
Felix,
qui potuit rerum cognoscere causas,
atque
metus omnes et inexorabile fatum
subiecit
pedibus strepitumque Acherontis avari.
Frutto
di una notte insonne, condivido con voi qualche considerazione sul
secondo canto delle Georgiche di Virgilio, versi di una bellezza e di
una profondità ineguagliabili.
“Felix,
qui potuit rerum cognoscere causas”,
Felice
chi è riuscito a conoscere le cause di ciò che gli succede
“atque”.
Bellissimo
questo “atque”: non è un semplice “et” che giustappone
quello che fa poi questo “felix”, ma si può tradurre “e
proprio per questo”. Ciò che adesso egli fa, può farlo perché ha
capito perché gli succede quel che sta vivendo.
E
che cosa fa? “Ha messo sotto i piedi tutte le sue paure, il fato
inesorabile e lo strepito della morte che vuole ghermirlo”.
Cosa
sono “il fato inesorabile e lo strepito della morte che vuole
ghermirlo” se non un’immagine poetica di ciò che non possiamo
controllare e quindi delle nostre ansie?
Dunque,
semplificando:
Felice
chi è riuscito a conoscere le cause di ciò che gli succede e,
proprio per questo, ha sottomesso le proprie paure e le proprie
ansie.
Già,
ma come sottometterle? Penso
che una
proposta concreta
potrebbe essere quella
di farsele
alleate, ossia non aver paura della paura, ma frequentarla, parlarci
assieme, comprenderne le ragioni pur senza esitare a riportarle nelle
giuste dimensioni.
Dunque,
altra traduzione, più libera: “Felice chi non ha paura delle
proprie paure, ma se le fa alleate, facendosi spiegare da loro cosa
gli sta succedendo”.
Manca
però un passaggio perché tutto questo sia possibile: la
tranquillità dell’animo. Se non sei pacificato dentro, le
situazioni continueranno a far leva sulla tua insicurezza per
terrorizzarti, dicendoti che «non si sa mai...» e che «sicuramente
capiterà il peggio». E’ così che nascono le paure.
E
qui bisogna tornare ai versi precedenti.
O
fortunatos nimium, sua si bona norint,
agricolas!
Quibus ipsa procul discordibus armis
fundit
humo facilem victum iustissima tellus.
Fortunato
chi coltiva i campi!
La
terra gli dona ciò di cui ha bisogno
e,
soprattutto, lo stacca dalle preoccupazioni del mondo.
Virgilio
assume l’agricoltore come simbolo della persona pacificata, in
equilibrio con se stessa perché possiede ciò di cui abbisogna e, se
se ne rende conto (“sua
si bona norint”),
ne è contenta e non cerca altro.
Se
è soddisfatta di ciò che ha a sua disposizione, e sente che c’è
una Provvidenza (qui la “iustissima
tellus”)
che le dà i mezzi per provvedersene o per accogliere come sfida la
sua mancanza, non ha più paura di non ottenere quel che non ha o che
le venga a mancare quel che ha.
Si
non ingentem foribus domus alta superbis
mane
salutantum totis vomit aedibus undam,
nec
varios inhiant pulchra testudine postes
illusasque
auro vestes Ephyreiaque aera,
alba
neque Assyrio fucatur lana veneno,
nec
casia liquidi corrumpitur usus olivi;
Traduco
liberamente, attualizzando:
Questa
persona non cerca i like dei followers,
non
ha bisogno di vestirsi firmato per farsi guardare
né
di esibire una vita sopra le righe
né
di tenersi su a forza di eccitanti.
La
sua passione diventa non procurarsi beni, piaceri, visibilità, ma
gustare quanto le viene dato.
at
secura quies et nescia fallere vita,
dives
opum variarum, at latis otia fundis
speluncae
vivique lacus et frigida Tempe
mugitusque
boum mollesque sub arbore somni
non
absunt; illic saltus ac lustra ferarum.
Ella
gusta una tranquillità operosa, una vita genuina;
a
piene mani ne raccoglie i frutti
ma
sa anche trovare riposo all’aria aperta:
sui
monti attorno,
rupi,
laghi e fresche valli,
dove
riposare all’ombra di un albero
mentre
il bove alza il suo muggito
e
tra gli alberi si aggirano, timide, le bestie selvatiche.
Ecco
allora che, pacificata interiormente, è pronta a vivere nella
dimensione di cui parlavamo poco fa: parlare senza paura alle sue
paure e ridere in faccia alle sue ansie.
Michele
Bortignon