8/31/2026

Un Dio che porta al confronto

Ma tu… in che Dio credi?

Te lo chiedo perché ti vedo tutto preso dalle tue devozioni personali, ti commuove la tua intimità con Dio, parli a tutti delle attività che fai nel tuo gruppo di spiritualità, ma poi sento che sparli di questo, hai tagliato i ponti con quello, con altri ancora -i tuoi avversari!- non riesci a ragionarci assieme.

Ora, il nostro non è un dio solitario, che sta bene da solo, per cui tu, a sua immagine, possa trovare la felicità in una beata autosufficienza, in uno spiritualismo disincarnato. Nemmeno è un dio tutto e solo per te; un dio peluche con cui coccolarsi al caldo; un dio coperta di Linus in cui trovare la sicurezza che ti manca; un dio con noi, e quindi contro gli altri, che divide il mondo in vincitori e perdenti.

Certo, un tête a tête affettivo è un preliminare indispensabile per scaldare i motori, ma poi, dopo questo bell’abbraccio, il mio Dio si alza in piedi, si guarda attorno ed esce. Lì fuori ha altre persone da incontrare. Con me, se voglio rimanere con Lui.

Il mio Dio è un Dio in uscita perché è sempre in cerca di se stesso; e si trova nell’essere assieme, si sente uno quando ha messo in comunione la sua diversità con quella di chi incontra. È uno perché è comunità di persone. Il mio Dio è trinità: voluta autoinsufficienza, perché troppo bello è sentire che non si è se non nell’essere uno assieme agli altri.

E, seguendolo, scopro che la difficoltà e la fatica di creare unità nella diversità è proprio ciò che mi fa più grande di me stesso, è l’unica strada che mi avvicina al Dio Trinità, è vita nello Spirito Santo.

Perché questa difficoltà nelle relazioni? Perché io e te abbiamo ciascuno lo sguardo fisso alla propria meta e al proprio modo di raggiungerla. E ciò che non coincide con ciò che penso lo guardo con sospetto e tendenzialmente lo considero sbagliato. Eppure è vero che la realtà presenta così tanti aspetti, e tra loro diversi, che più sguardi possono meglio coglierla e interpretarla. Poi, se non si trova un accordo su come gestirla, ciascuno potrà seguire la propria strada, ma il confronto lo porterà a rispettare la strada dell’altro come diversa, non necessariamente sbagliata. Spesso, anzi, proprio se si affronta ciascuno il problema in modo diverso, ognuno dando il proprio specifico apporto, se ne risolve meglio la complessità.

A volte ci si deve confrontare con chi ha autorità perché ha la responsabilità di una determinata situazione. Questa responsabilità lo rende preoccupato e quindi sospettoso delle novità; e l’autorità che possiede lo rende meno disponibile a cambiare idea. La tentazione è allora quella di darsi per vinti in partenza e rassegnarsi con astio oppure litigare e rompere la relazione. Ma, come sempre, è la terza via quella da cercare, quella in cui non si rinuncia a sé né alla relazione con l’altro. Entro allora in dialogo con lui portando le mie ragioni e ascoltando le sue, con tenacia ma anche con disponibilità e rispetto.

Tenacia significa che espongo compiutamente le mie ragioni, chiedo i motivi per cui non sono condivise e chiarisco le reciproche perplessità, infine chiedo esplicitamente ciò che vorrei; disponibilità significa che tengo in considerazione le ragioni dell’altro e le metto accanto alle mie cercando una mediazione; rispetto è non pretendere che tu sia come me o per me.

Se gli presento le mie ragioni, l’altro non può non tenerne conto, ma ha la libertà di seguire la propria strada, come io adesso la mia, ma ora senza poter essere accusato di non aver cercato una strada comune. Chi l’ha detto che prendere strade diverse non sia l’inizio di una novità positiva? Ma si può farlo evitando di soffrirne e di far soffrire, rispettando e facendosi rispettare.

A volte si deve rinunciare di fronte a ragioni più forti delle nostre; abbiamo allora modo di verificare quanto siamo interiormente liberi per aderire a ciò che è giusto anche se non è nostro. E questa libertà parla della nostra maturità più di qualsiasi realizzazione. Quanto sappiamo gestire le delusioni e tacitare le paure?

Con tutto ciò, anche se in buona coscienza entrambi abbiamo fatto tutto ciò che in questo momento abbiamo potuto, non è detto che ci siamo completamente capiti, che abbiamo risolto il problema trovando una soluzione che soddisfi entrambi. Ora non resta che il perdono reciproco. Perdonare non è aver chiarito e risolto tutto, ma ricominciare, guardando a cosa vogliamo essere assieme, pur nel nostro essere diversi. E se qualcosa dobbiamo ancora dire, meglio che lo diciamo con quel che siamo.

In sintesi, ciò che caratterizza il cristiano è la capacità di creare armonia nelle relazioni in vista di un bene comune. Questo è il modo di essere di Dio nella sua tri-unità, questo è il modo di essere del cristiano che vive nello Spirito. E questo è il modo di vivere di cui vogliamo annunciare la forza salvifica, vivendolo noi per primi nelle nostre relazioni.

Michele Bortignon


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