6/01/2018

Perdere vincendo o vincere perdendo?


Perché Gesù muore in croce? Nel tentativo di mostrare all’uomo il vero volto di un Dio che ci è Padre, si lascia uccidere per mantenere fede in ciò a cui crede. Non scende a compromessi con chi lo accusa, non ritratta e non si giustifica. Gesù ama la verità più della propria vita… per questo la perde.
Pur di insegnarci ad amare e a Vivere, accetta di perdere e si lascia sconfiggere. Il valore dell’amore per lui è talmente alto da superare il valore della sua vita: noi valiamo più della sua vita.
Ci sono per noi valori così importanti da essere disposti, pur di non perderli, a sacrificarne altri?
Facciamo un esempio.
Un certo modo di pensare suggerisce di andare d’amore e d’accordo con tutti… proprio con tutti: sopporta, porta pazienza, non rispondere, non alzare la voce, porgi l’altra guancia, capisci, comprendi, sorvola, ecc… Ed è con questo metro che, secondo certe persone, dovremmo misurare il nostro essere cristiani.
Ma… è questo l’atteggiamento giusto? È questo che Gesù chiama amore? Forse nemmeno l’avrebbero ucciso uno così accondiscendente.
“Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada” (Mt 10,34). E’ proprio perché su certe cose non transige che si fa così tanti nemici.
Quel che mi dice allora è: cerca di capire a che cosa non puoi rinunciare, pena il rinunciare a ciò che sei; rifletti su ciò che per te è importante e che non sei disposto a sacrificare, anche se il prezzo da pagare, purtroppo, è perdere quella stima e quell’affetto di cui senti tanto bisogno.

Ci sono valori come il diritto di pensare in un determinato modo, di decidere e gestire la nostra vita e quella di coloro di cui siamo responsabili, che non possono essere calpestati e sacrificati al quieto vivere. Abbiamo un compito che la vita ci ha assegnato: nessuno ha il diritto di mettersi al nostro posto e noi non possiamo delegare ad altri la nostra responsabilità al riguardo.
Ci sono persone che contestano il nostro modo di essere e con le quali è impossibile dialogare, ragionare ed essere diplomatici; in queste situazioni, l’unico atteggiamento possibile, è ribadire fermamente la nostra opinione mantenendo la calma e senza cercare di scendere in discussioni o entrare in ragionamenti impossibili. Calma, determinazione, autorevolezza sono le tre parole chiave in queste situazioni.

Mi sono chiesta se quella persona dovevo continuare ad assecondarla per un benessere apparente, se essere “cristiana” comportava questo e se questo era il meglio. Forse il mio era un bisogno di sentirmi brava che seguiva certi schemi buonisti… ma davvero portava al bene reale di tutti?  E così mi interrogavo se era arrivato il  momento di rompere gli schemi, di uccidere il mio essere buona e brava per salvaguardare invece ciò che non accettavo di perdere. Era giunto il momento di farle capire che c’era un limite e che lei lo aveva ampiamente superato, a costo di passare io per quella cattiva. Questo mi sono ritrovata a pensare dopo i miei continui tentativi di buonismo estremo.
E in questa occasione ho capito che cosa avrei tenuto e che cosa sacrificato. È stato nel confronto con le scelte e le priorità di Gesù che ho capito che la faccia potevo pure perderla. Qualcos’altro no!

Maria Rosa Brian

5/01/2018

Camminare al di fuori del pensiero unico


Ho avuto modo di ascoltare -e, devo dire, con compiaciuto stupore- una trasmissione radiofonica in cui un rabbino spiegava come gli Ebrei studino le scritture: in accalorate discussioni con un compagno di studi, in cui confrontano la reciproca diversa interpretazione. Il risultato finale non è una convergenza, una mediazione per arrivare a una posizione condivisa, ma un approfondire ancor più la propria idea grazie alle obiezioni con cui l’altro la mette in discussione e alle contro-obiezioni portate per difenderla.
La loro prospettiva è che la realtà è plurale e complessa: non c’è un vero e un falso, un giusto e uno sbagliato, ma molteplici possibili approcci.
Non si tratta di relativismo, dove tutto è uguale e indifferente, ma di fiducia nella capacità dello spirito umano di imparare dalle esperienze, di elaborare soluzioni che tengono conto della complessità delle situazioni, per creare, infine, la propria strada.
La verità non è dunque un punto di arrivo né di partenza, ma il ribollire della realtà accolta nel suo multiforme presentarsi, che chiede di essere affrontato navigandoci dentro con coraggio e creatività, non col paraocchi di chi teme di uscire dalla traccia imposta da altri.
Non dico che tutti debbano e possano ritrovarsi in questa prospettiva (per alcuni è estremamente piacevole e rassicurante avere qualcuno che decide per loro!), ma se senti che della tua via sei chiamato ad essere protagonista, entraci e vivila, senza farti condizionare dall’ideologia del pensiero unico.

Se ripenso alla mia esperienza, il trovare la mia strada nel camminare con Dio non è stato l’apparire di un’idea che mi sembrasse migliore rispetto a quella che animava la strada che fino ad allora stavo seguendo, ma il risultato di un disagio profondo rispetto alle difficoltà frapposte alla mia voglia di esplorare, di seguire spunti, intuizioni e maestri, di provare a cambiare con creatività.

Perché un pensiero vuole essere unico? Perché la persona che lo porta, sentendo messo in discussione ciò che ha creato, si sente attaccata personalmente, teme di essere messa in crisi assieme al pensiero con cui si identifica.
Ma… “lo Spirito soffia dove vuole”, creando quelle diversità di pensiero e di azione che si adattano a mutate esigenze. E lo stesso Spirito, che è spirito d’amore, spinge poi all’unità delle diversità promovendo il rispetto, il riconoscimento e la valorizzazione reciproca. Se non trovi questo rispetto, è inevitabile un allontanamento che però, vissuto con Cristo, diventa a sua volta positivo: il poter essere ora completamente te stesso, senza compromessi, ti permette di lasciarti guidare -ora finalmente libero di poterlo fare!- da quel che senti consonante con ciò che sei, con il Dio “intimior intimi mei” che avverti come Verità che fa verità.

Ecco allora che la nuova strada, non cercata né voluta, si crea mentre la percorri. Il disagio che provavi ti mostra tutti i modi di essere e di fare che -ora ce l’hai ben chiaro!- dovrai accuratamente evitare di fare tuoi; in questo scopri che chi ti è stato maestro lo è stato anche con i suoi sbagli. Le intuizioni che finora hai seguito con ingenuo entusiasmo chiedono di essere chiarite, approfondite, rese vere per diventare le linee portanti del tuo nuovo cammino.
E tutto questo in mezzo a una fitta nebbia che non ti lascia scorgere se non il passo successivo e il pesante timore, ben alimentato da tanti, che il tuo sia stato un colpo di testa, una presunzione, una mancanza di umiltà. Che questa sia veramente la tua strada, la strada su cui Dio ti chiama, non puoi essere tu a dirlo, ma gli altri, i frutti che ti riportano, maturati nel loro camminare con Dio assieme a te. E anche il fatto che la cosa continui, resistendo alle ostilità e alle difficoltà frapposte.

Come poter evitare di entrare a tua volta nelle strettoie del pensiero unico? Lasciando la tua strada nelle mani di Dio. Essa può essere semplicemente un fiore che Dio fa sbocciare in quest’angolo di prato, assieme a tanti altri, per far bella la vita. Non devi legarla a te sperando sia qualcosa di più; se lo è, lo sarà anche senza di te. Non è il tuo fiore a dare senso al prato, né il suo moltiplicarsi o il suo persistere, ma Chi con esso sta dipingendo la vita. L’unica cosa da fare è lasciarti fiorire nella carezza del sole. Ogni altra guida, che ti spinga da dentro o da fuori, non è da Dio.

Michele Bortignon


4/01/2018

Ma Dio c’è o non c’è?



«A volte non sono sicura che Dio esista…» mi confidava un’amica che dedica tutto il proprio tempo libero ad aiutare le persone a incontrarLo. «Ma tu ci credi davvero?».

«Non lo so…», le rispondo. «Chi può dire chi o che cosa è Dio? Io so solo che c’è Qualcosa che mi fa stare profondamente bene quando sono in Lui, che mi porta ad agire contro il mio piacere e il mio interesse immediati per realizzare qualcosa di più grande e di più bello, che mi apre davanti orizzonti impensati in cui la vita è più Vita e io divento più uomo. So che questo c’è perché agisce su di me. E, questo, io lo chiamo “Dio”».

Lei rimane pensierosa e poi dice di essere diventata allergica a chi definisce con troppa sicurezza Dio: «Ieri sera, alla lectio, quattro idee su Dio, che è così, così e così… . Ma Dio con me è sempre così imprevedibile, sorprendente, diverso da come me lo aspettavo…!».
Un Dio “oltre” che ti fa diventare altro da quel te stesso ingessato e limitato in cui ti senti ora tanto comodo e ora troppo stretto.

E’ sano questo ateismo che non si accontenta di un Dio che puoi comprendere e quindi manipolare per soddisfare i tuoi bisogni.
Solo quando resti a bocca aperta e senza parole puoi dire che Dio ti ha sfiorato la schiena con la sua mano aprendo per un attimo davanti a te uno squarcio tra le nubi.

«E’ il tuo credere in Lui che lo fa esistere per te!» potrebbe dirmi un ateo.
O è il Suo credere in te che ti fa esistere e tu non lo vedi perché semplicemente sei parte di Lui?



Spesso i pensieri spaziano e vagano; vanno e s’inoltrano in terre ignote, mai viste. Nel loro girovagare libero capita anche si blocchino spauriti di fronte a ciò che per loro è inesplorato e sconosciuto. Ecco: la domanda “ma Dio esiste?” è uno di questi luoghi.
Cosa devo rispondere io ai miei pensieri spaventati?

Il mio pensiero bambino vorrebbe certezze, vorrebbe sicurezze, vorrebbe risposte esaustive e non vaghe riflessioni. Ma io non ho formule matematiche, prove scientifiche o leggi fisiche: ho solo sensazioni e sentimenti per parlarti di Dio.
Allora il mio pensiero bambino lo circondo in un abbraccio e gli dico: «Ecco, questo è Dio, è un po’ di Dio. Non tutto, solo un pezzettino». Poi lo bacio e gli dico: «Anche questo è un po’ di Dio». E lo prendo in braccio il mio pensiero bambino, lo cullo e gli sussurro: «Pure questo è Dio».

Che basti ricordare che DIO E’ AMORE?


Sensazioni, intuizioni, idee… hanno la forza di muovere un atto di fede, ossia una scelta di vita? Hanno la capacità di sorreggerti quando la vita si fa difficile?
So solo che la concretezza di una presenza può essere ciò che fa la differenza. Una parola e un abbraccio da parte di chi mi ama veramente le sento voce e mani di Chi ho intuito e che ho imparato a conoscere in Cristo. Una presenza… di Dio… ora…: il Risorto!
Una parola e un abbraccio che sento mosse in me da una forza che mi fa superare le mie pigrizie e i miei piccoli egoismi… non sono voce e mani di Chi si fa vicino agli altri dopo essersi fatto intimo a me stesso? Di Chi guarisce gli altri guarendo prima me? Di Chi, riempiendomi di Lui, mi fa tacere o mi fa dire e fare solo ciò che è giusto anziché reagire scompostamente? Risorto, sperimento il Risorto! 

Sì, questo: una persona accanto a me, in me, può muovere una scelta di fede, può darmi la forza di andare avanti.

Ho bisogno di te.
Credo in te.
Signore mio e Dio mio.

Buona Pasqua a tutti!

Gli accompagnatori spirituali Kaire!


3/01/2018

Ma il demonio esiste?


L’altro giorno una persona chiedeva il mio parere sulla realtà e la presenza del demonio, che le sembrava di percepire nella cattiveria con cui la sua capa trattava lei e le sue colleghe. E, ancora, citava fatti inspiegabili che nel passato le avevano creato un forte disagio. Dietro al male di cui facciamo esperienza, fuori e dentro di noi, c’è dunque una realtà personale che lo pensa e lo agisce?
Questa realtà sembra emergere, ad esempio, nel discernimento, in cui analizziamo le mozioni dello Spirito del bene e dello spirito del male. Esiste allora una forza che ispira al bene, che chiamiamo Dio, e una forza che tenta al male, che chiamiamo demonio? Sì, si tratta di forze che promanano da realtà che possono però essere spiegate senza scomodare il soprannaturale. Abbiamo in noi un sano istinto di sopravvivenza con cui cerchiamo di fuggire da situazioni che avvertiamo danneggiarci e dirigerci invece verso situazioni in cui intravediamo un bene. Ma questo istinto può essere miope, quando consideriamo il bene solo nell’immediato, o lungimirante, quando teniamo conto che è bene ciò che ci realizza con gli altri (perché la nostra felicità è nell’essere in relazione) e in quel che saremo domani. Ecco allora che lo spirito del male possiamo identificarlo con la paura di perdere quel piccolo bene che possediamo o di non riuscire ad ottenere quel bene che cerchiamo con ansia; e questo ci rende disposti a tutto, anche a calpestare gli altri. Lo Spirito del bene possiamo invece identificarlo con la Bellezza che ci vuole mettere in sintonia con sé, rendendo tutto meraviglioso, armonico, gustoso, in noi e attorno a noi.
La tenerezza o la volgarità di rapina nell’uso del corpo, la possibilità di aiutare o lo sterile arricchimento nell’uso dei soldi, il cambiare il mondo per il bene di tutti o per il proprio interesse nell’uso del potere sono esempi di come il seguire la Bellezza o la Paura ci portino su strade diametralmente opposte. E con il nostro seguire l’una o l’altra la rendiamo presente e concreta nel nostro mondo, capace di influenzare altri. Siamo dunque noi a creare e ad alimentare gli “spiriti” con i nostri comportamenti. Facendo però un importante distinguo: che il BENE, in quanto crea la vita, esiste, ed è il modo di essere, la sostanza della realtà e, come tale, ciò che le conferisce il sui senso (per cui lo Spirito Santo, che è Dio, preesiste e orienta il nostro fare il bene). Il male, come abbiamo detto, è un’illusione di bene e quindi una mancanza di bene, un vuoto, un Nulla che annulla. Il MALE, dunque, non esiste in sé (cadremmo altrimenti un una visione dualistica in cui a un Dio del bene si contrappone un Dio del male), e ciò che vediamo come tale è una costruzione delle nostre reazioni miopi.
Ma - si potrebbe obiettare – c’è anche un male che viene dalla natura del mondo: un terremoto che distrugge, una malattia che uccide sono errori di percorso di un Dio che vuole il bene e che così si dimostra incapace o impotente?
L’unica risposta sensata è quella che Dio stesso ci ha dato nella Pasqua: la crocifissione di Cristo è stata un errore di percorso? O ciò che ne è seguito dimostra che è meglio tacere e sperare, perché quel che ci appare male, vissuto con Dio, è l’ambito in cui può nascere una Vita che mai avremmo potuto umanamente concepire?
Dio tiene saldamente in mano il mondo e la storia, non però imponendo una dittatura del bene, ma rendendo l’uomo con-creatore di questo bene additandone la via in Cristo e partecipandogli il suo Spirito.
Il demonio, dunque? Sfrattiamolo dai luoghi dei misteri terrorizzanti, su cui presto o tardi farà luce l’umana capacità di comprendere. Teniamolo invece, se ci fa comodo, per indicare tutte quelle realtà che ci distolgono dal fare il bene in comunione con Dio e ci fanno chiudere in noi stessi in una tristezza illusa di potenza.
                                                                              Michele Bortignon

2/01/2018

Riciclare la rabbia?


Una valanga di insulti ti cade addosso, ma invece di sotterrarti ti rafforzano. Un fiume di parole taglienti ti investono, ma invece di colpirti ti scivolano via come acqua. Sguardi di fuoco vorrebbero incenerirti, ma invece muovono in te una brezza leggera. Più nell’altro monta la rabbia, più in te scende la pace profonda. Nessun desiderio di rivincita, di vendetta, di rivalsa, ma solo tanta pace e serenità; ti prende addirittura il senso dell’umorismo, voglia di sdrammatizzare, di riderci sopra e andare avanti. Avanti come? Decidendo di continuare giorno per giorno, capendo solo il prossimo passo da fare, con calma e serenità, dandoti tempo per discernere con Dio come agire e se agisci lo fai senza lasciarti guidare dall’istinto e dall’aggressività del momento. Decidi di aspettare senza reagire istintivamente, decidi di lasciar decantare i fatti: mantenere la calma e il sangue freddo ti portano a trovare l’accaduto (il diverbio, la lite, l’offesa ricevuta) indegno di essere preso in considerazione.
E invece…
Invece dietro all’angolo, dopo il primo momento in cui sei riuscita a gestire la situazione, ti aspetta la rabbia: la tua rabbia. Rabbia per il torto subito, per l’umiliazione provata, per l’ingiustizia di cui sei stata vittima. Rabbia per una situazione che devi subire e non puoi cambiare. Rabbia che credevi di aver allontanato con tanta razionalità. La rabbia invece non è razionale e, in quanto tale, difficile da controllare e trattenere. Anzi trattenendola a lungo aumenta, lievita, cresce fino a esplodere in modo esagerato e inaspettato o, peggio ancora, ad implodere con danni ancora peggiori per la tua salute.
Come trasformarla da qualcosa di negativo, in qualcosa di utile? Come riciclare la rabbia in energia positiva?
Questo mi sono chiesta ogni qualvolta mi rendevo conto che dopo la momentanea calma e tranquillità ero presa da tanta rabbia che difficilmente controllavo e che da qualche parte dovevo sfogare.
Come con i rifiuti che, riciclandoli, diventano qualcosa di utile, così vorrei riuscire a trasformare la mia rabbia.
E allora…
Allora mi permetto di imprecare, di battere i pugni, di urlare, di piangere, mi permetto di sfogarmi, ma non verso chi mi ha ferito o peggio verso chi non centra niente, piuttosto cercando in questo modo di scaricare la tensione accumulata. A volte trovo utile una passeggiata, magari in compagnia di chi ti lascia sfogare e ti sa ascoltare.
E alla fine…
Alla fine la rabbia non si ricicla, semplicemente la si sposta e la si sfoga da un’altra parte dove non può nuocere a nessuno.
Ma concludendo…
Concludendo, sfogata la rabbia, do ascolto a Lui: “Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due.” (Mt 5,39-41).
È la logica di rispondere al male con il bene, trasformando ciò che fai per dovere e costrizione all’inizio, in qualcosa che fai per amore, perché senti che non può essere altrimenti, perché capisci che puoi e con Lui sai volare alto sopra certe meschinità, certe piccolezze, certi ricatti infantili. Ecco, sperimenterai che l’amore ti rende libera…anche dalla tua rabbia.

                                                                                                                        Maria Rosa Brian


Cosa significa rispondere con amore al male che ti viene fatto? Accogliere la ferita come occasione di un bene più grande, come gradino che ti avvicina a Dio, se lo sali senza recriminare, in ascolto della sfida di libertà che lancia al tuo vecchio io malato e prigioniero.   
                                                                                                                        Michele






1/02/2018

E incontrai signora Morte

E incontrai signora Morte… La riconobbi: ha un colore tutto suo… una tristezza che si manifesta con il potere di consumare lentamente, come una candela, il corpo di un essere vivente.

Quando vidi quella bisnonna-nonna-madre-moglie pian piano appassire, mi affezionai a lei, a lei nella sua sofferenza.
Dapprima la malattia le colpì la vista… e lei volle nuovi occhiali per tornare a vedere; e poi le gambe… e lei voleva andare fuori a passeggiare per gustare l’autunno; infine signora Morte se la portò a letto. E lei capì che era giunto il momento di andarsene.
Ma il suo corpo non era ancora pronto: il suo cuore era forte e continuava a battere, facendo intravedere sulla mascherina dell’ossigeno appannata un soffio di vita, un respiro lieve lieve.

Sua figlia era lì, al suo fianco, ad accompagnarla alla morte come lei in passato l’aveva accompagnata alla vita. Lei non voleva pesare sulla figlia, e con il viso mentiva la sua sofferenza. Quale atto d’amore e di coraggio, per la figlia, rinunciare all’accanimento terapeutico che forse avrebbe dato a sua madre qualche settimana in più… ma di pura sofferenza!

Molte volte la mia amica mi ha chiamata, anche di notte, quando il cuore le scoppiava al vedere sua madre soffrire. Per me non c’era posto in cui volessi stare se non accanto alla mia amica. E come avrei voluto prendere su di me il suo dolore! Ma sapevo che era un passaggio che doveva fare e che io, assieme a lei, avrei dovuto solo accettare, comprendere e vivere. Non avevo in mente niente, sentivo solo che volevo starle accanto appena potevo. Abbiamo goduto della compagnia l’una dell’altra, dei nostri infiniti abbracci, dei nostri «Ti voglio bene» sussurrati a cuore aperto.

E guardavo quella donna sul letto di ospedale con la tenerezza di quando si guarda un bimbo; e dalle mani mi uscivano carezze dolci, tutte per lei. Era indifesa, vulnerabile come una bambina.
Sua figlia ed io pregavamo vicino a lei e chiedevamo al Signore di portarla presto con Sé…

Quel giorno che non sembrava mai arrivare… arrivò. E molto presto.
Poi l’ultimo saluto terreno, l’ultimo sguardo reciproco… e, improvviso, il vuoto, la mancanza.

Con il tempo, i ricordi troveranno il loro posto, e la mia amica gioirà perché sentirà vivere ogni giorno dentro di lei quella grande donna che le ha dato la vita e che l’ha accompagnata nell’esistenza come solo una madre sa fare.



Silvia Castellan

12/24/2017

Non c'era posto per loro

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“…non c’era posto per loro” (Lc 2,7)
In questo Natale, partendo da queste parole, ci siamo chiesti in quale spazio di noi, della nostra vita abbiamo escluso Dio - in tutti quei “luoghi” della nostra esistenza che ci disturbano, ci creano disagio e vergogna - e come potrebbero cambiare le cose se accettassimo di farcelo entrare…

…in quella parte di me che mi dice sei meno di zero, non vali… e aspetto sicura che mi farà volare in alto con Lui.

…dove mi sento un bambino allegro e giocherellone e, un momento dopo, un po’ stupido… ma Lui mi dice che ogni tanto ci vuole.

…nell’aridità di certi dialoghi… sicuro che con Lui rifioriranno.

…nel mezzo delle mie paure che mi fanno vedere tutto nero… certa che con Lui, queste paure, diventeranno insignificanti.

…in questo periodo frenetico, tra le mille incombenze della mia vita… e guidata dal Suo amore ricentrarmi maggiormente in Lui.

…nei momenti di sconforto… sicuro che Lui saprà dargli un senso, come un piccolo mattone che contribuisce a costruire la mia vita.

…quando sono agitata per mio papà che ha alti e bassi ed è continuamente dentro e fuori dall’ospedale… avvertire il Tuo abbraccio caldo e speciale che mi consola.

E tu… che cosa aspetti a fargli posto?
Buon Natale!

Anna, Cristina, Enrico, Maria Rosa, Michele, Pasqualina, Roberto.


12/02/2017

Quando per andare avanti…serve un passo indietro

Diciamocelo: non siamo solo per gli altri. Abbiamo anche noi bisogno di tempi e di spazi per le nostre passioni, di poter fare qualche volta a modo nostro anche se sappiamo che non è il massimo, di sentir rispettate le nostre piccole manie.
Ma quello che sento un mio diritto, quando è invece l’altro a reclamarlo, non mi trova più tanto d’accordo: «Ma che egoista! Perché non tiene conto di me? E’ stupido quel che fa! Perché non si comporta razionalmente? Non riusciamo più a capirci! Forse non c’è più rapporto tra noi». E i pensieri continuano ad avvoltolarsi su se stessi facendoci arrabbiare sempre di più e lasciandoci dentro tanta amarezza e smarrimento.
C’è un’alternativa?
“Let i be!” diceva una canzone dei Beatles: lascia che sia…
Ho provato a farlo: non ho reagito, ho preso la mia agenda e sono andato a camminare parlandone con il Signore (per iscritto, come sono solito fare quando ho bisogno di capirmi).
E lì mi sono sfogato: ho rivestito di razionalità i miei pensieri di rivalsa, ho ascoltato la natura attorno a me che nella sua bellezza mi diceva tutt’altro, ho cercato di mettere assieme questo e quello dando valore ad entrambi. Insomma… ho fatto un gran guazzabuglio, ma mi sono sfogato. Senza freni. E al ritorno ero tranquillo: la rabbia se n’era andata. Come mai? Cos’era successo?
Dio non aveva parlato, lo so bene: quando lo fa, non mi fa ragionamenti; quelli sono solo miei. Ma mi aveva ascoltato e mi aveva fatto compagnia. E’ stato con me quando io mi sono sentito abbandonato da chi volevo stesse con me.

Ma a Dio non basta che io sia tranquillo perché Lui è con me; vuole che sia tranquillo anche perché torno ad essere con Lui. Egli ha ascoltato tacendo i vaneggiamenti mossi dal suo Nemico, che mi pungolava facendomi sentire solo e abbandonato, che mi diceva di trovare da me il modo di salvarmi.
Dio tace e, alla fine, se non è d’accordo, dice semplicemente «Mah…!?». Non lo senti con la mente, ma col cuore, e tutte le tue costruzioni crollano miseramente, perché tutto ciò che non è Bene non sta in piedi se non è la tua rabbia o la tua paura a sostenerlo.
Per rimetterti in carreggiata a Lui basta un accenno: «Non è a questo che ti ho chiamato…». E tutto assieme riemerge quel che tu sei con Lui, la tua storia con Lui a cui i tuoi progetti arrabbiati non danno continuità. Due parole che ti spiazzano e in un attimo ribaltano tutto e lo rimettono nella giusta prospettiva.

Ora tocca a te rimettere a posto, tenendo conto di te e dell’altro. Che è il modo del Dio-Trinità.

                                                                                                                                  Michele Bortignon      

E’ naturale che dopo una lite si chieda scusa… ma solo se si ha torto. E, guarda caso, noi non abbiamo quasi mai torto… per non dire mai. Anche l’altra parte, però, è convinta di aver sempre ragione… Come mai?  I conti non tornano!
Trovi tanti motivi per giustificarti... Ma, se ascolti bene dentro di te, senti che qualcosa non va: perché altrimenti continueresti a ripeterti che hai ragione, che hai fatto bene, che tu non hai sbagliato? Quel senso di non essere a posto, che ti pungola anche se continui a ripeterti che tu sei a posto (nel discernimento la chiamiamo “compunzione”), che ti fa sentire un po’ in torto, che non ti dà pace e non ti lascia nella pace, viene da Dio: è Lui che ti “parla” e non ti lascia nella pace per condurti a un bene e a una gioia vera.
Da’ spazio e ascolto a quella voce, metti da parte il tuo orgoglio ferito, la tua presunzione di giustizia e osserva cosa fa e dice Gesù: «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri». (Gv 13, 14). Gesù ti invita ad abbassarti, a umiliarti, a chiedere scusa …anche se la ragione è quasi tutta tua. Ecco, lavora su quel “quasi” e fatti un onesto esame di coscienza: forse hai usato un modo sbagliato di porti, forse per difenderti hai attaccato alzando la voce… Chiedere scusa non significa dare totalmente ragione all’altro e neanche accettare le sue posizioni, ma semplicemente riconoscere i tuoi errori e pentirtene. Attenzione, non si tratta di chiedere scusa a Gesù: no, troppo comodo! Gesù ti chiede di lavare i piedi ai fratelli, non a Lui. Si tratta proprio di umiliarti e chiedere scusa a chi magari ti ha attaccato e offeso.
Questo passo di umiliarti non lo puoi fare da solo: riuscirai a farlo solo se vai con Lui dall’altro, da chi ti ha offeso. È solo andando assieme a Gesù che ti riuscirà di farlo con le parole e i modi giusti, senza cercare di difenderti e senza curarti se l’altro capisce e accetta o no il tuo gesto.
Prima di andare, fermati un po’ con Gesù, chiedigli di venire con te, chiedigli di farti capire il significato di lavare i piedi.
Cosa succede dopo? Forse nella situazione fra te e l’altra persona niente, ma a cambiare è il tuo animo: una nuova leggerezza ti accompagna, il senso di aver fatto la cosa giusta, il sentirti di nuovo per mano di Dio (Sant’Ignazio la chiama “consolazione”). L’aver messo fine a tutte quelle voci interiori che ti tormentavano, la gioia e il sentirti bene saranno la conferma che dal bruco che eri sei rinato farfalla, in volo libera per l’aria.


Maria Rosa Brian

11/04/2017

L'ossessione di sentirsi perfetti

Ricordate cosa scrive Ignazio negli Esercizi Spirituali a proposito delle tentazioni degli avanzati?

[332] Quarta regola. È proprio dell'angelo cattivo, che si trasforma in angelo di luce, entrare con il punto di vista dell'anima fedele e uscire con il suo: suggerisce, cioè, pensieri buoni e santi, conformi a quell'anima retta, poi a poco a poco cerca di uscirne attirando l'anima ai suoi inganni occulti e ai suoi perversi disegni.

Qual è la più grande, anzi, forse l’unica tentazione (perché comprende tutte le altre) in chi è già determinato a seguire Dio? La perfezione, l’impeccabilità, il voler essere come Dio per essere degni di Dio. Che inganno! Dio non mi vuole come Lui nella perfezione, ma con Lui nell’amore: vuole un uomo che ama. E che ama da uomo: in mezzo a tutte le mie imperfezioni e fragilità. Ed è Lui il primo che mi incoraggia, per evitare che queste mi distruggano con i sensi di colpa, lo scoraggiamento e la delusione di me stesso.
Con tutta la mia incapacità, i miei limiti, i miei sbagli, questo solo voglio che mi unisca a Te, Signore, e so che può farlo: provo a continuare ad amare. Come so, come posso, come ci riesco. Ma, con Te, volendo saperne di più, potere di più, riuscire di più… per sentirmi ancora di più unito a te.

Se riuscisse davvero a farmi vivere la perfezione, lo Spirito del male mi avrebbe bloccato: se non sbaglio, cosa imparo di nuovo? E, nella mia autosufficienza compiaciuta, mi consegnerebbe ai miei nuovi compagni: l’orgoglio e  la vanagloria, che figlierebbero in me il giudizio nei confronti di chi non è perfetto come me. E il mio allontanamento dall’Amore sarebbe così compiuto.

Personalmente, credo che non sono io a costruire la mia santità con i miei sforzi e i miei successi, ma Dio, soprattutto con i miei errori redenti da Lui.
Già solo accettare questa prospettiva è difficile: vorrei, infatti, essere degno della stima di Dio, meritarmela con tutte le mie cose perfettamente a posto; viceversa, se non ci riesco, mi sento un disastro, se non addirittura dannato.
Ma... Dio ci ha sbattuto lì un manuale di regole dicendoci “Rispettatele e poi faremo i conti...” o ci ha dato in Cristo una via e nello Spirito Santo un accompagnatore per discernere i casi della vita e imparare dai nostri errori? E' pronto a farcela pagare o è disposto a tutto per recuperarci dai vicoli ciechi in cui ci cacciamo e, anzi, proprio attraverso questi farci entrare in nuove prospettive?
Mi piacerebbe tanto -e nutrirebbe la mia autostima!- poter dire “«Io ce l'ho fatta, io ce la faccio a vincere le mie tentazioni» e poter guardare in faccia Dio contento di me stesso. Ma, finché ci riesco, probabilmente è perché le mie sono piccole battaglie, di uno che è talmente pieno di se stesso e cieco ai propri veri peccati che lo spirito del male gli lascia vincere per confermarlo in una situazione in cui anche il bene che fa è solo per costruire se stesso.
Ma quando ti lasci sul serio essere strumento di Dio, quando lo cerchi sul serio mettendoti in gioco, le tentazioni ti saltano addosso, potenti: alla tua coscienza sensibilizzata tutto si presenta come grave per distruggerti con i sensi di colpa; i tuoi sensi, ora pacificati, ogni tanto si ribellano, eccitati dal voler provare nuove esperienze, che proprio ora si presentano possibilissime; e poi... continuano ad emergere le tue consuete reazioni istintive, che ora però ti amareggiano perché non le giustifichi più come prima.
In questo panorama desolante, ci vuol poco a lasciarsi prendere dallo scoraggiamento -strumento del demonio per bloccarti e farti desistere.
Eccolo qua il frutto di un rapporto moralistico con Dio: o la vanagloria o la depressione, senza vie di mezzo. L'una e l'altra indice della distanza che abbiamo frapposto con Dio, volendo costruirci da soli.
Forse l'approccio da tenere nei confronti della tentazione è allora un altro: non cercare come superarla (per sentirmi perfetto o di nuovo a posto), ma prendere atto, senza farne un dramma, che sono fragile; che, lasciato a me stesso, cado; e che, se una parte di me non vuole cadere, l'altra lo desidera ardentemente. So bene che se chiamassi Dio a starmi accanto ce la farei, ma non ne ho nessuna voglia: la rinuncia mi sembra quasi negarmi un mio diritto.
Ripeto: prendo atto di tutto ciò senza farne un dramma. Questo sono io: e proprio perché sono così ho bisogno che Dio venga a salvarmi, perché da solo non ce la faccio.
Dio lo sa che senza di Lui non posso far nulla; sono io che ancora non lo so: devo arrivare a rendermene conto a forza di fallimenti e conseguenti disillusioni. Tutto posso in Colui che mi dà la forza. Nulla senza.
Al diavolo allora tutte le tecniche e le strategie ascetiche per cercare di resistere alla tentazione. L'unica è cercare di rimanere aggrappato a Lui. Come? Durante e dopo, pregando, parlandogli, anche mentre sto cedendo, impedendo alla vergogna di allontanarmi da Lui.
Può essere anche un semplice gesto: Ignazio di Loyola portava la mano al petto quando si accorgeva di aver fatto una stupidaggine.
Questo allora decido, Signore: non voglio più vivere nulla senza di Te. Se non ti trascino con me anche nella nebbia, come puoi avvertirmi quando mi sono perso e sussurrarmi all'orecchio di darti la mano perché è ora di uscirne; e che Tu, fin dall'inizio eri là proprio per esserci in questo momento?
E, se non riesco io a chiamarti accanto a me, vieni tu. Lo so che sai farlo prendendomi per lo stomaco e bloccandomi. Se non riesco io ad esserti fedele, siilo tu a me. Signore, se vuoi puoi salvarmi. Credo che puoi e vuoi farlo anche quando non ti rendo le cose facili, quando punto i piedi, quando ti volto le spalle; sennò non saresti il Dio Salvatore, ma lo spettatore dei miei successi.
La tua misericordia non è una spinta a tirarmi fuori dai miei problemi, ma il sottofondo del mio zoppicarti accanto, come posso. E questo è il cambiamento che essa opera in me: dallo sperimentare la mia capacità allo sperimentare la tua tenerezza nella mia incapacità. Dalla fiducia in me stesso alla fiducia in Te; e qui sentire la tua fiducia in me.

Salvarmi, Signore, ancora una volta non è rendermi perfetto, ma rendermi l’uomo che io posso essere, indicato dalla mia vocazione: è la mia vocazione, il mio modo personale di essere Amore con Te che non devo perdere, perché è qui che io e Te siamo uniti.
Che liberante, Signore: mi lasci vivere questo e quello, il bene e il peccato, ed entrambi, vissuti non senza di te, dici buoni per la mia crescita in te. Poi mi dici: «Vedi di viverli senza mettere in pericolo ciò che sei in me, la tua vocazione. Questo solo conta. Io voglio te; ti voglio come sei: un uomo. Non sta a te farti Dio. Io ti farò me. Ma io, solo io, so come farlo. Fidati e rimani in me».                                                                
                                                                                                                   Michele Bortignon


10/02/2017

Il giusto vivrà per fede

31 ottobre1517- 31 ottobre 2017: cinquecento anni sono trascorsi dacché Lutero affisse alla porta della cattedrale di Wittemberg le sue novantacinque tesi, di fatto dando avvìo alla riforma protestante. Posizioni inconciliabili? Incapacità di ascoltare le reciproche ragioni? Preghiamo perché il dialogo avviato continui, rendendo ricchezza le differenze.
Nel frattempo, a modo nostro vogliamo sentirci vicini ai fratelli protestanti in questa ricorrenza provando a dare voce a Martin Lutero, immaginando un suo dialogo con se stesso in cui ci parli della propria esperienza del peccato e della misericordia di Dio, nucleo della sua fede e motore della riforma da lui auspicata.
Non sei tu che ti rendi giusto riuscendo a non peccare o, peggio, giustificando ciò che fai come fosse buono.
Prendine atto: non ce la fai.
Continuare a confessarti è un altro modo di continuare a rimanere attaccato a Cristo, come la preghiera, ma nemmeno questo, in sé, ti rende giusto.
E’ Cristo che ti rende giusto in quanto sei in Lui, sei rivestito di Lui, non perché sei diventato giusto come Lui.
Non c’è rimedio: continuerai a peccare e a starci male perché pecchi.
Sei uomo, non Dio.
Ma Dio ti fa Sé per dono.
Ti fa figlio per adozione.
Nel momento in cui stai peggio perché ti senti lontano da Lui, alza gli occhi: incontrerai lo sguardo di un padre; alza le mani: Lui ti tirerà in braccio a Sé.
Perché Lui c’è e tu ci sei per lui.
Non è perché ti sei ripulito dal tuo peccato che Dio ti accoglie, ma con il tuo peccato, per mostrarti che Lui è più forte del tuo peccato, che il suo amore per te non ha paura né schifo di nulla. E a darti la Vita sarà la dolcezza di questo suo amore, non la soddisfazione di sentirti pulito e a posto. Davanti a tutti, così come sei, Dio grida che sei suo, che niente e nessuno potrà mai separarti dal suo abbraccio.

Nello scoraggiamento per la mia fragilità e incapacità di superarla, il rischio è di arrendermi al mio peccato e di conviverci.
No!!! Mi arrendo alla tua misericordia, Signore; accetto sia tu a dovermi rendere giusto riempiendo continuamente il mio vuoto di capacità con l’immensa ricchezza della tua grazia.
E il mio peccare…?
«Centrati in me e non sul tuo peccato», mi dici. «Da qui, dall’io in te e dal tu in me, nascerà il bene che io voglio essere e compiere attraverso di te. E… dalla tua lotta col peccato… pure da qui nascerà un bene.
E, alla fine, tutto sarà bene».

Per secoli i cristiani si sono combattuti tra loro, tacciandosi reciprocamente di eresia, ciascuno affermando che il suo era il solo modo giusto per rapportarsi con Dio. Questo di Lutero è uno. Un altro –un po’ più cattolico- lo vedremo nel prossimo post, ma cento altri ce ne sono che nascono non solo in persone diverse, ma anche nella stessa persona in momenti diversi della stessa situazione e in fasi diverse della sua crescita spirituale.
Riconoscerlo è il primo e fondamentale passo per sentirci compagni di cammino che si arricchiscono delle reciproche differenze e superare così le attuali divisioni.


                                                                                                  Michele Bortignon

9/02/2017

Il labirinto come metafora della vita

Il giardino della villa Barbarigo a Valsanzibio, sui Colli Euganei, è configurato come un percorso iniziatico che dalla purificazione conduce fino all’illuminazione.
Il primo gradino di questo itinerario è il labirinto: il sentiero tra le alte siepi di bosso è lungo più di un chilometro e prevede sette deviazioni senza sbocco, come sette sono i peccati capitali. Un’immagine del vivere, dunque, tra le difficoltà e le tentazioni dell’esistenza.
Percorrendolo, ci si rende conto del proprio modo di affrontare la vita, che rispecchia tal quale il proprio modo di dirigersi all’interno del labirinto.
Dall’entrata, un vialetto conduce diritto alla torre centrale, da cui è possibile gettare uno sguardo dall’alto. La tentazione è di fermarsi a questo e tornare subito indietro. Non è forse più facile guardare la vita dall’esterno, accontentandoci della descrizione che ce ne fanno gli altri, senza immergervisi? Ci prende l’ansia al pensiero di poterci perdere, di continuare a girare senza riuscire ad uscirne. E così, dal lavoro al divertimento, dal modo di vestire a quello di comportarci, tutto è già stabilito e organizzato… basta conformarsi… e alla fine uscire di scena convinti di avere vissuto.
No… voglio affrontare il rischio di vivere ed entrare nel labirinto. Ma subito iniziano i bivi, e più d’uno assieme. Tante sono le scelte, tante sono le strade che possiamo intraprendere nella vita, ma una sola di queste ci farà avanzare nel percorso. Permettendoci di raggiungere la meta.
Interessante come ho visto altri scegliere e altri ancora ho poi interrogato per sentire cos’avrebbero scelto:
  • vado a caso, sperando nella buona sorte
  • provo tutte le strade, finché non trovo quella giusta
  • se mi vedo in difficoltà, forzo la strada passando attraverso la siepe.
Altrettanti modi di affrontare le situazioni della vita che richiedono una scelta.
Io mi sono detto: dev’esserci un criterio attenendosi al quale è possibile individuare la via giusta. Il progettista certo non ha creato un caos, ma una sfida!
Ho preso il primo bivio a sinistra e così via avanzando, sempre a sinistra… e ho continuato a procedere senza intoppare nelle deviazioni senza sbocco.
A metà del percorso, ecco l’uscita di sicurezza. Forte la tentazione di uscire dall’ansia con cui il percorso continua a provarti. «Forse finora sono stato semplicemente fortunato», mi sono detto; «Perché rischiare ancora? In fondo la sfida l’ho accettata: occorre proprio vincere? Perché non accontentarmi del piacere e della tranquillità che tutti trovano fuori di qui?».
No, andiamo avanti: non sono fatto per la mediocrità. E allora avanti, avanti per sentieri sempre uguali che si stringono attorno a te, disorientandoti e facendoti mancare l’aria. Ad un tratto la vedo l’uscita: è appena al di là di quella siepe, vicinissima, e un ben tracciato sentiero si dirige in quella direzione. Ma il percorso non corrisponde al criterio da cui mi sono finora lasciato guidare. Possibile? E’ così evidente! Poter arrivare subito e porre fine a questo tormento! Decido di seguire la tentazione… ma qualcosa mi dice di tenere a mente il punto in cui mi trovo, nel caso dovessi ritornare. Non si sa mai…
Infatti l’allettante deviazione non porta da nessuna parte. E il ritornare non è così facile. Ma il ricordo e il sangue freddo mi aiutano e continuo per un percorso che mi allontana dall’uscita intravista per poi farmici ritrovare subito dopo. E’ finita: ce l’ho fatta!
Attenendomi strettamente –per fede!- al criterio intravisto, non mi sono perso nei rami morti dei peccati capitali, anche se ho rischiato forte proprio nell’ultimo, abbagliato dal suo presentarmi la felicità così a portata di mano. Non ci sono caduto solo perché il ricordo vivo della mia fede e l’intravvedere il nulla annullante della deviazione intrapresa mi hanno richiamato sulla strada giusta.
Continuando il percorso nel parco, poco più in là la grotta dell’eremita invitava a sedersi per riflettere sull’esperienza vissuta e ciò che essa ci dice di noi stessi.
Io l’ho fatto. E tu… in che modo ti stai aggirando nel labirinto della vita?

Michele Bortignon

8/02/2017

Il principio di realismo nell'accompagnamento spirituale

C’era un gioco che facevo da bambina, forse oggi non si usa più. Un ragazzino si metteva con il viso girato verso il muro o contro un albero e doveva impartire al gruppo, allineato una decina di metri dietro a lui, dei modi per avanzare fino a raggiungerlo. Impartito l’ordine si girava di scatto per sorprendere qualcuno in movimento; chi veniva scoperto mentre si muoveva doveva retrocedere.
La particolarità di questo gioco consisteva nel modo in cui i concorrenti dovevano avanzare; l’ordine impartito poteva essere, ad esempio: fare un passo da elefante oppure venti passi da formica, o due passi da gambero piuttosto che quattro da canguro. Chi dava gli ordini si divertiva a far avanzare più o meno rapidamente il gruppo o addirittura a farlo retrocedere con i passi del gambero.
Perché racconto questo? Non per nostalgia dell’infanzia, no. Ma perché l’immagine di questo originale modo di procedere mi ricorda l’avanzare nella vita spirituale delle persone che accompagniamo. È facile notare il passo da elefante che fa qualcuno, mentre può passare quasi inosservato il passo da formica di qualcun altro. Dà soddisfazione il salto da canguro, mentre un po’ deludente è il balzo all'indietro del gambero.
Eppure il passo da elefante e quello da formica valgono entrambi uno. Nella vita spirituale non dobbiamo misurare i chilometri macinati o le distanze coperte, ma le singole conquiste delle singole persone. Nella vita spirituale, un passo di due millimetri conta come un passo da metro: entrambi misurano uno. È vero che ognuno deve arrivare, ma l’arrivo non è un traguardo posto per tutti alla stessa distanza: ognuno ha il suo traguardo e le sue tappe personali. C’è chi vi si dirige con una andatura lenta e costante come una lumachina, chi prosegue a balzi e magari qualche balzo lo fa anche all'indietro, chi si gioca tutto sullo scatto finale. Ognuno ha la sua modalità che non va confrontata con le altre: l’importante è guardare ai passi fatti, alle conquiste ottenute. Non ci può essere una unità di misura unica per tutti. Certo l’accompagnatore si prefigura una risposta ideale, che corrisponde a un massimo ideale, ma la persona ha la sua risposta concreta e individuale che corrisponde alla sua misura personale. Per chi fa passi da formica quello è il suo massimo, la sua andatura, la strada che fa; l’importante è vederne i “frutti spirituali ”; e le sue conquiste non vanno paragonate a chi avanza come un elefante. Alla fine del cammino entrambi avranno raggiunto dei traguardi anche se, avviatisi dalla stessa linea di partenza, ognuno avrà linee di arrivo diverse.
E poi, proprio come succedeva nel gioco di cui vi ho parlato, non è detto che ognuno mantenga la stessa andatura. Lo possiamo constatare anche su noi stessi: quanti passi lenti, sofferti quasi, ma anche quanti passi lunghi, veloci facciamo nella nostra storia personale per muoverci verso Dio! E i passi all'indietro? Ma chi ci dice che quella volta che ci sembrava di retrocedere e cadere Dio non fosse invece proprio lì dietro di noi?
Maria Rosa Brian

7/03/2017

Chi sono i poveri per gli accompagnatori Kaire?

La domanda è rimbalzata nella mia mente dopo una riflessione e un approfondimento sull’esortazione apostolica Evangelii Gaudium di papa Francesco.
Il papa fa dei poveri e di una chiesa povera il centro del suo pontificato.  “Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica” [EG 198].

Partiamo da qualche punto dell’ Evangelii Gaudium:
“Rimanere sordi a quel grido [dei poveri], quando noi siamo gli strumenti di Dio per ascoltare il povero, ci pone fuori dalla volontà del Padre e dal suo progetto...” [EG 187].
“Se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?” (1 Gv 3,17) [EG187].
Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri, tanto che Egli stesso «si fece povero»” (2 Cor 8,9) [EG 197].
“…desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei*, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro” [EG 189]. (*Sensus fidei è quella capacità, infusa dallo Spirito Santo, che abilita ad abbracciare la realtà della fede con l’umiltà del cuore e della mente).
“Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro” [EG 189].


Il papa sottolinea dunque che i poveri non sono solo i destinatari del nostro aiuto, ma Dio vuole comunicarci qualcosa attraverso di loro.
Da brava cristiana avevo sempre pensato di dover dare per dovere… forse più che per amore. Dare io all’altro, magari in modo distratto, magari per liberarmene, per non entrare in relazione con lui: il lontano da me. Per me il dare era materiale, il di più, il mio superfluo, …a volte un po’ di più del superfluo. Spesso mi accompagnava quel senso di frustrazione dovuto alla sensazione che il mio dare era sempre un nulla in confronto del gran bisogno che c’era e c’è nel mondo. E a questo punto il diavolo ci andava a nozze, sibilandomi nell’orecchio: «Nel mare di miseria che affligge il mondo, la tua gocciolina evapora prima ancora di toccare la superficie. O tutto o nulla, o fai tanto o non fai». Questa era la conclusione a cui mi portava.

Ma Dio ci prende per mano e ci indica la terza via: «Da’ ciò che sei, non solo ciò che hai». Ho iniziato così ad offrire ciò che sono e ciò che la mia storia con Dio poteva dare agli altri. Mi sono ritrovata con una ricchezza che si rivalutava giorno per giorno grazie a chi cercavo di aiutare: proprio accompagnando le persone, camminando con loro tra mille difficoltà e mille problemi, stavo imparando da chi cercavo di aiutare.
Ho imparato da chi è povero, perché ammalato, il valore di una visita, di una carezza, della vicinanza. Ho imparato da chi è povero di pazienza, perché arrabbiato con Dio, l’importanza di saper contenere e raccogliere il suo sfogo. Ho imparato da chi è povero di relazioni l’importanza di un abbraccio, di un “ci sono per te quando ne hai bisogno”. Ho imparato da chi è povero di stima l’importanza di valorizzare e apprezzare le persone. Ho imparato da chi è povero di fiducia, perché deluso dalla vita, l’importanza di darsi coraggio, alzare lo sguardo e ripartire.
Pensavo di dare e invece ricevevo; mi accorgevo che il povero, qualunque povero, mi aiutava a migliorarmi, a crescere, a mettermi in crisi, a interrogarmi su tante cose e a cercare risposte che altrimenti nella mia tranquilla vita ovattata non avrei trovato.
Mi sono anche resa conto che le povertà dell’altro sono, o possono diventare, le mie stesse povertà. Ci sono infatti delle occasioni in cui anche a noi “non poveri” è data la sorte di esserlo per un periodo: una malattia che ci rende sofferenti e inabili, una difficoltà economica, un problema di relazione con una persona che amiamo… La differenza sostanziale è che quella che per noi è una caduta, per i poveri veri è una costante.
Abbiamo detto che il problema non è cosa fare per i poveri, ma essere con i poveri da poveri. Essere poveri con i poveri significa allora, in questa situazione per noi momentanea, non limitarsi a fare il possibile per uscirne, ma cogliere l’opportunità di comprendere “dal di dentro” cosa significhi povertà; comprendere: non per trovare e poi porgere soluzioni, ma per poter ascoltare senza giudicare, sentendo nel cuore ciò che il povero prova sulla propria pelle, offrendogli una presenza, spesso unico conforto possibile e comunque base per ogni ulteriore aiuto. E questo con-prendere, questo “essere con” ti fa più grande delle tante piccolezze della vita, regalandoti una “vastità” che ti dà pace.

A volte, a te “normale”, non è nemmeno la vita che ti fa lo sgambetto a renderti povero, ma puoi sentirti chiamato a farti povero potendo non esserlo. C’è un di più, un meglio, una bellezza che la vita ti offre, che è buono e piacevole per te, ma va a discapito di un di più, un meglio, una bellezza di vita con gli altri. Allora ti dici: «Posso, ma non voglio; magari cado, ma torno indietro; non è questa la mia strada…». Follia per il mondo, ma sapienza secondo Dio. Rinuncia a quell’isola felice in cui fuggire le difficoltà del quotidiano per rispondere invece alle esigenze di una realtà spesso difficile ma che, con le sue esigenze, ti fa crescere umanamente.
E’ questa povertà, fatta di fedeltà a ciò che sei chiamato ad essere -con impegno e misericordia!- che ti rende riferimento per chi si è reso o è stato reso povero da una fuga dalla realtà alla ricerca di un attraente “meglio” rivelatosi poi illusione, e che ora guarda con nostalgia alla tua “normalità”, banale ma felice.


Mariarosa Brian e Michele Bortignon

6/02/2017

E vissero per sempre felici e contenti

E vissero per sempre felici e contenti… succede solo nelle favole di principi e principesse? Si può essere sempre felici e contenti all'interno della coppia? Si può vivere una relazione sempre soddisfacente e appagante per entrambi? L’altro è al mio fianco per rendermi sempre felice e contenta? Oppure cammina con me per fare la sua strada accanto a me, che percorro la mia ed entrambi aiutarci a crescere e a capire la vita vivendola? Nella prima ipotesi -tu sei per me e io per te- è ovvio che l’aspettativa del “vissero per sempre felici e contenti” sarà delusa, perché la responsabilità della nostra felicità non possiamo delegarla ad altri. Nella seconda ipotesi, che è quella di un amore maturo che non considera l’altro in funzione della mia felicità, quel “vissero per sempre felici e contenti” assumerà un significato diverso.

Se la mia felicità non dipende esclusivamente da te e viceversa, invece di recriminare e tenere il muso se non mi dai abbastanza tempo, attenzioni, ascolto, aiuto, ecc., mi organizzo i miei tempi e i miei spazi in maniera autonoma. È questo uno stare insieme che non diventa soffocante; si tratta di crescere nella capacità di gestire spazi di autonomia quando l'altro ha bisogno di essere rispettato nei suoi spazi di autonomia. Ci sono tempi propri e tempi di coppia, l’importante è stabilirli di comune accordo: ora tu vuoi/devi fare una determinata attività/lavoro, ok io mi organizzo in una mia attività/lavoro rispettando i tuoi tempi, la prossima volta ci organizzeremo per fare qualcosa insieme.
Altro aspetto importante è capire e accettare i nostri sentimenti e quelli dell’altro sapendo che non è perentorio  il tutto o il nulla, il sempre insieme o mai, il mi ami o non mi ami. Una esercitante mi confidava di aver urlato al coniuge “TI ODIO” e di averlo effettivamente pensato in quel momento; di questo sentimento così forte che aveva provato si era spaventata. Devo imparare ad accettare i miei sentimenti senza spaventarmene: ora in questo momento di rabbia e di frustrazione, ti odio, ma… non ti odio sempre. Ora, non ti sopporto, mi dai sui nervi, ma non è per sempre. Per sempre è che abbiamo deciso di stare insieme; per sempre… nonostante momenti di rabbia, di rancore, di dubbi. Nella realtà non è “vissero per sempre felici e contenti” perché sempre innamorati, ma “vissero per sempre felici e contenti” perché contenti di se stessi, perché capaci di rispettare gli spazi e i tempi dell’altro, perché capaci di accettare l’altro così com’è, diverso magari da come me lo aspettavo e da come lo avevo idealizzato. E aspettandomi qualcosa di buono per me proprio da questa diversità, che destabilizza i miei consolidati modi di vedere e di essere, sfidandomi a sperimentare il cambiamento e a crescere.
Nella nostra vita, che non è una favola, ma la storia più bella che abbiamo, alla fine di ogni giorno scriviamo la frase “e vissero per sempre felici e contenti” pronti a rimetterci in gioco il giorno successivo con una storia tutta nuova da vivere e da inventare.
Maria Rosa Brian


5/02/2017

Superare il dolore

Il dolore: c’è un problema più grande nella nostra vita? Il dolore fisico provocato da una malattia… Il dolore intimo indotto dalla perdita di ciò che ti faceva sentire amato, capace, sicuro…
Quando ne sei preso, hai l’impressione che il mondo ti crolli addosso, che per te non ci sia un futuro, che nulla più abbia un senso. E, anche se non arrivi a questo, hai comunque tanta rabbia dentro per quel che ti hanno fatto gli altri o la vita.
Buddha aveva posto il dolore al centro della sua riflessione e la sua dottrina mira a rimuoverne le cause attraverso un lavoro su se stessi. Per Gesù, invece -Che interessante!-, il centro non è il male da evitare per se stessi, ma il bene da fare agli altri… per il quale si è disposti anche a incontrare sofferenza e morte, ma che in prospettiva  porta a una risurrezione: un bene che nasce proprio da questa morte, superiore a quanto avresti mai saputo costruire cercando di salvarti da solo.
Questa è dunque la “ricetta” cristiana per superare il dolore: non preoccuparti per te stesso; occupati degli altri.
La mente concentrata sulle proprie sensazioni implode; se la applichi a un bisogno altrui, anziché al tuo, non solo ti distrai, con un opportuno ridimensionamento del problema, ma soprattutto scopri che il bene non è un non soffrire, ma creare qualcosa di buono, di bello, di vero, che ti avvicina a Dio rendendoti con Lui con-creatore del mondo.
In questo senso va interpretata la rinuncia al mondo che i padri del deserto, nel quarto secolo, facevano all’inizio del loro ritirarsi: un rinunciare a quell’ansioso cercare di ottenere o a quell’angosciato attaccamento a ciò che soddisfa i tuoi bisogni di affetto, di validità, di benessere. Nell’esperienza dei padri, questa rinuncia dev’essere decisa, radicale e definitiva, pena l’essere travolto dai pensieri che ti ritrascinano nella preoccupazione di te stesso e quindi, ancora una volta, nella sofferenza. Non si entra in discussione con i pensieri, ma ci si attiene a quanto già deciso con Dio nel discernimento: è questa la prima regola della lotta spirituale, sulle orme di Gesù, che oppose un reciso «Sta scritto…» a ogni tentazione avanzata dal Nemico.
Ad evitare di interpretare la rinuncia come una sorta di masochismo, occorre sottolineare che la vita cristiana è sempre nell’ottica della Pasqua di Cristo: non c’è risurrezione senza morte, ma nemmeno morte senza risurrezione!Ecco allora che la rinuncia ai tuoi incancreniti e stereotipati modi di agire è il passo necessario per aprire le porte all’entrata di una novità radicale di cui puoi accorgerti e che puoi accogliere solo dopo averle preparato lo spazio con la tua rinuncia e con la tua attesa. Solo quando sei diventato vuoto puoi essere riempito. Quando non hai più nulla e puoi solo appoggiarti a Dio, allora Dio diventa il tuo tutto e ti riempie di Sé e della sua ricchezza di vita.
Quando sei nella morte con Dio, inizia dunque a lavorare con la morte per farla diventare via alla Vita. Così ha fatto Cristo. Ti sono concessi i tre giorni nel sepolcro per piangere e lamentarti; ma poi afferra la sua mano e tirati su. E va’ incontro con fiducia alla tua risurrezione, sapendoti accorgere dei segni con cui essa viene presentandosi.

Che dici: vogliamo provarci?

Michele Bortignon


4/15/2017

La vita vince (Mt 28,1-6)

Gesù è morto e sepolto. Una storia si è conclusa. Chi abbiamo amato ci ha abbandonato. Finito tutto. Razionalmente, una morte, una malattia, un abbandono, una separazione, un licenziamento, ecc. mettono la parola fine a una vicenda lasciando solo l’amaro in bocca.
Eppure, a saperla leggere con la speranza che il cuore ci suggerisce, ogni “morte” può portare a una risurrezione.
Maria di Màgdala e l’altra Maria mentre andavano, in quel giorno dopo il sabato, a visitare la tomba di Gesù, erano animate già da uno Spirito nuovo. L’Amato viveva già in loro, non poteva essere diversamente: loro andavano per stare assieme a Gesù, non per vegliare un cadavere.
Anche le guardie si trovavano nello stesso luogo, ma con uno spirito e uno scopo diverso. Loro non avevano fatto esperienza dell’Amore: loro erano a guardia di un sepolcro. Cosa potevano vederci di diverso da quello che già si aspettavano?
E’ proprio questo credere Dio presente nella nostra situazione, nonostante le apparenze ci dicano il contrario, a trasformare una situazione di morte in resurrezione.
È la presenza di Dio a cambiare la situazione e ad alleggerire i macigni che pesano nel nostro cuore. E se, assieme a Lui, sappiamo guardare alla situazione con occhi nuovi e uno Spirito nuovo, possiamo fare esperienza, con Lui risorto, di una risurrezione anche per noi.
L’angelo disse alle donne: …So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto»”. L’angelo sembra quasi dire alle donne: «Smettetela di cercare e vedere nel solito modo, ma guardate oltre, al nuovo, al cambiamento a cui Dio vi spinge e in ciò sentirete che Lui è con voi». E, fidandoci di questa parola, affidandoci a questo nuovo modo di vedere, questa situazione comincia a presentarsi sotto un’altra prospettiva.

In vista della Pasqua, abbiamo posto a confronto questa esperienza delle donne con una nostra personale esperienza di “morte” che abbiamo visto risuscitare quando ci siamo fidati di Dio. Ci siamo chiesti: «Quando anche noi siamo tornati a una situazione pensando di trovarla morta, sterile, conclusa, senza speranza e invece abbiamo scoperto che proprio in quella morte si stava preparando una risurrezione?».
Ne sono emerse le testimonianze che riportiamo di seguito.

Nella malattia 

Mi sono trovata in una situazione in cui mi veniva naturale chiedere la guarigione: "Signore ti prego fa che non sia quello che penso". Mi veniva anche da barattare la guarigione con qualcos'altro: "Signore se guarisce ti prometto che..." 
Mi metteva in crisi la devozione che vedevo negli altri, fatta di candele accese e novene. Io non riuscivo a pregare in questo modo, non sapevo cosa pregare, o meglio pregavo chiedendo a Dio di stare in quella situazione di dolore con me, con loro; gli chiedevo di esserci, di non lasciarci scivolare nella disperazione. Chiedevo una presenza, una vicinanza. Chiedevo di poter essere per loro un tramite di quello che già sentivo io: un Dio che mi prendeva in braccio e mi diceva di non temere, che qualsiasi cosa sarebbe accaduta Lui ci sarebbe stato. La certezza che Lui c'era, era già preludio di resurrezione in qualsiasi modo si fosse conclusa la vicenda.
Maria Rosa


Nello sconforto

Il servizio civile, trascorso in una casa famiglia a contatto con ragazzi “difficili”, diventa esperienza concreta di amore e di Dio. L’anno trascorre, l’esperienza finisce, si torna alla vita di sempre, qualcosa “muore”… ho visto svanire un sogno come i discepoli alla morte del Signore. C’è stata delusione, amarezza: alla fine ho scelto la vita normale. Ma chi ha fatto esperienza di condivisione, di comunità, di famiglia non riesce più a tornare alla vita di prima. Anni dopo ho saputo che un ragazzo che seguivo si era cacciato in un brutto giro; la persona che mi raccontò il fatto sentenziò che gente così starebbe bene chiusa in galera e buttare le chiavi. Giudizio che prima della mia esperienza mi sarebbe appartenuto. Ma questo ragazzo di cui si parlava faceva parte della mia vita, io conoscevo la sua storia passata, le sue grandi sofferenze e solitudini, gli volevo bene come a un figlio. Quel giorno ho fatto risorgere in me l’esperienza vissuta del servizio civile e la consapevolezza che non posso giudicare mai una persona solo da ciò che compie, ma posso solo, se lei lo vuole camminare assieme. È nata così, la disponibilità e la voglia di essere, assieme a mia moglie, una famiglia accogliente.
Domenico

 

In una difficoltà nel lavoro

Un fià massa de corsa
a me parea de ‘ndare
e qualcheduni drìome
che no me assàva stare.

Goi fato o no goi fato?
Che ansia… aiuto! Aiuto!
El stomego el se strenze
se no ze a posto tuto!

Ma e robe, a un serto punto
e cambia: el to paròn,
a dirla proprio s’ceta,
te buta so on canton.

Che rabia! Che ingiustissia!
Ze massa grando el scorno.
Ma chietate un pocheto
e vardate un fià intorno…

Te sito mai inacorto
che a fare na paroea
co chi che te lavori
ze un gusto e ‘l tempo el svoea?

Sì, giusto, ze importante
produrre e lavorare
ma no fin a dersfarse…
No a ze, sta qua, so mare!

No stà voère un “Bravo!”
se questo costa massa.
No te par che sia mejo
co a femena a te imbrassa?

No sta sercar distante
a to feissità!
Se ti te vardi puito
te a vedi: la ze qua!
Michele


Nelle difficoltà della vita

Nella vita le situazioni difficili sono molte; la mia esperienza  mi ha insegnato a non disperare mai e ad avere fiducia nell'Amore. Molto spesso ciò che oggi ci appare segnato dal dolore e senza via d'uscita nel tempo assume aspetti diversi e cambiamenti che mai ci saremmo aspettati. La realtà, che dapprima sembrava pregna di disperazione e angoscia, ad un certo punto ci mette davanti  orizzonti  di luce insperati.
Attraverso la preghiera, anche semplice ma sentita, l'Amore si fa strada nell'intimo della persona e della vita e la Bellezza si manifesta quando meno ce lo aspettiamo.
Ho potuto toccare con mano morti e resurrezioni in tante esperienze personali. Ai miei figli cerco di trasmettere il messaggio di non mollare mai anche quando la strada si fa assai ardua perché le soluzioni, con impegno e affidamento nelle mani di Dio, si trovano e ad un certo punto arrivano.
Con l'aiuto del Padre e la sincera condivisione con Lui dei fardelli della vita, passo dopo passo, una nuova leggerezza si fa strada e il guardare all'esistenza con occhi positivi ci apre a nuove possibilità e prospettive. E' questa che io chiamo Resurrezione.
Anna



E tu, quando guardi dentro al tuo sepolcro, quali germogli di risurrezione ci vedi?

Buona Pasqua di risurrezione!


 Maria Rosa Brian