5/19/2014

Demoni di ieri e demoni di oggi

Un famoso aforisma afferma che chi non apprende la storia è condannato a ripeterla.
Lo stesso vale per chi non conosce la propria storia personale: chi non conosce i propri “dèmoni”, cioè quelle paure che lo spingono a comportarsi e a reagire sempre nello stesso modo di fronte a situazioni che si ripetono simili nella propria vita, è destinato a rimanervi soggiogato per sempre.
In questo lavoro di ricerca interiore ci sono, ancora oggi, di aiuto uomini e donne del passato che, abbandonato momentaneamente o per sempre la vita secolare, si sono ritirati in eremitaggio per cercare di guardare dentro di loro e conoscere i propri demoni - che poi sono gli stessi di tutti gli altri uomini - e cercare di vincerli e aiutare altri in questa lotta: la conoscenza è già un passo verso la vittoria.
Uno fra tutti, e forse il primo fra tutti, è stato abba Antonio, vissuto in Egitto a cavallo tra il terzo e il quarto secolo (251circa - 357), considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo padre spirituale, l’abba appunto.
Che cos’ha da insegnare la storia della sua vita, così lontana dal nostro mondo, a noi oggi? È questo l’interrogativo a cui abbiamo cercato di dare una risposta giovedì 15 maggio durante la presentazione del libro di Michele Bortignon a Laghi di Cittadella.
Il libro “Alle radici della notte” è un cammino spirituale accompagnato dalle vicende della vita di abba Antonio.
Nella vita di Antonio i demoni assumono simbolicamente la forma di animali e mostri più o meno terrificanti; e nella mia, nella nostra vita, li so riconoscere?
Quali e quanti sono i miei demoni, quali forze negative mi tengono bloccata a terra impedendomi di volare? Certo i nostri non sono diavoli con le corna, draghi o animali selvatici, ma sono ugualmente terribili e spaventosi: ansia, stress, senso di colpa, condizionamenti sociali, paura di fallire e di sbagliare, paura del giudizio, inadeguatezza, ecc…; sono tutte situazioni che mi tolgono vita, energia e che mi costringono a sopravvivere perdendo la gioia di Vivere la mia vita in prima persona e da protagonista con il mio Signore.
Durante la serata di presentazione abbiamo conosciuto il demone dell’ansia, dello stress, del senso di abbandono, della paura della sofferenza; assieme ad Antonio, abbiamo cercato di capire come difendercene. Il riconoscere i propri demoni e cominciare a chiamarli per nome, il condividere le proprie paure con altri e vedere che le paure degli altri alla fine sono le stesse che abbiamo noi, ma soprattutto sentirle accolte da Dio attraverso anche la figura dell’accompagnatore spirituale, sono tutti passi per crescere noi e rimpicciolire loro -i demoni-. È un modo infallibile per segnare un punto a nostro favore nella partita della nostra vita contro tutte quelle forze che ci impediscono di realizzarci nell’amore e con l’Amore.
                                                                                                Maria Rosa Brian

 
 

  Michele Bortignon con la moglie Anna Cogo alla fine della serata di presentazione del libro “Alle radici della notte”.


4/15/2014

Il perdono

“Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”
(Mt 5,11)

Perdono, lo dice la parola stessa: per-dono, cioè un qualcosa che si da gratuitamente, quel di più che si offre all’altro senza che questi se lo aspetti e senza aspettarsi qualcosa in cambio: sarà la gioia nel gesto del donare che ci ripagherà ampiamente del dono dato.

Come arrivare a perdonare, a non avere nessuna voglia di “fargliela pagare”, a non meditare nessuna vendetta, a non reclamare “pan per focaccia” o “dente per dente e occhio per occhio”?
L’essere centrati su se stessi, cioè mantenersi in equilibrio appoggiando saldamente il nostro centro su Dio ci permette di poter fare quel gesto di donare perdono.

Ma per quale strada? Dopo quale consapevolezza arrivare a perdonare?

Iniziamo dal punto di partenza di questo cammino interiore, e non solo, che ci porterà al perdono.
Prima di tutto è importante il bagaglio per questo viaggio, cioè quel terreno dove si è seminato il seme del perdono. Il perdono si semina in un cuore che a sua volta si è sentito perdonato e amato di un amore incondizionato.
Se mi sento amata, stimata, preziosa, perché Dio me lo ha fatto sperimentare attraverso delle persone concrete, o perché attraverso la preghiera -soprattutto contemplativa- ho gustato interiormente questo Amore, mi sento in pace con me stessa, mi voglio bene, mi accetto con i miei pregi e i miei difetti. Se ho imparato a volermi bene, a non avere una bassa autostima e, dal lato opposto, neanche a essere eccessivamente esigente con me stessa, ma so accettarmi e cerco di migliorarmi sentendomi principalmente amata e accettata da Dio, non ho bisogno di mendicare affetto, stima, sicurezza dagli altri.

Con questo zaino traboccante di amore, stima, affetto e perdono ricevuti, posso muovermi verso l’altro, verso chi, mentendo, mi ha offesa, incolpata, insultata.
Non ho nulla da perdere a perdonare, non ho nulla da difendere, mi posso umiliare, mi posso permettere di fare quel passo in più che l’altro non riesce a fare.

Se pongo il mio centro su Dio posso lasciarmi scivolare addosso il male ricevuto; le offese non riescono a toccarmi dentro perché, prima di reagire o sentirmi offesa, percepisco il male dell’altro, il suo bisogno di sfogarsi, le sue ferite mai risanate. In altre parole vedo nell’altro quello che, forse, un tempo ero pure io prima di essermi lasciata guarire da Gesù.
Se per prima mi sono lasciata perdonare da Lui, ora posso perdonare gli altri.

È facile perdonare chi mi è lontano, chi non vedo mai, perché lo posso fare a parole, a livello intellettivo, tanto poi quella persona è lontana e non devo rinnovare il mio perdono, non lo devo mettere in pratica quotidianamente; resta un bel proposito fatto a livello di testa.
E se il perdono devo regalarlo a un vicino di casa o a un familiare, dalla cui presenza non posso scappare? Qui il perdono “a parole” diventa concreto nei fatti. Qui sì devo entrarci con tutta me stessa, non è più solo questione di un proposito fatto, ma è sporcarsi le mani, è abbassarsi a lavare i piedi, è sperimentare a che punto sono nel mio cammino di umiltà, è portare la croce “«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23)” (il condannato alla crocifissione passava fra due ali di folla che aveva l’obbligo di insultarlo, calunniarlo, percuoterlo, sputargli addosso; e anche i parenti dovevano farlo).

E se devo perdonare chi non mi ha chiesto scusa e mai chiederà scusa? Chi non ammette che, magari, un po’ ha sbagliato pure lui? Chi non accetterà mai un chiarimento, un dialogo? Chi imperterrito continua a ferirmi e a vomitarmi addosso tutta la sua rabbia, tutto il suo malessere?
È facile in questa situazione perdonare a parole, sentendomi io la buona e la giusta e l’altro il cattivo, e incolpare chi non si apre, non accetta spiegazioni, non ascolta ragioni.
Sarebbe comodo fermarmi di fronte al muro che l’altro ha costruito e tornare indietro con la scusa che oltre è impossibile andare. È proprio ora, in questa situazione, che ho la possibilità di sperimentare la forza dell’amore. Se non faccio questo successivo passo di abbattere il muro, mi metto semplicemente a posto la coscienza dicendo a me stessa che ho fatto il possibile e che è l’altro che non si apre. Comodo, perché mi auto convinco che io sono a posto. Ma è qui che devo offrire quel super-dono, è ora che devo lasciarmi piano piano addomesticare dall’Amore.
Non si tratta assolutamente di un gesto enfatico ed eroico, non vi è trasporto verso l’altro. Non è l’amore romantico che trabocca dal mio cuore e invade l’altro: perdonare costa fatica, è un impegno, è un percorso che si decide di fare. È un mandar giù la saliva, è uno sforzarmi, e un po’ costringermi, è un chiedere la forza di fare il passo, di dire una parola che non sia di astio. È vincere contro il mio io che non vorrebbe abbassarsi, e poi sentire che Dio fa il passo con me ed è la Sua consolazione a riempirmi il cuore, a coprire le parole o i gesti di rifiuto che magari hanno ripagato i miei di incontro e di apertura.
A perdonare per primo è chi è stato ferito, non chi ferisce. Solo chi ha “parato i colpi” ha la forza di fare il primo passo, l’altro, chi “spara”, non ne ha gli strumenti, è troppo occupato a mantenersi in piedi, a restare a galla per riuscire a protendersi verso chi ha subito il suo attacco. Il primo passo non lo farà mai chi mi ha fatto male - è troppo spaventato da quel che ha fatto e dalle mie possibili reazioni -: deve farlo chi ha ricevuto il male, per creare il clima che può sbloccare la situazione e permettere all'altro di fare un passo.

Che cos’è che mi spinge a fare il passo oltre la metà campo per riallacciare un rapporto? È la libertà che solo il perdono può dare, cioè non far dipendere il mio agire dalla risposta dell’altro. È gustare la gratuità, sperimentare l’energia del perdono. È Dio che mi permette di capire un po’ di più quello che Lui da sempre fa con me e allora diventa un circolo che si auto alimenta: capire il Suo amore mi permette di amare, amare mi permette di capire il Suo amore.

Il trasporto del cuore non è necessario in un perdono autentico, perdonare costa fatica, è un impegno, è un percorso che si decide di fare. L'importante è che l'amore/perdono operi un allontanamento dalla paura, dalla rabbia, dall’amarezza e un avvicinamento alla pace. Questo è quel che compete a me. Poi il Signore potrà, per grazia, darmi anche gioia, che rende più facili le cose e magari porta anche al trasporto. Una grazia che nasce quando mi fa sentire che stiamo facendo, io e lui, la stessa strada.
Alla fine, forse potrò arrivare a ringraziare Dio per aver messo nella mia strada quella persona che con il suo modo di fare e di reagire mi permette di mantenermi nell’umiltà, mi aiuta a mettermi in discussione, a guardarmi dentro e a crescere nell’Amore.

                                                                             Maria Rosa Brian






3/13/2014

Paranoie, scrupoli & Co.

Quando ci assale l’ansia per un problema che stiamo vivendo, bisogna distinguere se si tratta di un problema reale o di uno fittizio.
I problemi, quelli reali, sono questioni da affrontare con Dio per giungere, dopo un accurato discernimento, a una decisione che lasci nella pace e che porti al bene di tutte le persone coinvolte: il nostro e quello degli altri, anche se non si tratta di un bene immediato, ma verificabile a lungo termine. È nel discernimento e nell’affrontare il problema con Dio che si raggiunge quella pace vasta e profonda che ti fa capire che la scelta è giusta, anche se sofferta.
Un problema fittizio, che chiameremo paranoia, è invece un problema che a suo tempo abbiamo già risolto e riguardo al quale abbiamo già preso una decisione. Ogni tanto, in occasione di determinate circostanze scatenanti, riaffiora nella mente “bruciando” energie preziose per discernere inutilmente e nuovamente scelte già fatte: è un ritornare sui soliti passi, cioè non c’è un’evoluzione, un andare avanti, ma uno stallo. E questo è proprio ciò che vuole il tuo demone: fermarti.
Le risposte che ti dai non riescono a placare il tuo disagio o la tua paura, perché il tuo malessere non è provocato da quel problema, ma da qualcos’altro che ritorna vivo e attivo in occasione della situazione che stai vivendo, analoga ad una già dolorosamente vissuta nel passato, in cui sei stato deprivato di quell’affetto, di quella stima, di quella sicurezza di cui avevi bisogno.
Lo spirito del male, dunque, approfitta di queste situazioni per farti rimettere in discussione scelte già fatte impedendoti appunto di usare tali energie in modo più costruttivo: ti fa perdere tempo. È inutile, in questo caso rimettere in discussione scelte già prese, cioè è utile non dare retta al tuo demone, non lasciarti trascinare da lui in un terreno impervio dove a livello razionale non riusciresti a venirne fuori.
Non contrastare i pensieri disseminati dal nemico nella tua mente; rompi ogni discussione con essi pregando Dio. Non sempre in noi c’è sufficiente forza per contrastare e rompere i pensieri non retti. Anzi l'opposizione accanita può recarci delle ferite dure a guarire. Nonostante tutta la saggezza e le buone intenzioni, gli spiriti del male vincono sempre quando riescono a farti accettare battaglia. Supposto che tu riesca vittorioso, la laidezza di quei pensieri contaminerà la tua mente e il loro tanfo rimarrà a lungo nelle tue narici. Se usi il metodo suggerito da me sarai liberato da tutto questo e dal timore; in queste tentazioni non c’è aiuto se non in Dio. (Isacco il siro, Ammaestramenti spirituali, 55).
Le paure ti prendono a livello emotivo (ansia, pensieri fissi) e fisico (tachicardia, nervosismo, malumore, irritabilità) ed è a questo stesso livello che vanno affrontate. Come? Con la preghiera di Gesù: “Signore Gesù Cristo abbi pietà di me”.
Incidendo ad un tempo a livello emotivo e fisico, questa antica preghiera svia la mente da pensieri paranoici e nello stesso tempo avvicina a Gesù. Ad essa partecipa il corpo, in quanto va modulata sulla respirazione, e il cuore, che vibra nella relazione con Cristo: inspirando sulle parole “Signore Gesù Cristo”, è Gesù che entra in me; e io gli affido la mia preoccupazione, che esce da me espirando sulle parole “abbi pietà di me”. Oppure sono io che vado in cerca di Gesù (“Signore Gesù Cristo” espirando) e Lui entra in me con la sua misericordia (“abbi pietà di me” inspirando).

                                                                                                                 Michele Bortignon




2/20/2014

Perché evangelizzare?

Alcune sottolineature dalla “Evangelii Gaudium” di Papa Francesco:

Quando la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore, non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale: la vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri (EG 10).

Quando invece la vita interiore si chiude nei propri interessi e non vi è più spazio per gli altri, anche i credenti si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena (EG 2).

Ogni volta che ci incontriamo con un essere umano nell’amore, ci mettiamo nella condizione di scoprire qualcosa di nuovo riguardo a Dio. Ogni volta che apriamo gli occhi per riconoscere l’altro, viene maggiormente illuminata la fede per riconoscere Dio. Come conseguenza di ciò, se vogliamo crescere nella vita spirituale, non possiamo rinunciare ad essere missionari. L’impegno dell’evangelizzazione arricchisce la mente ed il cuore, ci apre orizzonti spirituali, ci rende più sensibili per riconoscere l’azione dello Spirito, ci fa uscire dai nostri schemi spirituali limitati. Contemporaneamente, un missionario pienamente dedito al suo lavoro sperimenta il piacere di essere una sorgente, che tracima e rinfresca gli altri. Può essere  missionario solo chi si sente bene nel cercare il bene del prossimo, chi desidera la felicità degli altri. Questa apertura del cuore è fonte di felicità, perché “si è più beati nel dare che nel ricevere” (At 20,35). (EG 272)

Sappiamo bene che la vita con Gesù diventa molto più piena e che con Lui è più facile trovare il senso di ogni cosa. È per questo che evangelizziamo. Il vero missionario, che non smette mai di essere discepolo, sa che Gesù cammina con lui, parla con lui, respira con lui, lavora con lui. Sente Gesù vivo insieme con lui nel mezzo dell’impegno missionario (EG 266).

La prima motivazione per evangelizzare è l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto, l’esperienza di essere salvati da Lui che ci spinge ad amarlo sempre di più. Però, che amore è quello che non sente la necessità di parlare della persona amata, di presentarla, di farla conoscere? Se non proviamo l’intenso desiderio di comunicarlo, abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera  per chiedere a Lui che torni ad affascinarci (EG 264).

Il bene tende sempre a comunicarsi. Ogni esperienza autentica di verità e di bellezza cerca per se stessa la sua espansione, e ogni persona che viva una profonda liberazione acquisisce maggiore sensibilità davanti alle necessità degli altri (EG 9).
Se qualcuno ha accolto questo amore che gli ridona il senso della vita, come può contenere il desiderio di comunicarlo agli altri? (EG 8).
Sebbene questa missione ci richieda un impegno generoso, sarebbe un errore intenderla come un eroico compito personale, giacché l’opera è prima di tutto sua (EG 12).

Gesù vuole evangelizzatori che annuncino la Buona Notizia non solo con le parole, ma soprattutto con una vita trasfigurata dalla presenza di Dio (EG 259).

Uniti a Gesù, cerchiamo quello che Lui cerca, amiamo quello che Lui ama (EG 267).

Per essere evangelizzatori autentici occorre anche sviluppare il gusto spirituale di rimanere vicini alla vita della gente, fino al punto di scoprire che ciò diventa fonte di una gioia superiore. La missione è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo. Quando sostiamo davanti a Gesù crocifisso, riconosciamo tutto il suo amore che ci dà dignità e ci sostiene, però, in quello stesso momento, se non siamo ciechi, incominciamo a percepire che quello sguardo di Gesù si allarga e si rivolge pieno di affetto e di ardore verso tutto il suo popolo. Così riscopriamo che Lui vuole servirsi di noi per arrivare sempre più vicino al suo popolo amato. Ci prende in mezzo al popolo e ci invia al popolo, in modo che la nostra identità non si comprende senza questa appartenenza (EG 268).

Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza.
Quando lo facciamo, la vita ci si complica sempre meravigliosamente e viviamo l’intensa esperienza di essere popolo, l’esperienza di appartenere a un popolo (EG 270).

Bisogna riconoscere sé stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare (EG 273).

Se riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita E acquistiamo pienezza quando rompiamo le pareti e il nostro cuore si riempie di volti e di nomi! (EG 274).

Per mantenere vivo l’ardore missionario occorre una decisa fiducia nello Spirito Santo, perché Egli «viene in aiuto alla nostra debolez­za» (Rm 8,26). Ma tale fiducia generosa deve alimentarsi e perciò dobbiamo invocarlo co­stantemente. Egli può guarirci da tutto ciò che ci debilita nell’impegno missionario. È vero che questa fiducia nell’invisibile può procurarci una certa vertigine: è come immergersi in un mare dove non sappiamo che cosa incontreremo. Io stesso l’ho sperimentato tante volte. Tuttavia non c’è maggior libertà che quella di lasciarsi porta­re dallo Spirito, rinunciando a calcolare e a con­trollare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera. Egli sa bene ciò di cui c’è bisogno in ogni epoca e in ogni momento. Questo si chiama essere miste­riosamente fecondi! (EG 280)

1/13/2014

Gestire i malintesi

Quando c’è un diverbio con una persona a cui vogliamo bene, tendiamo comunque a leggere i comportamenti dell’altro in un modo che confermi l’opinione che abbiamo di noi stessi: se ho paura che l’altro non mi ami, li interpreterò come rifiuto; se ho paura che non mi stimi, li interpreterò come mancanza di fiducia in me. Ma sono tutti castelli che ci costruiamo noi: se sapessimo metterci nel cuore dell’altro, piangeremmo di commozione nel vedere quanto siamo amati e stimati.
Invece, con questa idea in testa -che l’altro non ci ami o non ci stimi- reagiamo aggredendolo o deprimendoci. E con queste reazioni costruiamo, rispettivamente fuori o dentro di noi, le condizioni per confermare il fatto che le cose stanno proprio come pensavamo. Ne ricaviamo la magra soddisfazione della vittima, che prova un sottile piacere nel sentire compassione di se stessa di fronte all’oltraggio del mondo, nel darsi come unica amica di se stessa di fronte all’abbandono del mondo: ma non è che un altro modo di soddisfare in maniera egocentrata e autosufficiente il proprio bisogno di affetto. Oppure l’altro sottile piacere di sentire che avevamo ragione, che nessuno ci fa fessi e noi sappiamo come stanno veramente le cose: un modo malato per consolidare la nostra autostima.

Confrontarsi con la realtà e le sue ragioni è difficile perché chiedere un chiarimento passa attraverso il mostrare la propria ferita e rendere così evidente il proprio bisogno, proprio nel momento in cui accusiamo l’altro di ferirci, di essere insensibile, di negarci quel che, secondo le nostre aspettative, avrebbe invece dovuto darci.
Ma, partendo da una diversa esperienza di vita, l’altro ha un diverso modo di esprimerci affetto e stima. E forse è proprio l’accogliere questa diversità, lasciarci riempire il cuore da un modo sconosciuto e inaspettato di rispondere al nostro bisogno, che può rompere quell’automatismo istintivo innescato dal fantasma di un’antica ferita che suscita l’ossessivo bisogno di una risposta nei modi richiesti da un io rimasto infantile.
E ci accorgeremo che questo doloroso passaggio di umiltà, di uccisione del nostro io con le sue miopi esigenze, ci apre a un mondo nuovo e vasto, in cui riceviamo proprio perché ci lasciamo dare e prendiamo quel che ci viene dato, abbandonando il filtro delle nostre attese e delle nostre preclusioni.

C’è da dire comunque che il problema non si risolve una volta per tutte soltanto perché se ne è preso coscienza: momenti di stress, il sorgere di difficoltà fanno riemergere quei problemi che dicono la paura di non ottenere il soddisfacimento del nostro bisogno.

Come possiamo aiutarci l’un l’altro? Se conosco l’altro, cioè se in qualche modo ho imparato a capire il suo bisogno, da parte mia posso comprendere le sue reazioni ed evitare di controreagire alla sua aggressività o depressione nel modo che confermerebbe l’ipotesi malata che ne sta alla base, per aprire invece un dialogo in cui portarlo a rendersi conto che tutt’altri sono i miei sentimenti di fondo nei suoi confronti. E’ questo un momento di massima gratuità, di scelta di fondarsi esclusivamente sulla propria solidità senza nulla pretendere, per il momento, dall’altro, in attesa che, grazie proprio a questo intervento, si ripristinino le condizioni per la reciprocità.

                                                                                                  Michele Bortignon

12/07/2013

2003-2013: dieci anni di "Kaire!"

Questo anniversario voglio sentirlo come l’occasione che il mio Signore mi regala per chiudere la bocca al quel demonietto che, nelle difficoltà, tenta di farmi abbandonare, scoraggiato, quel che Dio sta facendo con me, ripetendomi parole che 10 anni fa mi hanno ferito profondamente: «Sei presuntuoso perché vuoi fare diversamente dagli altri»; «Non sei umile perché non ti sottometti e non obbedisci»; «Quel che fai è sbagliato perché non è controllato da nessuno»; addirittura «Sei fuori dalla Chiesa».
Cosa fare? Ogni volta che me lo vedo davanti mi sconvolge, risento il male che ho sofferto allora. Chi mi ha aiutato ad uscirne, dieci anni fa, è stata Santa Teresa d’Avila, con la sua capacità di discernimento nella persecuzione. Ed ancora, l’altro giorno, in un film in cui chiedeva a San Giovanni della Croce se fosse pronto a soffrire per Cristo, mi ha aiutato a rileggere con uno sguardo diverso la mia situazione. Ho capito allora che il Signore mi ha regalato un’avventura da costruire e tre grandi doni con cui farlo:
  1. il suo guidarmi attraverso le mozioni dello Spirito, lette nel discernimento;
  2. la condivisione di un po’ della sua sofferenza, affrontata per cambiare le cose secondo quanto mi fa capire;
  3. il Kaire: il rallegrarmi come via per cambiare il mio stato d’animo nelle difficoltà.
Grazie, Teresa, per il tuo accompagnarmi a riconciliarmi con la mia storia: non un errore, non un’orgogliosa insubordinazione, ma sofferta fedeltà a una strada diversa che Dio vuol farmi percorrere.
E che questa diversità del Kaire non sia un errore, ma un dono di Dio lo confermano la sua durata nel tempo (dieci anni non sono pochi!) e i frutti buoni che ne sono nati: decine di persone che nella loro vita quotidiana hanno cominciato a vivere con il Signore.
In questi giorni anche il Papa ha sottolineato che pensare giusto non è pensare tutti uguale: «Nella Chiesa non siamo tutti uguali e non dobbiamo essere tutti uguali: siamo diversi e ognuno porta il suo, quello che Dio gli ha dato» (Udienza del 9.10.2013).

In che punto si pone il bivio che ha portato il Kaire a differenziarsi rispetto alla precedente esperienza degli EVO? Nel momento in cui il dare Esercizi richiedeva una prassi standardizzata e sottoposta a controllo. Per obbedienza e umiltà mi veniva chiesto di attenermi al controllo, alla formazione, al modo di accompagnare che tutti dovevano osservare. E questo mentre la mia curiosità e la mia passione mi portavano a cercare anche in altre persone e in altre esperienze formative quella conoscenza profonda di Dio e dell’uomo a cui mi sentivo chiamato; mentre sentivo che non l’osservanza di un metodo, ma la personale esperienza di Dio dell’accompagnatore costituiva la forza dell’aiuto spirituale.
Il Kaire nasce dunque dalla separazione conseguente a questo disagio, nel momento in cui mi fu imposta una scelta.
Poter essere me stesso, lasciandomi essere, anche nell’accompagnamento, come Dio mi stava plasmando nelle mie esperienze con Lui lo sentivo più importante della garanzia offerta al mio operare dall’appartenenza ad un’organizzazione che poteva vantare i Gesuiti alle proprie spalle.
Ne è nato un accompagnare spiritualmente che si fonda più sulla persona che sull’organizzazione. Una persona che vive con Dio la propria storia e la trasforma consapevolmente in esperienza a disposizione di chi accompagna.
C’è, naturalmente, una struttura nel mio dare Esercizi, c’è un metodo, che è quello di Ignazio, ma il contenuto è la Parola di Dio letta e interpretata a partire dalla mia esperienza della vita vissuta con Lui, nel suo Spirito. E’ questo che significa per me accompagnare come laico: mi accosto alla persona con quel che sono, con quel che Dio sta facendo in me.
Sono abilitato ad accompagnare come laico dal mio stesso essere laico, dall’esperienza di una vita analoga a quella di chi accompagno, però vissuta con Dio, nel suo Spirito. Il mio essere laico è un talento che Dio mi ha dato per poter parlare ai laici.

Ma oltre che a livello pastorale, c’è un risvolto importante anche a livello ecclesiale: per la prima volta dei laici danno Esercizi Spirituali senza un vincolo di subordinazione da un ordine religioso o dal clero, per cui la loro autorevolezza e credibilità non dipende da una garanzia data dall’esterno, ma esclusivamente dalla loro capacità di aiutare le persone a fare esperienza di Dio grazie alla propria esperienza di Dio.
In questo senso Il Kaire si ritrova ad essere una sperimentazione di un ruolo attivo dei laici in quella Chiesa ministeriale che il Concilio Vaticano II° aveva sognato.

Ma se tutto questo è come il Kaire è nato, occorre dire anche come il Kaire cresce.
Qualcuno mi ha detto: «Da come parli di quel che stai facendo, si vede che ti diverti!». E’ vero! Quando riesco ad intuire la strada per aiutare una persona, e farla vedere anche a lei come un lampo di luce che rischiara la sua situazione, mi viene da battere le mani per la contentezza: è gioia pura, è sentire il soffio dello Spirito che passa.
Quando vivo il colloquio in preghiera, lasciandomi essere mediatore tra la persona e Dio e tra Dio e la persona, sono io per primo a imparare, a capire qualcosa di più del mistero della vita.
A forza di parlare alle persone attraverso di me, qualcosa Dio dice pure a me, e mi aiuta a essere un po’ più paziente, un po’ meno ansioso, un po’ più buono… che è un gran desiderio per me che sono piuttosto egoista.
Mi sembra di essere un giardiniere che si prende cura di piante belle ma un po’ guastate dal tempo e dal maltempo; un giardiniere che ha capito che, con tanto amore e aiutandole a volgersi verso l’Amore, queste piante tornano a fiorire.
Ed è bellissimo vivere in un giardino fiorito!
Ecco: è l’essere con-creatore di bellezza con Dio che mi riempie il cuore e mi rende prezioso questo strumento che Dio mi ha messo tra le mani per far felice me e gli altri attorno a me.
Poteva il Kaire / Rallegrati non portare me per primo a rallegrarmi?

                                                                                                             Michele Bortignon


Maria Rosa si diploma accompagnatrice spirituale Kaire a SS. Vittore e Corona il 22.10.2013, durante la celebrazione del decennale.


11/04/2013

A quale livello affrontare i problemi personali?

Nel nostro mondo, spasmodicamente teso alla ricerca di un benessere dagli orizzonti strettamente personali, quante psicologie, quante filosofie di vita promettono di risolvere i nostri problemi e di darci la ricetta per un’esistenza realizzata!
I problemi personali, però, nella maggior parte dei casi nascono in ambito relazionale e quindi possono essere guariti solo in ambito relazionale.
La psicologia dà un “perché” a quel che sto vivendo, la filosofia dà un “come”, indica cioè una prospettiva per uscirne, ma solo la spiritualità (che non prescinde comunque dagli apporti della psicologia e della filosofia) dà un “Chi”, ossia la relazione con una Persona che, dove nelle persone c’è limite e chiusura autocentrata, rimanda a un oltre di relazionalità, e in Cristo si svela come principio della completa espansione del Sé in tutto (l’amore!).
Con questo “Chi” che è oltre me, e con cui posso entrare in relazione, posso uscire da me per entrare nell’oltre da me quando quest’oltre non è un valore che io scelgo per uscire dal mio problema, ma quando per quest’oltre mi sento scelto da Chi mi vuole con Lui, come Lui, per essere Lui. E’ la forza di questa relazione, affettivamente importante, che dà ali al cambiamento. Davanti, invece, a un valore che sento giusto assumere, sento che sono io ad averlo scelto e sempre io posso ri-scegliere di abbandonarlo alla prima difficoltà, nell’incapacità di perseverarvi. E’ grande e degno questo atteggiamento prometeico, ma pesante da portare e intriso di doverismo.
Il cambiamento che porta ad uscire dalla malattia è dunque una vocazione: vocazione a condividere una storia che porta alla salvezza, ossia ad una vita in pienezza, in cui la malattia si scioglie o acquista senso.
“Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11, 28-30): ciò che rende leggero il carico non è il suo non essere pesante, ma il fatto che è portato in giogo, cioè in coppia, condiviso con un altro. E il giogo di Gesù è l’essere in coppia col Padre, l’affrontare con Lui, nella preghiera, la situazione che sta vivendo. Per noi, condividere il giogo con Gesù per entrare nella vita in pienezza è fatto di due passi: il primo è di lasciarsi guarire le ferite inferte da relazioni malate, incontrando in Lui Chi ci fa vivere una relazione sana; il secondo quello di aprirsi alla bellezza di vivere con Lui verso gli altri lo stesso amore con cui ci ha guarito e di cui ci riempie; in una parola, essere Lui.

Guardando alle tante promesse di salvezza che il mercato globale ci presenta per sedurci su strade settoriali, riconosciamo che ognuna di queste porta beneficio, ma nessuna è risolutiva dei nostri problemi, nessuna porta alla vita in pienezza se non affronta sul piano relazionale l’origine dei nostri problemi, che è relazionale, e il desiderio profondo che ci abita per entrare nella vita in pienezza, anche questo relazionale.


Di fronte ad ogni psicologia e ad ogni filosofia noi riaffermiamo la nostra fede in Gesù Cristo, crocifisso per mostrarci che cos’è l’Amore e dall’Amore risuscitato ad una vita in pienezza, per nutrire di speranza la nostra fede che “Se siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione” (Rm 6,5).

                                                                                                Michele Bortignon

10/09/2013

Lo specifico del Kaire: accompagnare trasmettendo ciò che ho imparato dalla vita vissuta con Cristo, nel suo Spirito

Kaire! Rallegrati: c’è sempre una resurrezione che segue ogni morte, se questa è vissuta nello spirito di Cristo: con fede, speranza e amore.
Potrebbero bastare queste parole per dire che cosa significa accompagnare trasmettendo ciò che si vive.
Questa è stata ed è la mia esperienza: un Dio che non lascia l’uomo nella morte, nella solitudine, nel dolore. Ho fatto esperienza di un Dio vicino, un Dio uomo, un Dio con noi; un Dio che non giudica, non condanna; un Dio che non chiede di essere amato, riverito, adorato, ma un Dio amante dell’uomo, un Dio tenerezza, un Dio madre, un Dio misericordia.
Ogni morte non è per sempre: magari non dura i tre giorni canonici, ma dopo un tempo che è completo, proprio come i tre giorni simbolici di Gesù (il numero tre nell’antico testamento simboleggia ciò che è completo e definitivo), con Lui risorgiamo.
È questo ciò che ho sperimentato.
La nostra è una resurrezione se dall’esperienza di morte usciamo creature nuove, cambiate; in questo caso non si tratta di una vivificazione come lo è stato per Lazzaro, ma di una rinascita. Perché? Perché l’esperienza di morte, ma soprattutto il modo con il quale siamo rimasti dentro a quella situazione -senza fretta di uscirne e senza voler salvare noi stessi ad ogni costo- ci ha cambiato. Soprattutto, a cambiarci è la certezza di Chi abbiamo incontrato in quella morte, di Chi è rimasto con noi.
E’ questa esperienza di un Dio vicino, che ci aiuta a trasformare la morte in risurrezione, che ci abilita ad accompagnare spiritualmente altre persone. E com’è importante, in questo, la nostra esperienza della vita, l’essere immersi negli stessi problemi che si trova ad affrontare chi accompagniamo! Il nostro essere laici diventa così un’unzione particolare dello Spirito per parlare con autorevolezza di vita vissuta con Cristo.
Accompagnare non significa, dunque, avere un manuale a disposizione da imparare a memoria o da sbirciare nei momenti di difficoltà (quanto ho voluto fosse così!); e nemmeno sapere già tutto, avere tutto sotto controllo, avere le soluzioni pronte (quanto l’ho desiderato!).
Non c’è nessuna valigetta del dottore o ricetta pronta per affrontare i problemi, ma solo un legame profondo, un rapporto costante con Dio, che non ha nulla di mistico o esoterico, ma è semplicemente un atteggiamento di dialogo interiore e di vita nello Spirito che permette di mettere davanti a Lui tutta la tua vita e quella di chi accompagni. Semplicemente si tratta di un grande Amore di cui nutrirsi: prima accolto, interiorizzato, gustato e poi distribuito, condiviso, moltiplicato.

Proprio perché nasce dall’esperienza della vita, accompagnare è mostrarsi all’altro spoglio, vestito solo delle proprie ferite, più o meno rimarginate, da lasciargli toccare e da cui tirar fuori ciò che gli serve. Sì, proprio come si è presentato Cristo a Tommaso: riconoscibile delle sue ferite.
Mi accorgo con stupore e tremore che, quando mi mostro così, quella mia ferita diventa balsamo per l’altro. Alla fine, al limite dell’assurdo, del mio problema e del mio male mi ritrovo a ringraziare Dio perché esso è stato bagaglio e strumento per aiutare chi accompagno.
Talvolta mi rendo conto che ho appena vissuto quello che sta sperimentando un mio esercitante o che lo stiamo vivendo contemporaneamente… io “maestra” che imparo mentre spiego, io che lo dico a loro mentre lo sto capendo io per prima e lo sto dicendo a me stessa. Sembra quasi che Dio, per preparare la sua risposta al bisogno dell’altro, non voglia farlo attraverso parole che non siano state prima vissute nella mia esperienza.
E il bello è che nel momento in cui la mia ferita diventa esperienza mia per l’altro la stessa cura che dono serve anche a me, per cui quella che impara e che trae il beneficio più grande sono sempre io. Sembra di risentire le parole di Gesù: “Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche»” (Mt 13,52). Mi sono chiesta: “Come si può tirar fuori dal proprio tesoro cose nuove?”. L’immagine che ho nella mia mente è quella di un ricco che, aperto il suo forziere, inizia a tirar fuori tesori. Mi sembra ovvio che trattandosi del suo tesoro lo conosca molto bene: sono tutte ricchezze che lui ha messo dentro. Eppure Gesù parla di cose nuove. Come se all’improvviso questo padrone di casa estraesse una cosa che non sapeva di avere nel suo forziere. Parole che non sai di avere, esperienze che vedi sotto una prospettiva diversa, gesti che non sembrano tuoi…eppure…escono da te, dal tuo cuore, dal tuo tesoro, messi là da un Dio che sa di che cosa c’è bisogno per farsi presente e vicino attraverso di te.
E se Lui c’è, possono venir meno le preoccupazioni di essere all’altezza.
Accompagnare per me ha significato abbandonarmi a Lui, accettare che non dipende tutto e solo da me, lottando contro quella parte di me che si sentiva inadeguata, incapace, mai all’altezza, che pretendeva di avere tutto sotto controllo e pianificato: accompagnare è proprio ricominciare e ripartire sempre facendo davanti a te solo il passo che Lui ti dà di vedere (a volte neanche quello) e nulla di più. Accompagnare è come la vita: s’impara vivendo.
E così ho imparato che veramente umano e divino si danno la mano per camminare assieme per le strade di questo mondo, che la storia con Dio la costruiamo ogni giorno vivendo e amando come Gesù ci ha testimoniato con i fatti e non solo a parole.
È proprio vero, si è credibili quando si parla per esperienza e non attraverso belle parole imparate a memoria. Accompagnare è veramente un camminare con le scarpe di chi accompagno. 

                                                                                               Maria Rosa Brian

7/01/2013

Lo specifico della spiritualità Kaire

Il sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione, svoltosi nell’ottobre del 2012, ha affermato che la Chiesa ha bisogno dei laici, in un ruolo non di semplice collaborazione funzionale: la nuova evangelizzazione ha bisogno che i laici diano testimonianza diretta e vissuta della propria vocazione, perché il contatto con persone che compiono scelte vere e profonde è ciò che più può porre agli uomini d’oggi l’interrogativo sulla propria vocazione.

Mentre, dunque, nella nuova evangelizzazione i preti portano la preparazione teologica, per trasmettere il patrimonio della fede, e i religiosi uno stile di vita che rimanda a un Oltre, quello che i laici hanno da offrire è l’esperienza dei problemi della vita concreta, ma vissuti in maniera diversa da quanto propone il mondo: nella fede, nella speranza, nell’amore, ossia nello Spirito del Cristo.

In questa prospettiva, Kaire mette a disposizione un percorso formativo e una spiritualità che aiuta i laici a vivere in Cristo la loro situazione di vita e con Lui trasformarla in esperienza di vita per gli altri. E’ questa la specifica missione di chi vive nella spiritualità Kaire: con la propria storia farsi compagno di strada di chi sta cercando la salvezza che Cristo può portargli, quella salvezza che lui per primo ha trovato nella relazione con Lui.
Abbiamo infatti sperimentato che vivendo il nostro problema con Cristo, nel suo Spirito, la nostra morte si apre ad una risurrezione. E questa è una ricchezza, una lezione di vita a disposizione di quelli che ora stanno vivendo il nostro stesso problema».
E’ proprio in questo modo che Ignazio di Loyola ha composto i suoi “Esercizi Spirituali”: “…io chiesi al pellegrino qualche notizia sugli Esercizi, desiderando conoscere come li aveva composti.  Mi rispose che non li aveva scritti tutti di seguito, ma quello che accadeva nell'anima sua e trovava utile, ritenendo che avrebbe potuto giovare anche ad altri, lo annotava” (S. Ignazio di Loyola, Autobiografia, n.99).

Crediamo dunque che dare Esercizi spirituali non può limitarsi ad applicare un metodo, ma è un camminare con Dio che accosta l’altro nel suo percorso, perché anch’egli impari a camminare con Dio.

Ma la spiritualità Kaire non è solo vivere in Dio la concretezza della nostra storia. Camminare con Dio sarebbe solo un arido impegno se non fosse prima di tutto relazione fatta di dialogo, di tenerezza, di confidenza, di fiducia, ossia di presenza reciproca affettivamente gustata.
In una parola, stiamo vivendo il Kaire quando in tutto e per tutto siamo capaci di rallegrarci (da qui appunto il nome: “Kaire!” = “Rallegrati!”) perché qualsiasi situazione è occasione e opportunità di vivere con Cristo e in Cristo in un’intimità, in una comunione di Spirito che ci fa sempre più uno con Lui.

Nonostante siano caratteristici del Kaire, gli aspetti che abbiamo appena descritto appartengono però anche ad altre esperienze. Non è dunque a livello teologico o pedagogico che si trova ciò che rende il Kaire unico, ma a livello ecclesiologico.
Tornando a quanto citato all’inizio riguardo l’auspicio dei vescovi di vedere il laicato assumere nella Chiesa un ruolo non subordinato, ma coordinato con quello delle altre componenti ecclesiali, in una situazione come l’attuale, in cui l’accompagnamento spirituale è tradizionalmente esercitato dal clero e dai religiosi, o subordinato ad una loro supervisione, Kaire è l’esperimento di renderlo un servizio svolto in autonomia e responsabilità dai laici, validato non da un patrocinio o da un controllo esterno, ma dai risultati ottenuti, seguendo il criterio di discernimento indicato da Gesù: “Dai frutti li riconoscerete” (Mt 7, 16).

Saranno dunque i frutti ottenuti -non solo a livello personale, come la pace, la gioia e la libertà interiore, ma anche a livello ecclesiale, come l’apertura al servizio e la comunione reciproca-  a dichiarare o meno la bontà di questo esperimento e conseguentemente e dimostrare che con il laicato -opportunamente accompagnato a vivere nello Spirito del Cristo e adeguatamente formato- è possibile che la Chiesa possa continuare quella missione che il calo numerico delle vocazioni sacerdotali e religiose sta rendendo problematica.

Un sogno assurdo? Intanto cominciamo. Dal niente, ma cominciamo.

Anche la Trinità, nella visione di Ignazio, ha iniziato la redenzione mandando il Figlio in un villaggio sperduto in un’epoca impossibile!

                                                                                                Michele Bortignon

6/14/2013

Il fine dell’accompagnamento spirituale: allacciare la relazione con Dio

Ai nostri giorni, per molti il cristianesimo si è ridotto ad a serie di credenze accompagnate da un rigido moralismo. La pastorale addita i comportamenti da assumere, ma ben raramente li accompagna con una pedagogia che consenta di farli propri, che non sia quella del doverismo, del semplice impegno personale. Pochi sono ancora capaci di attivare una dinamica della grazia per suscitare risposte di fede. Ma è proprio quest’ultimo il campo dell’accompagnamento spirituale, la cui funzione specifica è quella di allacciare la relazione tra la persona e Dio, perché proseguano poi a dialogare e a camminare assieme, loro due da soli.
L’accompagnatore può farlo perché lui per primo è una persona in dialogo e in cammino con Dio, per cui apre in se stesso -nel proprio modo di essere e di relazionarsi con Dio- un luogo in cui la persona che accompagna può cominciare a fare altrettanto, sperimentando via via il proprio personale modo di essere e di relazionarsi con Dio.

A partire da alcuni outputs sull’esperienza appena vissuta da alcune persone che ho accompagnato, provo a desumere cosa è stato importante per loro, cosa le ha aiutate ad allacciare una relazione con Dio.

“Mi hai fatto conoscere un Dio  diverso”.
“E’ stato importante poter parlare di Dio senza schemi”.
“Ho capito che posso personalizzare Dio nella misura in cui lo credo amore”.
“E’ stato un percorso che mi ha portata alle radici del mio sentire”.
A quale Dio sto accompagnando la persona? Le uniche dimensioni certe di Dio è che è “mistero” ed è “amore”.
E’ mistero perché tutti lo avvertiamo, ma nessuno sa dire chi o che cos’è. E' un Dio da scoprire personalmente.
E’ amore perché questa è la dimensione costitutiva del nostro essere: se è l’amore a farci Vivere in pienezza, chi ci ha dato la vita dev’essere Amore.

Accompagnare nel rispetto di questa natura di Dio -mistero e amore- è portare la persona ad amare in dialogo con Colui il cui amare l’ha rivelato figlio dell’Amore (“Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” Gv 13, 34); e, in questo accompagnamento, posso aprirle delle prospettive, mai chiedere obbedienza presumendo di conoscere con quale volto Dio vuole incontrarla in questo momento della sua vita.
Accompagnare è avviare e sostenere una ricerca personale che si dipana in un mistero di cui solo Dio è il Signore. Fuori da ogni schema imposto culturalmente, Dio ridiventa il protagonista della propria autorivelazione e la persona della propria ricerca, ricominciando a dar fiducia a quel sesto senso (la coscienza) che le fa sentire che cosa è vero perché in sintonia con l’Amore.

“Prima conoscevo Dio per sentito dire, ora lo sento”.
Da un Dio “concetto”, passando per una deconcettualizzazione (come accompagnatore posso solo dire che non so chi o che cosa sia Dio), la persona arriva a un Dio “sentito” come qualcosa che agisce dentro di lei: è la scoperta e l’esperienza dello Spirito Santo, il Dio “intimior intimi mei”, Colui che ri-cor-da il Cristo e lo attualizza nella vita della persona per renderla pienamente figlia del Padre e trasformarne così l’esistenza in Vita. Non è questa la salvezza?

“Hai saputo esserci quando ne avevo bisogno e non esserci quando avevo bisogno di provare da sola”.
“Mi sono sentita scelta da Dio attraverso di te”.
“Mi hai insegnato l’amore gratuito”.
Accompagnare non è tecnica, ma contemplazione: entrare in Dio e lasciarlo essere attraverso di me. Mi occupo, ma non mi preoccupo, perché so che, con i suoi tempi e nei suoi modi, Dio opera… irresistibilmente su chi si è aperto a Lui.
Come Dio, anche l’accompagnatore spirituale crea ritirandosi; semina, ma rispetta il mistero del germogliare; mostra, indica, illumina, ma sa che poi è la fiducia la più grande spinta in avanti. Insegna con le parole, ma sa che l’altro impara non tanto ciò che ha ascoltato da lui, ma ciò che ha sentito vibrare in lui vedendolo espresso nel suo modio di essere, di agire e di reagire.

“Hai reso semplice un percorso di riscoperta dei Padri della Chiesa”.
Perché la gente va in cerca di religioni orientali o di “americanate” pseudo-psicologiche?
Abbiamo un patrimonio di sapienza umana e spirituale maturata “col sangue” da grandi testimoni della fede, che può aprirci concrete prospettive per la nostra vita se solo sappiamo comprenderla e attualizzarla. Ma abbiamo confinato i tesori della nostra tradizione in scaffali polverosi e ci alimentiamo di banalità che non ci nutrono affatto.
Ridare la parola ai maestri dello Spirito, tornare a comprenderne il messaggio e renderlo nuovamente incisivo per la nostra crescita umana in Cristo: ecco un’altra sfida che attende l’accompagnamento spirituale.

Per concludere, nessuna ricetta, ma una constatazione derivante dall’esperienza: «Per accompagnare a Cristo non preoccuparti di tecniche e di conoscenze. Pensa solo ad essere in Lui e ad amare con Lui: pianterai nel cuore di chi ami il seme di ciò che Lui è».

                                                                                               Michele Bortignon



6/06/2013

Quale pedagogia per l’accompagnamento spirituale? La prospettiva di San Paolo

Prima o poi nella storia di ciascuno arriva un momento in cui si comincia a sentire che le cose non possono più continuare ad andare avanti così. E, se siamo sufficientemente maturi, anziché scappare dai problemi che la situazione ci pone o chiedere solo agli altri di cambiare, siamo disponibili a prendercene la responsabilità e cercare di fare qualcosa rimettendo in discussione innanzitutto noi stessi. E’ questo il punto di partenza di qualsiasi percorso di cambiamento personale ed è a persone in questa situazione che si rivolge san Paolo annunciando il suo Vangelo. Ed è questa anche la situazione iniziale di un accompagnamento spirituale con probabilità di riuscita perché motivato da una speranza e fondato su una disponibilità.
Il Vangelo si pone dunque come apertura di una prospettiva di fronte a un’esigenza di cambiamento; ed è appunto Vangelo, ossia “buona notizia”, perché fa una promessa: seguendo questa strada la tua situazione cambierà in meglio.

Nelle sue lettere, Paolo evidenzia con particolare forza il contenuto del Vangelo che egli annuncia, il Vangelo della Grazia, contrapponendolo a quello su cui precedentemente egli aveva fondato la propria vita e che ha constatato averlo però portato ad un fallimento esistenziale: il Vangelo della Legge.

Come evidenziato prima, un Vangelo deve rispondere a questa domanda: «Cosa posso fare di fronte al disastro che mi trovo a vivere?».
«Recupera la perfezione!», dice il Vangelo della legge. «Ti do io la ricetta. Segui le regole che ti prescrivo». Una legge: questa è la soluzione. Una legge a cui attenersi. Se adempio perfettamente alla legge, la mia situazione sarà perfetta.
Perché questo rigido inquadramento del comportamento umano in prima battuta viene avvertito come Vangelo, ossia come notizia liberante? Perché dà sollievo: seguire le regole di comportamento che mi dà qualcun altro mi esime dal pensare e dal prendermi delle responsabilità. Basta solo obbedire a quanto mi viene detto. Abdico al dovere umanizzante dell’agire morale e mi viene assegnato il premio di consolazione dell’umiltà.
Rimanendo nell’orizzonte della legge, alla lunga faccio però esperienza che in esso non c’è Vita. Anch’io, come Cristo, sconto le conseguenze della legge: vengo crocifisso, soffocato, annullato in ciò che sono dall’osservanza delle regole non solo quando queste non si attagliano alle esigenze della situazione che sto vivendo, ma anche quando questa osservanza è travolta dall’ansia del perfezionismo nel corrispondere perfettamente al dettato della legge e dagli scrupoli che mi assalgono nel timore di non avervi perfettamente corrisposto.
Infine, seguendo il Vangelo della legge perdo l’essenziale: l’occasione di ascoltare Dio che, attraverso le mozioni dello Spirito, vuole comunicarsi a me per essere attraverso di me. La relazione di comunione con Dio, infatti, non è importante solo per me, per il respiro d’infinito che mi dà il rapporto col mistero, per l’orizzonte di pienezza che mi apre l’essere in relazione con la fonte della Vita, ma soprattutto per dare anche all’esistenza che si svolge attorno a me la possibilità di essere Vita: solo se sono in relazione con l’Amore, la mia giustizia, la mia bontà è vera; altrimenti è qualcosa che costruisco io deducendone le modalità dal mio limitato angolo di visuale sulla vita.

Questa relazione con un Dio che è Amore è il Vangelo che Paolo annuncia come salvezza da lui personalmente sperimentata: non la perfezione dei comportamenti rende giusti, non aver risolto i problemi della vita dà pace, ma il sentirsi avvolti dall’amore di un Dio che ti raggiunge dove sei e con Sé ti porta a diventare quello che puoi essere. Una relazione che non è l’uomo a costruire (ancora una volta sarebbe lui a definire che cos’è l’Amore sulla base della propria limitata esperienza della vita), ma può solo accorgersene, scoprirla, accoglierla.
In che modo Paolo vede manifestarsi l’amore di Dio nella propria vita?
“Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti,…” Gal 1, 15-16):

  • Dio mi ha scelto: ha voluto che io ci fossi
  •  Dio mi ha chiamato con la sua grazia: nelle vicende della storia faccio esperienza dell’amore, ricevuto e donato, e mi accorgo che esso non è semplicemente un’azione dell’uomo, ma uno Spirito: un qualcosa che mi coinvolge e mi fa essere Sé.
  • Dio ha rivelato in me il figlio suo: mi ha mostrato che l’amore è anche dentro di me, come parte costitutiva del mio essere.

La risposta dell’uomo a questo amore gratuito di Dio è la fede, che si esprime

in chiave di comprensione della vita (fides quae). Dentro di noi sentiamo che c’è una connaturalità con l’Amore perché il nostro cuore ne grida il desiderio, il bisogno, sentiamo che da lì proveniamo e lì vogliamo tornare a vivere. Siamo fatti della stessa pasta dell’Amore, ce ne riconosciamo figli: “E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: «Abbà! Padre!». Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio” (Gal 4, 6-7).
Credo dunque che fondamento del mio essere è l’amore. Oggetto del mio credere è dunque l’essere figlio di un Dio la cui essenza è l’amore e che si manifesta come Amore (eminentemente in Cristo). Dal momento che condivido l’essenza di questo Dio-Amore, io sono suo figlio. E, se sono figlio di questo Padre, niente e nessuno potrà separarmi dal suo amore, nemmeno io con la mia autocondanna: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? 32 Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? 33 Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. 34 Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? 35 Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? 37 Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. 38 Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, 39 né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8, 31-39).

in atteggiamenti (fides qua): l’amore suscita in me una risposta d’amore. Non c’è doverismo, non ho bisogno di impormelo valutandone l’opportunità: la bellezza del vivere l’amore sentendomene oggetto trabocca in me rendendomi soggetto, protagonista d’amore, con altrettanta gratuità.
A volte la mia fragilità mi riporterà a cadere (“…noi che cerchiamo la giustificazione in Cristo siamo trovati peccatori come gli altri…” Gal 2, 17): essere giusto non significa non peccare, ma vivere in relazione con l’Amore, che mi rende amore: giusto per osmosi di ciò che Egli è, perché sono innamorato dell’amore. Giustizia non è perfezione, ma relazione. Essere giusti non è, dunque, uno stato, ma una tendenza: la perseveranza di camminare con Dio confidando più in ciò che Lui riuscirà a fare in me stando con me che non nelle mie capacità  (“…mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” Gal 2, 17-20).

C’è dunque un Vangelo della Grazia e un Vangelo della legge: due prospettive assolutamente contrapposte tra le quali l’uomo deve scegliere. Nell’una la mia salvezza, la pienezza della vita me la costruisco io compiendo le opere che la legge mi prescrive, nell’altra l’accolgo, semplicemente entrando nella relazione che Cristo mi propone di vivere con Sé lasciandomi portare dal suo Spirito, che in questa relazione tra Lui e me si comunica per osmosi affettiva. Paolo, che ha vissuto entrambe queste prospettive, può concludere: “L'uomo non è giustificato per le opere della Legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo” (Gal 2, 15).
E questa fede, questa relazione d’amore con Dio produrrà frutto, il frutto dello Spirito: Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). Le opere le fa l’uomo con il proprio impegno, seguendo un proprio progetto; i frutti li produce Dio attraverso l’uomo.

A cosa serve allora la legge? “La Legge è stata per noi un pedagogo, fino a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo. Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3, 24-27). Obbedire alla legge non è obbedire a Dio. Obbedire a Dio è dare ascolto a una voce interiore che è formata, ma non determinata, dalla legge. Per rivestirsi di Cristo, per diventare Amore occorre essere stati battezzati in Lui: aver fatto la sua stessa esperienza di morte e risurrezione, vivendo la situazione che ci uccide con il suo Spirito: con fede, con speranza, con amore. Solo allora si ama. Solo allora si conosce per esperienza che amare dà Vita.

Darsi come prospettiva la gratuità dell’amore anziché l’osservanza delle regole significa che non ci sono più regole? Non c’è il rischio che la libertà acquisita si trasformi in arbitrio?
Prescindere dalle regole non significa non avere regole, ma che queste nascono dall’interno, come esigenza intrinseca di un amore vissuto in pienezza; non vengono imposte dall’esterno, con il rischio di non essere adatte alla situazione che sto vivendo. E così non mi schiavizzano, non mi opprimono, ma me ne servo, le uso per il mio scopo: vivere sempre meglio il mio mondo di relazioni. Vale anche per la legge il proverbio “Pecunia, si uti scis ancilla, si nescis, domina”.
La libertà “da” è solo il prodromo di una libertà “per”: un’assunzione di responsabilità per un progetto di vita. Un progetto che Paolo addita in Gesù: “Per me vivere è Cristo” (Fil 1, 21).

“Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne” (Gal 5,16): se rimanete in relazione con Cristo, se vivete nel suo amore, se vivete il suo amore, non vi verrà il dubbio se siete o no salvati, perché sarete già nella vita in pienezza, e quindi non cercherete giustificazione nelle regole né vita nella soddisfazione dell’istintività. Vivete in relazione con Dio, dove troverete quell’amore, quella stima e quella sicurezza che soddisfa i vostri bisogni, rendendo inutile cercarli altrove.

                                                                                                     Michele Bortignon