L’entrare in un cammino spirituale è motivato dalla ricerca di una vita più piena e serena.
Ci rendiamo conto che, per arrivarci, dobbiamo venir fuori da certi comportamenti che creano disagio nelle nostre relazioni (con noi stessi, con gli altri, con Dio, con le nostre attività). Finora ci siamo sforzati di cambiare, ma ci siamo sempre scontrati con l'incapacità di farlo. L'avvio di nuovi comportamenti, non è facile: il male ha anche i suoi vantaggi a cui è difficile rinunciare; inoltre quello in cui ci si trova, seppur malato, è pur sempre un equilibrio, e il passare da questo a uno nuovo richiede certamente un atto di coraggio, oltre che di fede, perché l’incognita del nuovo fa paura, crea ansia: «Sarà poi vero che così è meglio? Non sarà un’illusione? Ce la farò?». Dalla paura, dall’ansia allo scoraggiamento il passo è breve: desideriamo aiutarci, ma ci sentiamo incapaci di farlo; desideriamo che Dio ci aiuti, ma disperiamo che gli interessi farlo.
Sono questi sforzi moralistici che Dio ci chiede? Le Scritture ci dicono che Dio stesso è il protagonista della nostra conversione, il primo interessato alla nostra liberazione, ed è determinato a portarla a compimento (Ez 37, 1-14). E' stato Lui a prenderne l'iniziativa, facendoci sorgere in cuore il desiderio di intraprendere un percorso per incontrarlo (Es 3, 7-12).
A noi spetta solamente l'aprire la strada alla sua venuta rendendoci disponibili a seguire le indicazioni di metodo che chi ci accompagna ci proporrà e ad aprire il cuore alle indicazioni di percorso che lo Spirito, attraverso la Parola, ci suggerirà (Is 40, 1-11).
Nella Bibbia, quando Dio chiede uno sbilanciamento radicale verso un nuovo modo di essere, sempre risuona una Parola che, per convincere, tocca il cuore: ”Non temere: io sarò con te”. Ripercorrendo l’esperienza dell’uomo biblico, quando ci mettiamo in relazione con Dio nella preghiera, sentiamo rivolta a noi questa Parola, promessa di una presenza che infonde speranza, fiducia, sicurezza, tranquillità.
Egli, però, rivendica a sé la guida di questo cammino, invitandoci a fidarci anche quando questo si sta realizzando in modi e in tempi diversi da quelli pensati (una diversità di cui occorre scandagliare il senso per porsi operativamente sulla lunghezza d’onda di Dio). Questo affidarsi si realizza solo se nella preghiera lasciamo a Dio lo spazio per rispondere all’accusa di non mantenere le promesse, e gli diamo la possibilità di mostrarci in che modo, attraverso quali persone, con quali attenzioni sta accompagnando la nostra crescita.
L’esperienza da puramente emozionale si fa allora affettiva, perché la relazione non è più solo pensata, creduta per fede, ma vissuta nella concretezza dei problemi che agitano il nostro cuore. Nell’esperienza affettiva la guarigione del cuore diventa storia di salvezza: la pace, la solidità, la libertà interiore non sono soltanto frutto di un raggiunto equilibrio interiore, ma anche e soprattutto della relazione con Dio.
Inserendoci in questa prospettiva, non sforziamoci allora di cambiare, ma limitiamoci a entrare in una relazione personale con Dio, cominciando a dargli del tu. Sarà l’amore, non lo sforzo di volontà, a far nascere da dentro, spontaneamente, il cambiamento.
Michele Bortignon
