo starci accanto.

Io dico di fidarci di Dio. Di un Dio che ora ci sta dicendo di andare sulla parola di una persona che a uno di noi apre una prospettiva “oltre”, una prospettiva che potrà dare maggior respiro al nostro servizio».

«Anch’io ho le mie resistenze e le mie paure» soggiunse Iñigo, «e, in più, ho l’imbarazzo di condizionare voi a una scelta che riguarda me. Ma se il Signore ci chiama ad agire come un corpo, forse ci vuole uniti anche nel nostro operare!».

«Sì, forse adesso abbiamo ancora bisogno di sentirci presenti l’uno all’altro» osservò Calixte. «Un domani, chissà… potrebbe bastarci l’essere uniti a Cristo e in Cristo a farci sentire uniti tra noi e, come i raggi di una ruota uniti nel mozzo centrale, allontanarci ciascuno per proprio conto a sostenere il cerchio dell’umanità che gira nella vita portando il destino del mondo…».

Non ci fu bisogno di altre parole. Ognuno seppe nel suo cuore che il Signore lo stava attendendo un passo più avanti. Verso dove, nessuno lo sapeva. Ma questo era il rischio di seguire un Dio che aveva fatto delle strade della Palestina il suo tempio e del camminare la sua liturgia. E, pellegrini, decisero di seguire quel Dio Pellegrino.

Il viaggio si era rivelato lunghissimo, e il farlo era diventato estenuante. Il caldo di quell’estate incipiente stava poi facendo la sua parte, rendendo il loro camminare un’ondeggiare di festuche inaridite dal sole.

Iñigo più degli altri era provato: la gamba malata, ristabilitasi grazie alla vita sedentaria che ormai conduceva, ora, sottoposta al martirio dell’acciottolato, era ridiventata protagonista del suo patire.

Mentre procedeva sotto il solleone, attardandosi sfinito rispetto ai compagni, gli venne alla mente un altro terribile viaggio, letto anni prima in quel “Flos Sanctorum” che gli avevano portato per alleviare la noia della convalescenza a letto, dopo la ferita di Pamplona: il viaggio che avrebbe condotto Ignazio, vescovo di Antiochia, a morire nell’anfiteatro Flavio, dilaniato dalle belve, per i festeggiamenti dell’imperatore Traiano dopo la vittoria sui Daci.

«Dalla Siria sino a Roma combatto con le fiere, per terra e per mare, di notte e di giorno, legato a dieci leopardi: il manipolo dei soldati», aveva scritto alla comunità cristiana di Roma, avvisandola del suo arrivo. «Ma annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio. Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungerLo. Sono frumento di Dio macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. Il mio unico desiderio è di congiungermi con Gesù Cristo. Cerco Lui, che è morto per me, voglio Lui, che è risorto per noi... Lasciate che io sia imitatore della Passione del mio Dio!»2.

Come suonavano lontane, ora, quelle parole! E’ così facile immaginarsi forti nel resistere al peccato e alle sofferenze quando non si è tentati e le cose vanno per il verso giusto!

«Quella che credevo fede era solo buona salute!», gli aveva confidato un giorno un anziano religioso.

Ma quando si è in situazione, ecco che la tentazione non poteva essere più subdola e devastante, ecco che il dolore non poteva colpire in un posto peggiore di quello!

Preso dallo sconforto e dalla fatica, si fermò, appoggiandosi di peso sul suo bastone da pellegrino.

«Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato»3, mugolò dentro di sé.

Quando trovò la forza di rialzare lo sguardo, in lontananza vide un qualcosa di bianco, come un muro poco più alto di un uomo, che proiettava uno scampolo d’ombra sul terreno assolato. «Arriverò fino a lì», pensò, «e poi…».

Trascinandosi con le ultime forze che gli rimanevano, giunse a quel muro sbrecciato e crollò in ginocchio. Davanti a lui, da un vecchio affresco scrostato gli sorrideva il volto della Vergine, che teneva tra le braccia il Figlio della promessa accolta. E, come rugiada che fresca irrorasse il suo pensiero inaridito, la sentì nel suo cuore rispondere al lamento che un attimo prima aveva scagliato contro il suo destino: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se questo succedesse, io invece non ti dimenticherò mai»4.

E, ancora, lo raggiunsero le parole di Ignazio: «Il fuoco, la croce, le belve, le lacerazioni, gli strappi, le slogature delle ossa, le mutilazioni delle membra, il pestaggio di tutto il corpo, i malvagi tormenti del diavolo vengano su di me, perché voglio solo trovare Gesù Cristo. Voglio il pane di Dio, che è la carne di Gesù Cristo, e come bevanda il suo sangue, che è l'amore incorruttibile»5.

«Mettimi con tuo Figlio!» chiese con un filo di voce alla Vergine. «Non possiedo la forza di Ignazio, ma accogli questo mio desiderio…».

«Non serve forza…» la sentì sussurrargli. «Fatti madre come me: accogli nel tuo cuore mio figlio e quelli che hanno bisogno del suo aiuto. Fatti luogo ospitale in cui l’Amore può darsi a chi lo cerca… e né l’Uno né gli altri mancheranno mai nella tua vita».

E, quasi a confortarlo nel suo sentirsi così diverso da quel santo il cui nome era invece così simile al suo, gli disse: «Non temere: tu sei Ignazio!».

Tornati sui loro passi, non vedendolo più dietro di loro, i suoi compagni lo trovarono ancora lì, inginocchiato sotto un muro sbrecciato, mentre, il volto inondato di lacrime, singhiozzava come un bambino.

Con delicatezza lo aiutarono a rialzarsi.

«Ignazio» sussurrò loro, ripetendo il nome affidatogli dalla Vergine. «Ora il mio nome è Ignazio».

1 In essa i testi originali delle Sacre Scritture, in aramaicogrecolatino ed ebraico, erano disposti in colonne affiancate in modo da poter essere studiati simultaneamente.

2 Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 5,1. 4,1. 6,1. 6,3

3 Is 49, 14

4 Is 49, 15

5 Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 5,3. 7,3

4/04/2026

La risurrezione al femminile

Se fosse stato per loro, tutto sarebbe finito lì.

Loro erano distrutti dallo scoraggiamento.

Nel nostro cuore, invece, ardeva una piccola speranza che ci ha fatto partire.

Siamo uscite di casa, senza pensare…

la tomba chiusa,

la pietra da rotolare,

le guardie che ancora vigilavano…

ma siamo partite lo stesso.

Noi donne sappiamo che l’amore vince ogni difficoltà.

Lo sappiamo perché la vita ci nasce dentro.

Cosa ne sarà non lo conosciamo,

ma noi ci saremo,

e la nostra speranza saprà farla andare avanti.

E’ stata questa nostra speranza,

apparsa luminosa dentro quella tomba inspiegabilmente vuota,

a dirci che il nostro folle pensiero non era un’assurdità.

Ma la speranza non può far breccia in un cuore che non sa guardare al futuro.

Loro, gli uomini, erano rimasti a casa,

gli occhi fissi sul vuoto,

il cuore distrutto dall’abbandono.

Per loro solo il presente era realtà…

Un presente in cui ciò che finora aveva dato senso alla loro vita era assente.

Loro credevano solo ciò che potevano saggiare con i sensi e con il ragionamento.

In noi donne il cuore sa intuire il futuro appoggiandosi al passato: non poteva essere tutto finito.

Fu l’urlo del nostro cuore a chiamarlo, fra timore e gioia grandi, vivo davanti a noi.

Il cuore ha ragioni che la ragione non comprende.


BUONA PASQUA!

                                                                                                   Michele Bortignon



4/01/2026

Faccio tutto io?

Quando una persona che amiamo sta male, la sua sofferenza si trasmette a noi moltiplicata e muove potente il bisogno di far qualcosa, costi quel che costi, perché questo dolore abbia a finire.

L’urgenza unita alla generosità spingono però spesso nell’inganno di pensare di poter essere completamente a misura del bisogno, di poter essere sempre e comunque noi a risolvere il problema. E la manifesta impotenza che logicamente ne consegue ci chiude nella frustrazione, nello scoraggiamento, nella disperazione, nei sensi di colpa. Sembra di non fare mai abbastanza e nel contempo di non ottenere alcun risultato.

In tutto questo processo, che l’ansia rende completamente istintuale, manca l’approfondimento di due aspetti fondamentali, che soli possono aprire una prospettiva:

  • di che cosa ha veramente bisogno la persona?

  • che cosa posso dare io?

Equivocare su questi aspetti significa vederci nel problema come un nano di fronte a un nemico enorme, per cui o ci lanciamo a testa bassa disperdendo le nostre energie in una lotta impari, perché affannosa e scoordinata, oppure fuggiamo atterriti.

Per agire efficacemente occorre invece sapere “chi fa che cosa”.

Prima di tutto il che cosa fare, ossia di cosa la persona ha bisogno.

Il rischio è di pensare a cosa io avrei bisogno nella sua situazione oppure di dare quel che io posso dare, senza chiedermi cosa a lei veramente serve, se le sto dando quel che lei chiede. Entrambi questi due comportamenti in fondo mi fanno sentire a posto e mi danno l’alibi per poter finalmente fuggire dal problema che mi crea ansia. Non sono capace di dimorare nella sofferenza altrui con quella pace che sola può darmi la capacità di mettermi in ascolto della persona che soffre: scoprendo quali paure, quali angosce la attanagliano, in quali punti il suo spirito sta cedendo e dove quindi abbisogna di un sostegno.

Una pace che posso trovare solo nell’esperienza del «Non temere, io sono con te»: ho sperimentato che Dio provvede alla mia vita e quindi provvederà anche alla tua.

Dopo il “che cosa”, il “chi”.

Io ho queste capacità e possibilità concrete e le utilizzo per soddisfare quella parte del bisogno -e solo quella- della quale sono a misura, per la quale posso dare una risposta efficace.

Posso ancora fare qualcosa: movimentare altre persone-risorsa che possono dare un loro specifico contributo al soddisfacimento del bisogno.

Se anche questo non bastasse, c’è un’ultima cosa da fare: entrare nell’esperienza della povertà. Quando -e solo allora- non c’è più nulla di esperibile da un punto di vista umano, siamo chiamati ad entrare nella dimensione della fede, affidando la persona e la sua situazione a Dio soltanto. Non si tratta però di una sorta di ultima spiaggia, ma di un riconoscere che in ultima istanza è Dio a condurre la storia, una storia finalizzata al nostro bene, anche se in modi e in tempi che non ci è dato di conoscere e che possono differire dalle nostre aspettative.

La sofferenza ci chiama dunque a vivere le due fondamentali dimensioni della vita del Cristo: l’incarnazione e la passione.

L’incarnazione: individuo cosa fare e lo faccio fino in fondo.

La passione: accolgo la situazione in cui non posso incidere e la innalzo a Dio in sacrificio, la rendo cioè sacra (sacrificio deriva appunto da sacrum-facere) nella fede che “sul monte (del sacrificio) Dio provvede”.

In estrema sintesi, Ignazio affermerebbe «agisco come se tutto dipendesse da me, sapendo che tutto dipende da Dio», quasi a dire: attenzione a non delegare a Dio quel che puoi fare tu, ma anche a non crederti onnipotente e rubargli il posto.

La tentazione di credersi e rendersi salvatori degli altri oltre che scarsa fede in Dio denota scarsa fiducia in loro. Dio ha messo nell’uomo un istinto di vita che preme sotto qualsiasi forma di sofferenza per trovare sbocco in una situazione di maggiore serenità, gioia e libertà interiore dai condizionamenti che lo opprimono.

E non è detto che quella del “salvatore” sia la strada attraverso la quale questo istinto vuol passare o è bene che passi per realizzare il suo obiettivo. Il “salvatore” potrebbe essere avvertito con fastidio per la sua invadenza e infine rifiutato dalla persona, che si sente forzata su una strada che, fosse anche la più giusta, non è stata lei a scegliere, e comunque si sente non rispettata nella sua libertà, in quanto a lei soltanto spetta determinare i tempi e i modi per risolvere il proprio problema.

Michele Bortignon