6/21/2026

L’orma del pellegrino: cap.21 - Povertà o miseria?

L’Università di Alcalà, “Complutensis Universitas Studiorum”, era stata pensata dal cardinal Cisneros come luogo di formazione, da una parte, di un corpo di funzionari preparati a dirigere le strutture di governo, soprattutto ora che la Spagna, terminata la “gloriosa riconquista” della penisola iberica, si stava espandendo nelle nuove terre d’oltreoceano; dall’altra, di ecclesiastici che recuperassero i valori spirituali primitivi del cristianesimo, perdutisi durante il medioevo.

Le sue cinque facoltà - Filosofia, Teologia, Diritto Canonico, Lettere e Medicina - erano dunque frequentate dai rampolli della migliore società, motivati a spendere le loro energie e le loro capacità in ambiziosi progetti.

Non meno ambiziosi erano i progetti di Ignazio, che aveva però imparato a metterli in attesa, aspettando che il Signore gli facesse capire se fossero anche i suoi; e, soprattutto, a non pensare che i mezzi umani fossero indispensabili a realizzarli.

Per questo, come già per il viaggio a Gerusalemme, decise che, se il Signore voleva farlo studiare, avrebbe provveduto Lui al riguardo, e la propria parte sarebbe stata quella di affidarsi alla Provvidenza mendicando.

Fu proprio in uno dei momenti in cui, concluse le lezioni, percorreva Calle Mayor chiedendo un’elemosina ai passanti, che lo videro alcuni suoi compagni di corso:

«Mira al Basco: que asco!»1.

«Una limosnita, por caridad: ya me cansé de la Universidad!»2.

«Dale pan, dale vino, pega pega al peregrino!»3.

Fu tutto un susseguirsi di battute irriverenti, di prese in giro, di scimmiottamenti.

E a Ignazio, sballottato dall’uno all’altro, sembrava quasi di assistere ad una scena di cui non lui era il protagonista, ma il nobiluomo di Loyola ferito nell’onore in dissidio con il pellegrino desideroso di imitare Cristo nella sua passione.

Non passò molto tempo, però, che la gazzarra fu interrotta dalle grida piene di sdegno del direttore dell’ospedale di Antezana: «Ma non vi vergognate? Bell’esempio che dà chi sa di cultura!». E, rivolto a Ignazio: «Vieni, andiamo al mio ospedale: è qui, dietro l’angolo».

L’”Hospital gratuito de Nuestra Señora de la Misericordia”, detto anche “el Hospitalillo”, era stato istituito da don Luis de Antezana per ospitare gli ammalati non in grado di pagarsi le cure mediche di cui necessitavano. Juan Vasquez, direttore della struttura, era un uomo reso pratico dal lavoro che faceva, ma anche profondo dall’averlo scelto come missione per ridare dignità a chi la società scartava come inutile a se stesso e agli altri.

«Dunque: tu studi e non hai di che mantenerti, vero?» tagliò corto il direttore, arrivando subito al punto».

«Si, ma elemosinando conto di poter…».

«Ho detto ai tuoi amici di vergognarsi; non farmelo ripetere anche a te! Lascia fare il povero a chi non può fare diversamente. Tu hai la forza e l’intelligenza per fare ben altro… e non usare le nostre capacità è un insulto a Chi ce le ha date. Invece di aspettare un aiuto dalla Provvidenza, sii tu stesso Provvidenza per chi ha bisogno d’aiuto! Qui c’è un ospedale pieno di gente di cui prendersi cura e non ho abbastanza persone per farlo. Resta con noi: un tetto sulla testa e un piatto di minestra sul tavolo sappiamo ben condividerli!».

«Un alloggio e un amico: questa sì che è Provvidenza!» pensò Ignazio porgendogli lieto la mano ad accettare l’invito. Ma un po’ di vergogna per l’abbaglio spirituale che gli era stato rimproverato la stava pur provando: «Non finirò mai di sbagliare, Signore?».

«Come credi che possa riuscire a insegnarti altrimenti?!» si sentì rispondere.

Sospirando, dovette ammettere che era vero: «E anche questa è Provvidenza!».

Più tardi, mentre riponeva la sacca con le sue povere cose nella stanza che gli era stata assegnata, volle riflettere su quell’ennesimo inganno in cui era caduto: «L’umiltà è stato il drappo rosso che il Nemico, come un toreador, mi ha sventolato davanti al muso per farmi avvicinare a lui e infilzarmi con le sue banderillas prima di darmi la stoccata finale. No: vivere al di sotto delle mie capacità non è umiltà, ma stupidità, incoscienza, mancanza di responsabilità. Il mio spendermi per gli altri deve tener conto dei loro bisogni e delle mie capacità e, così, essere la risposta che Dio ha sognato di dare attraverso di me alle necessità del mondo».

Già: quale risposta? Che cosa voleva essere Dio attraverso di lui per gli altri?

Ignazio sentì che questa era una domanda a cui non poteva sfuggire, se non voleva che la sua missione procedesse a casaccio, tirata qua e là dai bisogni del momento, che casualmente incontrava sul suo cammino.

«Chi sono io in Cristo?» si domandò.

Non occorreva inventare nulla di nuovo: tutta la sua storia con Dio glielo diceva, ogni suo desiderio lo esprimeva: «Io sono un ascolto e una Parola che dà vita!». In queste parole che gli erano salite dal cuore sentiva di riconoscersi: era dunque questo il suo “nome spirituale”, l’orientamento che Cristo aveva impresso alla sua vita attraverso una storia in cui l’aveva messo con Sé, la prospettiva che gli aveva aperto davanti per essere amore con Lui Amore, la missione che gli avrebbe fatto trovare pienamente se stesso, perdendosi completamente per gli altri.

«Grazie, Signore…» disse portandosi la mano al cuore in segno di intimità. «Questo sono io. Davvero! Mi riconosco in queste parole e le accolgo per viverle nel tuo nome, tu che mi sei Padre, compagno in tuo Figlio e guida nel tuo Santo Spirito».

E, rivolgendosi alla Vergine, «Hai mantenuto la promessa: ora mi sento veramente messo con tuo Figlio; non soltanto per slancio affettivo, ma per condivisione di una stessa missione!».

Ignazio si ambientò immediatamente tra le sale del nuovo ospedale. Con i malati, in fondo, ci sapeva fare: il tirocinio all’ospizio di Santa Lucia, a Manresa, lo aveva formato all’essenziale del prendersi cura, che è un toccare l’anima attraverso il corpo. Sapeva che un gesto fatto nel modo giusto al momento giusto parlava al cuore più di tante parole… perché spesso è il cuore ferito che fa ammalare il corpo, trascinandolo in un dolore per il quale non esistono medicine.

Un ascolto e una Parola che dà vita”: avvicinandosi con affetto ai malati, lasciandosi toccare dalle loro sofferenze e nutrendo in sé un silenzio da cui, al momento opportuno, emergeva spontaneamente la Parola giusta, aveva scoperto che, per “aiutare le anime”, non occorreva svolgere un’attività particolare, ma vivere, con lo stile che il suo nome spirituale indicava, qualsiasi attività in cui si fosse impegnato.

Quando questo pensiero gli penetrò nel cuore, si sentì pervadere da una gioiosa leggerezza: «Essere con Cristo non significa fare qualcosa per Lui e nemmeno con Lui: è semplicemente lasciarmi essere quello che “io sono”, quello che, nella profondità della mia personalità, è la tendenza che mi fa sentire profondamente bene con me stesso e con gli altri, il sogno che mi fonde con quell’Oltre rispetto a me che mi fa nascere all’assolutamente unico che io sono».

Quella sera, dopo il pasto consumato assieme, anche Juan volle tornare sull’argomento. Il suo era il punto di vista di chi vede il problema del singolo come espressione e conseguenza di un problema della società: «La sofferenza è provocata dalle strutture di ingiustizia in cui ci siamo organizzati» osservò. «Sono queste che vanno guarite. E il primo passo per farlo è smascherare l’alibi offerto a buon mercato dalla pratica dell’elemosina: l’elemosina tranquillizza la coscienza facendoti sentire a posto, lasciandoti pensare che hai fatto abbastanza; e ti esime così dal pensare a come sistemare le situazioni di ingiustizia che hai contribuito a creare. In questo senso può diventare il paravento dell’ipocrisia!».

Qual era il giusto approccio? L’attenzione alla persona o l’impegno nel sociale? Entrambi avevano il sapore della verità!

La pace che ugualmente sentiva nel considerare e l’uno e l’altro gli fece capire che non si trattava di un’alternativa: erano, semplicemente, strade diverse che portavano allo stesso punto, entrambe indispensabili per costruire un mondo più vivibile.

E ciascuno, nella sua sensibilità, nello stile che il proprio nome spirituale gli suggeriva, camminava su quella che sentiva più sua.

Per quel giorno era abbastanza. Anche le emozioni, oltre che le fatiche, possono sfiancare. Ma, se sono buone, è una stanchezza che reca con sé un sonno ristoratore.

Prima di addormentarsi, Ignazio desiderò un attimo di tenerezza con il suo Signore. Gli si accoccolò tra le braccia, e gli sussurrò all’orecchio un’antica preghiera che gli piaceva tanto:

Signore Gesù Cristo,

compagno e aiuto del malato,

speranza e fiducia del povero,

rifugio e riposo di chi è stanco,

asilo e porto per quanti percorrono

la regione delle tenebre,

nella terra della malattia sii Tu il mio medico,

nella terra della stanchezza sii Tu a darmi forza.

Da’ vita alla mia anima,

rendimi la tua dimora,

fa’ abitare in me il tuo Santo Spirito” 4.


1 «Guarda il Basco: che schifo!».

2 «Una piccola elemosina, per carità… Mi sono stancato di andare all’Università».

3 «Dagli pane, dagli vino, batti batti il pellegrino!»

4 Atti di Tommaso, 156 Cfr.

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