Era ormai l’imbrunire, e il monaco che l’aveva accolto gli porse un lume prima di accompagnarlo nei locali della foresteria, dove avrebbe trascorso la notte.
Nonostante la stanchezza, non aveva sonno. Il pensiero di reincontrare il cardinale, al termine della sua missione, lo metteva in ansia.
Aveva fatto quel che aveva potuto… Certo, i risultati non erano stati un granché: diverse informazioni su un nome senza un volto, sparito prima del suo arrivo, e nessuna traccia (o non avevano voluto fargliene trovare?) di quel famoso libretto in sospetto d’eresia…
«Gli basterà quel che gli riferirò?», si chiese preoccupato, arrotolandosi nervosamente tra due dita una ciocca di capelli. Era, quello, un gesto che era solito fare, senza rendersene conto, quand’era in tensione. E il timore di deludere chi gli aveva affidato quell’incarico, riponendo così tanta fiducia in lui, lo aveva preso allo stomaco, impedendogli di prendere quel po’ di cibo che gli avevano portato.
Si stese sul letto e, prima di spegnere la candela, rimase a osservare un piccolo quadro di rozza fattura che, a modo suo, ornava una parete della stanza. Era la solita scena della crocifissione, contornata da santi vestiti col saio dell’ordine monastico a cui apparteneva il monastero che lo ospitava. E, anche qui, un cartiglio riportava quelle stesse parole che l’avevano accolto all’entrare in quel luogo: “Paupertas Castitas Oboedientia”.
Forse per la corrispondenza numerica, quella triade gli ricordò quelle altre tre parole che tante volte aveva ascoltato, nelle conversazioni con le persone accompagnate da Iñigo, a descrivere quegli atteggiamenti che esse sentivano importanti per vivere nello stesso spirito di Cristo: la fede, la speranza, l’amore.
«Che strano!», pensò: «Sembra quasi che ci siano “duo genera Christianorum”1: da una parte i laici, che ispirano il loro agire alle virtù teologali: la fede, la speranza, l’amore; dall’altra i religiosi, che si attengono ai voti professati: la povertà, la castità, l’obbedienza».
E quel pensiero, che già si stava staccando dalle strade consuete, lo invitò con sé a qualche libero battito d’ali: «Chissà…» continuò a pensare, «forse i voti religiosi sono figli delle virtù teologali, nati da un bisogno di concretezza, di trovare un modo pratico per viverle. Ma la necessità di inquadrarle le ha impoverite del soffio dello Spirito, che con creatività le rendeva risposte ai bisogni emergenti dalla vita… E, così, l’affidarsi a Dio nella speranza è diventato povertà, l’amore che rispetta e valorizza l’altro è diventato castità, la fiducia in Dio che vuole il mio bene è diventato obbedienza ai superiori… Si… è tutto vero, ma… che cosa ci siamo persi per strada?». Ci si doveva allora accontentare, accettando una tradizione diventata legge? Oppure, sfiduciati nelle possibilità di cambiamento di una Chiesa troppo statica, bisognava buttare tutto all’aria come stavano facendo gli Evangelici? Dopo aver conosciuto l’esperienza di Iñigo, don Manuel si era convinto che poteva esserci una terza via: «Non è che, per fare un passo avanti, sia meglio fare un passo indietro, e riprendere a camminare guidati dallo Spirito, più che da una Regola? Da dove viene questo bisogno di definire tutto con chiarezza se non dal voler possedere la realtà per controllarla secondo gli schemi che abbiamo in testa e mettere così a tacere la paura dell’ignoto? Un Dio che ci chiama con Lui a lasciarci portare dal mistero della vita? No, grazie: meglio crocifiggerlo e dipingerlo su un quadro davanti a cui pregare tra volute d’incenso!».
Sorrise, don Manuel, di quel suo sussulto di libertà di pensiero, e, premendo lo stoppino fra le dita, spense la tremolante luce del cero. Fuori, alta nel cielo, splendeva la luna.
«“…Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore.
Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri…” 2».
Con le parole del profeta appena mormorate tra le labbra, don Manuel si addormentò.
E sognò di essere libero e forte, capace di vincere le sue paure tenendosi aggrappato alla mano di una Voce che dall’alto gli sussurrava con tenerezza «Non temere: io sono con te!».
La strada che separava il monastero da Toledo era ancora lunga, e la monotonia del viaggio invitava i pensieri a divagare. Su cosa meglio, allora, fissare l’attenzione se non sull’esperienza appena vissuta a Manresa? Del resto, era proprio su quello che avrebbe dovuto relazionare al Cardinale, per cui tanto meglio se cominciava fin d’ora a raccogliere le idee. Ripercorse per ordine quei giorni, a cominciare da quello che aveva visto in quella festa di paese: un enorme bisogno della gente di un modo diverso di vivere la tragedia di un’esistenza miserabile. Aveva visto il suo sentirsi abbandonata da un clero perlopiù incapace di dare risposte perché impegolato in questioni di potere e di interessi economici, oppure semplicemente ignorante e senza un’esperienza di Dio da trasmettere. Aveva visto laici impegnati a organizzare un minimo di assistenza per le situazioni di maggior fragilità: gli ammalati, gli orfani, i senza casa. E, infine, aveva visto quel che aveva iniziato a fare Iñigo: un laico che riempiva i vuoti lasciati dal clero, dando alle persone gli strumenti per vivere con Cristo, nel suo Spirito, i problemi della propria vita. Partendo da una situazione disastrata com’era quella che poteva offrire la religiosità del tempo, anch’egli aveva fatto diversi errori nell’impostare la propria vita spirituale, ma aveva saputo trasformarli in lezioni di vita.
«Che cosa, allora. posso dire all’inquisitore generale?» si chiese; «Che il problema non è nell’accusato, ma in chi lo sta accusando? Che una “reformatio in membris” è impensabile se non è preceduta da una “reformatio in capite”?».
Ormai le mura di Toledo, alte a cingere il colle su cui sorgeva la città, erano in vista. Tra poco sarebbe arrivato al palazzo dell’Inquisizione, tra poco sarebbe giunto al cospetto del cardinale, tra poco…
Il vuoto calò all’improvviso nella sua mente: un vuoto cieco, assoluto, che gli stava bloccando la possibilità di esprimere qualsiasi pensiero. Solo un’immagine gli occupava la mente, accompagnata da un terrore infinito: quella di suo padre che con un ceffone in pieno viso lo rovesciava a terra, urlandogli «Dove sei stato? Che cos’hai fatto?».
Non seppe mai come riuscì ad arrivare all’anticamera del cardinale e farsi infine annunciare. Al vederselo comparire davanti, fu quasi come svegliarsi da un incubo… per entrare in un altro.
«Dunque, don Manuel, che idea si è fatto sul nostro uomo?».
Il vuoto mentale non lo aveva abbandonato, ma, davanti alla necessità di parlare, si fece selettivo e deformante, per far passare solo ciò che avrebbe potuto confermare le idee del suo superiore e nel modo in cui egli si aspettava gli venisse presentato.
E, come uno studente davanti all’esaminatore, espose il caso studiato e l’interpretazione che ne dava: «Mi è sembrato una persona dai comportamenti contraddittorii: nel periodo di vita che ho ricostruito, l’ho visto trascurare se stesso fino a quasi morirne e prendersi cura degli altri fino a recuperarli alla vita. Mi ha lasciato perplesso e diffidente questa sostanziale mancanza di equilibrio. Nell’uno e nell’altro aspetto mi è sembrato di cogliere un bisogno di primeggiare per essere notato, di fare cose fuori del comune per attirare l’attenzione… Il suo era un ricalcare senza creatività copioni di santità già recitati; ma, poi, la fatica di sostenerli lo ha aperto all’accoglienza commossa della misericordia di Dio. Al suo seguito si è formata una compagnia di persone che dalla loro esperienza di Dio si sentono legittimate a portare altri sulla loro stessa strada, senza sottoporsi a controlli e autorizzazioni da parte della gerarchia».
Con queste e altre parole, don Manuel relazionò su quanto aveva visto e inteso di quell’esperienza. E, nel farlo, odiava quanto stava facendo e non riusciva a non fare; sentiva la menzogna di una realtà presentata da un’ottica che non condivideva, ma non riusciva a dire altrimenti. E, stremato, affranto, madido di sudore, crollò con un rantolo sulle ultime parole: «Mi dispiace. Non ho saputo fare di più…».
Il cardinale, che aveva seguito con attenzione, si alzò e, ponendogli una mano sulla spalla,
«Non si scusi, don Manuel» gli disse, «Ha fatto un buon lavoro: quanto ho ascoltato ha confermato i miei sospetti. Peccato solo che non abbiamo tra le mani né la persona che cerchiamo né i suoi scritti… Ma non c’è fretta: col tempo, tutti i nodi vengono al pettine e… tutti gli eretici all’inquisizione!». Un sorriso cinico gli attraversò il volto per quella sua battuta. Poi, fissando don Manuel negli occhi con uno sguardo che sembrava indagarne le profondità, «Come promesso, le assegnerò un posto di canonico in una cattedrale che vedremo di scegliere assieme. Se poi verrò a conoscenza di ulteriori notizie su quell’Iñigo, le farò sapere, così che lei possa riprendere le indagini».
1 Il Decretum Gratiani, citando San Gerolamo, divide i cristiani in due gruppi: i chierici, devoti a Dio e dediti alla preghiera, a cui conviene star lontano dal rumore del mondo, e i laici, a cui è consentito possedere beni, sposarsi, coltivare la terra, pagare le tasse allo Stato e le decime alla Chiesa, e che possono essere salvati se evitano i vizi e fanno del bene.
2 Is 55, 8-9

Nessun commento:
Posta un commento