Partito da Troia, questi approda nella terra dei Lotofagi, che vivono perennemente drogati dalle erbe di cui si cibano: beati e senza alcun desiderio di cambiamento. E’ il primo modo di relazionarsi con i problemi: fuggirli e rifugiarsi in un mondo in cui non occorre affrontarli.
L’accecamento di Polifemo è la reazione opposta: se scappare non serve, perché comunque i problemi rimangono lì, cerchiamo allora di annientarli con la furbizia, cosicché non possano più aver presa su di noi. In questo modo possiamo sì cambiare quella situazione, ma, poiché non siamo cambiati noi, al ripresentarsi di una situazione analoga ce li ritroviamo ancora davanti. Ne facciamo così ricadere la colpa su altre persone, nei confronti delle quali proviamo rabbia, ritenendole autrici delle nostre disgrazie, e invidia, perché sembrano trarre vantaggio dalla situazione. Vogliamo allora fare giustizia a modo nostro e… apriamo l’otre dei venti: un insieme di forze incontrollabili che ci portano ben lontani dal risultato che volevamo ottenere.
Sulle orme dei Lestrigoni, visto che quanto sopra non è servito, passiamo direttamente ai fatti, cercando di sopraffare chi ci crea problemi, facendo nostro tutto ciò che egli è e ha, in un atto di cannibalismo simbolico.
Quando anche questo tentativo fallisca, non ci resta che arrenderci all’immutabilità del destino, negando però alla vita qualsiasi significato. Ci sono due modi per farlo, ed entrambi ci coinvolgono completamente, fino a farci diventare loro schiavi. Il primo è diventare amanti di Circe: darsi completamente al piacere, che ci trasforma in esseri subumani, in animali. Il secondo è diventare amanti di Calypso: negare il valore del presente per un aldilà assolutizzato, che, promettendo immortalità ed eterna giovinezza, ci trasforma in esseri eterei, staccati dalla realtà.
Tutte queste tentazioni cercano di indurre Ulisse a dimenticare lo scopo del suo viaggio per trattenersi invece in esse. E dall’una all’altra egli approda o naufraga, spinto dalla forza di Poseidone, incarnazione dell’istinto di sopravvivenza, che, promettendoci salvezza, ci porta invece verso la morte ogni volta che questa sopravvivenza la cerchiamo solo per noi, indipendentemente da ciò che può succedere agli altri.
Quando trova la forza di dirigersi alla meta, anche se per farlo non dispone che di una zattera che lui stesso si è costruito, approda all’ultima tappa del suo viaggio. Nella terra dei Feaci non c’è nessun essere spaventoso o seducente che voglia addormentarlo, divorarlo, renderlo schiavo, ma persone normali che gli offrono un’accoglienza talmente gratuita che non gli viene nemmeno chiesto chi è e da dove viene. E, sullo sfondo del racconto dell’aedo Demodoco (il cui nome evoca il motivo del suo narrare), anche le sue avventure diventano racconto e, mettendosi in fila, evidenziano un filo rosso che indica un senso e una direzione, che ora egli può additare a chi, oltre che ospitarlo, può anche aiutarlo a raggiungerla.
Ma quel che sembra il punto d’arrivo è solo l’inizio di una necessaria duplice riconquista: riconquista degli spazi lasciati vuoti e infruttuosi durante il vagabondaggio che l’ha portato lontano dal centro fertile della sua vita; e riconquista della fiducia da parte di chi egli ha lasciato solo e abbandonato a sua volta alla tentazione di cambiare strada.
Non gli basteranno la sua forza e la sua intelligenza per portare a termine quest’ultima impresa: la scelta della violenza per risolvere un problema che lui stesso ha creato obbliga Atena a intervenire presso il popolo di Itaca per ricondurre tutti a una giustizia superiore ai loro interessi.
Michele Bortignon
