Esaminate le accuse, i due verificarono che i fatti descritti corrispondevano effettivamente alla realtà, ma, a partire dalle testimonianze raccolte, che mostravano come l’azione degli accusati fosse stata prodiga di frutti spirituali in molte persone, si doveva concludere che nulla poteva essere loro addebitato come difforme alla sana dottrina cattolica o non appartenente alla Tradizione della Chiesa.
L’istruttoria terminava affidando a don Juan Rodriguez de Figueroa, vicario del vescovo di Toledo in Alcalà, la conclusione del procedimento a carico degli imputati.
Era, questi, uno di quei preti-funzionari che, dotati di una discreta intelligenza, riescono a inoltrarsi nella carriera curiale, ma a cui la mancanza di quel “quid”, che solo può derivare da quell’intuito spirituale che ti assimila a Cristo, impediva di essere pastore.
“Io sono il pastore attraente” 1 aveva detto Gesù. “Le mie pecore ascoltano la mia voce perché sanno che su pascoli erbosi le faccio riposare, ad acque tranquille le conduco” 2.
Ma Figueroa questo fascino non riusciva a esercitarlo, e, per farsi ascoltare doveva usare il bastone, quel bastone che il Pastore gli aveva affidato per tener lontani i lupi dal gregge.
E, anche questa volta, per non sembrare trasparente e non sentirsi inutile, in quel ritaglio di potere che gli era stato messo tra le mani pensò bene di evidenziare il fatto che lui c’era. E comandava.
«Gli inquisitori hanno fatto un'accurata inchiesta sul vostro conto» comunicò a Ignazio e ai suoi compagni, appositamente convocati nel suo ufficio, «ma non hanno trovato nulla di riprovevole nelle vostre idee e nel vostro modo di vivere. Pertanto potete continuare come prima, liberamente. Ma, tenuto conto che non siete religiosi» aggiunse, «non mi sembra opportuno che vestiate tutti alla stessa maniera. È meglio - anzi, vi ordino! - che due di voi tingano la tunica di nero e due di marrone».
Non ne aveva discusso appena qualche giorno prima con i compagni? Quella era appunto una di quelle situazioni in cui vale la pena di lasciar correre. Per sostenere qualcosa di inessenziale, ma suo, un altro si sarebbe fatto un punto d’onore del mantenersi fermo nella propria posizione, a costo anche di andare contro il proprio interesse.
Non Ignazio. Meglio: non l’Ignazio di adesso. Non l’Ignazio che ormai aveva accantonato l’affannosa ricerca della “honra” per costruire pazientemente la maggior Gloria di Dio.
«D’accordo» disse, «non è un problema! Cambieremo d’abito. Ma si tratta di una precauzione risibile se messa accanto alla necessità che tutti abbiamo di cambiare noi stessi dentro per aiutare questa Chiesa malata a cambiare… e non solo d’abito!
Lei, esercitando la sua parte di potere a nome della Chiesa, io, attraverso l’aiuto spirituale alle persone, possiamo dare il nostro contributo evitando di cercare noi stessi nella missione affidataci, per essere invece un piccolo riflesso sulla terra del volto di Cristo».
Figueroa era visibilmente contrariato; si agitava sulla sedia, impaziente di replicare. Ma Ignazio proseguì: «Lei, come vicario del vescovo, è pastore del gregge di questa città. La questione, ora, non è se possiamo o non possiamo aiutare le persone a incontrarsi con Cristo, ma se lei ha fiducia in noi, se crede che il suo ministero, per essere pienamente efficace, deve integrarsi con il nostro carisma, se il pastore lavora come una cosa sola con i suoi cani per guidare il gregge al pascolo».
Figueroa decise di essere diretto: «Voi mi fate paura… Gli uomini sono grezzi, ignoranti e, quando sono lasciati a se stessi, si lasciano andare a passioni immonde, a pulsioni animalesche. Per tenerli in riga, sappiamo qual è il modo: la paura; la paura di un Dio che sorveglia, giudica e castiga… la nostra dottrina lo spiega, i nostri riti lo rendono presente, la nostra inquisizione ne è la mano: questi sono i nostri cani!». Il volto gli si era fatto paonazzo per l’agitazione. Si sforzò di recuperare la calma e continuò: «Anch’io mi pongo una questione, vedendo i vostri metodi: è possibile avere fiducia nell’uomo? O questo diventa il prodromo del relativismo e, conseguentemente, dell’anarchia?».
Erano parole sensate, che, in un primo tempo, zittirono Ignazio. Ma, subito, gli si affollarono alla mente fiotti di Parole ascoltate dal Pastore stesso: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno” 3. Non alla gerarchia, ma alla Chiesa, a tutto il popolo di Dio Cristo si era consegnato come prospettiva di una vita salvata dalla paura. E ciascuno aveva in sé una sensibilità che la voce di Dio poteva risvegliare, uno spirito che lo Spirito di Cristo metteva in risonanza per vibrare all’unisono. Ciascuno, non solo alcuni. Una capacità innata, non appresa, a cui, anzi, la troppa scienza impediva di emergere: “Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto” 4. E questo clero gnostico, illuso che solo la conoscenza potesse assicurare la purezza della fede, stava perdendo il gregge per strada: incapace di esprimersi in un linguaggio che parlasse della realtà, non riusciva a impedire che esso si lasciasse attirare da altre voci che in altri modi promettevano Vita.
Ignazio, con i suoi, effettivamente stava raccattando qua e là alcune pecore che, disorientate, si stavano perdendo, ma che, appena raccolte, nelle sue parole avevano riconosciuto la voce del pastore ed erano tornate a seguirlo: “Io sono il buon pastore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la Vita e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la Vita e l'abbiano in abbondanza” 5.
«Ve lo ripeto ancora una volta» riprese Figueroa, infastidito dal silenzio che si era creato: «voi potete continuare la vostra attività… marginale. Così ha stabilito l’inquisizione e alle sue direttive io mi attengo. Ma non pretendete di entrare nella mia pastorale. Non datemi fastidio e io non ne darò a voi. Facciamo come se tutto questo non fosse mai successo». E con questo li congedò senza ammettere repliche.
“Facciamo come se tutto questo non fosse mai successo”: facile a dirsi! Ma la gente aveva saputo dell’inquisizione e ora aveva paura. Paura di imboccare una strada che la Chiesa non approvava, paura che effettivamente si trattasse di una strada sbagliata, paura della conseguente emarginazione dalla comunità e dalla stessa grazia di Dio.
E, se il silenzio della Chiesa faceva la sua parte, la diffamazione di chi, per invidia o per vendetta, voleva vederli tacere per sempre, stava essa pure producendo il suo effetto.
«Andiamo via di qui» gli dicevano i compagni: «non vedi che ci hanno fatto terra bruciata intorno?».
«È vero, ma non tutti se ne sono andati. Chi sta ricevendo beneficio dagli Esercizi è rimasto fedele al volto di Dio che lo abbiamo aiutato a riscoprire. E non solo sulla base della propria esperienza positiva ha preso questa decisione: l’altro giorno una persona mi ha detto: «Ti ho studiato, sai? Se li avessi ripagati con la stessa moneta, accusandoli per difenderti, ti avrei abbandonato». Tanta gente ha fiuto spirituale per discernere il bene anche quando viene fatto passare per male. Però è vero che ci sono pure tante persone troppo spaventate anche solo per porsi il problema di ciò che è giusto pensare di noi. Per poterle riavvicinare occorre tranquillizzarle, mostrando loro che non c’è alcuna condanna né contro di noi né contro quel che facciamo. Tornerò da Figueroa e gli chiederò di concludere il processo con una sentenza esplicita e scritta, che valga come riconoscimento del nostro operato da parte della Chiesa».
I compagni assentirono, ma si vedeva chiaramente che in loro il clima era mutato: non c’era più quella gioia che chiedeva di comunicarsi all’intorno per suscitare altra gioia. Il disinganno aveva colpito a fondo e ora si sentivano soli, abbandonati da chi avrebbe dovuto sostenerli. E questo non riuscivano a digerirlo. Si avverava per loro il detto che diceva “Non fare il bene se non hai la forza di sopportarne l’ingratitudine”.
Ignazio, che stava invece cercando di vivere questa situazione mettendosi accanto a Cristo nella sua passione, ne fu dolorosamente colpito. E, rattristato, pensò come risollevare lo spirito dei suoi compagni: «Ora c’è una sola cosa importante da fare», disse: «guarire la nostra delusione, la nostra amarezza, il nostro rancore, che ci porterebbero a rivendicare il nostro diritto in maniera arrabbiata e astiosa».
“E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo” 6, aveva detto San Paolo: la pace non la trovi in te stesso se non sei in pace con gli altri. E la pace con gli altri la trovi se non fai dipendere la comunione dal pensarla tutti uguale, dal fare tutti le stesse cose, dall’omologarsi tutti a uno stesso modo di vivere.
Unità non è integrazione, ma interazione: dialogo, condivisione, messa in comune delle diversità per ampliare il nostro sguardo sulla complessità della vita e arrivare non tanto o non solo a capirci qualcosa di più, ma a stupirci di fronte al suo mistero, davanti al quale possiamo solo chinare il capo e lasciarci condurre per mano da Dio.
Ignazio ricordava quanto aveva sentito dire un giorno dal priore di un convento mentre cercava di comporre un dissidio tra i confratelli: “Volete sapere quanto siete maturi? Guardate in che misura siete capaci di vivere con il diverso. Imparate a vivere uniti rispettandovi diversi!”.
E non poteva permettere che il divisore, allontanando il loro cuore dalla Chiesa, in cui erano nati e operavano, finisse per allontanarli anche da Colui che ne era l’anima. L’unità nella Chiesa non era un pro-forma, ma l’essenza stessa del Dio-Trinità, unità di persone diverse!
1 Gv 10, 11
2 Sal 23, 2
3 Lc 12, 32
4 Lc 10, 21
5 Gv 10, 11.27.28.10
6 Col 3, 15

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