8/15/2026

L’orma del pellegrino: cap.23 - Sentire con la Chiesa

La “honra”, il senso dell’onore, era ciò che teneva in piedi le strutture della società, assegnando a ciascuno, rigidamente, il proprio posto. In realtà, era soltanto un fragile equilibrio, basato sul nulla di una convenzione che si teneva in piedi solo perché accettata da tutti, dagli uni per vantaggio, dagli altri per costrizione. A sostenerla era lo sfavillio delle apparenze, l’eleganza di gesti stereotipati, la raffinatezza di un vivere destinato a pochi. Per aumentare la honra ogni sacrificio era ammissibile; per conservarla, ogni crimine era legittimato.

Il “sangue blu”, che scorreva nelle vene dei giovani che avevano preso di mira Ignazio con i loro lazzi, non poteva certo sopportare l’offesa arrecatagli dal rimprovero loro rivolto in piena Calle Mayor, davanti a tutta la città. L’equilibrio doveva essere ripristinato ottenendo soddisfazione. Ma in che modo? Per cercarlo, si incontrarono tra loro, un giorno, al termine delle lezioni. Fu lo studente di teologia ad avere la pensata vincente: «Dobbiamo essere efficaci, inattaccabili e non sporcarci la coscienza: facciamo una lettera anonima al Rettore, esponendo dei sospetti che ci sembra giusto avanzare. Questi non potrà far altro che chiedere all’Inquisizione di verificarli, e… il gioco è fatto!».

Tutti applaudirono l’idea e la carta fu scritta ipso facto, articolandola sui punti seguenti:

  1. Ignazio e i suoi compagni portavano tutti lo stesso abito - una lunga tunica di lana grezza - inducendo a credere di essere dei religiosi.

  2. La frettolosità e il disordine del piano di studi di Ignazio1, unito a una scarsa e superficiale presenza alle lezioni2, facevano sospettare che lo studio fosse un paravento atto a nascondere ben altri fini.

  3. I compagni di Ignazio non si stavano dedicando ad alcuno studio e, purtuttavia, anch’essi parlavano di cose di fede. Né risultava che fossero sottoposti a un controllo ecclesiastico. Si consideravano forse illuminati direttamente dallo Spirito Santo?

«Giustizia è fatta!», si dissero, soddisfatti, al termine della stesura del foglio accusatore. Si trattava ora solo di aspettare… La vendetta è come il buon vino: migliore se invecchiato e gustato a piccoli sorsi.

Qualche isolato più in là, in casa di don Diego de Eguìa, tipografo in Alcalà, erano riuniti i compagni di Ignazio, che da lui avevano trovato alloggio su interessamento del direttore dell’Hospitalillo.

Il gruppo di amici stava leggendo alcuni brani di un libro che la tipografia aveva recentemente editato: l’ “Enchiridion militis christiani” di Erasmo da Rotterdam.

«Ah, questa poi è la frase che mi piace più di tutte», esclamò don Diego. «Sentite cosa dice: “Se sei membro vivente di Cristo, dimmi come un’altra parte di quel corpo (voglio dire il tuo prossimo che ne è membro allo stesso titolo) può provare dolore senza che anche tu stia male, senza che lo senta anche tu? Accetta dunque questo criterio, poiché ce ne sono pochi di più sicuri. Dov’è Dio abita la carità, poiché Dio stesso è carità”».

«Grande questo Erasmo», esclamò Juan, dei tre il più aperto alle novità. «Vi rendete conto che sta rimettendo in mano a ciascuno la possibilità di giudicare autonomamente della propria comunione con Dio?!».

«Ma così salta il ruolo di mediazione della Chiesa!» obiettò Lope, reso guardingo dal trauma che i protestanti stavano provocando nella cristianità .

Tornando a sfogliare il libro, don Diego replicò: «Beh, più che farlo saltare, direi che lo purifica: non sono i riti a darti la grazia, ma la disposizione interiore con cui ti accosti, attraverso i riti, alla comunione con Cristo. Leggi qua: “Credete, perché portate al collo una croce di metallo, di essere al sicuro da tutte le specie di mali e di disgrazie e che in questo consista la perfezione del cristianesimo? Forse tutti i giorni offrite il sacrificio, e, al tempo stesso, vivete per voi stessi e non siete affatto sensibili alla miseria del vostro prossimo. Se non attendete a divenire ciò che questa comunione significa, cioè a essere uno stesso spirito con lo Spirito di Cristo, uno stesso corpo con il suo corpo, a divenire un membro vivente della Chiesa, se non credete che i vostri beni sono comuni a tutti, allora il vostro sacrificio è assolutamente inutile. Badate piuttosto a realizzare in voi ciò che è rappresentato nel sacrificio del Cristo, facendo di quelle passioni che vi dominano ancora - la collera, l’ambizione, la cupidigia, la voluttà, l’invidia - altrettante vittime!”».

Calixte, il più affezionato all’amico assente, sentiva l’imbarazzo di continuare senza di lui quella discussione: «Io vorrei sentire anche l’opinione di Ignazio su questa cosa».

«Si!» disse don Diego, «anch’io sono curioso di sapere cosa ne pensa. Ma il punto su cui, credo, tutti possiamo essere d’accordo è il fatto che questa nostra epoca ha finalmente rimesso l’uomo al centro. L’uomo, non la legge, non l’istituzione».

Lope era assolutamente d’accordo: «Certo! Questo l’aveva già sostenuto Gesù davanti ai farisei che lo accusavano di aver guarito il paralitico in giorno di sabato: “Non l’uomo è fatto per il sabato, ma il sabato per l’uomo”3».

«E questo è un assioma talmente vero, anche da un punto di vista semplicemente umano» riprese don Diego, «che già Protagora, quattrocento anni prima di Cristo, l’aveva affermato: “Di tutte le cose, misura è l’uomo: di quelle che sono, per ciò che sono; di quelle che non sono, per ciò che non sono” 4; ossia: che una cosa sia bene, lo si capisce dal bene che fa all’uomo».

Anche da qui Juan volle trarre una conseguenza pratica: «Questo significa che la Chiesa non può pretendere dai cristiani dei comportamenti che essi non capiscono e che non sentono un bene per sé. Altrimenti è paternalismo che tratta le persone come eterni bambini, incapaci di crescere!».

Quasi fosse stato richiamato da quella congiuntura di ragionamenti, Ignazio si presentò alla porta della tipografia proprio in quel mentre.

«Don Diego!» chiamò. «Hai qualcosa da darmi per i miei poveri? Ce n’ho uno che è proprio messo male!».

«Volentieri! Ma prima vieni su, dai! Stiamo discutendo sulle novità di Erasmo».

Messo al corrente di quanto stavano dibattendo, Ignazio si mostrò perplesso: «Accanto al vostro comprensibile entusiasmo, ho colto però anche del malcontento nel clero, che si è sentito attaccato dalla gente con i discorsi caustici scritti da Erasmo. Lui li ha fatti con gli opportuni distinguo, ma tanti, si sa, prendono solo quel che fa loro comodo.

Lope lo interruppe con un sorriso sardonico: «Beh, devi ammettere che certe sue irrisioni sono azzeccate, tanto più sapendo che traggono spunto dalla realtà. Ad esempio, quella sui frati:

“Vedete la volpe che sta predicando, ma dietro, dalla cocolla, le penzola fuori la testa di un'oca; poi c'è un lupo che assolve un penitente, e intanto gli scappa fuori un pezzo della pecora che tiene nascosta sotto la tonaca; infine ecco una scimmia vestita da francescano che assiste un malato: con la destra gli presenta il crocefisso, con la sinistra fa man bassa nella borsa dell'infermo”.

O, meglio ancora, quella della suora:

«Sono stata presa con la forza»

«Ma potevi almeno gridare!»

«Volevo farlo, ma in dormitorio non è permesso rompere il silenzio».

Tutti si misero a ridere, compreso Ignazio, che non ignorava certo come stava girando il mondo. «Si, possiamo anche riderci su finché siamo tra noi» riprese. «Noi questa Chiesa la sentiamo nostra madre e l’amiamo anche quando è fragile e ammalata. Ma se vogliamo aiutarla non serve ironizzare, brontolare, sparlare, accusare, lamentarsi. Quel che possiamo fare è metterci tutti umilmente sotto la Parola di Dio e lasciare sia essa, come spada a doppio taglio, a separare il falso dal vero. Con attenzione, delicatezza e misericordia».

«Però certe situazioni sono proprio esasperanti e ti fanno perdere la pazienza!», sbottò Juan.

«…come mi esaspero davanti a certe mie debolezze in cui continuo a cadere e che mi portano allo scoraggiamento» sospirò Ignazio, che però non era certo tipo da perdersi d’animo: «E allora che faccio? Taglio i ponti con me stesso? Me ne vado via da me? Che sia con me o che sia con gli altri, voglio tornare ad avere fiducia e speranza, credendo che l’amore, se è vero, può fare miracoli. Ci vuole coraggio, pazienza, umiltà, saggezza, determinazione… questo è fuori dubbio! Ma vogliamo cambiare qualcosa o preferiamo rifugiarci anche noi nel mondo dei sogni?».

Calixte concordava, ma vedeva tutte le difficoltà della cosa: «Il fatto è che, a volte, se devo seguire quel che mi dicono i preti mi trovo in contrasto con me stesso. E allora vado in crisi. Cosa è giusto fare? Essere fedele alla Chiesa o a me stesso?».

«Essere fedele alla verità di Dio che parla nella tua coscienza; che però dev’essere educata - e questo lo facciamo attraverso la Chiesa - al sapore di ciò che è vero».

«Eh, facile dirlo…!».

«Beh, vuoi sapere come faccio io? Seguo questi tre passi:

Primo: diffido di me. Il mio è uno dei tanti modi di vedere il problema e soffre di una visuale limitata dalla mia sola esperienza. E’ meglio allora che non mi ci attacchi, ma mi conceda di prendere un attimo le distanze da esso per poter vedere meglio.

Secondo: confido nella Chiesa. E’ fatta di tante persone e di tanta esperienza, per cui può aiutarmi a rendere più ampia e completa la mia visuale.

Terzo: mi affido alla mia coscienza: alla fine sono io che conosco la mia situazione in tutte le sue implicazioni. Ora però posso vederla attraverso una saggezza più grande di me; e davanti a Dio mi prendo la mia responsabilità di decidere».

«E quando non si tratta esclusivamente di me, ma di qualcosa che riguarda tutti?», riprese Calixte.

Ignazio non aveva dubbi: «Se la verità mi isola, non è Verità, perché la verità di me non prescinde dal fatto che io sono membro di un corpo senza il quale non posso esistere e che, senza di me, non funziona come dovrebbe. Devo allora capire qual è la gerarchia tra le cose che considero importanti: alcune sono essenziali, altre secondarie, altre ancora sono solo decorazioni. Saggezza è dunque incontrarsi nell’essenziale per curare l’unità fra noi; e lasciar da parte tante cose che in fondo, a guardare bene, valgono quel che valgono.

Volete ridere? Beh, una volta ho sentito una battuta che aveva però un fondo di saggezza: “Per andare d’accordo, a volte bisogna puzzare di salame!”. Tradotto: non prenderti troppo sul serio e lascia che l’inessenziale faccia il suo gioco, tanto, alla fine, quel che è vero saprà affermarsi da solo».

Al termine di quel giro di esperienze, guardando a quegli amici che lo stavano seguendo su una strada che anch’egli stava scoprendo passo dopo passo, ognuno mettendoci le proprie domande e i propri tentativi di risposta, Ignazio sentì che con Dio accanto avrebbero potuto affrontare quelle sfide che a prima vista sembravano impossibili e rischiare quelle strade la cui novità poteva intimorirli.

E, con questa fiducia nel cuore, a nome di tutti, rivolse a Dio la sua preghiera:

«Con Te, Signore, siamo in cammino

su una strada impervia e affascinante,

e con gioia, semplicità e tenacia

desideriamo donare agli altri

il nostro vivere con Te.

Non abbiamo ricette o soluzioni:

solo l’esperienza di un Amore che ci dà Vita».

1 Stava frequentando i corsi di filosofia assieme a quelli di teologia anziché anteporli a questi ultimi, come previsto dalla Ratio Studiorum

2 In aperta violazione delle Constitutiones universitarie, che richiedono “exactam diligentiam, assiduumque laborem” (Constitutiones Complutenses 38, 30).

3 Mc 2, 27

4 Protagora, fr.1, in Platone, Teeteto, 152a

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