9/15/2024

L’orma del pellegrino: introduzione

Inizia oggi, accanto al post di spiritualità che viene pubblicato ogni primo giorno del mese, una nuova rubrica, anch’essa mensile: a metà di ogni mese pubblicheremo, a puntate, un romanzo sulla vita di un grande autore spirituale. Iniziamo, naturalmente, con sant’Ignazio di Loyola: “L’ORMA DEL PELLEGRINO - con Ignazio di Loyola alle fonti degli Esercizi Spirituali” è il titolo, un giallo psicologico che ci introdurrà piacevolmente a scoprire come sono nati gli Esercizi spirituali.

Di seguito l’introduzione del romanzo:

Gli Esercizi... non sono stati la risposta a tanti miei interrogativi e nemmeno la cura alle mie ansie e alle mie preoccupazioni... Nella mia vita, le difficoltà ci sono: nuove o risolte, quotidiane e costanti. Ma ora mi sento accompagnata: Gesù mi è vicino e non sta più lassù sul crocifisso, benevolo ma lontano. Sento che nella quotidianità non sono sola: la preghiera, la sua vicinanza, il discernimento... nei momenti belli e nei momenti bui. E con lui posso capire qual è il passo successivo da fare sulla mia strada. Finalmente non devo portare tutti i pesi della vita sulle mie spalle ma li posso condividere con lui e, attraverso il discernimento, essere uno strumento del suo amore misericordioso. La mia vita si è così aperta ad altre e nuove prospettive”

Questo, nella testimonianza di un’esercitante, è quello che possono dare a noi, oggi, gli Esercizi Spirituali. Ma dove, e come, sono nati?

“…chiesi al pellegrino1 qualche notizia sugli Esercizi, desiderando conoscere come li aveva composti. Mi rispose che non li aveva scritti tutti di seguito, ma quello che accadeva nell'anima sua e trovava utile, ritenendo che avrebbe potuto giovare anche ad altri, lo annotava” 2.

Gli “Esercizi”, il percorso spirituale che Ignazio propone come via all’incontro con Cristo, nascono dunque dalla sua esperienza messa a tema, esperienza che egli descrive poi narrativamente nell’ “Autobiografia”. Scritta ormai al termine della sua vicenda terrena, quest’ultima è il testamento di Ignazio ai suoi Compagni, per mostrare loro l’itinerario di un’anima in Dio. Un atto di umiltà e di coraggio di un padre che ha voluto mettersi a nudo davanti ai propri figli per insegnare loro cos’è la vita spirituale attraverso gli errori, le scoperte, le ingenuità, i desideri, le illusioni e le decisioni succedutesi nella propria esperienza.

Solo i padri del deserto e Sant’Agostino nelle “Confessioni”, prima di lui, avevano evitato gli scogli del genere letterario agiografico o dell’asettico trattato teologico per raccontarsi com’erano, confidando che l’esperienza concreta avrebbe insegnato più e meglio delle teorie e dei concetti.

Questo libro nasce allora dal desiderio di compiere, con il lettore, un viaggio in quell’esperienza di vita i cui passi e le cui acquisizioni Ignazio ha considerato così significativi, importanti e, in un certo qual modo, “universali” da porli come tappe di quel percorso che andrà riproponendo ad altri sotto il nome di “Esercizi Spirituali”.

Ho cercato di scavare a fondo nel mondo di Ignazio, sia a livello storico, ricreando la necessaria ambientazione, sia a livello psicologico, ma, in quest’ultimo caso, con un taglio che considero, per dirla in termini ignaziani, il “magis” di questo libro: il tentativo di far esprimere Ignazio col linguaggio di oggi, con i pensieri che avrebbe se fosse figlio della nostra epoca. E questo per renderlo, senza tradirne lo spirito, “accessibile”, comprensibile, “replicabile”: se non lo rimettiamo a camminare sulle nostre strade, rischiamo di non riuscire a incontrarlo!

In questo esperimento, complice la libertà che poteva darmi il genere letterario del romanzo, ho trattato con una certa elasticità i dati dell’ “Autobiografia”: certi spostamenti di luogo e di tempo, certe dilatazioni, tagli e accorpamenti, peraltro marginali e realizzati senza modificare il senso della storia, mi sono stati utili per conferire maggior fluidità e dinamicità alla narrazione, per far emergere e sottolineare certi concetti importanti per noi oggi.

In conclusione, Ignazio, con la propria esperienza, si propone come specchio dell’esperienza del lettore. Se qualche brano di questo libro riuscirà a farti esclamare: «Caspita! Ma qui ci sono anch’io!» e farti intravedere un altro modo per tornare a muoverti verso l’incontro con Cristo, non sarà stato vano ripercorrere con Ignazio la sua storia.

Buon cammino!

Michele

1 Così Ignazio di Loyola definisce se stesso nell’ “Autobiografia” o “Racconto di un pellegrino”.

2 Sant’Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali (nel seguito EE.SS.) n.99. Anche Juan Alfonso de Polanco, nella prefazione alla prima edizione degli Esercizi Spirituali (1548), sottolinea che essi nascono dall’esperienza dell’azione dello Spirito Santo che Ignazio aveva fatto in sé e nelle persone che accompagnava: “Haec documenta ac Spiritualia Exercitia quae non tam a libris quam ab unctione Spiritui Sancti et ab interna experientia et usu tractandorum animorum eductus noster in Cristo pater composuit” (Monumenta Ignatiana, Ex. Spir. I, 79). Ignazio stesso confessa che attraverso l’esperienza era Dio ad educarlo: “In questo periodo Dio si comportava con lui come fa un maestro di scuola con un bambino: gli insegnava. Ciò poteva dipen­dere o dal suo ingegno rozzo e incolto, o dal non avere altri che lo istruis­se, o dal fatto che aveva ricevuto da Dio ferma volontà di servirlo. In ogni caso era per lui evidente, e lo fu poi sempre, che Dio lo trattava in quel modo; anzi crederebbe di offendere sua divina Maestà se ammettesse dubbi a questo proposito” (Autobiografia n.29).

9/01/2024

Cosa significa credere in Dio?

Credere in Dio: che cos’è? Un’opinione sul fatto che Dio esista o meno? Se fosse soltanto così, chi se ne importa? Ognuno si tiene la sua opinione e pace!

Ma… chi è questo Dio?

L’unica cosa sensata che, come cristiani, possiamo dire di Dio è che Lui a noi ci tiene.

Il nostro è un Dio che si fa uomo per mostrarci il modo di essere uomini e si mette a fianco di coloro ai quali l’ingiustizia umana non dà la possibilità di esserlo. Credere in Dio è allora mettersi sulla sua stessa strada, far nostro il suo Spirito e continuare quel che Lui ha cominciato a fare. Se Lui a noi ci tiene, credere in Dio è credere che ognuno di noi è unico e importante, ha una sua dignità che gli dev’essere assicurata e che lui stesso deve conquistarsi.

Nel corso della storia, alcune persone “illuminate” hanno visto con più chiarezza le situazioni in cui la dignità dell’uomo veniva calpestata e questi ridotto a merce da sfruttare da parte di chi deteneva potere e ricchezza. Sulle loro orme, tanti altri si sono dedicati al riscatto dei poveri, all’educazione dei giovani, al prendersi cura degli ammalati e degli anziani, all’accompagnamento spirituale, all’evangelizzazione, ecc. Con la loro azione, essi hanno contribuito al cambiamento della mentalità della società, che ha fatto poi proprie queste attività.

Da notare che il cambiamento è avvenuto sempre quando qualcuno si è messo a fianco di chi voleva aiutare, condividendo le loro condizioni, la loro situazione di vita e mostrando in sé l’alternativa. Solo vivendo “dal di dentro” certe situazioni si può capire come muoversi.

L’ebraismo ha sviluppato due concetti che possono tornarci utili per continuare il nostro ragionamento: il primo è che, dopo la creazione, Dio si è ritirato per lasciare spazio all’uomo; il secondo è che il Messia verrà quando troverà giustizia sulla terra. Collegandoli, se ne può desumere che l’uomo è chiamato a continuare la creazione iniziata da Dio riorganizzandola sulla base della giustizia. E l’unica giustizia giusta è, come abbiamo detto, quella che dà dignità a ogni singolo uomo, assicurandogli la possibilità di diventare pienamente quel che è.

Dove portare questa giustizia? Ogni epoca, ogni luogo ha le sue situazioni da far risorgere; e le capacità e la sensibilità di ciascuno gli dicono su quale di queste impegnarsi. Senza farsene un problema. Ci sarà un momento in cui le sue possibilità verranno interpellate dai bisogni che gli si presentano davanti: sarà quello, e solo quello, il momento di agire.

Ma attenzione: anche l’impegno nel bene potrebbe essere una tentazione: una possibile via di fuga dalla propria realtà deludente per ricevere, aiutando gli altri, una conferma della propria positività e un contraccambio affettivo.

Come si diceva prima, l’aiuto vero lo dà chi vive la stessa situazione mostrando in sé l’alternativa. Se io per primo non ho risolto (o non sto lavorando per risolvere) i miei problemi, che alternativa rappresento? Il mio sarà solo un “fare per”, non un “essere con”, ossia un fare senz’anima, non guidato dallo Spirito, ma dalla ricerca di me stesso.

Certo, anche avere problemi è condividere la situazione degli altri, ma un conto è viverci dentro e affrontarli quotidianamente, un altro girar loro le spalle e impegnarsi altrove per non vederli.

La prima situazione da risanare è dunque la nostra, quella in cui viviamo con le persone con cui siamo in relazione in famiglia, al lavoro, nella comunità. E probabilmente sarà proprio il bene che riusciremo a costruire in questi ambiti a sviluppare in noi quelle capacità e quella sensibilità che avranno in sé la forza e la passione di esportarsi in bene verso gli altri.

Michele Bortignon


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8/01/2024

I rischi dell’effetto gruppo

Partecipare a un’esperienza di gruppo in cui si viene coinvolti a livello profondo tramite la condivisione del vissuto porta indubbiamente a una comunione che si traduce nel tempo in forti legami affettivi. Nell’accoglienza, nell’aiuto, nella simpatia, nella premura degli altri si fa esperienza “incarnata” dell’amore di Dio per noi. L’esperienza degli altri spesso diventa sua parola anche per noi.

A poco a poco i compagni di cammino diventano amici e il reciproco affetto diventa così gratificante da rischiare di diventare la motivazione dell’incontrarsi. Dal primo piano, Dio passa allora allo sfondo, diventando l’occasione per cui ci si trova assieme. Con il calare dell’attenzione a Dio, della tensione ad incontrarlo, dello spazio che gli dedichiamo, cala la sua possibilità di raggiungerci e quindi la sua incidenza sulla nostra vita.

L’affetto delle persone da trasparenza dell’amore di Dio diventa un bene per se stesso, per cui diventa difficile mantenere la propria libertà rispetto ad esso: da una parte ci si crea aspettative sulle persone e dall’altra dei riguardi. Diventa difficile dire loro le cose come stanno: quelle che riguardano se stessi, per timore di perderne la stima; quelle che riguardano loro, per paura di perderne l’affetto. Ci si lascia andare ad espressioni e manifestazioni affettive che non sono più innocenti e spirituali nel momento in cui diventano accaparramento della simpatia dell’altro o delle “coccole” che può darci, anziché espressione di gratuità. Si manifesta così l’affettivismo: il desiderio ansioso di stare assieme agli altri e il timore di esserne abbandonato. Forse è perché, sotto sotto, trovi solo in essi risposta al tuo bisogno di sostegno, di attenzione, di accoglienza, di ascolto. La bellezza di un rapporto umano profondo porta all’affetto e al sostegno reciproco, che però è positivo solo quando è qualcosa in più rispetto al supporto fondamentale offerto dalla relazione con Dio; un surplus buono, ma che non deve diventare indispensabile.

Facciamo attenzione ai sintomi dell’affettivismo:

  • quando abbiamo “bisogno” della relazione tra noi al punto da rinunciare a ciò che è giusto pur di mantenerla

  • quando questa relazione continua a crearti problemi anziché farti vivere nella pace

  • quando la consolazione che ci diamo reciprocamente oscura la presenza del Consolatore

  • quando ci dà più piacere stare tra noi che non con il Signore

Ad evitare questa sempre possibile deviazione è innanzitutto importante una separazione dei momenti: c’è il momento in cui si condivide e si prega e c’è il momento in cui si sta insieme in amicizia; il momento in cui si è rivolti insieme verso Dio e il momento in cui si è rivolti gli uni verso gli altri; il momento del silenzio accogliente e rispettoso e il momento della chiacchiera, dello scherzo e della risata; il momento in cui si affida il fratello a Dio e il momento in cui ci si dà da fare per lui.

C’è un equilibrio e una separazione da salvaguardare tra l’essere amici e compagni di cammino. La propria solidità deve fondarsi su Dio e -certamente!- incarnarsi nelle relazioni umane, ma continuando a vedere in trasparenza attraverso di esse il Dio che ce ne fa dono. E’ questo il presupposto che ci permette di viverle ricavandone tutto il bene che possono darci, ma nella libertà, evitando di diventare vittime delle aspettative degli altri o renderli schiavi delle nostre aspettative. Nelle persone vogliamo dunque incontrare il nostro Signore, quel che Lui è, con affetto e rispetto, e non quello di cui abbiamo bisogno.

Aiutaci, Signore,

  • a non essere rivolti l’uno verso l’altro
  • ad aiutarci l’un l’altro a volgere lo sguardo verso di Te
  • a farci partecipi del rispettivo sguardo rivolto verso di Te


                                                                                           Michele Bortignon

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7/01/2024

Il corpo: porta per la riconciliazione

E' esperienza comune che lo stato d’animo che stiamo vivendo si somatizza, rendendosi visibile attraverso il nostro corpo. Ma è vero anche l'opposto: le sensazioni di benessere o di malessere del nostro corpo influenzano il nostro stato d'animo. Stati d'animo e stati corporei, sentimenti e sensazioni sono dunque reciprocamente correlati, talché un cambiamento degli uni induce variazioni negli altri. Come il malessere interiore si esprime esteriormente in reazioni corporee disordinate, così, in direzione contraria, riordinando il corpo possiamo tentare di riordinare il nostro stato d’animo riportarvi un minimo di tranquillità.

Questa gestione può attuarsi innanzitutto indirettamente, filtrando gli stimoli che ci arrivano tramite i cinque sensi, in modo da nutrirci di quelli che a livello affettivo aumentano il nostro benessere, dandoci pace e gioia, ed evitare quelli che aumentano il nostro malessere, causandoci turbamento e angoscia.

Direttamente possiamo invece modificare volontariamente la reazione corporea al malessere che subentra quando gli stimoli negativi sono già penetrati a livello affettivo sciogliendo la tensione mediante il rilassamento, di cui la componente più importante è la respirazione.

Vediamo come farlo quando, preso da una situazione di conflitto, ti ritrovi agitato.

Il respiro breve e affrettato che ti secca la gola, ti stringe lo stomaco e ti agita il cuore, rendilo lento e profondo, lascialo scendere fino al centro di te, dove è presente Dio Padre che tutto accoglie e tutto trasforma a immagine di suo figlio Gesù Cristo mediante il suo Spirito.

Inspirando accogli lo Spirito di Dio, che ti dà vita; espirando consegnagli il tuo malessere che ti dà la morte. Accogli la sua forza e consegnagli la tua debolezza, accogli la sua fiducia e consegnagli il tuo scoraggiamento.

Lasciagli che il tuo respiro si carichi di Lui, di ciò che Egli vuole esprimere di sé in te.

E allora inserisci nel respiro una frase, una parola che esprima ciò che Dio vuol essere qui e ora per te e per l’altro attraverso di te.

Inspirando accogli ciò che Dio vuol essere per te, espirando esprimi ciò che Dio vuol essere per l’altro attraverso di te.

Quando inspiri Dio si comunica a te, quando espiri si comunica all’altro attraverso di te.

Inspirando accogli la persona con cui vivi il tuo problema, la situazione che stai vivendo e presentala al Dio che vive in te, nelle tue ricchezze d’essere; espirando consegnala a se stessa, ma accompagnata da quel tuo modo d’essere che più senti adatto a volgere l’istante presente in bene e pace per tutti. Con Dio sai accogliere e sai lasciare; sai prenderti cura e sai permettere che lei possa anche essere così com’è. Inspira ciò che lei è e, purificatolo in te, restituisciglielo più bello nelle ricchezze, più dolce nei limiti.

                                                                              Michele Bortignon

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6/01/2024

Desideri e salvezza

E’ possibile trasformare la realtà secondo i propri desideri?

Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà”, dice Gesù (Gv 16, 23).

Chiedere a nome di qualcuno significa metterti in sintonia con il suo spirito e farti interprete dei suoi desideri. Puoi dunque ottenere se il tuo desiderio riguardo a questa situazione coincide con il desiderio di Gesù. Inizialmente non sarà così, per cui devi procedere a una purificazione dei tuoi desideri per arrivare a desiderare ciò che Lui desidera. In che modo?

Comincia innanzitutto a chiedere quello che tu desideri. Chiedere non solo ti è lecito, ma, in un rapporto di confidenza, è il primo passo per creare comunione, dandoti la possibilità di sfogare le tue emozioni e guardare poi assieme dove esse vorrebbero condurti e con quali conseguenze. Il chiedere non è dunque per ottenere, ma per cominciare a discernere quali vie portano alla salvezza.

Ma cosa significa salvarsi? Salvarsi è trasferire la propria esistenza dall’ambito della morte a quello della Vita. Ansie e paure da una parte, serenità, gioia, libertà interiore dall’altra sono ciò che distingue questi due ambiti.

Quello che chiediamo, dunque, ci porta alla salvezza? I nostri desideri sono allineati con quelli di Cristo, il Salvatore, quando ci portano dalla morte alla vita, realizzandosi secondo il suo Spirito: nella fede, nella speranza, nell’amore. Non c’è infatti altra via per la salvezza che camminare per strade sempre e comunque caratterizzate da un amore che si fonda sulla fiducia in Dio e guarda con speranza al futuro.

Certo, sarebbe bello poter vedere con chiarezza il cammino da percorrere verso la realizzazione dei propri desideri, programmandolo in anticipo! Camminare con Cristo significa però decidere assieme soltanto il prossimo passo. Ma perché questo possa realizzarsi occorre la fede, ossia l’accoglienza dello Spirito di Cristo, che, sostituendosi al nostro, dà la vita.

Accogliere in sé lo Spirito Santo non è questione di adesione intellettuale. La fede, infatti, è un entrare nelle vie di Cristo, nonostante i nostri pensieri ci orientino in direzione opposta. E, come abbiamo detto, spesso senza nemmeno sapere come.

Sappiamo però dove ci porterà il seguirlo: a vivere con gioia, in serenità, nella libertà interiore.

                                                                                     Michele Bortignon

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5/01/2024

Quale fede?

Perché a me? Perché Dio sta permettendo questo? Sono due interrogativi che in modo personale o in termini generali pongono una questione di fede: se non capisco il perché del mio dolore e in generale la sofferenza dell’uomo come posso credere in Dio? Se non capisco Dio, il suo volere, il suo agire, come posso fidarmi e credere in Lui? La risposta a questi interrogativi svela la natura che si attribuisce alla relazione con Dio. Mi viene in mente il primo comandamento “Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro dio fuori di me”. Così come viene presentato Dio fin dai primi anni di catechismo, la natura della relazione ha un carattere formale: si dà grande importanza al rispetto delle regole (dei comandamenti), alle pratiche (preghiere e riti), ai formalismi (è lecito/non è lecito), al senso del dovere (mi devo sforzare a…) con l’idea che, nella relazione, la parte più difficile spetta a noi che dobbiamo camminare in salita e migliorarci, rialzarci dalle cadute, magari camminare più svelti per stare al passo con gli altri. Il metro di giudizio di questo modo di credere è lo sforzo che si compie (ho rinunciato a, ho dedicato la vita per, mi sono sacrificato in nome di) e il premio che ci si attende, consegnato direttamente dalle mani del Padreterno, è la salvezza. C’è poco o nulla da capire: si tratta di imparare a memoria e praticare; e alla domanda «Perché credi?», la risposta potrebbe essere perché sono mi hanno battezzato, perché mi è stato insegnato, perché potrei finire all’inferno… Poi però ci sono i fallimenti, le perdite, il dolore, le malattie e i problemi della vita ordinaria, quella vera di tutti i giorni, e un altro interrogativo si fa strada: a cosa serve credere in Dio se poi siamo soli ad affrontare la vita? Il bisogno di avere delle risposte valide, il desiderio di cambiare e l’apertura a nuove soluzioni squarciano la corazza delle certezze.

Incontrare qualcuno a cui brillano gli occhi quando parla di Dio, nonostante nella sua vita stia lottando contro un male incurabile, sentirsi riconosciuti dagli altri nonostante noi ci vediamo falliti, ricevere l’amore di un amico o del coniuge anche quando abbiamo sbagliato fanno cambiare tutto. Questi eventi “casuali” diventano delle micce accese che possono innescare il cambiamento. Lo Spirito di Dio, da sempre presente nell’esistenza umana, si fa strada nell’anima e piano piano comincia ad abitarla. Quel Dio lontano e irraggiungibile lo si scopre al proprio fianco sul fondo dell’abisso, tanto che il proprio dolore è inciso sulla sua carne. Egli mi è così vicino da essere nella parte più profonda della mia umanità e non sta a guardare, ma soffre e palpita con me. Questo cambio di prospettiva trasforma la relazione in personale e intima; e, come per i discepoli di Emmaus, ciò che conoscevo inizio a sperimentarlo e ciò che prima era solo regola, comandamento, ora acquista un sapore che da corpo al sapere. Dio si fa prossimo, amico, marito, figlio, presente nell’amore umano e i gesti concreti si trasfigurano diventando manifestazione della presenza divina.

La fede allora diventa una questione di esperienza e gli schemi preconfezionati non bastano più. Si può capire l’amore solo vivendolo all’interno di una relazione che lo definisce e gli da sostanza; si può capire Dio solamente facendone esperienza, attraverso la nostra umanità e all’interno della nostra vita; e alla domanda «Perché credi?», la risposta diventa «Non potrei farne a meno, Lui ha creduto in me per primo».

                                                                                    Michele Bortignon

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4/14/2024

Gli Etruschi e la morte

Curioso: quando ci si muove per l’Italia tra chiese e musei, le opere d’arte a tema religioso ci parlano insistentemente, ossessivamente della morte. Dipinti che raffigurano le più atroci torture dei nostri irraggiungibili santi o che immaginano un al di là che, sì, è tutto nuvole e voli per i buoni, ma è inquietante per chi (e chi non ci si ritrova?) non è stato alle regole.

Quanta parte abbiamo avuto noi cristiani nel costruire un immaginario terrifico attorno alla morte, questa dimensione così umana, di cui però nulla possiamo sapere e che il nostro credo riveste di speranza?! Me lo chiedevo osservando con interesse i sarcofagi delle tombe etrusche, così diversi da quelli dei nobili tumulati in certe chiese o da certe tombe monumentali dei nostri cimiteri. Qui tutto è dolore, pianto, solennità, nella raffigurazione di una fine che così poco suggerisce la speranza di una risurrezione.

Il defunto etrusco invece, sopra alla cassa in pietra o in cotto, viene raffigurato sdraiato sul suo triclinio, nella posa che egli assumeva in uno dei momenti più gioiosi della sua vita: il simposio. Che cos’è un simposio? È la parte finale del pranzo conviviale, in cui ci si rilassa sorseggiando una coppa di vino, ascoltando musica, conversando amabilmente con gli amici o i parenti. E, all’interno della grande tomba familiare, sui loro sarcofagi rivolti gli uni verso gli altri i defunti potevano continuare per l’eternità a intrattenersi vicendevolmente.

Quello che rappresentiamo in terra trova il suo compimento in cielo: questo credevano gli antichi. Ed ecco allora che la loro speranza, il loro “paradiso”, era appunto quella di vivere per sempre quel che più piacevolmente facevano in vita: stare assieme alle persone care, intrattenendosi su ciò che rende significativa la vita (ricordiamo, ad esempio, proprio il “Simposio” di Platone), gustando il piacere del cibo, del vino, della musica, del pensare con saggezza, della buona compagnia.

E questa speranza non diventa forse un invito a cercare di vivere il più intensamente possibile questi momenti, così da renderli già qui e ora il paradiso in cui vivere per sempre?

Questa speranza di una continuità veniva sostanziata dal provvedere al defunto le suppellettili necessarie ad allestire il suo convivio ultraterreno: piatti, coppe, orci; e sulle pareti delle tombe (possiamo vederli nella necropoli di Monterozzi a Tarquinia) i dipinti ricreavano lo sfondo del simposio, a renderlo vivo, immortalando l’attimo in un presente eterno.

Non è interessante notare che in ogni tempo l’uomo cerca un modo per superare la tragedia della morte e arrivare alla felicità? E guardare a cosa fanno gli altri ci apre la mente, arricchendo di stimoli il nostro modo di pensare e… di credere.

                                                                                                          Michele Bortignon

Piombino

Maremma

Maremma drive

4/01/2024

Da dove nascono i problemi

 

Le forti reazioni che si scatenano in te in certe situazioni rivelano la tua angoscia di perdere o di non riuscire ad ottenere qualcosa che soddisfa un bisogno fondamentale di cui nel passato hai subito dolorosamente la deprivazione.

Possiamo pensare, come esempio, a un conflitto personale sul modo di gestire una certa attività, nello svolgimento della quale sei è particolarmente stimato, proprio tu che un tempo ti sentivi considerato una frana; oppure al distacco imposto dalle tappe della crescita dei figli, dal cui affetto ti eri sentito colmato, proprio tu che non ti eri mai sentito amato fino in fondo.

Questi bisogni negati, che costituiscono il nucleo della tua fragilità, la ferita non ancora rimarginata che sanguina quando toccata, sono essenzialmente tre:

  • la stima: il bisogno di validità personale
  • l’affetto: il bisogno di essere amato e di amare
  • la sicurezza: il bisogno di integrità del tuo essere

La sofferenza che provi in queste situazioni la scarichi poi su te stesso attraverso le somatizzazioni oppure sugli altri mediante un’aggressività che, più o meno controllata, ma comunque evidente dal disagio reciproco, rivendica i tuoi diritti, ritenuti ingiustamente calpestati, e si esprime in quelli che sono stati definiti “peccati capitali”, tipici atteggiamenti di autodifesa (ira, disordini alimentari, disfattismo, invidia, lussuria, avarizia, superbia).

Un’alternativa all’aggressività, a torto ritenuta soluzione cristiana, è l’abnegazione ascetica, quando decidi di accettare, senza reagire, la situazione che ti fa soffrire, ritenendola espressione di un disegno divino.

In fondo l’abnegazione ascetica è un rinunciare a qualcosa per ottenere qualcos’altro: il “paradiso”, dei meriti con Dio, una certa sensazione di santità, la realizzazione del proprio essere cristiani. C’è molta ricerca di te stesso in questa rinuncia a te stesso: sei tu che rinunci, perché sei capace di rinunciare. E’ un atto di eroismo. Questa ardua sublimazione rischia però più tardi di far scoppiare con violenza il tuo bisogno represso, e con esso un’acrimoniosa delusione nei confronti di Dio, che accusi di non ripagare il sacrificio che gli hai offerto.

Sia nella ribellione rivendicativa che nell’abnegazione ascetica il protagonista sei pur sempre tu, che ti muovi con una logica puramente umana. E questo finché, bene o male, riesci ancora ad avere un qualche controllo della situazione, finché riesci a mantenere un equilibrio che, seppure fragile e malato, regge. E’ forse un bene, a questo punto, se, un litigio più forte degli altri o un crollo psico-fisico fanno collassare questa tua struttura difensiva: se può essere il momento in cui finalmente trovi il coraggio di guardarti in verità e ammettere di aver costruito un sistema di relazioni in cui tanti secondi fini, tesi per l’appunto a soddisfare i tuoi bisogni, sono causa di sofferenza a te stesso e agli altri. Ti vedrai schiavo dei tuoi bisogni, condizionato a comportamenti ripetitivi da cui non riesci a uscire, preda di timori che non hanno riscontro nella realtà ma che pure ti angosciano; se sei impegnato nel bene, scoprirai in esso venature di egoismo, di manipolazione degli altri ai tuoi fini.

Ma è proprio al fondo di questa verità, in cui provi orrore di te stesso, che Dio ti aspetta per rinnovarti la sua fiducia. E’ questo il momento decisivo, in cui puoi porre l’atto che può risollevarti dalla dannazione dello scoraggiamento e portarti alla salvezza della risurrezione: l’alzare lo sguardo per lasciarti accogliere, accarezzare, sollevare dallo sguardo di Dio.

E’ uno spostare il tuo punto d’equilibrio da te stesso a Lui, accettare di passare dalla sicurezza dell’autogestione all’incertezza della fiducia, forte soltanto dell’intuizione di un amore colmo di promesse, di una speranza che si fonda sulla riscoperta di un passato segnato da una vicinanza discreta ma efficace.

E’ l’esperienza di una presenza che colma ogni bisogno, per cui cessa ogni ricerca, ogni affanno, ogni reazione di difesa.

Davanti a Dio ti presenti ora così come sei: la maschera che indossavi si è frantumata in mille pezzi. Provi la strana e inebriante sensazione di essere nudo, ma non te ne vergogni; ti senti libero, leggero, …felice!

Riguardo alla situazione a cui sei attaccato puoi dire di star passando dal “Dio me l’ha data, guai a chi la tocca!” al “Tu, Signore, me l’hai data e io a te la ridono: aiutami a viverla come a te piace”.

Scoprirai allora di esserti reso vittima del meccanismo della proiezione, interpretando come mancanza di stima o di affetto nei tuoi confronti quel che probabilmente è soltanto una pigrizia, un egoismo, una disattenzione dell’altro: l’altro non ti fa male apposta, ma il suo comportamento egocentrato o superficiale scarica sulla vostra relazione effetti negativi, che tu risenti con particolare sofferenza.

Non c’è dunque un problema nella vostra relazione, ma c’è un problema tuo e c’è un problema suo. Ciascuno però può agire solo sul proprio problema. Innanzitutto identificandolo come tale, per poi evitare di scansarlo chiedendo solo all’altro di cambiare.

Vivere questa situazione nello Spirito del Cristo significa dunque guardare in faccia il male che senti e dirgli «Tu sei figlio del mio demonio e vuoi spacciarti per figlio del demonio altrui per fare due morti al prezzo di uno. Ti ucciderò in me. Non per mia capacità, ma per grazia: mi metterò in relazione con Dio così che il suo amore e la sua stima per me si espandano nel mio cuore fino a farti sloggiare».

Porta la lotta dentro te stesso, tra il tuo Dio e il tuo demonio. Non lasciare che trabocchi all’esterno, nella relazione con l’altro, in brontolamenti, pretese, arrabbiature, oppure scoppi in comportamenti compulsivi che fanno male ad entrambi. Continuando ad amare. Continuando a sperare. Continuando ad aver fiducia in Dio. E, in questo clima pacificato, potrai, più tardi, richiamare anche l’altro ad affrontare il proprio problema.

                                                                             Michele Bortignon

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3/01/2024

Cos'è la preghiera?

Il primo marzo 2024 ha dato avvio a quello che papa Francesco ha proclamato l’anno della preghiera. Facciamo anche noi allora la nostra parte e proviamo a riflettere su quella che è una delle più caratteristiche manifestazioni della vita di fede.

Perché la preghiera? Da cosa nasce?

Parto da una constatazione: per noi è impossibile tenerci dentro le emozioni.

Le emozioni sono una specie di pressione interna che chiede di essere sfogata comunicandosi, per cui subito cerchiamo qualcuno con cui condividerle.

Qualcosa mi rende felice? Non vedo l’ora di dirlo a qualcuno.

Ho ritrovato la serenità? Ho bisogno di condividere il mio grazie per sottolineare la bellezza di questo momento.

Ho paura? Cerco chi possa rassicurarmi e darmi speranza.

Sono smarrito, disorientato, confuso? Chi può darmi un consiglio che mi aiuti a trovare la via d’uscita?

Sono triste? Da qualcuno ho pur bisogno di essere consolato!

Sono arrabbiato? Se non mi sfogo, uccido qualcuno!

Se l’emozione me la tengo dentro, senza sfogarla e recuperare la pace, mi ammalo.

Dover esprimere in parole questa emozione mi obbliga a capire da dove viene, cosa mi sta facendo e dove mi sta portando; e, di conseguenza, posso decidere come voglio viverla.

L’altro, che la accoglie, tanto più mi aiuta quanto più mi lascia parlare, aspettando che, parlando, io mi chiarisca a me stesso; e, quando interviene, lo fa aprendomi orizzonti, appartenenti alla sua esperienza, che io ancora non avevo intravisto.

Fortunato chi ha un amico che può farlo!

Ma ci sono persone che si sono create attorno un deserto, o le relazioni che hanno sono finte, in un teatro in cui ciascuno, per interesse, recita una parte, ma niente è vero. In questa solitudine è facile che da una difficoltà, da una sofferenza nasca la disperazione.

La vicinanza di persone che mi vogliono bene, invece, non solo mi aiuta, ma mi apre a un oltre: oltre a questo bene, sento che c’è un Bene da cui questo deriva. È bello vedermi attorno delle persone buone, che mi fanno stare meglio, ma avverto che questo, se c’è, è un riflesso di una bellezza superiore. Mi sento immerso in un mistero in cui c’è qualcosa di più grande di quanto io possa percepire coi sensi, un mistero le cui manifestazioni (e l’amore di chi mi vuol bene è una di queste) mi rivelano orientato al bene, al mio bene. In questo mistero avverto una Presenza, che chiamo Dio. Dio è la suprema armonia che mi chiama a sé per rendermi sé. E nell’armonia ogni difficoltà, ogni sofferenza diventa parte costruttiva di un tutto che è Bene.

Se, dunque, nella fatica, nella sofferenza guardo a Dio, la speranza apre uno squarcio di cielo da cui iniziano a filtrare luce, calore e significato. E' qui ed è così che nasce la preghiera: mi apro a Dio e a Lui confido e affido le mie emozioni. E Lui mi fa volare al di sopra delle mie difese, delle mie aspettative, dei miei limitati punti di vista, aprendomi a orizzonti inconsueti, dove già altri si sono avventurati prima di me, in cui scopro approdi di infinita saggezza. Preghiera è sfogare l’emozione che mi riempie e sentirla sostituita da quella pace che deriva da un sapermi non più da solo, in un cammino di risignificazione di quanto sto vivendo. La preghiera diventa così non qualcosa che faccio, ma qualcosa che mi succede e a cui do spazio in me.

Questo è quanto posso dirti sulla base della mia esperienza.

Ma vorrei coinvolgerti in questa ricerca. E allora ti chiedo:

  • Quand’è che spontaneamente ti ritrovi a pregare?

  • Quando la pace ti dice che la tua preghiera ha avuto senso, che cosa è stato bello e importante vivere in essa?


                                                                                                            Michele Bortignon

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2/01/2024

Assieme...ma come?

Cosa significa, tra noi due, stare assieme?

E poi… davvero voglio stare assieme a te o il mio è un semplice bisogno di qualcuno che riempia la mia solitudine? E... posso chiederti di stare con me ora, quando tu hai voglia di stare sola con te stessa?

E... se entrambi stiamo soli, c’è il pericolo che ci perdiamo?

Se ci perdessimo perché non facciamo qualcosa, significherebbe che non abbiamo costruito famiglia, ossia una storia che ci fa sentire parte di qualcosa di più grande di noi, di cui entrambi facciamo indissolubilmente parte.

E allora c’è da continuare a costruire storia. Magari diversa da quella che è stata finora.

Magari con una maggiore unità costruita da una maggiore indipendenza. Perché siamo più uniti quando ci aiutiamo l’un l’altra a stare bene con noi stessi. Nel modo in cui ciascuno sente di stare bene con se stesso.

Questa è la sfida più grande, perché ciascuno tende a vedere come bene per l’altro ciò che sente bene per se stesso; e cerca ragioni per confermarsi nella sua idea e dimostrare all’altro di avere ragione. Ma quando fossimo uguali, cos’avrei risolto? Non avremmo entrambi perso l’occasione per stimolarci reciprocamente con lo scandalo della diversità? Siamo così sicuri di essere nel giusto che nemmeno ci sfiora l’idea di provare a capire le ragioni dell’altro, dando loro il tempo di mostrare la loro validità al maturare dei frutti, ma subito le condanniamo, resi diffidenti dalla loro distanza dal nostro sistema di pensiero.

Questo è un importante passaggio di maturazione: dal camminare l’uno a fianco dell’altra, guardando nella stessa direzione, al saper “stare” l’uno di fronte all’altra, guardando alle sue spalle quel che lui/lei non sa vedere; non un aiuto per, ma un aiuto contro.

Intanto comincio io, lasciandomi dire e meditando in silenzio nel mio cuore, senza reagire difendendomi o contrattaccando.

Forse basta anche solo così. Perché cambiare l’altro se non è lui a cercarlo?

                                                                                                            Michele Bortignon

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1/01/2024

Affrancarsi dai bisogni dell'altro

«E’ giusto fare così ed è impensabile fare diversamente». Quando queste parole sono accompagnate da un atteggiamento difensivo, che non accetta di verificarle, o aggressivo, che cerca di imporle agli altri, nascono da paure potenti e quasi sempre inconsce, tese a salvaguardare qualcosa che per te è vitale.

E’ però un modo controproducente: il bisogno puoi soddisfarlo pienamente solo all’interno di una relazione serena, positiva, dove ti prendi cura dell’altro perché lo ami e hai fiducia in lui e da lui ti senti amato e oggetto di fiducia. Strappandogli con la manipolazione o la violenza ciò di cui hai bisogno, otterrai un aborto dell’affetto che cerchi; distruggendoti per essere a misura delle prestazioni che il tuo bisogno di validità esige da te, o, al contrario, evitando di fare per paura di sbagliare, di non essere all’altezza, verrai risucchiato dal “nulla”.

Tutti, nessuno escluso, in misura più o meno grande, ci ritroviamo in una o nell'altra di queste situazioni, creando problemi a noi stessi (salute, insoddisfazioni) e agli altri (attriti, litigi).

Quando finalmente ci rendiamo conto che il problema è nostro, ci proponiamo di uscirne, cerchiamo di farlo, a volte lo facciamo e poi... ci ricadiamo. Ci vuole pazienza con noi stessi: il crescere della consapevolezza derivante dal problematizzare il nostro comportamento ci porterà a una sempre maggiore libertà dalla schiavitù del nostro bisogno.

E, mentre facciamo la nostra parte col nostro problema, cosa fare quando il problema degli altri ci coinvolge, limitando, oltre alla loro, anche la nostra libertà? Kaire: rallegrati! Entra nella fede che con Cristo, vivendolo nel suo Spirito, a tutto puoi dare un senso, volgendolo in crescita verso un bene maggiore per te e per loro.

Come dare un senso? E quale senso? C'è un solo senso che realizza in pienezza il nostro essere uomini: l'amore reciproco (“Amatevi gli uni gli altri”, Gv 13, 34). Ma l'amore ha una imprescindibile condizione d'esistenza: la libertà, che mi permette di donarmi all'altro per quel che sono, non per quel che lui vuole e che vuol costringermi a essere per poter soddisfare il suo bisogno. Ed è proprio quel che tu non vorresti da me che ti è più utile, che è la vera ricchezza che posso darti, perché costituisce una risorsa in più a tua disposizione per capire altri aspetti della vita, altri modi, oltre al tuo, di viverla, utili per quando essa ti si presenterà più difficile di quanto non lo sia ora o, semplicemente, per fare la tua parte quando deciderai di affrontare, rispettandomi, il problema che ci coinvolge dolorosamente entrambi.

Ma cosa significa amare nella libertà?

In primo luogo, lasciarti essere quel che hai deciso di essere. Il bene o il male che ne nasce diranno se si tratta di verità o di illusione. Per ora non posso dirlo io, ma nemmeno tu. Per questo posso aiutarti ad approfondire il tuo punto di vista confrontandolo col mio.

Non meno importante, lasciarmi essere quel che io ho deciso di essere. Assecondarti non è amarti: lasciando che le tue paure influenzino anche i miei comportamenti, confermerei la loro plausibilità. Evitando di dire o di fare quel che sento mi appartiene, ma a te fa male, nasconderei i sintomi di una malattia che richiederebbe ben altra cura e che, aspettando, si aggraverà.

La disunione non nasce dal seguire strade diverse, ma dal rifiutare di riconoscere la dignità di strade diverse dalla propria: questo è negare il valore dell'altro! Solo un rapporto paritario, fatto di reciproca stima e fiducia, può durare nel tempo e venire incontro, in maniera corretta e costruttiva, ai bisogni di ciascuno.

                                                                                     Michele Bortignon


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12/22/2023

L'abuso spirituale

Approfitto di un fatto di cronaca per una riflessione che sento importante perché riguarda qualcosa che può succedere a ognuno di noi. In campo religioso, poi, non è infrequente a causa delle relazioni di fiducia che qui si instaurano.

Sto parlando dell’abuso.

A fine mese verrà definitivamente chiuso la comunità delle suore di Loyola, i cui fondatori sono stati riconosciuti colpevoli di abuso spirituale.

Come si arriva a una situazione del genere?

Innanzitutto, cos’è l’abuso? L’abuso si verifica quando uno pensa di possedere, e poter quindi imporre, la verità, anziché cercare di costruirla assieme a chi vuol aiutare.

Quando questa mentalità si insedia in una persona, un po’ alla volta va a giustificarne anche i suoi interessi personali, per cui questa usa gli altri per realizzare i propri progetti, per soddisfare il proprio piacere, per confermare la propria validità.

L’abusatore manipola instillando sensi di colpa e di indegnità, rifacendosi alla virtù dell’obbedienza. Faccio un esempio che conosco bene: «Tu non puoi dare gli Esercizi, perché per dare gli Esercizi bisogna avere le virtù e a te manca quella dell’umiltà perché non sei sottomesso».

Al contrario dell’abusatore, che si dà un sistema di giustificazioni per cui si sente sempre nel giusto, la sensibilità dell’abusato lo porta a pensare di essere lui la causa del disagio che sta provando, dei problemi sorti tra loro, per cui cade nei sensi di colpa. E, poiché nel frattempo si è creato un legame affettivo con l’abusatore, la prospettiva di spezzarlo è estremamente dolorosa.

A identificare gli inizi dell’abuso è un senso di soffocamento, nell’impossibilità di sentire che è bene per me quel che mi viene richiesto; in più, mi sento vittima di sottili ricatti che mi impediscono di muovermi dalla situazione che si è venuta a creare.

Come uscire dall’abuso? L’unica strada sembra essere quella della denuncia intelligente, come suggerisce santa Teresa d’Avila: quando ti sembra che il tuo confessore non riesca a capirti, confrontati anche con un altro, e che il primo sappia che lo stai facendo; in questo modo starà più attento a quello che dice.

Confrontarsi con altre persone… in tal modo posso anche escludere la possibilità che sia io nel torto: perché no? Potrebbe anche essere che mi sto costruendo castelli paranoici su situazioni esigenti ma sane, perché inconsciamente rifiuto di mettermi in discussione.

Invece, se è l’altro a sbagliare, potrò separarmene a ragion veduta e senza sensi di colpa.


                                                                                      Michele Bortignon


12/01/2023

Il sentirsi sbagliati

«Il male agisce in te, ma non fa parte di te». Accanto alla coscienza della misericordia di Dio, per uscire dall’influenza delle forze negative che condizionano il tuo agire è essenziale che tu recuperi il senso della tua “alterità” rispetto ad esse. Certo nascono dalla tua storia e dalla tua attuale vita, ma non fanno parte della tua personalità.

Queste paure, queste angosce che ti rovinano la vita non sono parte del tuo carattere -e quindi ineliminabili-, ma nascono da condizionamenti a cui puoi contrapporti!

La tua ombra è proiettata da te, ma non fa parte di te. Puoi allora assecondare l’azione della luce perché la dissolva. Se invece l’ombra fosse parte di te non potresti combatterla: distruggendola ti distruggeresti. Inoltre il senso della negatività del tuo essere ti renderebbe incapace di scoprire le risorse che hai a disposizione per combattere il male o, se anche le vedessi, le avvertiresti inadeguate e sopraffatte dal male che tu sei.

Poter dire che tu non sei questo male, che questo male non fa parte del tuo essere, ma ne è solo un limite, una catena, una prigione che ti viene imposta dall’esterno, ti ridà l’autostima e la fiducia in te stesso necessarie a costituirti almeno controparte di ciò che ti sta distruggendo, per combatterlo con ciò che Dio ti ha donato in te stesso: qualità, capacità, sensibilità da Lui fatte crescere nel corso della tua storia.

«Non sei nata buona o cattiva, ma all’interno di questa tua storia il tuo cuore, la tua affettività è stata terreno di lotta tra le forze del male e quelle del bene, fra l’azione di situazioni contrastanti:

  • alcune ti hanno ferita negandoti sostanzialmente la possibilità di soddisfare i tuoi bisogni fondamentali (sicurezza fisica, dignità, affetto, stima, ecc.), attraverso persone che ti hanno scaricato addosso le conseguenze delle loro paure e delle loro angosce, facendole entrare anche in te;

  • altre ti hanno fatto crescere costruendo, o ti hanno fatto guarire ricostruendo, questa possibilità attraverso persone che hanno saputo traghettarti nell’amore, nella fiducia, nella speranza che loro stesse stavano vivendo.

In un senso o nell’altro, tutte queste persone ti hanno trasmesso il loro spirito, il loro modo cioè di relazionarsi con la vita, che, malato o sano, influenza ora il tuo modo di agire, portandoti verso l’autodistruzione o la realizzazione personale, verso il tuo personale inferno o verso la vita eterna, la vita cioè vissuta in pienezza.

In quanto a te esterne, le varie forze possono influenzarti, ma non toglierti completamente la libertà morale: una volta riconosciutane dai frutti la negatività, fa’ nuovamente della tua scelta di seguire Cristo il punto di partenza per un cammino di liberazione concreta dai condizionamenti che esse tentano di importi.

                                                                                                               Michele Bortignon


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11/01/2023

Il linguaggio del corpo

Che cos’è amarti? Avere premure per te come nucleo di relazioni: non ti amo se non amo tutto ciò che tu ami.

Se per amarti ti separo da ciò che ami e ti faccio mia/mio, ti uso per me, come strumento per soddisfare i miei bisogni, questo non è amore.

C’è amore tra universi parzialmente sovrapposti, in cui c’è incontro e distanza. Nell’amore c’è spazio per tanti, perché tutti mi portano e ti portano qualcosa.

Qual è allora la differenza tra una relazione matrimoniale e le altre? La stabilità. Il matrimonio è una relazione stabile, a cui si resta fedeli non perché utile o piacevole, ma perché l’ho scelta e fatta crescere come parte di me.

Il dono che porta la stabilità è il crescere della capacità di rimanere nei problemi finché o li risolvi o cambi tu, senza fuggirne.

Da che cosa viene creata la stabilità? Essenzialmente da una vita familiare: casa, figli, parenti, riconoscimento sociale. I rapporti sessuali sono entrati a far parte delle esigenze della stabilità perché attorno ai figli, che in essi sono concepiti, si crea famiglia; e un genitore non può essere presente in più famiglie. I rapporti sessuali creano, inoltre, coinvolgimento emotivo profondo, desiderio di condivisione di ogni altro aspetto della vita. Sono dunque più tipici della relazione matrimoniale. Diversamente si creerebbe un doloroso “vorrei ma non posso”, un’attrazione verso una totalità che in altri tipi di relazione è impossibile da ottenere.

In che occasioni si parla col corpo? La corporeità crea o esprime emozioni, in vista di un’unione con chi sento prezioso per la mia vita. Dunque:

  • la uso ritualmente per creare unione in un saluto;

  • la uso quando sono io / è l’altro travolto da una forte emozione, che l’essere uniti aiuta a stemperare e ad affrontare;

  • la uso, in un impulso di tenerezza, per celebrare la bellezza del sentirci uniti.

C’è un linguaggio del corpo in cui i gesti possono dunque dire:

  • «ciao, sono contento di vederti»

  • «ti sono vicino»

  • «ti voglio bene»

Ma i gesti possono anche dire «Voglio ricevere da te piacere e dartene»; non nascono, cioè, dalla simpatia, dalla vicinanza, dalla tenerezza, ma dalla pulsione erotica, che, come abbiamo detto, di per sé è orientata a creare famiglia.

Quando allora voglio parlare col corpo, devo chiedermi: cosa voglio dire con i gesti che faccio? Il linguaggio che uso esprime ciò che voglio dire? Voglio davvero e sono in grado di sostenere la prospettiva che quel linguaggio simbolicamente sta creando?

E’ importante discernere, da una parte per non creare situazioni in cui uso chi invece vorrei amare, dall’altra per esprimere compiutamente coi gesti ciò che voglio dire, senza lasciarmi bloccare dal timore che possano dire altro.

Ma la scelta di usare quel determinato linguaggio si può dire corretta solo dopo averne verificato i frutti. Che cosa, dunque, ci dice che stiamo usando correttamente il linguaggio del corpo in quella determinata relazione? Il fatto che questa cresca arricchendo contemporaneamente anche le altre.

Se un gesto d’amore è vero, fa crescere nell’amore chi lo fa, che diventa così più capace d’amore con qualsiasi altra persona. Dove c’è concorrenza, dove una relazione cresce a detrimento di altre, nasce il sospetto che le persone si stiano usando, non amando.

                                                                                    Michele Bortignon

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10/01/2023

Quando l’ansia mi travolge

Voglio che sia finita: non sopporto l’idea che se ne andrà. E allora la lascio cadere, la lascio morire. Potevo tenerla ancora, ma la lascio andare. Non voglio però che questa sia la verità”. Nel film “Sette minuti dopo la mezzanotte”, Conor, un bambino di dodici anni la cui mamma è ammalata terminale di tumore, sta raccontando il suo incubo ricorrente al mostro che ogni notte viene a trovarlo. Sente che la mamma sta scivolando in un precipizio e lui cerca di trattenerla afferrandole la mano. Impresa impossibile; e Conor è combattuto tra coraggio e disperazione.

Desideravi che tutto finisse anche se l’avresti persa. Desideravi solo la fine del tuo dolore; lo volevi eppure non lo volevi. Non è importante quel che pensi; la cosa importante è quel che fai. L’unica cosa è dire la verità. Devi affrontare il tuo incubo, le paure che vivi in esso e dire cosa ti fa paura, raccontare la tua storia e dire la tua verità”.

Riportando a noi la vicenda… Che cosa sono le ansie se non degli incubi in pieno giorno? Ti raccontano una storia che tra poco accadrà, dove tu vivrai un disastro; e così ti riempiono di paura. La prima soluzione che ti viene in mente è fuggire. Sì, che tutto sia finito presto e si ritorni alla normalità, alla tranquillità. La tensione di rimanere nel problema è angosciante, assillante, è troppa da sopportare. Piuttosto cedere, lasciar perdere, lasciare che siano gli altri a pensarci, non impegnarsi nella soluzione del problema. Pure Conor non vuole che questa sia la sua verità: le paure mi trascinano ma non voglio che mi vincano.

E allora il mostro (interessante che proprio questa creatura spaventosa sia invece quella che gli si dimostra amica e gli fa percorrere un cammino di maturazione) gli fa vedere che il primo blocco da superare è quello della paura delle paure. Come? Guardandole in faccia, imparando a conoscerle, capendo come funzionano con te. E soprattutto rendendosi conto che è normale, è umano avere paura di fronte a situazioni difficili.

Custodisci la paura. Non lasciarla libera -mormorò. Quando tutto accade veloce, impara a essere lento”. Così Lacroix a Peter, che sta affrontando la sua prima battaglia nel corso della guerra di indipendenza americana, dal romanzo “Manituana” del collettivo Wu Ming.

Se la lasci libera, la tua paura ti trascinerà di qua e di là, dove vuole lei, facendoti fare quel che mai avresti voluto. La paura non si può vincere, ma si può custodire come forza che spinge alla prudenza, alla riflessione, al discernimento. La paura può diventare forza di saggezza. Come? Piantando i piedi quando inizia a trascinarmi. Respiro a fondo, mi fermo in mezzo al turbinio dei pensieri, mi do tempo, tutto il tempo che serve, e decido di pensare. Solo al prossimo passo da fare, non di più. Decido di vivere da adulto responsabile, come vorrei essere: un adulto che decide senza essere condizionato dalle sue paure. Ora le conosco e so dove vogliono portarmi. Ecco: non è là che voglio andare.

L’ansia mi dice di risolvere tutto e subito per sgravarmi dal peso della paura. No: decido di rimanerci da uomo, camminando nell’uragano. Non sono una foglia, sono un uomo.

Ma dopo l’ansia sopraggiunge la disperazione: non c’è via d’uscita, non c’è speranza. E’ così che la penso perché so vedere solo la mia via d’uscita, immagino solo la mia soluzione al problema. Ma forse questo uragano serve proprio per disancorarmi dalla mia soluzione, per rendermi perdente secondo le mie idee e aprirmi a un’idea nuova. Una morte per una risurrezione. Non vinto, non vincitore, ma diverso. E quindi aprirmi alla speranza che, alla fine tutto sarà bene.

Mi hanno aiutato le parole di Lacroix a cambiare prospettiva nei confronti delle mie ansie: normalmente cerco di ridimensionare la situazione e mi dico che ce la farò come ce l’ho sempre fatta; in una parola, cerco di galleggiare tenendo la testa sopra l’acqua per evitare di affogare, in un atteggiamento che ha tanto di rassegnazione, di fatalismo. No: la mia vita è la mia battaglia e voglio combatterla, vivendola da protagonista. Voglio io tenerne in mano le fila, non le mie ansie, non le mie paure. Sono al mondo per farlo. Posso farlo. Voglio farlo.

E il primo passo sarà quello di cambiare strada: non cercando quella tranquillità che è assenza di problemi, ma cercando in Te la Vita, mio Signore.


Voglio gioire di Te,

Signore.

Non della pace

così spesso foriera

di un nulla che annulla.

Di Te voglio gioire!

Primo perché

mi hai messo con Te

esploratore di una via

nei problemi del mondo.

E ancora perché

Ti vedo: ci sei!

Il bello mi parla

e il bene Ti dice.

E quando ti cerco

l’amore ti trova.


                                                                                                      Michele Bortignon

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