6/01/2023

La fede nella risurrezione: bivio tra due approcci alla vita


La tentazione, a cui fa cenno Paolo riferendosi ad alcune persone della comunità di Corinto (1 Cor 15), di ritenere la risurrezione non indispensabile per la salvezza, è sempre molto seduttiva, soprattutto al giorno d’oggi, per la nostra mentalità razionalista. Di Cristo si apprezza il suo essere maestro di vita, esempio da imitare, amico che ci ama fino in fondo. Ma questa visione presuppone una sostanziale estraneità di Dio alla storia umana: siamo infatti convinti che la vita dobbiamo gestircela da soli, e di poterla portare a realizzazione se, dopo aver compreso che cosa è bene per noi, anche ispirandoci agli insegnamenti di Gesù, lo mettiamo in pratica con la nostra buona volontà.

L'esperienza ci dice però che da soli non siamo capaci di risorgere da certe situazioni di sofferenza o di fatica che ci uccidono, tutt’al più di rianimarci. La risurrezione è opera dello Spirito su una persona esistenzialmente morta per portarla a una vita strutturalmente diversa dalla precedente. Non si tratta di un miglioramento, seppur sostanziale. E’ un vivere non più auto-gestiti, ma etero-gestiti, come dice di sé San Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal 2, 20). Dio risorge una persona per vivere in lei, per incarnarsi in lei. E questo, lontano dall’annullarla, la fa invece diventare pienamente se stessa, come Lui da sempre l’ha pensata e sognata (cfr. Ger 1, 5): radicalmente libera dai condizionamenti di un io malato.

Se non ci fosse risurrezione, non servirebbe la fede, ma solo buon senso, intelligenza, disponibilità a convenire su ciò che è giusto, valutando la proposta di vita che Cristo ci fa. Sarebbe l'adesione a una filosofia di vita.

Se Dio non è coinvolto nella nostra vita, come si crede quando si afferma che non esiste la risurrezione, viene allora naturale concepire la vita come impresa dell’uomo e non come risposta a una chiamata di Dio da discernere nelle varie situazioni che ci troviamo ad affrontare.

Adamo è il prototipo dell’empio: colui che si costruisce una propria giustizia perché non crede in un Dio coinvolto nella propria storia per farla diventare occasione di salvezza.

Gesù Cristo, invece, è il figlio: colui che nella propria vita, passione, morte e risurrezione ha vissuto l’affidamento radicale al Padre, alla sua volontà discreta nel qui e ora di ogni momento della propria storia.

A noi dunque scegliere quale uomo essere: Adamo o Gesù? Colui che programma il proprio destino o colui che si affida? Colui che affronta la vita come un caso da gestire o colui che la crede un cammino accompagnato dalla provvidenza divina? Colui che usa della propria libertà per difendere la propria vita, secondo ciò che ritiene giusto o sbagliato, o colui che l’utilizza per donarsi più pienamente all’amore accogliendo le mozioni dello Spirito di Dio?

Ma l’esito è scontato: in Adamo si muore, in una solitudine illusa di potenza; in Cristo si riceve la vita: l’esperienza e la prospettiva di un amore illimitato, che supera il confine della morte. La vita vissuta nella fede, qualunque morte si trovi ad affrontare, si apre alla risurrezione.

 

Condividere la gioia di Cristo risorto (EE.SS. n.221) non significa semplicemente gioire per la sua sorte, ma rifare la sua esperienza di risurrezione dalla morte per sperimentare la sua stessa gioia. Risurrezione che, esistenzialmente, è sperimentare che Dio risponde con fedeltà alla mia fede che lo crede capace di darmi la vita in una situazione di morte accolta come incontro con Gesù Cristo, in cui abbandonare nella tomba il mio spirito e nel suo Spirito risorgere.

Quell’allietarmi e gioire intensamente, che Sant’Ignazio fa chiedere come grazia, non è dunque soltanto l’obiettivo e l’esito dell’esperienza di risurrezione, ma l’esplicarsi concreto di un atteggiamento di fede che, nell’esperienza di morte che stiamo sperimentando, lo proclama salvatore, Dio fedele alle sue promesse, “capace di far risorgere anche dai morti” (Eb 11, 19): “Di questo gioisce il mio cuore: perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal 16, 9-11).

 

Michele Bortignon

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5/01/2023

Situazioni difficili da giudicare….

 

«Solo chi lava i piatti rischia di romperli» diceva mio padre.

Assieme alla libertà, Dio ci ha dato la curiosità di provare alternative al “così fan tutti” per creare la nostra strada personale. E così alle volte ci capita di imboccare vie che ci risulta difficile classificare: giuste o sbagliate? Per alcuni aspetti giuste, per altri sbagliate…

Un approccio non spirituale ci porta a buttarci completamente dall’una o dall’atra parte:

  • spinto dalla vergogna e dai sensi di colpa dico che è tutto sbagliato. Con un pentimento frettoloso ne esco al più presto e non ci penso più;

  • spinto dall’istintualità dico che va bene tutto e trovo le mie giustificazioni per poter continuare come prima.

Perché dico che non è un approccio spirituale? Perché in entrambi i casi non c’è un colloquio con Dio, ma solo con me stesso, nel tentativo di sentirmi a posto.

Sempre questo bisogno ossessivo di sentirsi a posto… Come, quando se ne esce?

Quando, nel peccato, ci confrontiamo con la nostra umanità piena di fragilità senza scandalizzarcene perché la guardiamo con Lui, con un dispiacere colmo di riconoscente affetto per Lui che ci cammina a fianco, aiutandoci a trasformare il nostro peccato in una lezione di vita.

Da parte nostra, consentire alla misericordia di Dio di manifestarsi significa entrare in colloquio con Lui riguardo al nostro peccato. Senza fretta, senza cercare vie d’uscita, senza cercare giustificazioni.

Nella vita spirituale, il peccato non è un problema da risolvere, ma un luogo in cui capire cos’è la vita per imparare a viverla con Cristo, con lo stesso atteggiamento che, nella nostra fragilità, Egli ha avuto con noi.

E poi… chi mi dice che proprio ciò che imparo dai miei sbagli non sia il luogo in cui Dio vuole rivelarsi attraverso di me, fare del bene agli altri attraverso ciò che ho ricavato dalla mia sofferta esperienza? Questa diventa allora proprio il luogo da cui posso trarre quel particolarissimo bene da fare agli altri che è solo mio, che solo io posso fare. Un bene che, allora, è Dio con la vita a farlo attraverso di me e non sono io a deciderlo. Sono così passato dal fare io al permettere che Dio faccia in me e attraverso di me. Così si esce dal moralismo e si entra nella spiritualità.

Sono considerazioni, queste, che vanno bene quando la frittata è già stata fatta. Ora, se il rapporto con Dio è vero e profondo, non possiamo accettare che la sua misericordia diventi una protesi fissa per andare avanti a camminare. E’ bello che Dio ci aiuti a rialzarci, ma non che si sostituisca al nostro impegno personale. Un impegno, però, che, per non diventare doverismo, deve fondarsi su una motivazione che sentiamo dà senso alla nostra vita; una motivazione che, se viene a cadere, cadiamo anche noi come persone.

Questa motivazione la trovo quando ho capito che cosa la vita mi chiama ad essere, che cosa il mio esserci porta alla vita, con che cosa nutro gli altri, su che cosa poggia l’investimento di fiducia con cui gli altri si rivolgono a me. E’, questa, la mia vocazione, il mio ruolo nel qui e ora del mondo. Se i mie comportamenti lo distruggono, mi distruggo. E la gravità dei miei errori dipende da quanto questi incidono su questo mio personalissimo modo di dare il mio contributo alla vita.

Tutto risolto allora? Sappiamo come fare, perché farlo e lo facciamo? Eh… magari! La nostra vita è una continua lotta tra il bene e il male combattuta nella nebbia. Alla lunga, quale dei due prevarrà? Quello a cui avremo dato più da mangiare. Per questo non è tanto nell’imperversare della battaglia, quando siamo travolti da forze più grandi di noi, che possiamo fare qualcosa, ma nel tempo tranquillo, nutrendo il nostro pensiero del Bene che amiamo.

                                                                                       Michele Bortignon

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4/16/2023

La religiosità primitiva in Sardegna

Questo viaggio in Sardegna che sto facendo si è rivelato un’inaspettata immersione nel mondo della preistoria. In nessun altro posto ho trovato una così completa serie di reperti sull’epoca in cui l’uomo ha cominciato a lasciare testimonianze del suo modo di essere e di pensare. Da quei tempi remoti, la domanda che turba il cuore dell’uomo è sempre la stessa: “E dopo?”. E sulla risposta che gli antichi sardi hanno dato si è concentrato il mio interesse e la mia curiosità. E’ questo, in fondo, l’inizio della religione: il cercare una risposta agli interrogativi che trascendono la capacità umana di dare una risposta.

La prima raffigurazione di questa religiosità, risalente a 4500 anni prima di Cristo, nell’epoca detta “Neolitico medio”, è la dea madre, colei che dà la vita: una donna prosperosa, fianchi larghi e seni abbondanti. Ma non è solo la donna a dare la vita: anche la terra, producendo il cibo di cui l’uomo si nutre, assume questa valenza. Ecco allora che, abbinando le due sorgenti della vita, la risposta all’angoscia della morte è fabbricare una “macchina per la risurrezione”: nel grembo della terra, sempre nella roccia viva, vengono scavate le “domus de janas”, tombe a forma di grembo materno. A imitazione di questo, da una piccolissima porticina di accesso si interna un breve cunicolo che sfocia nella cella dove il cadavere viene inserito in posizione fetale, pronto per essere partorito a una nuova vita.

All’epoca matriarcale del neolitico medio segue, mille anni più tardi, nel neolitico recente, un’epoca patriarcale: la morte è vinta nel ricordo di chi non c’è più. E’ l’epoca delle “perdas fittas”, più comunemente note come “menhir”: il defunto viene ricordato da una stele che lo rappresenta. In alcuni casi (come, ad esempio, a Pranu Mutteddu) si nota una transizione: dietro al menhir c’è la domus de janas.

Più tardi, nell’età del rame (siamo nel 3000 a.c.), i menhir cominciano a essere scolpiti con sembianze umane stilizzate (cfr. museo di Làconi): due grandi sopracciglia e il cuneo del naso ne rappresentano il volto, mentre, dal luogo in cui si immagina la bocca, scende “il rovesciato”: il busto di un uomo con la testa verso il basso e due lunghe braccia ricurve all’indietro a formare un cerchio perfetto, quasi un gabbiano in picchiata; raffigurazione dell’anima che esce dal corpo al momento della morte, duplice presenza di questa persona nella vita presente e nella futura.

Anche Dio in quest’epoca cambia volto: il dio della vita diventa il dio trascendente che abita nei cieli, verso il quale ci si innalza salendo la scalinata della ziqqurrat di monte d’Accoddi e verso il quale si leva il fumo dei sacrifici degli animali immolati sulla grande pietra d’altare posta a lato del tempio.

Passano altri secoli ed eccoci all’età del bronzo medio, 1700 anni prima di Cristo. Inizia a svilupparsi la civiltà nuragica, caratterizzata da una marcata socialità: sorgono villaggi attorno al nuraghe, il castello che li difende. Il santuario assume le forme di un edificio o di un pozzo sacro, dove ogni offerente depone un bronzetto che lo rappresenta, raccomandandosi alla protezione del dio. Anche le sepolture cambiano: anch’esse sono ora collettive. Dietro al grande portale delle “tombe dei giganti”, la camera sepolcrale ospita decine di individui, mentre sul davanti l’esedra si sviluppa in due bracci, raffigurando le corna di un toro, simbolo di forza, di potenza invincibile, al cui interno si compiono i riti funebri. Quasi a dire: come singoli individui moriremo anche, ma come popolo nulla può vincerci. Lo dice anche la statuetta del nuraghe collocata al centro della capanna delle assemblee come simbolo identitario.

Ma nell’800 a.c. anche questa civiltà scompare, vinta o assimilata (non si sa) da quella dei Fenici, quindi dai Punici e infine dai Romani. Ma anche questi passano, travolti dai Saraceni e poi dagli Spagnoli, infine dai Savoia, che lasciano il loro segno distruggendo i boschi dell’isola per costruire le traversine delle ferrovie del regno.

Intanto come trova ancora espressione la religiosità popolare? Ne troviamo una traccia nelle tradizioni apotropaiche che segnano la fine del vecchio anno e la rinascita primaverile. A Mamoiada (ma in modi e con figure analoghe in altri paesi) i Mamuthones, brutti e neri, e che si rendono ancor più spaventosi con il clangore dei campanacci legati attorno al corpo, muovono la loro danza al ritmo e coi passi che vengono loro imposti dagli Issohadores, belli e dai vestiti colorati: è il bene che comunque vince il male, il nuovo che rimpiazza il vecchio, il ciclo delle stagioni che va avanti nonostante tutto.


4/01/2023

Perché certi… no?

 

Per te, che hai trovato la salvezza nella relazione con Dio, ossia una vita vissuta esternamente in modo pienamente umano e interiormente nella serenità e nella libertà interiore, è doloroso accettare che proprio chi ne avrebbe più bisogno rifiuti l’annuncio che salva.

Che cosa chiude il cuore di queste persone all'ascolto?

Certamente una grossa influenza ce l’ha una serie di situazioni ed esperienze che rende loro difficile sperare, credere, amare:

Non hanno speranza in una prospettiva diversa: la persona o i valori in cui avevano creduto le hanno deluse e ora vivono nella rassegnazione, nell'accontentarsi di ciò che ritengono immutabile.

Non hanno fiducia: non sono aperte al confronto, le loro idee sono assolute e irremovibili; manca loro la consapevolezza che ciascuno è segnato dalla propria storia e quindi condizionato, nella percezione della realtà e nelle scelte, da paure e da bisogni che gli sono propri, per cui non può possedere la Verità, ma soltanto, assieme ad altri, farsene umile cercatore.

Non hanno amore, chiuse nella difesa dei loro beni, mezzi di scambio per comperare quell'affetto, quella stima, quella sicurezza che non riescono a ottenere in altro modo; inoltre sono chiuse nella difesa del loro piacere, che spesso è fuga da una realtà in cui non sanno trovare nulla di positivo.

In loro stenta, e spesso non riesce, a farsi strada

  • la speranza, che li aiuterebbe ad attraversare la sofferenza;

  • la fiducia, che crea relazioni per affrontare le difficoltà;

  • l’amore, nella bellezza di amare e di essere amati.

La storia finora ha fatto loro trovare risposte più accessibili, di cui ancora non hanno sperimentato il basso profilo o l’illusorietà.

Ma potrebbe anche essere, molto più semplicemente, che l’annuncio non è accolto perché non parla il loro linguaggio, non è risposta alla domanda fondamentale che, comunque, ognuno di noi porta nel cuore: come posso essere sereno e interiormente libero? Ma, soprattutto, perché non sa porgere questa risposta senza servirsi di parole: direttamente attraverso una vita che parla al posto nostro. Solo su questa base l’annuncio diventa comprensibile e, anzi, cercato.

Non possiamo però affermare che da parte di nessuno ci sia un’accoglienza o un rifiuto completi di questa prospettiva. In ognuno di noi si agitano desideri e resistenze che portano a un’adesione più o meno completa e che comunque varia nel tempo. Non si può allora giudicare la situazione di una persona confrontandola con uno standard di santità che tutti dovrebbero raggiungere, ma dall’incremento di umanità che il suo cammino produce in lei.

Ciascuno infatti ha il suo gioco, e per vincerlo non è tanto importante il punto d’arrivo, quanto il giocarlo con quella fede nella vita (se non in Dio!), con quella speranza, con quell’amore che gli sono concretamente possibili nel momento e nella situazione che sta vivendo.

Se sapessimo guardare senza aspettative e pregiudizi, talora forse potremmo vedere che proprio chi nega Dio, con il suo essere e agire è talmente UOMO da rassomigliare a Cristo e inconsapevolmente viverlo.

                                                             Michele Bortignon

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3/01/2023

Vivere il presente tra paure, dolore e sofferenze

 

Desidereremmo tutti poter vivere una vita serena, tranquilla, senza problemi. Ma la realtà è un’altra e spesso ci troviamo dentro a situazioni, soprattutto di malattia, che ci rendono questa vita difficile, quasi impossibile e insopportabile. Quando il dolore fisico o psicologico invade la nostra vita coinvolgendoci in prima persona, quando i protagonisti del dramma siamo noi, la nostra reazione è di paura e di rifiuto. Ma questa reazione al male sarebbe un voler negare la realtà, un nascondere la testa sotto la sabbia e fingere che non ci sia il problema; d’altra parte non possiamo nemmeno permettere al dolore di farla da padrone e invadere tutta la nostra vita rovinandoci l’esistenza in modo definitivo. Correttamente dovremmo dire: «Il mio male c’è, ma io non sono il mio male; io non sono solo la malattia e la malattia non è tutta la mia vita». Ma come riuscire a rendere vita vissuta questa affermazione di principio? Come affrontare la paura, il dolore e la sofferenza che questa mia malattia mi provoca senza lasciarmi travolgere dalla sua negatività?

Se osserviamo bene, le emozioni negative sono suscitate soprattutto dalle recriminazioni per ciò che è stato, attraverso le quali cerco una causa al mio male, o dalla paura di un futuro immaginato disastroso, che partorisce angoscianti premonizioni. È quasi istintivo, quando si è in una situazione di malattia o di sofferenza, voler cercare a tutti i costi una causa rivangando il passato, oppure pretendere di pianificare e controllare il futuro.

Ma l’unico tempo reale è il presente: il passato non c’è perché è già stato e il futuro non c’è perché non c’è ancora. Occorre allora vivere qui e ora: non lasciare che il passato domini il mio presente e che il futuro mi crei preoccupazioni (appunto pre-occupazioni) che sono solo ipotesi e probabilità.

Vivere qui e ora significa gustare, accogliere, apprezzare quello che ho adesso, quello che vivo adesso: amore, amicizia, vicinanza, affetto, aiuto, ecc…; tutto il bello e il bene che c’è nella mia vita.

Vivere qui e ora significa anche accettare (non subire) quello che non va: ciò che non posso cambiare me lo alleo, lo accolgo e lo addomestico.

Addomestico il dolore, accolgo la sofferenza, mi alleo la paura.

  • Addomestico il dolore. Lo vedo come ingrediente inevitabile di questa vita. Il dolore è selvaggio, non sai né quando arriva, né quando e se se ne va. Allora chiedo la forza a Cristo, Lui sa che cos’è il dolore. Gli chiedo di non lasciarmi sopraffare da esso, di non permettere che il male riempia tutto il mio orizzonte.

  • Accolgo la sofferenza. La sofferenza è un male interiore. Sosto nella sofferenza, le parlo, le chiedo che cosa mi può offrire, che cosa mi insegna, come mi fa crescere, cambiare, evolvere.

  • Mi alleo la paura. La paura è forza vitale: mi salva e mi protegge. Ma, se sfocia nel terrore, mi blocca. E allora cerco di conoscerla e dominarla per domarla.

Dolore, sofferenza, paura sono sentimenti che mi possono servire se sono io a controllarli; mi schiacciano e mi uccidono se mi lascio dominare da loro e se non imparo a conoscerli.

Alla fine sono io a decidere se esserne preda o dominatore: la scelta è mia.

Oltre a un ragionamento intellettivo e razionale attraverso il quale posso decidere il cambiamento, c’è un atteggiamento interiore di fiducia e apertura verso Colui che ha liberamente accettato di vivere il dolore, la sofferenza e la paura. Gesù mi insegna: ha lottato e ha vinto il dolore, la sofferenza, la paura, il senso di fallimento e la solitudine. Gesù mi invita a fidarmi e a vivere qui e ora il rapporto preferenziale con Lui in questa mia situazione.

Vivere qui e ora significa concentrarmi sul presente. Penso alle mie azioni, alle mie parole, ai miei movimenti. Mi concentro sui miei sensi: ascolto, annuso, tocco, assaporo, vedo. Godo della mia vita, dell’essere viva; la vivo tutta, la spremo, la consumo.

Il passato e il futuro li posso immaginare come i bordi della mia strada e non permetto che la invadano: loro restano là, ai margini. Oppure me li immagino come la strada dietro e davanti a me: quella fatta e quella ancora da percorrere. Guardo la strada dove metto i piedi, mi concentro sul passo che sto facendo, mi gusto il paesaggio che sto guardando. Solo questo passo. Ho l’energia per fare questo passo presente, immediato. Non consumo le mie forze a pensare a come ho fatto i passi precedenti o a come farò i futuri. Qui e ora. Quando il passato si fa invadente e soffoca il mio presente, non faccio altro che riconoscerlo, capire perché torna a invadere il mio “qui e ora”; cerco di capire di quali bisogni è voce, di quali ferite non rimarginate si fa eco.

Guardando a Gesù, che vuol fare nuove tutte le cose, accolgo il suo perdono, il suo invito a perdonare e prima ancora a perdonare me stesso. A questo punto la smetto di recriminare e, invece, colgo e sottolineo la lezione che la mia storia mi porge. E lascio andare ciò che è passato. È passato e basta; punto a capo.

Quando è il futuro a farmi paura mi rifugio tra le braccia di Dio e mi sento serena come un bimbo svezzato in braccio a sua madre (Sal 131,2). Mi lascio cullare, contenere, proteggere; mi fido, proprio come un bimbo si fida di sua madre.

Il futuro non lo posso controllare, non posso prevederlo: posso solo fidarmi. Fidarmi di un Dio con me, che non mi abbandona mai.

In conclusione vivere qui e ora significa rappacificarmi con il mio passato vedendo in esso la presenza di Dio che mi aspettava e che fremeva perché mi accorgessi del Suo amore. Inoltre significa fidarmi che la Sua alleanza dura in eterno: se c’era nel mio passato, c’è nel mio presente e ci sarà nel mio futuro.

Tutto questo spetta a me interiorizzarlo e assimilarlo. La scelta definitiva è sempre e solo la mia: a Lui posso chiedere la forza dello Spirito per sentirlo e sperimentarlo DIO CON ME.

Maria Rosa Brian

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2/01/2023

Non prenderti troppo sul serio

 

Immaginiamo la scena: siamo nella sala riunione di una ditta e fra lo staff c’è chi fa a gara per dimostrarsi il migliore agli occhi del capo e c’è chi si sente sopraffatto dai più loquaci; oppure siamo al bar del paese, dove un gruppo di ciclisti si vantano raccontando le loro prodezze in salita e scherzano su chi è arrivato ultimo, il quale si sente lo sfigato di turno; oppure, a una festa, c’è un gruppo di amiche o amici, e tra di essi c’è sempre chi attira l’attenzione di tutti su di sé rubando la scena a chi è più timido.

Che cos'hanno in comune queste situazioni? Nulla, se non il fatto che si creano delle circostanze -e si potrebbero fare molti altri esempi simili- in cui c’è chi si sente, a torto o a ragione, inadeguato rispetto al gruppo. Che cosa succede in chi si sente trascurato, messo da parte, sopraffatto? Quale può essere la sua reazione? Provo a mettermi nei suoi panni.

Quando qualcuno è elogiato (anche se magari è vero che è più bravo o più meritevole di me, o più veloce o più brillante), oppure quando uno sottolinea il mio errore, o quando c’è chi occupa tutta la scena, sento che è un’ingiustizia, un complotto, un tramare alle mie spalle, al punto che penso: «Ecco: ce l’hanno tutti con me!». Da questa considerazione nasce in me un atteggiamento e una serie di pensieri che non fanno altro che confermare e alimentare questa mia teoria e visione delle cose, facendomi cadere in un circolo vizioso: penso che tutti ce l’abbiano con me, che non sono capace o non abbastanza simpatico; di conseguenza divento sospettoso, mi chiudo in me stesso e tengo il muso; e così mi rendo antipatico. Oppure pensando di non essere considerato, o addirittura invisibile, mi comporto come tale: me ne sto in disparte, non partecipo, non mi coinvolgo e non mi faccio coinvolgere. Ecco, se prima credevo di essere escluso, ora ho creato tutti i presupposti per esserlo.

Come fare a uscire da questo circolo vizioso?

Un motto che ho trovato in un calendario diceva: smettila di comportarti da vittima e il tuo aggressore svanirà. È vero, smettila di recitare la parte che ti sei scelto, smettila di fare la vittima, l’offeso e lo sfigato. Esci da quel ruolo che nessuno ti ha dato, ma che ti sei addossato tu, e soprattutto smettila di crederti al centro del mondo e che tutto ruoti attorno a te; spostati e guarda da un’altra angolazione. Assumi la prospettiva di chi credi ce l’abbia con te. Che cosa nasconde il suo atteggiamento? Quali paure? Quali insicurezze? Che visione ha di se stesso? Vedrai che non è tanto diverso da te. Ascolta bene cosa ti dice e cosa non dice dietro a ciò che esterna: magari le sue insicurezze e paure le nasconde dietro a una esagerata spavalderia che, purtroppo, scarica su di te, oppure ha un ossessivo bisogno di conferme, che lo porta a mettersi sempre al centro della scena, sminuendo te per emergere lui.

Oppure potrebbe semplicemente essere che quel tale non ce l’abbia con te, e che effettivamente sia tu ad avere un problema che non vuoi vedere e ti da fastidio che lui te lo faccia notare. Smettila allora di prenderti così sul serio e accetta che anche tu puoi sbagliare, che hai le tue fragilità, accetta il fatto che non sei il migliore e neanche il peggiore, che non sei infallibile ma neanche una frana.

Se ti senti trascurato, inizia tu a proporti, a farti avanti. Ti senti inadeguato? Fallo lo stesso! Hai paura di sbagliare? Ok, rischia l’errore. Ti spaventa un “no!”? Accettalo! Temi la figuraccia? Prenditi un po’ in giro fai dell'humour su te stesso. Soprattutto, considera che tu sei unico, con le tue caratteristiche, le tue doti e i tuoi limiti; non sei il centro del mondo, ma hai un posto nel mondo che gli altri devono rispettare; e puoi farlo senza offenderti, senza mugugnare, semplicemente affrontando la questione con chi ti fa torto oppure buttandoti tutto alle spalle perché non vale la pena creare un problema dove problema non c’è, ma solo un film che ti sei fatto in testa.

Tieni anche presente che gli altri hanno una storia diversa dalla tua e possono non capire le tue esigenze: falle presenti e suggerisci loro come potrebbero soddisfarle.

Maria Rosa Brian


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1/01/2023

Il nostro cinema interno

Ognuno di noi ha un suo modo di reagire alle varie situazioni, determinato dal suo carattere e dalla sua particolare esperienza di vita. Tale modalità, per lui assolutamente normale (o perché istintiva o perché scelta a ragion veduta), può ferire o comunque apparire inopportuna all’altro che ne viene coinvolto.

Questo modo di agire o reagire in cui inevitabilmente cadi è stato indotto, costruito in te da una passata esperienza di vita, probabilmente durata a lungo, a contatto con persone per te affettivamente significative.

Adesso, cambiata la situazione, ti accorgi però che il tuo modo di reagire è lo stesso, solo che non è più adeguato alla situazione: invece di vedere le persone per quello che sono, proietti su di loro l’immagine di chi allora ti aveva fatto del male appena cogli in loro un qualche atteggiamento che te lo ricorda, per cui non è alla persona che ti sta davanti che reagisci, ma a quella che ti aveva fatto del male.

Ad esempio, se la tua esperienza pregressa è stata di essere rifiutato e aggredito, e tu hai risposto aggredendo a tua volta, ora, nella tua esperienza attuale, ti senti rifiutato anche solo se ti viene fatta un’osservazione o dato un consiglio ed aggredisci l’altro (o te stesso, somatizzando la sofferenza) con una reazione chiaramente sproporzionata rispetto alla causa.

Vediamo cosa succede quando ti senti ferito dal comportamento dell’altro, perché lo inserisci nel mondo delle tue esperienze ferite.

Anziché chiarirti con lui, credendo nella sua buona fede e cercando di capire le motivazioni o i problemi sottostanti ai suoi comportamenti che non ti vanno, li ritieni colpevoli e premeditati per ferirti («L’ha fatto apposta!»; «Non poteva non rendersi conto che così mi avrebbe ferito!») e quindi iniziare un’azione difensivo-offensiva (ti chiudi e/o lo aggredisci) che finisce per suscitare un suo contrattacco, in una reazione a catena che diventa sempre più pesante.

Spesso, al di sotto di una richiesta specifica, c’è un bisogno profondo che, quando non soddisfatto, rende esplosiva una situazione di per sé spesso banale. Si creano allora associazioni di pensiero irrealistiche; ad esempio: «Se sei in ritardo nel preparare la cena -e sai che ci tengo alla puntualità!- significa che non t’interessa niente di me» (bisogno di affetto insoddisfatto); «Se non mi dai l’aiuto che ti ho chiesto, significa che mi consideri una schiava a tuo servizio» (bisogno di stima insoddisfatto).

Scopri dunque qual è il bisogno da cui nasce la tua richiesta e dagli tu stesso una risposta o condividilo con umiltà con chi può soddisfarlo.

In ogni caso, renditi conto che spesso, senza che tu lo voglia, parte il tuo cinema interiore, che ti fa interpretare ciò che l’altro dice e fa secondo il tuo copione, non secondo le sue intenzioni. E l’altro potrà sempre dirti: “Sono responsabile di quel che dico, non di quel che capisci tu”.

                                                                                                  Michele Bortignon


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12/24/2022

12/18/2022

Felix qui potuit rerum cognoscere causas

Felix, qui potuit rerum cognoscere causas,

atque metus omnes et inexorabile fatum

subiecit pedibus strepitumque Acherontis avari.


Frutto di una notte insonne, condivido con voi qualche considerazione sul secondo canto delle Georgiche di Virgilio, versi di una bellezza e di una profondità ineguagliabili.

Felix, qui potuit rerum cognoscere causas”,

Felice chi è riuscito a conoscere le cause di ciò che gli succede

atque”. Bellissimo questo “atque”: non è un semplice “et” che giustappone quello che fa poi questo “felix”, ma si può tradurre “e proprio per questo”. Ciò che adesso egli fa, può farlo perché ha capito perché gli succede quel che sta vivendo.

E che cosa fa? “Ha messo sotto i piedi tutte le sue paure, il fato inesorabile e lo strepito della morte che vuole ghermirlo”.

Cosa sono “il fato inesorabile e lo strepito della morte che vuole ghermirlo” se non un’immagine poetica di ciò che non possiamo controllare e quindi delle nostre ansie?

Dunque, semplificando:

Felice chi è riuscito a conoscere le cause di ciò che gli succede e, proprio per questo, ha sottomesso le proprie paure e le proprie ansie.

Già, ma come sottometterle? Penso che una proposta concreta potrebbe essere quella di farsele alleate, ossia non aver paura della paura, ma frequentarla, parlarci assieme, comprenderne le ragioni pur senza esitare a riportarle nelle giuste dimensioni.

Dunque, altra traduzione, più libera: “Felice chi non ha paura delle proprie paure, ma se le fa alleate, facendosi spiegare da loro cosa gli sta succedendo”.

Manca però un passaggio perché tutto questo sia possibile: la tranquillità dell’animo. Se non sei pacificato dentro, le situazioni continueranno a far leva sulla tua insicurezza per terrorizzarti, dicendoti che «non si sa mai...» e che «sicuramente capiterà il peggio». E’ così che nascono le paure.

E qui bisogna tornare ai versi precedenti.

O fortunatos nimium, sua si bona norint,

agricolas! Quibus ipsa procul discordibus armis

fundit humo facilem victum iustissima tellus.

Fortunato chi coltiva i campi!

La terra gli dona ciò di cui ha bisogno

e, soprattutto, lo stacca dalle preoccupazioni del mondo.

Virgilio assume l’agricoltore come simbolo della persona pacificata, in equilibrio con se stessa perché possiede ciò di cui abbisogna e, se se ne rende conto (“sua si bona norint”), ne è contenta e non cerca altro.

Se è soddisfatta di ciò che ha a sua disposizione, e sente che c’è una Provvidenza (qui la “iustissima tellus”) che le dà i mezzi per provvedersene o per accogliere come sfida la sua mancanza, non ha più paura di non ottenere quel che non ha o che le venga a mancare quel che ha.

Si non ingentem foribus domus alta superbis

mane salutantum totis vomit aedibus undam,

nec varios inhiant pulchra testudine postes

illusasque auro vestes Ephyreiaque aera,

alba neque Assyrio fucatur lana veneno,

nec casia liquidi corrumpitur usus olivi;

Traduco liberamente, attualizzando:

Questa persona non cerca i like dei followers,

non ha bisogno di vestirsi firmato per farsi guardare

né di esibire una vita sopra le righe

né di tenersi su a forza di eccitanti.

La sua passione diventa non procurarsi beni, piaceri, visibilità, ma gustare quanto le viene dato.

at secura quies et nescia fallere vita,

dives opum variarum, at latis otia fundis

speluncae vivique lacus et frigida Tempe

mugitusque boum mollesque sub arbore somni

non absunt; illic saltus ac lustra ferarum.

Ella gusta una tranquillità operosa, una vita genuina;

a piene mani ne raccoglie i frutti

ma sa anche trovare riposo all’aria aperta:

sui monti attorno,

rupi, laghi e fresche valli,

dove riposare all’ombra di un albero

mentre il bove alza il suo muggito

e tra gli alberi si aggirano, timide, le bestie selvatiche.

Ecco allora che, pacificata interiormente, è pronta a vivere nella dimensione di cui parlavamo poco fa: parlare senza paura alle sue paure e ridere in faccia alle sue ansie.


Michele Bortignon


12/01/2022

Il “dovere” della gioia

Tutti, penso, ci siamo trovati in situazioni in cui proprio non siamo riusciti a capirci con chi ci stava davanti, con conseguenti litigi, musi lunghi, sensazione che tutto sia finito senza nessuna possibile soluzione.

Cessata la rabbia (e abbiamo visto che non ci portava da nessuna parte, se non a peggiorare la situazione) siamo stati presi da una sorta di depressione, senza più alcuna voglia di fare, mentre una nebbia ci isolava in noi stessi come se attorno tutto fosse sparito. In questa condizione, il futuro ci viene rubato e il presente è un brancolare senza direzione.

Cosa facciamo? Restiamo così e incolpiamo gli altri di aver creato questa situazione? Aspettiamo siano loro a darsi da fare per risolverla? Anche no! Ricordiamoci che noi siamo l’unica risorsa a nostra disposizione per cambiare le cose. Qualsiasi cosa possiamo pensare, prima però dobbiamo lavorare sulla motivazione per farlo, e, ancor prima, sul clima interiore che permette a una motivazione di esserci: se non sono contento della vita, perché mai dovrei impegnarmi per migliorarla? Tanto vale lasciarla andare dove vuole!

E’ qui che si inserisce l’invito alla gioia dell’ottava beatitudine del Vangelo (Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli". Mt 5,11-12): quando le cose vanno di al contrario, tu rallegrati e salta di gioia, la mente e il corpo impegnati a dire che quel che ti sta succedendo è Super, è da WOW! Una reazione da svitati? Ma forse una reazione di fede, una fede assoluta nella promessa che “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8, 28).

Rallegrarmi è un atto di una fiducia così assurda che non può che mettere in moto l’impossibile di Dio: «Caro Dio, o ci sei o non ci sei; e, se ci sei, dovrai tener fede alla tua promessa di dare un senso a ciò che sto vivendo». Eccomi allora entrare in un’attesa attiva: come dice sant’Ignazio, agisco come se tutto dipendesse da me, ma chiamando Dio al mio fianco, con un’invocazione di speranza e di fiducia che lo chiama a essere co-autore di questa svolta nella mia vita. Come risponde Dio? A sua volta rivestendomi di speranza e di fiducia per rendermi co-autore di quel bene che spero. Come? Comincio intanto io a vivere questa situazione come se il bene che spero si fosse già realizzato ("Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato". Mc 11, 24). Se il futuro che spero è fatto di armonia, di collaborazione, di premura, comincio io a vivere con l’altro questi atteggiamenti. E, poiché la realtà funziona secondo la legge dello specchio, che ti restituisce quello che gli dai, è possibile che qualcosa di buono accada davvero.

Difficile questa prospettiva? Molto, perché anti istintiva. Ma quando abbiamo esaurito tutte le risorse che il nostro buon senso può offrirci e ci troviamo a sbattere la testa contro un muro di gomma, può valere la pena di provare anche questa strada… che magari ci porterà da tutt’altra parte: la fantasia di Dio sa sempre stupirci!

 

Michele Bortignon

 

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11/01/2022

La falsa pace dello strutturato

 

Il timore di quel che può succedere seguendo Cristo su una strada di cui intravedo le difficoltà e i problemi può bloccarmi nell’indecisione, in un’immobilità in cui trovo una certa tranquillità, che mi rassicura pur senza soddisfarmi. Non è detto mi trovi in una situazione di peccato o di ignavia. Più spesso ho trovato il mio equilibrio in una religiosità strutturata, che mi ha programmato la vita. In essa ho tutti i miei riferimenti, persone che mi rassicurano semmai mi venisse qualche dubbio, l’approvazione del gruppo a cui appartengo.

E’ una pace che viene da Dio?

“I demoni non tentano più la persona da quando vedono che la via che segue basta da sola per evitarle di tornare accanto a Cristo” (Francisco de Osuna, Tercer abecedario espiritual, cap.5). E’ vero, c’è una quiete, una pseudo-pace che deriva dall’immobilità: non seguo il Nemico, ma nemmeno il Signore. Il tentatore allora non ha bisogno di farsi vivo facendomi cadere o deviare: sono bloccato, inerte, all’angolo, per cui non posso nuocergli!

La sensibilità è anestetizzata, i desideri sono congelati dalla paura di ciò che può accadermi se li seguo, non c’è pensiero sul futuro. «Sto bene così come sono», mi dico. Non mi manca nulla per una vita normale. Ma il problema è appunto qui: la mia è una vita “normalizzata”: non vi succede nulla, nient’altro al di fuori della routine quotidiana. Non c’è avventura, non c’è scoperta, …non c’è rischio! Solo la sicurezza del prevedibile. E gli eventi negativi che inevitabilmente accadono li classifico subito come errori di percorso, qualcosa che non doveva succedere.

Mi mancano le ali per volare nella terza dimensione della vita: la paura me le ha strappate e l’aquila che ero si è trasformata in un pollo, a cui non manca nulla… se non tutto ciò che trascende la mera esistenza.

 Questa situazione non può bastarmi se ho cominciato a percorrere una via spirituale.

Certo, la paura mi farà dire che in fondo va bene anche così, che ci sono occasioni per fare il bene anche nella mia situazione senza dover far nulla di più, che Dio non può volere per me una vita di tormento affrontando situazioni più grandi delle mie forze, che i miei limiti e incapacità mi porteranno a fare danni, …

Ma un’insoddisfazione di fondo, una nostalgia dei momenti in cui Dio mi ha trascinato in alto con Sé mi porta a sentire che neanche così va bene. E non so cosa fare, incredulo che proprio quella, con tutte le difficoltà che vi prevedo, sia la via attraverso cui Dio vuole condurmi: «Ma come? Dio non vuol darmi la pace?»

 Occorre allora fare chiarezza sulla via di Dio. A chi Egli sceglie, Dio non prepara una vita senza problemi: non è questa la pace che Egli dà.

«La croce è il prezzo dell’amore» dice S.Teresa d’Avila; «O il nostro amore è un prolungamento dell’amore di Cristo Crocifisso o è una burla». Ma perché l’amore ha le dimensioni della croce? Chi è con Cristo ama, e chi ama ha il cuore che canta, perché riempito di Lui, e, allo stesso tempo, geme, perché svuotato di sé, del suo diritto a soddisfare il proprio bisogno quando collide con quello dell’altro, portato a dimenticare l’interesse proprio per cercare il bene dell’altro. Chi ha fatto esperienza di Dio può amare nella gratuità e nella mortificazione perché è stato, è e sarà nel suo amore. Questo gli basta e colma ogni suo bisogno. Chi, se non lui, può amare accettando la croce che l’amore spesso porta con sé? Anzi, entra volontariamente in queste situazioni, perché sa che può incontrare Cristo se si mette sulla sua strada. Ed essere con lui è ciò che sazia completamente il cuore.

La pace promessa da Dio non è dunque una vita senza problemi, ma l’ “Emmanuele”, il Dio con noi.

In compagnia di Cristo c’è compresenza di tormento (la dimensione della croce) e fede, speranza, amore (la sua presenza, la presenza del suo Spirito, in noi); il cuore allora, tirato in queste due opposte direzioni, si lacera, mentre la vita, finora in più luoghi dispersa, si unifica in Cristo, ritrovando senso, gusto e quella pace vasta e profonda a cui così poco somiglia la tranquillità dell’immobilismo.

 Che cosa mi serve, dunque, per uscire dalle secche dell’immobilismo? Ricordare, riconoscere, rivivere e rigustare la grazia, le esperienze in cui ho toccato l’amore gratuito di Dio che ha trasformato la mia esistenza in vita. Senza la grazia, nessuna esperienza di fede è possibile.

Ma la grazia chiama a una risposta di fede, il cui primo passo è entrare nella prospettiva di Cristo, lasciando che l’Amore faccia nuove tutte le cose nella nostra vita.

Sono allora chiamato a fare anche la mia parte: scegliere, decidermi per Dio con coraggio, disponibilità, generosità e affidamento. “Determinada determinaciòn” la chiama Teresa: “un grido di protesta contro la situazione penosa che stiamo vivendo, indotta dai problemi e dalle difficoltà poste dall’ambiente che ci circonda o dal nostro stesso io”.

Senza “determinada determinaciòn” non si va da nessuna parte: “Coloro che vogliono percorrere questa strada senza fermarsi fino al termine di essa, cioè fino a giungere a bere di quest’acqua di vita, è cosa – ripeto – di grande importanza come debbano cominciare: devono cioè prendere una risoluzione ferma e decisa di non arrestarsi prima di raggiungere quella fonte, avvenga quel che avvenga, succeda quel che succeda, si fatichi quanto bisogna faticare, mormori chi vuol mormorare; bisogna tendere sempre alla meta, a costo di morire durante il cammino se il cuore non regge agli ostacoli che vi s’incontrano. Il vero servo di Dio, al quale Sua Maestà ha dato la luce per scorgere la vera strada, quanto più nel cammino si sente prendere da timori, tanto più cresce nel desiderio di non fermarsi. Vede chiaramente dove il demonio si prepara a colpirlo e non solo si sottrae all’urto, ma gli rompe la testa. (Teresa de Jesus, Cammino di perfezione, cap.21, 1.2).

Oltre alla grazia di Dio e alla nostra “determinada determinaciòn”, è la vita che spero, aspetto e fin d’ora sto gustando a darmi forza per accettare e portare la croce che mi attende sulla strada con Dio: “Sulla via della perfezione tutto ci appare gravoso, e a ragione, perché si tratta di una guerra contro noi stessi, ma appena ci mettiamo all’opera, Dio agisce così efficacemente nell’anima e le dona tante grazie che le sembra poco tutto ciò che si può fare in questa vita” (Teresa de Jesus, Cammino di perfezione, cap 12, 1).

                                                              Michele Bortignon

 

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10/23/2022

L'idea della morte nel trascorrere dei secoli


Si sta avvicinando novembre, il mese dei morti. Perché è considerato tale? Noi, con l’illuminazione artificiale che rende indifferente operare di giorno come di notte, quasi non ce ne rendiamo conto, ma per i nostri antenati dev’essere stato angosciante vedere le ore di luce diminuire sempre più, quasi che il giorno stesse agonizzando, col terrore che le tenebre vincessero. La morte del sole e la morte dell’uomo sono state così sentite un’unica cosa, un richiamo l’una all’altra.

Se con la stagione autunnale è questa esperienza sensoriale a darci il senso della morte, i nostri antenati hanno sentito che è così importante averlo sempre presente che hanno creato altri modi (potremmo definirli dei simbolismi sacri) per renderci presenti a questa esperienza.

Me ne sono reso conto durante un recente viaggio in Toscana. Dal paese di Sorano ho percorso la “Via Cava” che porta alla necropoli etrusca: un sentiero di quasi un chilometro, in salita a tornanti verso la sommità del colle, scavato nel tufo per una profondità di 5-6 metri. Nel percorrerlo, la sensazione è di oppressione, di star penetrando nelle viscere della terra, di correre il rischio di rimanere sepolti vivi, a tener compagnia a quei morti dai quali ci si sta recando.

Una sensazione analoga, seppur non così intensa, l’ho provata qualche giorno dopo, salendo per un sentiero fiancheggiato d’ambo i lati da alti cipressi: due muri verdi che salivano compatti verso il cielo. E guarda caso, sono sbucato nel cimitero del piccolo borgo nel quale mi stavo recando. Coincidenza? Non credo: una stessa struttura simbolica si esprime in maniere diverse ma suscita le stesse sensazioni. Con quale obiettivo? Credo che il messaggio che gli Etruschi volevano far passare è che la vita è breve, e sfocia irrimediabilmente in una morte che toglie ogni illusione; è pertanto un’occasione da non sprecare, e vale la pena scegliere con oculatezza il modo di vivere il tempo che ci è dato.

A questa struttura simbolica il cristianesimo si è sovrapposto senza cancellarla. Probabilmente, in questi viali di cipressi che portano ai cimiteri l’ha mantenuta e ripetuta considerandola valida a livello estetico, non so quanto comprendendone il significato. La tensione del cristiano è infatti più ottimisticamente rivolta verso la risurrezione, non solo come opportunità di una nuova vita, ma anche come “pareggiamento di conti”, come esigenza di giustizia. Una volta superata la soglia dalla quale non si può più tornare indietro a cambiare le cose, ecco il giudizio. Mi ha colpito vedere, in due stanze attigue nel museo di Cortona, da una parte un dipinto di san Michele arcangelo che con la bilancia pesa l’anima di un defunto, dall’altra un’illustrazione tratta dal libro dei morti degli antichi egizi, dove il dio Osiride sta facendo esattamente la stessa cosa. L’idea della continuazione della vita dopo la morte non è un’esclusiva del Cristianesimo, ma una speranza/certezza insita nell’animo di ogni uomo. Direi, anzi, che sia alla base di ogni fede religiosa e ne fonda l’etica, intesa come via a un positivo realizzarsi di questa nuova vita.


Michele Bortignon





10/01/2022

Chiamati alla fede

Quando qualcosa ci ferisce, quando una disgrazia ci colpisce, facciamo esperienza di impotenza: crolla la nostra immagine di persone forti e capaci che ci eravamo costruiti quando tutto filava liscio, quando riuscivamo ad avere la nostra vita sotto controllo. Lo scontrarci con i nostri limiti può sfociare nella depressione o diventare occasione di incontrarci con quel Dio che vuole salvarci facendoci uscire dall’illusione dell’autosufficienza per entrare nell’esperienza della fede in Lui.

Confessarlo unico salvatore è scegliere di lasciare da parte i tentativi di gestire la vita e la storia dal nostro punto di vista (decidendo anticipatamente cosa è bene e cosa è male, cosa realizza e cosa impedisce la nostra felicità), per accogliere tutto quel che ci succede come luogo in cui Dio si fa presente per darci la salvezza (che è per l’appunto la costante esperienza del “Dio con noi”), come appuntamento in cui possiamo incontrare Gesù Cristo, inviato dal Padre in ogni occasione di sofferenza per darci la mano a viverla con Lui, con il suo Spirito, e farla così diventare benedizione, passo importante sulla via della nostra risurrezione da una morte che viene da lontano. Ed è primariamente questo incontro ad essere fonte di salvezza, non tanto la remissione dei sintomi del nostro male. «Sono guarita non perché si sia risolto il problema» mi diceva un’esercitante «ma perché ho incontrato una Presenza».

“Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo” (Rm 10,9): Gesù è il mio Signore perché si è fatto me nella mia situazione, è sceso a incontrarmi nella mia incapacità di uscirne da solo; mi è stato accanto fino in fondo (fino a diventarne vittima!) nei miei errori, per liberarmene; ha aperto, con la sua risurrezione, la mia speranza in una vita nuova, non più condizionata dal male ricevuto e fatto o schiacciata dalla sofferenza. Quella di Cristo è una kenosis continua: in ogni avvenimento scende a noi per portarci a sé (cfr. Fil 2, 5-11).

Nella difficoltà, nella sofferenza che stiamo vivendo possiamo dunque credere che Dio ci è accanto per affrontarla assieme, nel suo Spirito (con fede, speranza e amore), e trasformarla così in evento di salvezza. A noi Egli chiede di accogliere nel discernimento le mozioni dello Spirito, che ci guida a incarnare il Cristo nella nostra vita, per essere con Lui ad agire come fa Lui.

Possiamo allora prorompere in un canto di gioia (seguendo l’invito dell’angelo a Maria: «Kaire!») perché non siamo più soli con la nostra fatica, la nostra sofferenza, ma la nostra fede contempla il Dio fedele al suo amore, alle sue promesse di liberazione, il Cristo che ci rende partecipi alla sua risurrezione. Anche se adesso ci sentiamo nella morte, pure ci guardiamo già risorti, credendo che, vissuta in Cristo, la nostra passione sarà dal Padre trasformata in fonte di vita vera; una storia, questa, che, a partire da suo Figlio, il Padre realizza con ogni figlio (“Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione” Rm 6, 5); per questo la risurrezione di Cristo è l’annunzio che apre ogni morte alla salvezza.

 Quando, nella fede, scegliamo di vivere la nostra situazione di fatica, di sofferenza uniti a Cristo, cambia il nostro atteggiamento verso di essa, e ci sentiamo guidati dallo Spirito a darle un senso. Possiamo allora perfino esclamare: «Che bella occasione per fare…, per dare…, per crescere in…, per rendermi conto che…, per scoprire cosa c’è che non va in…». Un’occasione, dunque, in cui Dio ci chiama a scoprire il modo di trasformare la fatica in amore, la sofferenza in gioia, l’oscurità in luce, proprio come ha fatto Gesù, che è passato dalla morte alla risurrezione vivendo la propria fatica, la propria sofferenza e la propria oscurità nella fede, nella speranza, nell’amore.

 Nella fede non si pretende che il Signore trasformi la situazione secondo i nostri desideri (anche se è legittimo chiederlo!), e nemmeno ci si accontenta di un minimo da sopravvivenza, ma ci si attende da Lui la risurrezione: una trasformazione assolutamente inedita, che realizzerà il nostro bene più autentico… che sarà probabilmente diverso da ogni previsione, perché Suo, non nostro.

 Ma, soprattutto, nella fede il Signore vuol farci sperimentare una nuova relazione con Lui: a chi gli si affida, dopo il primo, fisiologico, smarrimento, Egli risponde facendogli sentire tutta la forza e il calore del suo abbraccio. Non si capisce, non si sa cosa succederà e cosa ci aspetta, ma ci si sente nelle mani di Dio. E questo ci basta. Nella fede diventiamo progenie di Abramo, che “per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, sperando contro ogni speranza” Rm 4, 20.18a).

 Michele Bortignon


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9/01/2022

Mediatore dello Spirito

 

Se Dio ti invia nella storia di una persona, non sei tu a dovergli chiedere di intervenire, ma è Lui stesso che vuole intervenire attraverso di te: è Lui a chiederti di farti canale per il suo intervento, che Egli vuol realizzare. In che modo? Condividendo con te il suo Spirito, per renderti amore come Lui è Amore.

E’ già lo Spirito Santo che ti ispira di offrirti, perché vuole offrirsi attraverso chi si offre. Non agisci dunque per tua scelta, ma ispirato dallo Spirito e lasciando sia Lui ad agire in te. Non sta a te decidere. Puoi operare solo a nome del Padre, assecondando la sua azione, compiendo ciò che Lui ti fa capire essere la sua volontà.

Nel momento in cui cammini a fianco della persona che ha bisogno di te, lo Spirito che è in te entra nella sua vita, manifestando la potenza in cui hai creduto accogliendolo. Lo Spirito Santo che è in te, quando sei in comunione con Cristo, entra in comunione con la persona con cui sei entrato in comunione: hai dunque il potere di comunicarle lo Spirito Santo, assecondando la volontà di Dio di esprimersi con potenza nei bisogni dell’uomo attraverso chi l’ha accolto nella propria vita.

Però, perché la potenza di Dio si manifesti attraverso di te, devi aver fatto la scelta della fedeltà alla storia delle persone che accompagni. Lo Spirito Santo si rivela allora per quello che è: Amore. La sua potenza è la potenza dell’amore, e l’amore ha la capacità di cambiare lo spirito della persona in cui si riversa, portandola a vivere in maniera diversa la sua situazione, creando in essa una vita nuova.

E’ la potenza dell’amore, il lasciare che l’amore agisca attraverso di te che ti permette di fare miracoli. Se agisci a nome di Dio, lasciando sia Lui ad operare attraverso di te, è dunque Dio il protagonista del miracolo, da Lui parte l’iniziativa, che tu puoi solo assecondare.

Quando nasce quest’iniziativa di Dio attraverso di te? In risposta alla fede della persona che ha bisogno. La fede chiama Dio a intervenire, in una situazione di morte, per portare la salvezza. In questo desiderio di salvezza è Dio stesso, nel suo amore, ad agire, dando alla persona la speranza che la spinge alla fede. Puoi dunque fare miracoli solo dove c’è fede, in una storia in cui già Dio sta agendo con la potenza dello Spirito Santo, e solo assecondando quello che già Lui vuol fare.

Amare fino al miracolo, agendo in opposizione allo spirito del male, diventa così una missione: Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui” At 10, 38).

 

Michele Bortignon

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