L’urgenza unita alla generosità spingono però spesso nell’inganno di pensare di poter essere completamente a misura del bisogno, di poter essere sempre e comunque noi a risolvere il problema. E la manifesta impotenza che logicamente ne consegue ci chiude nella frustrazione, nello scoraggiamento, nella disperazione, nei sensi di colpa. Sembra di non fare mai abbastanza e nel contempo di non ottenere alcun risultato.
In tutto questo processo, che l’ansia rende completamente istintuale, manca l’approfondimento di due aspetti fondamentali, che soli possono aprire una prospettiva:
di che cosa ha veramente bisogno la persona?
che cosa posso dare io?
Equivocare su questi aspetti significa vederci nel problema come un nano di fronte a un nemico enorme, per cui o ci lanciamo a testa bassa disperdendo le nostre energie in una lotta impari, perché affannosa e scoordinata, oppure fuggiamo atterriti.
Per agire efficacemente occorre invece sapere “chi fa che cosa”.
Prima di tutto il che cosa fare, ossia di cosa la persona ha bisogno.
Il rischio è di pensare a cosa io avrei bisogno nella sua situazione oppure di dare quel che io posso dare, senza chiedermi cosa a lei veramente serve, se le sto dando quel che lei chiede. Entrambi questi due comportamenti in fondo mi fanno sentire a posto e mi danno l’alibi per poter finalmente fuggire dal problema che mi crea ansia. Non sono capace di dimorare nella sofferenza altrui con quella pace che sola può darmi la capacità di mettermi in ascolto della persona che soffre: scoprendo quali paure, quali angosce la attanagliano, in quali punti il suo spirito sta cedendo e dove quindi abbisogna di un sostegno.
Una pace che posso trovare solo nell’esperienza del «Non temere, io sono con te»: ho sperimentato che Dio provvede alla mia vita e quindi provvederà anche alla tua.
Dopo il “che cosa”, il “chi”.
Io ho queste capacità e possibilità concrete e le utilizzo per soddisfare quella parte del bisogno -e solo quella- della quale sono a misura, per la quale posso dare una risposta efficace.
Posso ancora fare qualcosa: movimentare altre persone-risorsa che possono dare un loro specifico contributo al soddisfacimento del bisogno.
Se anche questo non bastasse, c’è un’ultima cosa da fare: entrare nell’esperienza della povertà. Quando -e solo allora- non c’è più nulla di esperibile da un punto di vista umano, siamo chiamati ad entrare nella dimensione della fede, affidando la persona e la sua situazione a Dio soltanto. Non si tratta però di una sorta di ultima spiaggia, ma di un riconoscere che in ultima istanza è Dio a condurre la storia, una storia finalizzata al nostro bene, anche se in modi e in tempi che non ci è dato di conoscere e che possono differire dalle nostre aspettative.
La sofferenza ci chiama dunque a vivere le due fondamentali dimensioni della vita del Cristo: l’incarnazione e la passione.
L’incarnazione: individuo cosa fare e lo faccio fino in fondo.
La passione: accolgo la situazione in cui non posso incidere e la innalzo a Dio in sacrificio, la rendo cioè sacra (sacrificio deriva appunto da sacrum-facere) nella fede che “sul monte (del sacrificio) Dio provvede”.
In estrema sintesi, Ignazio affermerebbe «agisco come se tutto dipendesse da me, sapendo che tutto dipende da Dio», quasi a dire: attenzione a non delegare a Dio quel che puoi fare tu, ma anche a non crederti onnipotente e rubargli il posto.
La tentazione di credersi e rendersi salvatori degli altri oltre che scarsa fede in Dio denota scarsa fiducia in loro. Dio ha messo nell’uomo un istinto di vita che preme sotto qualsiasi forma di sofferenza per trovare sbocco in una situazione di maggiore serenità, gioia e libertà interiore dai condizionamenti che lo opprimono.
E non è detto che quella del “salvatore” sia la strada attraverso la quale questo istinto vuol passare o è bene che passi per realizzare il suo obiettivo. Il “salvatore” potrebbe essere avvertito con fastidio per la sua invadenza e infine rifiutato dalla persona, che si sente forzata su una strada che, fosse anche la più giusta, non è stata lei a scegliere, e comunque si sente non rispettata nella sua libertà, in quanto a lei soltanto spetta determinare i tempi e i modi per risolvere il proprio problema.
Michele Bortignon

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