5/14/2026

L’orma del pellegrino: cap.20 - Una doppia confessione

Calle Mayor era ad Alcalà il punto di incontro di ogni genere di umanità: sotto i suoi portici, un flusso continuo di persone intente alle loro compravendite si mescolava a capannelli di studenti immersi in discussioni sulle ultime idee della cultura umanistica, mentre fra tutti si aggiravano i mendicanti, a tendere la mano per un tozzo di pane che permettesse loro di tirare avanti ancora per un giorno.

Tra questi c’erano anche i quattro compagni; appena giunti in città, prima di dedicarsi ad aiutare i poveri, volevano vivere la loro stessa vita per conoscerla dall’interno e poter così porgere aiuto nel modo più giusto.

Dopo essersi dati appuntamento per la sera all’asilo dei vagabondi di Santa Maria, alloggio notturno per i poveri senza riparo, Ignazio si diresse verso la cattedrale: all’inizio della sua nuova missione ad Alcalà, voleva chiedere al “Dio con noi” di essere attraverso di lui per gli altri. E dopo la preghiera si accostò alla confessione, per sperimentare concretamente l’ascolto di un Dio che ci accoglie come siamo e ci presta i suoi occhi per vederci come possiamo essere.

«Vorrei poterle raccontare in breve la mia vita», disse al confessore, «perché lei possa aiutarmi a vedere le mie mancanze nel contesto del cammino che il Signore sta facendo con me».

«Va bene, figliolo. Ti ascolto».

«Non ho un buon ricordo dei miei genitori: troppo anziani e troppo impegnati anche semplicemente per “esserci”. Quell’affetto e quella vicinanza che fanno crescere un figlio “ad immagine e somiglianza” del genitore, che gli danno la solidità e i criteri di discernimento necessari per camminare nella vita, io non li ho avuti. Per ottenere uno sguardo rivolto su di me, per poter anch’io scorgere negli occhi di mio padre quel brillare d’orgoglio che un figlio spera di trovare per sentirsi confermato in ciò che fa, ho cercato ciò che lo vedevo cercare, ho fatto mio il suo sogno. E l’onore cavalleresco è diventato il mio tutto. Quell’affetto che allarga il cuore nel calore dell’abbraccio di una madre, che senza parole dice a un figlio che cosa è vero e importante nella vita, non c’è stato, e, quindi, più tardi non poteva guidarmi a scegliere ciò che è giusto.

Quello sguardo e quell’affetto ho dovuto attenderli nascosti dietro l’angolo del fallimento di ciò che avevo costruito, gratuitamente offerti da un Dio con un volto di padre e un cuore di madre, radicalmente diversi da quelli che avevo conosciuti nei miei genitori.

Al culmine della battaglia, a Pamplona, in una palla di cannone Dio mi è scoppiato addosso, mi ha gettato a terra mezzo morto, costretto a quell’immobilità in cui potevo finalmente lasciarmi raggiungere da Lui, devastato nei miei sogni al punto che qualsiasi altra prospettiva poteva ora diventare possibile.

E mi è cresciuto dentro. Facendomi crescere. Quello sguardo e quell’abbraccio, che fisicamente non avevo avuti, ora li sentivo dentro di me luce e calore che per connaturalità mi facevano sentire e gustare il sapore buono di Dio in ciò che lo conteneva. E stridente, per contrasto, diventava ciò che sfavillava entusiasmante, ma vuoto di quella gioia intima, di quella pace vasta, profonda e duratura con cui Dio intesseva le mie esperienze di bene autentico.

Non più teatro in cui venivo mosso da fili invisibili, ora lo vedevo, il mio cuore, campo di battaglia in cui oscure e luminose forze si affrontavano. Ma, avendolo gustato, ora distinguevo il sapore di ciò che è buono e, concedendomi calma e attenzione, osservavo, valutavo, sceglievo».

Dopo questa premessa, Ignazio proseguì con l’accusa dei propri peccati, ma il confessore già non lo stava più seguendo. Quelle parole avevano smosso in lui una risonanza profonda, quasi fossero state dette per lui, per fargli riconsiderare la propria vita nello specchio di quella vita.

Fu il silenzio assorto con cui il penitente aveva concluso la propria accusa a strapparlo da quel suo pensoso torpore, da cui uscì non sapendo, purtroppo, che biascicare qualche parola di circostanza prima della consueta benedizione.

Guardando Ignazio che si stava avviando verso l’uscita, «Senti…» lo chiamò, «Posso parlarti?».

«Certo!». Tornò sui suoi passi e sedette su un banco, lasciandogli lo spazio accanto a sé perché potesse fare altrettanto. «Dimmi: ti ascolto…».

Il prete non sapeva come cominciare, e intanto si torceva le mani l’una con l’altra. Infine, girandosi quasi di scatto verso di lui, «Anch’io, sai, anch’io ho vissuto quel che hai vissuto tu… ma solo nella prima parte. È… come se a un certo punto ci fosse un bivio: tu sei andato da una parte e io dall’altra. A te è scoppiato Dio dentro, come hai detto… A me continuano a scoppiare, fuori, le relazioni con gli altri. Non riesco a reggerle. Io so cosa è giusto, cosa voglio, come devo comportarmi; ma quando ci sono dentro mi prende il panico e faccio e dico cose che non voglio - ma, in qualche maniera, sento vogliono gli altri da me - pur di uscire al più presto dalla situazione e ritrovare la tranquillità… nella mia disperata solitudine».

Con dolcezza, Ignazio gli appoggiò una mano sulla spalla. «Hai avuto il coraggio di parlarne; e questo dice che hai il desiderio di uscirne…».

«Si, ma come?» riprese l’altro, quasi con rabbia. «Perché Dio viene a cercare te e a me, che gli ho dedicato la vita facendomi prete, nemmeno sa che esisto?!».

«Anche il profeta Elia stava cercando quel Dio che aveva promesso di mostrarglisi, ricordi?: “Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco”1. Dio non era in nulla che sconvolgesse la situazione dell’uomo dall’esterno.

Poi, Elia udì una “voce di sottile silenzio” E si coprì il volto con il mantello, perché, ecco, lì c’era Dio. Capisci? Dio c’è, ma per udirne la voce devi aprire gli occhi del cuore e accorgerti di quel che sta succedendo dentro di te.

Da quanto hai detto, mi par di capire che, quando incontri delle persone, ti prende la paura e i pensieri ti suggeriscono che tutto sarà un fallimento, che ci rimedierai una ben magra figura e gli altri ti disprezzeranno, considerandoti una nullità. E una voce dentro di te ti dice «Lascia perdere, è meglio che tu rimanga a casa tua», oppure «Non contraddire, dì sempre di si, altrimenti…». Se segui questa voce, non ti apri alla relazione con queste persone, non affronti la vita. E, poiché la felicità è appunto nella vita con le persone, che ti porta simpatia, gioia, affetto, calore, esperienze, stima, tenerezza, avventura, condivisione, aiuto, emozioni… se rifiuti tutto questo per paura, fai il tuo male.

Ma, se ascolti con attenzione, c’è anche un’altra voce: più sottile, che non cerca di imporsi, come l’altra, alzando il tono, ma si propone con la calma forza di ciò che è vero. E questa voce ti dice: «Vai, coraggio, non temere! Buttati a essere te stesso con quello che sei, che credi, che ami. E, se sei vero, la verità degli altri reagirà: ora accogliendoti come acqua che disseta, ora rifiutandoti perché smuovi esperienze non risolte. Ma, in entrambi i casi, tutto questo è Vita, vita che ti insegna a vivere, ad essere Uomo, ad affrontare la realtà per creare gioia, serenità, scioltezza nelle relazioni. Perché è breve l’esistenza, e, se non la rendiamo VITA, l’abbiamo consegnata al NULLA».

E, interrompendosi, colto da una subitanea idea, «Dammi una mano», gli disse, «ti voglio far capire una cosa». Prese la mano che il sacerdote gli porgeva e alitò sopra il suo dorso.

«Hai sentito il mio soffio?».

«Si, certo!».

«E puoi mostrarmelo o farlo vedere ad altri?».

«Naturalmente no!».

«Ebbene, queste voci che senti dentro di te sono come questo soffio: le senti, ne fai esperienza, ma i sensi non arrivano ad afferrarle, a dimostrarne l’esistenza. E le senti come qualcosa che si esprime in te, attraverso pensieri ed emozioni, ma non viene da te.

Ricordi cosa dicono le Scritture della creazione del primo uomo, ossia dell’uomo che ciascuno di noi è? Dio soffiò su di lui un alito di vita… quasi a dire che il nostro rapporto con Dio, proprio come il soffio che hai appena sentito sul dorso della tua mano, lo sentiamo, c’è, ma è inafferrabile, indimostrabile, indicibile… se non dai frutti che produrrà nella nostra vita se lo accogliamo e ci affidiamo ad esso. E così gli antichi queste due voci, queste due forze, questi due soffi li chiamavano “spiriti”: quello che ti porta a chiuderti in te stesso, spirito del male; quello che ti apre alla vita, spirito del bene.

Entrambi hanno un nome molto concreto: “paura”, il primo; e “amore” quest’ultimo.

E, poiché Dio si è rivelato Amore nella vicenda umana di Gesù, lo spirito del bene, che fa entrare nella vita in pienezza, è l’amore, sempre accompagnato dalle sue due sorelle che lo rendono possibile: la fiducia e la speranza. E’ questo lo Spirito di Cristo, lo Spirito Santo, in cui siamo chiamati a vivere se vogliamo VIVERE.

Finora sei vissuto nella religione: sforzo umano per concretizzare un Dio di cui abbiamo bisogno per calmare le nostre paure. Ed è buono, è fisiologico, è un primo passo, quello del bambino che cerca la sua mamma per poter sopravvivere. Ma, se vuoi crescere, devi lasciarti raggiungere dal Dio che parla nella vita e il cui interprete è Cristo: è questa la fede! “Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato” 2.

Se vuoi guarire dalle tue paure devi smascherare il dio che ti sei costruito con i frammenti delle esperienze vissute con tuo padre e aprirti alla verità di quel che è il Dio vero: una verità che incontrerai nella vita, guardando a tutte le esperienze in cui l’amore ti ha raggiunto e ti è vissuto accanto rendendoti vivo: nella gioia, nella pace, nella libertà interiore».

Il sacerdote sembrava aver ripreso vita. Il respiro non era più, come prima, affannato, e anche il corpo si era rilassato, tornando a drizzare la schiena mentre ascoltava quelle parole che gli davano speranza: allora una strada poteva esserci anche per lui!

Guardò negli occhi quello sconosciuto che il caso gli aveva fatto incontrare e sentì in cuor suo che quel caso si chiamava Dio.

Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” 3. Si, quello era finalmente il “Kairòs” della sua vita, il momento in cui Dio lo chiamava a camminare con Sé.

«Ti prego, aiutami!» chiese a quello che in qualche modo stava sentendo come un angelo inviatogli da Dio.

«Volentieri. Ripasserò e parleremo con calma. Dimmi solo, per poterti trovare, qual è il tuo nome».

«Mi chiamo Manuel. Manuel Miona».

«E io sono Ignazio» disse porgendogli la mano: «Ignazio di Loyola».

1 1 Re 19, 11-12

2 1Cor 13, 11

3 Ap 3, 20

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