Solo questo spostare lo sguardo da Cristo a me mi toglie il fiato. È un pugno allo stomaco. Mi fa dire: «No, non è possibile».
Guardo la mia croce. Tu guarda la tua. Non vorresti anche tu che sparisse -così, d’un tratto- come se non fosse mai esistita? Salvezza, per noi, vorrebbe dire proprio questo: liberarsene, finalmente!
E, nelle nostre preghiere, è questo che chiediamo a Dio.
E, guardando alla risurrezione di Cristo, è questo che crediamo sia successo: che tutto ritorna come prima.
No! Risurrezione non è risoluzione.
Risolvere il problema significa che il problema non c’è più.
Risorgere significa che il problema c’è ancora, ma è successo qualcosa che non mi aspettavo che me lo sta facendo vivere in maniera diversa o, addirittura, che per me non è più un problema, anzi, è diventato una risorsa, un’opportunità, la porta verso una consapevolezza di me stesso e della realtà, che sento passaggio a un livello superiore di vita.
Certo, noi vorremmo una felicità fatta di piacere e di assenza di problemi. E allora mi chiedo: sarei davvero felice, così?
Forse sì, per un po'. Ma poi mi mancherebbero quelle sfide che la vita mi lancia attraverso il confronto con gli altri, con ciò che non va, con ciò che mi si oppone. Sono proprio queste a spalancarmi gli occhi su me stesso e su come funziona l'esistenza; e quando le affronto, quando non mi tiro indietro, mi fanno crescere di un passo verso una maggiore armonia con me stesso, con gli altri, con la vita.
“Desertum fecere et appellaverunt pacem”, diceva Tacito delle conquiste romane in Britannia: «Hanno fatto il deserto e lo hanno chiamato pace». È il rischio che corriamo anche noi: voler eliminare tutto ciò che ci dà fastidio, che ci contrasta. Ma è proprio quell'attrito con la realtà a rivelarci ciò che in noi si oppone al flusso della vita, l'ostacolo da rimuovere perché tutto riprenda a scorrere.
E allora cosa facciamo? Rimaniamo sulla croce con Cristo. Sulla croce, ma con Cristo: vivendola nel suo Spirito. Come la vivrebbe Lui? Inutile nasconderselo: lo sappiamo! Ma non vogliamo saperlo: ci sembra sbagliato, forse addirittura folle. Eppure Lui ha dimostrato finora di non volere altro che il nostro bene.
Vogliamo provarci?
Ricordiamo cosa rispose il popolo nel deserto a Dio che, nelle dieci parole, gli indicava la strada della Vita: “Quanto ha detto il Signore, noi lo eseguiremo e vi presteremo ascolto” (Es 24,7). Prima faccio, poi ascolto. Non capisco, non sono d'accordo, ma ci provo, mi fido: vediamo cosa succede. “Dai frutti li riconoscerete”, ha detto Gesù (Mt 7,16): è esattamente questo che farò. Eseguo, e poi presto ascolto a ciò che si muove in me e attorno a me. E da lì capirò come continuare.
Ed ecco che comincia ad apparire il significato della vita, che non è eliminare i problemi, ma nei problemi scoprire chi sono io per aiutare questo io a trasformarsi in Cristo.
Pensavo di dover cambiare il mondo attorno a me. Invece sono io che devo cambiare. E il mondo comincerà a essere diverso.
Michele Bortignon
P.S.: stavolta, invece di limitarti a leggere, prova a fare. Solo un po’. E vedi cosa succede.
