5/02/2017

Superare il dolore

Il dolore: c’è un problema più grande nella nostra vita? Il dolore fisico provocato da una malattia… Il dolore intimo indotto dalla perdita di ciò che ti faceva sentire amato, capace, sicuro…
Quando ne sei preso, hai l’impressione che il mondo ti crolli addosso, che per te non ci sia un futuro, che nulla più abbia un senso. E, anche se non arrivi a questo, hai comunque tanta rabbia dentro per quel che ti hanno fatto gli altri o la vita.
Buddha aveva posto il dolore al centro della sua riflessione e la sua dottrina mira a rimuoverne le cause attraverso un lavoro su se stessi. Per Gesù, invece -Che interessante!-, il centro non è il male da evitare per se stessi, ma il bene da fare agli altri… per il quale si è disposti anche a incontrare sofferenza e morte, ma che in prospettiva  porta a una risurrezione: un bene che nasce proprio da questa morte, superiore a quanto avresti mai saputo costruire cercando di salvarti da solo.
Questa è dunque la “ricetta” cristiana per superare il dolore: non preoccuparti per te stesso; occupati degli altri.
La mente concentrata sulle proprie sensazioni implode; se la applichi a un bisogno altrui, anziché al tuo, non solo ti distrai, con un opportuno ridimensionamento del problema, ma soprattutto scopri che il bene non è un non soffrire, ma creare qualcosa di buono, di bello, di vero, che ti avvicina a Dio rendendoti con Lui con-creatore del mondo.
In questo senso va interpretata la rinuncia al mondo che i padri del deserto, nel quarto secolo, facevano all’inizio del loro ritirarsi: un rinunciare a quell’ansioso cercare di ottenere o a quell’angosciato attaccamento a ciò che soddisfa i tuoi bisogni di affetto, di validità, di benessere. Nell’esperienza dei padri, questa rinuncia dev’essere decisa, radicale e definitiva, pena l’essere travolto dai pensieri che ti ritrascinano nella preoccupazione di te stesso e quindi, ancora una volta, nella sofferenza. Non si entra in discussione con i pensieri, ma ci si attiene a quanto già deciso con Dio nel discernimento: è questa la prima regola della lotta spirituale, sulle orme di Gesù, che oppose un reciso «Sta scritto…» a ogni tentazione avanzata dal Nemico.
Ad evitare di interpretare la rinuncia come una sorta di masochismo, occorre sottolineare che la vita cristiana è sempre nell’ottica della Pasqua di Cristo: non c’è risurrezione senza morte, ma nemmeno morte senza risurrezione!Ecco allora che la rinuncia ai tuoi incancreniti e stereotipati modi di agire è il passo necessario per aprire le porte all’entrata di una novità radicale di cui puoi accorgerti e che puoi accogliere solo dopo averle preparato lo spazio con la tua rinuncia e con la tua attesa. Solo quando sei diventato vuoto puoi essere riempito. Quando non hai più nulla e puoi solo appoggiarti a Dio, allora Dio diventa il tuo tutto e ti riempie di Sé e della sua ricchezza di vita.
Quando sei nella morte con Dio, inizia dunque a lavorare con la morte per farla diventare via alla Vita. Così ha fatto Cristo. Ti sono concessi i tre giorni nel sepolcro per piangere e lamentarti; ma poi afferra la sua mano e tirati su. E va’ incontro con fiducia alla tua risurrezione, sapendoti accorgere dei segni con cui essa viene presentandosi.

Che dici: vogliamo provarci?

Michele Bortignon


4/15/2017

La vita vince (Mt 28,1-6)

Gesù è morto e sepolto. Una storia si è conclusa. Chi abbiamo amato ci ha abbandonato. Finito tutto. Razionalmente, una morte, una malattia, un abbandono, una separazione, un licenziamento, ecc. mettono la parola fine a una vicenda lasciando solo l’amaro in bocca.
Eppure, a saperla leggere con la speranza che il cuore ci suggerisce, ogni “morte” può portare a una risurrezione.
Maria di Màgdala e l’altra Maria mentre andavano, in quel giorno dopo il sabato, a visitare la tomba di Gesù, erano animate già da uno Spirito nuovo. L’Amato viveva già in loro, non poteva essere diversamente: loro andavano per stare assieme a Gesù, non per vegliare un cadavere.
Anche le guardie si trovavano nello stesso luogo, ma con uno spirito e uno scopo diverso. Loro non avevano fatto esperienza dell’Amore: loro erano a guardia di un sepolcro. Cosa potevano vederci di diverso da quello che già si aspettavano?
E’ proprio questo credere Dio presente nella nostra situazione, nonostante le apparenze ci dicano il contrario, a trasformare una situazione di morte in resurrezione.
È la presenza di Dio a cambiare la situazione e ad alleggerire i macigni che pesano nel nostro cuore. E se, assieme a Lui, sappiamo guardare alla situazione con occhi nuovi e uno Spirito nuovo, possiamo fare esperienza, con Lui risorto, di una risurrezione anche per noi.
L’angelo disse alle donne: …So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto»”. L’angelo sembra quasi dire alle donne: «Smettetela di cercare e vedere nel solito modo, ma guardate oltre, al nuovo, al cambiamento a cui Dio vi spinge e in ciò sentirete che Lui è con voi». E, fidandoci di questa parola, affidandoci a questo nuovo modo di vedere, questa situazione comincia a presentarsi sotto un’altra prospettiva.

In vista della Pasqua, abbiamo posto a confronto questa esperienza delle donne con una nostra personale esperienza di “morte” che abbiamo visto risuscitare quando ci siamo fidati di Dio. Ci siamo chiesti: «Quando anche noi siamo tornati a una situazione pensando di trovarla morta, sterile, conclusa, senza speranza e invece abbiamo scoperto che proprio in quella morte si stava preparando una risurrezione?».
Ne sono emerse le testimonianze che riportiamo di seguito.

Nella malattia 

Mi sono trovata in una situazione in cui mi veniva naturale chiedere la guarigione: "Signore ti prego fa che non sia quello che penso". Mi veniva anche da barattare la guarigione con qualcos'altro: "Signore se guarisce ti prometto che..." 
Mi metteva in crisi la devozione che vedevo negli altri, fatta di candele accese e novene. Io non riuscivo a pregare in questo modo, non sapevo cosa pregare, o meglio pregavo chiedendo a Dio di stare in quella situazione di dolore con me, con loro; gli chiedevo di esserci, di non lasciarci scivolare nella disperazione. Chiedevo una presenza, una vicinanza. Chiedevo di poter essere per loro un tramite di quello che già sentivo io: un Dio che mi prendeva in braccio e mi diceva di non temere, che qualsiasi cosa sarebbe accaduta Lui ci sarebbe stato. La certezza che Lui c'era, era già preludio di resurrezione in qualsiasi modo si fosse conclusa la vicenda.
Maria Rosa


Nello sconforto

Il servizio civile, trascorso in una casa famiglia a contatto con ragazzi “difficili”, diventa esperienza concreta di amore e di Dio. L’anno trascorre, l’esperienza finisce, si torna alla vita di sempre, qualcosa “muore”… ho visto svanire un sogno come i discepoli alla morte del Signore. C’è stata delusione, amarezza: alla fine ho scelto la vita normale. Ma chi ha fatto esperienza di condivisione, di comunità, di famiglia non riesce più a tornare alla vita di prima. Anni dopo ho saputo che un ragazzo che seguivo si era cacciato in un brutto giro; la persona che mi raccontò il fatto sentenziò che gente così starebbe bene chiusa in galera e buttare le chiavi. Giudizio che prima della mia esperienza mi sarebbe appartenuto. Ma questo ragazzo di cui si parlava faceva parte della mia vita, io conoscevo la sua storia passata, le sue grandi sofferenze e solitudini, gli volevo bene come a un figlio. Quel giorno ho fatto risorgere in me l’esperienza vissuta del servizio civile e la consapevolezza che non posso giudicare mai una persona solo da ciò che compie, ma posso solo, se lei lo vuole camminare assieme. È nata così, la disponibilità e la voglia di essere, assieme a mia moglie, una famiglia accogliente.
Domenico

 

In una difficoltà nel lavoro

Un fià massa de corsa
a me parea de ‘ndare
e qualcheduni drìome
che no me assàva stare.

Goi fato o no goi fato?
Che ansia… aiuto! Aiuto!
El stomego el se strenze
se no ze a posto tuto!

Ma e robe, a un serto punto
e cambia: el to paròn,
a dirla proprio s’ceta,
te buta so on canton.

Che rabia! Che ingiustissia!
Ze massa grando el scorno.
Ma chietate un pocheto
e vardate un fià intorno…

Te sito mai inacorto
che a fare na paroea
co chi che te lavori
ze un gusto e ‘l tempo el svoea?

Sì, giusto, ze importante
produrre e lavorare
ma no fin a dersfarse…
No a ze, sta qua, so mare!

No stà voère un “Bravo!”
se questo costa massa.
No te par che sia mejo
co a femena a te imbrassa?

No sta sercar distante
a to feissità!
Se ti te vardi puito
te a vedi: la ze qua!
Michele


Nelle difficoltà della vita

Nella vita le situazioni difficili sono molte; la mia esperienza  mi ha insegnato a non disperare mai e ad avere fiducia nell'Amore. Molto spesso ciò che oggi ci appare segnato dal dolore e senza via d'uscita nel tempo assume aspetti diversi e cambiamenti che mai ci saremmo aspettati. La realtà, che dapprima sembrava pregna di disperazione e angoscia, ad un certo punto ci mette davanti  orizzonti  di luce insperati.
Attraverso la preghiera, anche semplice ma sentita, l'Amore si fa strada nell'intimo della persona e della vita e la Bellezza si manifesta quando meno ce lo aspettiamo.
Ho potuto toccare con mano morti e resurrezioni in tante esperienze personali. Ai miei figli cerco di trasmettere il messaggio di non mollare mai anche quando la strada si fa assai ardua perché le soluzioni, con impegno e affidamento nelle mani di Dio, si trovano e ad un certo punto arrivano.
Con l'aiuto del Padre e la sincera condivisione con Lui dei fardelli della vita, passo dopo passo, una nuova leggerezza si fa strada e il guardare all'esistenza con occhi positivi ci apre a nuove possibilità e prospettive. E' questa che io chiamo Resurrezione.
Anna



E tu, quando guardi dentro al tuo sepolcro, quali germogli di risurrezione ci vedi?

Buona Pasqua di risurrezione!


 Maria Rosa Brian 

4/01/2017

Una via verso la risurrezione

La Pasqua imminente, celebrando la Risurrezione, mi porta a chiedermi: che cos'è la mia risurrezione? C’è una vita oltre quella che conosco? E poi… cosa significa quella “risurrezione della carne” proclamata nel credo apostolico?
Se lascio perdere le speculazioni teologiche e mi attengo al Vangelo, trovo un’importante indicazione in Mc 16, 6-7: Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”: il risorto non è andato in un’altra vita, ma è tornato “in Galilea”, nella vita quotidiana di chi vuol incontrarlo. E questo incontro lo troviamo anche descritto nei racconti delle apparizioni post-pasquali: la Maddalena, i discepoli di Emmaus, gli apostoli tornati a pescare lo riconoscono non dalle sue fattezze umane, ma da ciò che dice, da come lo dice, da ciò che fa. Cosa significa? Che Cristo continuiamo ad incontrarlo in persone che vivono nel suo Spirito perché il suo Spirito è presente in loro.
Questo allora cosa dice a me per la mia risurrezione, ossia per il mio desiderio di continuare ad esserci e ad “essere con”? Come mi aiuta per ritrovare un contatto con i miei morti, per continuare a sentirli vivi?
Proviamo a pensare… Quando chi amiamo non ci è accanto, com’è che ce lo sentiamo vicino? Nel ricordo affettuoso. Il ricordo ce lo rende presente in “icone”: rappresentazioni mentali di gesti, di modi di essere, di parole che ci hanno toccati al profondo, ci hanno emozionato, sono stati significativi per noi, in primis tutto ciò che ci ha fatto sentire amati. Cade invece nell’oblio tutto il banale e nascosti sotto un velo di misericordia i frutti di tante debolezze e fragilità. Quando una persona muore, questi ricordi si fissano nella memoria, prendono forma in un’immagine che ora non è più “carnale”, ma “spirituale”; da ciò che è stata ed è stato importante per noi, essa ci parla, e la sua fisionomia, ora formata da tratti esclusivamente belli, influenza la nostra, portandoci un po’ a rassomigliarle. Ciò che di lei è stato bello, vero, buono si incarna in noi quando sentiamo importante viverlo anche noi: è questa la risurrezione della carne…? E, diventato bello, vero, buono in noi, continua a suscitare in altri il desiderio di viverlo a loro volta: è questa la vita eterna…?
Ecco allora che c’è una via alla risurrezione: tutto ciò che di bello, di vero, di buono diciamo e facciamo è ciò che di noi vive in eterno; meglio, siamo noi che in esso continuiamo a vivere, fortunatamente depurati da tutto il banale e il cattivo che siamo stati.
Mozart è vivo e mi rende vivo nella bellezza della sua musica. E’ in essa che lui c’è e solo questo ora c’è di lui.
Di noi resta tutto ciò che è fatto e vissuto con amore, perché l’amore realizzato è bellezza, e la bellezza, in quanto fonte di Vita, non muore, ma dura in eterno.

“L’unica vera ricchezza dell’uomo è solo ciò che ha donato, perché ciò che ha donato è già nell'eternità” (San Giovanni Crisostomo)  
                                                                                    Michele Bortignon

3/01/2017

Il dono della zizzania

Ti sei mai sentito dolorosamente spaccato a metà? Una parte di te è saldamente ancorata a Cristo, che è per te una vera ragione di vita, ma c’è un’altra parte di te che si lascia attirare dalle comodità, dal piacere, dalla tranquillità che vedi cercate da tanti nel mondo in cui vivi. 
Istinto e ragionevolezza, desiderio e ponderatezza, passione e dominio di te stesso si agitano nel tuo cuore in antitesi tra di loro.
Nei momenti di ripensamento sei profondamente amareggiato dall’andirivieni che ti vedi percorrere dall’una all’altra di queste due parti: né santo né grande peccatore, in una mediocrità che ti disgusta; ti proponi allora di sradicare decisamente il “male” che è in te, proponendoti una vita integerrima.

Nella parabola della zizzania (Mt 13, 24-30), Gesù sembra però d’altro avviso: raccomanda di non togliere la zizzania per non rischiare di sradicare anche il grano buono. Il pericolo è di perdere i chicchi di grano nel tentativo di togliere le sterili spighe della zizzania. Fuori metafora, il rischio è di trascurare il bene perché si impegnano tutte le proprie forze nel cercare di sradicare il male. E’ questo un importante punto di svolta nel cammino di una persona impegnata nel bene: il moralismo ingessa nella paura di agire, inaridisce l’amore per la Vita, che ci fa vibrare di sentimenti anche contrastanti e ci chiede di aprirci la nostra strada sperimentando, rischiando, cadendo, sbagliando, rialzandoci e riprovando. «Pensate a coltivare il grano e non occupatevi della zizzania», dice Gesù. Lasciatevi guidare dal buono che c’è nel vostro cuore senza spaventarvi del male: bene e male vi coabitano. Dio sa che nell’uomo coesistono entrambi e ama l’uomo così com’è, con le sue zone di luce e ombra. Lasciateli entrambi, grano e zizzania; a tempo debito si vedrà… chissà se, per allora, la zizzania non avrà dato anch’essa un frutto buono, facendoci fare esperienza di ciò che è inutile, sterile, dannoso, di ciò che fa male agli altri e a noi stessi. Noi non sopportiamo la prova del tempo, in cui il peccato stilla tutta la propria amarezza facendoci capire il suo imbroglio e il bene si fa strada silenziosamente accettando la fatica e le difficoltà. Abbiamo la mentalità dei servi: sono i servi, non il padrone, a voler togliere la zizzania. I servi non hanno fiducia nella  capacità della vita di insegnarci attraverso i nostri errori e vogliono “metterla a posto” secondo la loro visione. Quante volte anche noi preferiamo negare ciò che è accaduto o credere che non sia successo niente? Vorremmo chiudere con la pesantezza della natura umana e sentirci già in Dio. Ma non è, questo, proprio il contrario di ciò che Dio ha fatto? Cristo assume la pesantezza della natura umana; non la nega, ma la divinizza: la trasfigura e la fa risorgere. Ecco… come trasfigurare la zizzania? Non toglierla…, e nemmeno travestirla da grano con le nostre autogiustificazioni… Che cosa allora? Ma questa è una domanda ancora una volta da servi, che vogliono sapere cosa fare anziché star seduti ai piedi del loro Signore lasciandosi ispirare da Lui, imparando da Lui giorno per giorno, mettendo insieme, nel discernimento, quei due grandi maestri che sono vita e Parola, così da individuare il passo successivo e solo quello.
Non sarà un progetto di santità ben costruito a cambiarci la vita, ma il guardare Gesù, e il sentirci guardati da Lui, con simpatia e con fiducia. Forse comincerà allora a germogliare in noi la spontaneità di vivere con gli altri quel che abbiamo vissuto con Lui: il rispetto, la valorizzazione, la misericordia, la bontà, che prenderanno di volta in volta forme diverse nella situazione che stiamo vivendo.
Spariranno le nostre tentazioni? Riusciremo a vincere il male che è in noi? Nella parabola, non è, questo, un compito dei servi, ma dei mietitori: situazioni –probabilmente difficoltà, problemi, sofferenze…- che fanno emergere ciò che in noi è fecondo di buoni frutti e ciò che invece è sterile, inutile, dannoso, …da bruciare.
Fino a quel momento, il tempo della tentazione e del peccato ci è dato allora come luogo in cui conoscere noi stessi in verità, in cui sperimentare la misericordia di Dio, in cui vivere con gli altri, altrettanto peccatori di noi, la misericordia gratuitamente ricevuta da Dio.

                                                                                                      Maria Rosa Brian
                                                                                                      Michele Bortignon





2/05/2017

Quando l’amare incontra l’Amore

«Non provo più nulla per questa persona. Non l’amo più». Quante volte anche noi abbiamo sentito pronunciare questa frase?! Pure, in me c’è sempre una sofferenza nell’ascoltarla e un qualcosa che ad un tempo mi spaventa e mi mette in ribellione.

Mi spaventa perché nemmeno io sono immune da quel rovesciamento di affetti che si prova quando si è toccati al vivo dalla delusione delle aspettative riposte in chi sembrava rispondere così bene alle nostre attese. E ribellione di fronte al comune pensare che l’amore sia soltanto un sentimento che viene e va come vuole, senza che possiamo farci niente.
La prima di queste due spinte interiori dice: «Hai una sola vita! Non lasciartela succhiare da chi non ti dà nulla in cambio. Riprenditela in mano e gestiscitela, come hai diritto di fare, per realizzare quello che invece finora hai sacrificato».
L’altra spinta è piuttosto qualcosa che ti trattiene, facendoti sentire che la realtà è ben diversa dai nostri schemi ideali… Né tu né l’altro siete santi, ma nemmeno demoni: ognuno cerca di navigare nella vita come può, seguendo la propria visione di ciò che è bene. E volendoti bene come sa e come può.
Il guaio è che a questo punto di scoraggiamento si arriva quando appunto il sentimento, che prima era mosso dal reciproco desiderio di far propria la positività dell’altro, si dissolve ora nella banalità del quotidiano, dove questa positività non è più percepita perché assodata e quindi scontata, mentre emergono tanti piccoli ma esasperanti difetti.
Cosa si può fare per rialzarsi da questa palude di depressione, per salvarsi dal Nulla che avanza tutto annullando?
Inutile continuare a cercare all’interno della coppia: probabilmente abbiamo sperimentato tutto l’esperibile! E nemmeno guardandoci attorno, in un mondo comunque depresso e scoraggiato, probabilmente riusciamo a trovare un aiuto.
Ma c’è un cielo che ci sovrasta, che nella sua immensità ci invita a guardare oltre; c’è un creato che ci circonda, che nella sua bellezza ci riempie il cuore d’altro.
Nell’Altro e nell’Oltre, da sempre l’uomo ha colto una speranza a cui ha dato un nome: Dio.
E quando da questa speranza, intessuta di bellezza e di infinito, ti lasci avvolgere, ecco che ti inonda una pace in cui tutto ridiventa possibile.
Forse, proprio in quel momento, capirai che l’altro non è al mondo per realizzare le tue aspettative e attese, rispondendo ai tuoi bisogni, ma per aiutarti a imparare ad amare, accogliendolo proprio per quello che è e nonostante quello che è; non perché sia attraente o capace di dare, ma perché la vita te lo ha posto accanto, ad un tempo come pietra angolare e sasso d’inciampo.
Amare, in fondo, è la decisione di essere uno con l’Amore.

                                                                                                           Michele Bortignon

1/03/2017

Che cos’è l’umiltà?

A volte, per capire meglio il significato di un concetto, può tornar utile studiare il vocabolo da cui esso deriva.
Umiltà… mi interessa perché è una delle virtù fondamentali del cristiano. Deriva dal latino “humilitas”, che, a sua volta, deriva da “humus”. Che cos’è l’humus? Da forestale devo saperlo bene, perché dall’humus dipende la fertilità del terreno e, conseguentemente, l’accrescimento del bosco. L’humus, dunque, è lo strato più superficiale di un terreno non lavorato (normalmente è presente nel sottobosco). In esso si depositano le foglie che gli alberi sovrastanti lasciano cadere in autunno per depurarsi di tutte le sostanze di scarto che hanno accumulato durante la stagione vegetativa. Nell’humus lavorano lombrichi, artropodi, funghi e batteri che demoliscono le foglie per trasformarle in sostanze nutritive (azoto, fosforo, potassio e microelementi) pronte ad essere assimilate dagli alberi attraverso le radici. Quando l’humus non c’è, ad esempio in un substrato sassoso, ci vogliono molte decine di anni perché, attraverso la successione di licheni, muschi, erbe ed arbusti, si formi uno strato umifero che permetta l’insediamento del bosco.
Torniamo ora a noi, tenendo a sfondo quanto abbiamo appena detto: che cos’è l’umiltà, che nel suo significato autentico prende il nome dall’humus? Perché è il fondamento della spiritualità del cristiano?
Innanzitutto vediamo come nasce. E’ crudo ma è così: come l’humus nasce dalla “cacca” delle piante, parimenti l’umiltà, quella vera, nasce dall’umiliazione, quando altri ti fanno la loro “cacca” addosso. E lì decidi di viverla con il tuo Signore: vietandoti la reazione impulsiva che vuol farti mostrare più forte di chi ti sta calpestando («…adesso ti faccio vedere io!») e… aspettando. Proverai rabbia, ma decidi di viverla in silenzio. Ti scapperà qualche sfogo, ma tu, poi, ritorna all’attesa, credendo che la cacca che ti hanno buttato addosso può trasformarsi in buon concime. Forse, finora sei riuscito a dirigere la vita nella direzione che volevi tu; prova ora a lasciare sia la vita stessa a guidarti. Nell’attesa, puoi restare a guardare cosa succede. Può darsi che in mezzo alla cacca ci sia qualcosa di buono per te, qualcosa che ti è stato vomitato addosso perché con le buone finora non l’hai capito. Se è buono, a contatto con il tuo humus germinerà, e potrà diventare un albero grande. Se invece quel che gli altri vogliono importi non germina (difficilmente è solo cacca) non significa che sia sbagliato, non significa nemmeno che sei tu ad essere sbagliato: semplicemente non è adatto a te; quel che è sbagliato è mettere per forza assieme due cose che hanno esigenze diverse perché hanno destini diversi.
In entrambi i casi, molto più importante è quel che ti lascia il rimanere in questa esperienza osservando cosa succede. Cominci infatti a capire che:
  • hai interesse a considerare punti di vista nuovi e magari ad accoglierli;
  • hai il diritto di veder rispettato il tuo modo di essere;
  • nel concreto del cosa fare, non c’è un giusto e uno sbagliato (chi lo afferma vuol manipolarti), ma un adatto o non adatto a te e alla tua situazione;
  • in una situazione che coinvolge te e l’altro, non ci sei solo tu, non c’è solo l’altro: il cosa fare deve andare bene ad entrambi;
  • la relazione è più importante della soddisfazione dell’imporsi; ma se devi rinunciare a qualcosa che per te è importante, anche la relazione può essere messa in discussione.
Come l’humus, dunque, anche l’umiltà “digerisce” tutto quel che ti succede: ne tira fuori il bene che contiene e ricicla il resto in capacità di affrontare la vita con maturità. C’è il bene e c’è quel che può essere trasformato in bene: “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”! (Rm 8, 28).
Umiltà è dunque pacatezza nel discernimento. E’ fortezza a contatto con un mondo nevrotico. E’ piena consapevolezza del proprio ruolo e delle proprie risorse nell’affrontare le situazioni difficili che ci si trova a vivere. E’ fiduciosa visione positiva della vita. E’ una sospensione del giudizio in attesa sia lo Spirito in me a parlare; mai, dunque, apatia, rassegnazione, accettazione inerte di quel che succede. Non è vera umiltà quel considerarsi un nulla che rende passivi e succubi della volontà altrui, in un’obbedienza che, in realtà, è delega di responsabilità.
Potremmo concludere che l’umiltà è fare un passo indietro per lasciare il primo posto a Dio, che sa far emergere la verità dalla vita stessa.


Michele Bortignon


La pazienza e la tolleranza non vanno considerate un segno di debolezza e di rinuncia, ma, anzi, un segno di forza: la forza che proviene dalla saldezza interiore. Reagire a circostanze difficili con pazienza e tolleranza, anziché con rabbia e con odio, significa avere un controllo attivo delle cose, che è frutto di una mente forte e autodisciplinata.

                                                                                                Dalai Lama




12/22/2016

Annunciatori di gioia


L’angelo, nel vangelo di Luca, avvisa i pastori di un avvenimento normalissimo: la nascita di un bambino (Lc 2,9-13). 
Eppure, a saper guardare la quotidianità con occhi nuovi, questa ci parla e ci rimanda a qualcosa di più grande: si tratta semplicemente di “andare a vedere”, come i pastori (Lc 2,15-16).
Ed ecco che chi “va a vedere” e  fa esperienza di “qualcosa di grande”, non può più trattenere ciò che gli riempie il cuore e, proprio come i pastori, va ed annuncia (Lc 2,17).

Siamo partiti da una riflessione sul nostro vissuto, da una domanda che ci siamo posti, per augurare anche a te in questo Natale di andare, vedere, annunciare.

"Vi annuncio una grande gioia” (Lc 2,10)
Qual è il messaggio di gioia che ho vissuto e che quindi
  non posso non annunciare?

Ho trovato la pace che cercavo e,
anche se niente è semplice, VIVO!
Grazie a GESU' che mi ha fatto andare oltre....
e mi ha gridato con gioia
TI ASPETTAVO!!
Pasqualina
La gioia di sapere che si può
sempre ricominciare: e soprattutto che
è oggi il giorno per farlo!
Maria Rosa
Vi annuncio una grande gioia...
il Signore mi ha detto:
"Ho bisogno proprio di te
per realizzare il mio progetto; CORAGGIO!"
Katia

Durante la giornata,
tra mille problemi e difficoltà,
avere l’opportunità di congiungere le mani in una preghiera
che mi ridà pace e fiducia per continuare
il mio percorso di vita con un compagno prezioso
e affidabile in ogni occasione.
Lisa
Il mio messaggio di gioia viene dalla fede e dal kaire.
Il ”non temere io sono con te” mi dà una grande gioia e una grande serenità;
perciò non posso che annunciarlo.
Anna

Il mio messaggio di gioia è l’aver scoperto un amore nuovo e molto potente, un’energia feconda, amorevole, accogliente, uno spirito santo che mi riempie da dentro inspiegabilmente e che mi fa trovare luce nonostante i meandri dei silenzi e vuoti più bui.
Un amore che condivide la mia gioia e sostiene i miei dolori, che mi eleva con ali dorate nel cielo nella letizia del vivere e mi accompagna negli inferi quando la vita mi sbatte all’inferno. Comunque sempre insieme, sempre con rinnovata forza, con rinnovata fiducia, rinnovato amore dopo il discernimento e la meditazione insieme.
La gioia più grande è sapere di non essere soli, sapere che qualcuno nel profondo dell’animo ti aggancia irrimediabilmente e ti tende una mano, ed è con te, per te, in te… e allora comprendi che ad ogni piccola morte seguirà una nuova rinascita, che non c’è fine, che la tua fede è così potente e viscerale dentro di te, che tutto potrà essere accettato, compreso, reso fertile… il miracolo è compiuto quando Dio ti trova e noi troviamo lui! Grazie!!
Rita

La gioia grande che voglio condividere in questo Natale è
la consapevolezza che Dio è AMORE,
e imparare a conoscerlo vuol dire imparare ad amare.
Questa è la mia gioia più grande.
Alessandra

La mia più grande gioia è
sapere che Dio mi ama esattamente così come sono;
sapere che sono preziosa ai suoi occhi,
che valgo quanto un tesoro
e che sono così importante da essere aspettata,
cercata ed amata sempre...
soprattutto quando me lo "merito" meno!
Renata
Io gioisco quando condivido 
ciò che sono
e ciò che ho con gli altri nella quotidianità.
Domenico

Cosa suscita in te avere davanti
un bambino piccolo?
Tenerezza, bellezza, senso di protezione,
gioia, stupore, desiderio di tenerlo in braccio.
È questo il modo in cui ti entra nel cuore e ti fa suo.
Col Natale Dio ci dice che così vuole incontrarci.
Suscitando affetto. 
Ogni altro modo non è da Lui.
Michele

Quando ero piccolo i miei zii mi raccontavano come ai loro tempi, tra i pochi giochi che avevano, andava molto quello delle trottole. Adesso i tempi sono cambiati, ci sono mille altri giochi che affollano la mente dei bambini e nessuno oserebbe chiedere un gioco così in dono; eppure se guardo una trottola penso rappresenti molto bene la mia vita: un continuo corre o, per meglio dire, girare tra lavoro ed impegni vari, con il rischio che gli incontri diventino scontri, che sottraggono energie e che alla fine mi buttino a terra. Ripartire non è semplice... oppure sì, bastano le due dita di un Bambino; quello stesso Bambino che mi dice: «non temere io sono al tuo fianco per ricominciare ancora una volta, come una nuova nascita».  Qualche volta stento a crederci, sembra troppo grande quasi impossibile, ma più sono dubbioso e più Lui mi sa stupire, dando nuova linfa al mio cuore.
Enrico

La voce del bimbo mi chiama.
Mi immergo nella sua purezza, nel suo candore, nella sua fonte di saggezza.
Mi chiama per nome e mi invita a giocare, a lasciare andare il mio rincorrere il mondo importante.
Lo guardo, mi ascolto.
Lo guardo, ho consapevolezza.
Un fiume di parole mi scorre vicino, ma contemplo, mi inebrio di questa visione.
Luce, quanta luce, ma non mi acceca, mi riscalda.
Il Bimbo è il tutto, sintesi e armonia dell’universo.
Mi immergo nel suo amore, mi avvolgo nel suo abbraccio.
Ti vedo, re dei re, scudo forte, verità, fermezza…
Lo sento; annuso, mi placo.
Assaporo il buon profumo, la freschezza, l’autenticità.
Lo tocco; sfioro il tepore, mi riscaldo.
Faccio tesoro del calore, lo serbo.
Infine lo ascolto, non sono parole, ma suoni per la mia mente, meraviglia sonora.
Bimbo, mio bimbo, tenero bimbo gigante.
Grandioso. Tenero.
Coperta d’amore, cullami con il tuo tepore.
Betti

12/01/2016

Misericordia... lasciamo la parola a Dio

All’inizio di quest’anno dedicato dalla Chiesa alla misericordia, ci eravamo detti quasi per scherzo: «Sarebbe bello che tutti gli articoli del nostro blog nel 2016 parlassero della misericordia!». Siamo giunti alla fine dell’anno e dobbiamo ringraziare il Signore perché ha continuato a ispirarci al riguardo.
Ma forse ancora non abbiamo riflettuto su cos’è la misericordia dal punto di vista di Dio. E allora proviamo a chiederglielo e facciamocelo dire da Lui.

«Quando vedo che vai a farti male, sento come una fitta al cuore per la preoccupazione. Vorrei richiamarti indietro, avvertirti in qualche modo, mettermi in mezzo e fermarti… ma, con un figlio adulto, amore è rispettare le sue decisioni. E, allora, aspetto. Senza perderti di vista, pregandoti (Oh sì, anch’io so farlo! Non senti come mi aggrappo alla tua coscienza?) di fermarti almeno in tempo per non farti troppo male.
Ma quel che più mi strazia il cuore è vederti, dopo la caduta, calpestato dal mio e tuo Nemico, che ti suggerisce beffardamente che io ti ho abbandonato perché tu mi hai abbandonato, che ti sei reso indegno del mio sguardo.Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato». Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49, 14-15).
E allora ti faccio una proposta. Ma guarda che ci tengo! Anche mentre stai facendo qualcosa di sbagliato – non importa se ti fai schifo o ti fa schifo quel che stai facendo… – chiamami vicino a te, lasciami stare vicino a te. Io voglio comunque esserci in quel che stai facendo, perché tu possa parlarmene, piangere con me, anche urlare la tua incapacità di uscirne, ma… con me.
Non ti rimprovererò – lo stai già facendo tu da solo! –: voglio solo abbracciarti per farti sentire tutto il calore della mia tenerezza, la dolcezza del bene e del bello che in tutto ti circonda e ti parla del mio amore. Sarà la nostalgia della bellezza a riportarti alle giuste scelte, quelle che ti fanno bene.
Lo so che quando ti prende la compulsione tu vedi solo quello che vuoi fare e, dopo, vedi solo quel che hai fatto. Vuoi sapere come faccio a fare misericordia? Aiutandoti a contestualizzare. Forse quel che hai fatto è un’eccezione rispetto a quel che sei sempre stato e a quel che vuoi essere. E allora non drammatizzare. Torna a me e ricominciamo a camminare assieme. Come? Anche qui contestualizzando: guarda se quel che vuoi fare si inserisce in ciò che sei stato finora e che vuoi essere. Ti aiuta a essere più te stesso? E’ questo che tu davvero desideri per te, pensando a domani, quando ti volterai a guardare l’oggi?
In ogni caso, quando ancora ti riprendesse la compulsione e di nuovo vedessi solo quel che vuoi fare, balbettami il tuo smarrimento, la tua paura, la tua voglia / non voglia che io sia lì con te. Ma parlami. Anche se dopo andrai avanti per la tua strada. Parlami. Sarà il sottile legame che ci permetterà di restare ancorati alla speranza, Perché anche tu sai che la mia strada è anche la tua, anche se adesso non hai la forza di mettertici.
E, quando ti è passato, non fermarti a ravvoltolarti nello schifo di te stesso: voglio che tu sia con me, anche dopo quel che hai fatto, per parlare agli altri della tua Verità – che sono io! – e così confermarti che quello è il tuo nucleo fondante. Quello sei tu e quello sono io. Tu sei mio figlio. Io sono tuo padre».


                                                                                  Michele Bortignon

11/05/2016

La misericordia raccontata da chi ne ha fatto esperienza


Una parafrasi di Lc 7,36-46

Lo sapevano tutti che quel giovane Rabbi sarebbe stato ospite in casa di Simone il fariseo. Non so nemmeno io perché decisi di passare ed osai entrare. Avevo bisogno di sentirmi perdonata e prima ancora di essere amata; amata in un modo nuovo, guardata in un modo nuovo. Ero stanca dello sguardo accusatore della gente e di quello ammiccante degli uomini. Avevo bisogno di uno sguardo diverso, di qualcuno che sapesse e riuscisse ad andare oltre a quello che tutti vedevano: la pubblica peccatrice. Che ne sapevano loro della mia storia, del mio malessere, di come mi sentivo? Che ne sapevano loro del peso atroce sulle mie spalle, del mio bisogno di togliermi di dosso il fardello dei miei peccati?
Avevo sentito che questo maestro di nome Gesù era diverso, aveva rispetto delle donne, le considerava come nessun altro: delle persone.
Entrai in casa di Simone. Non sapevo che dire, parlavano già i loro sguardi. Come chiedere perdono? Gli occhi di tutti erano puntati su di me: io donna -e che donna!- in mezzo a loro, uomini rispettabili secondo la legge. I loro occhi mi spogliavano, non solo dei vestiti, ma anche di quel briciolo di rispetto umano che pensavo di meritare. Mi misi in un angolino dietro a Gesù e non riuscii a far altro che piangere ai suoi piedi tutte le lacrime che mi erano restate. Piangevo e ungevo i suoi piedi di olio profumato, piangevo e li bagnavo di lacrime, piangevo e li asciugavo con i miei capelli, piangevo e baciavo i suoi piedi. Che altro potevo fare? Non avevo parole per chiedere perdono, non avevo scuse, giustificazioni, frasi fatte. Cercavo solo un po’ di amore, amore vero.
Poi non so che cosa è successo, Gesù parlava con Simone, e intanto lasciava che mi occupassi di Lui, che gli dimostrassi il mio amore e il mio bisogno di perdono come potevo e come sapevo. Ricordo solo le parole che mi ha rivolto guardandomi negli occhi e prendendo le mie mani: gesti che nessuno faceva più da tanto tempo con me. La Sua voce era dolce e autorevole, i suoi occhi profondi. Occhi che ti scrutano sino nel profondo del cuore, voce che muove le corde della tua anima. Ciò che Gesù mi ha detto non lo scorderò mai più: «I tuoi peccati sono perdonati, la tua fede ti ha salvata; va’ in pace».
Sono uscita dalla casa di Simone leggera, con lo sguardo alto, la schiena dritta.  Perdonata… ero stata perdonata: il mio peccato non c’era più, era condonato, stracciata per sempre la cambiale, volatilizzato il macigno che mi opprimeva il cuore. Il mio cuore, un cuore nuovo, un cuore che sapeva, ora, amare in modo nuovo perché, ora, si sentiva amato e perdonato prima ancora di aver chiesto amore e perdono. Ero in pace sì, non sapevo se sarei riuscita a non peccare più, Gesù non lo ha preteso, conosceva i miei limiti e le mie miserie. Ma ora io, più di ogni altra cosa, conoscevo la Sua misericordia ed è questo che fa la differenza!

                                                                                                  Maria Rosa Brian

10/13/2016

Misericordia io voglio, e non sacrificio…

Purezza: è proprio vero che Dio ci vuole senza macchia di peccato e solo così è contento di noi? Come potrebbe pretendere questo da chi ha calato in mezzo ai problemi della vita, già condizionato in partenza dalla storia in cui si è trovato a vivere?
La comunione con Sé a cui ci chiama non è premio a un sovrumano sforzo di adeguamento, ma un cambiamento di cui nemmeno ci rendiamo conto quando ci accorgiamo di essere immersi in una bellezza di cui noi stessi facciamo parte e a cui permettiamo di scaldarci il cuore. E, in questa trasformazione, la sua misericordia agisce aiutandoci a lasciare a Lui gli sbagli che ci amareggiano e ci appesantiscono, per tornare a guardare alla vita con animo vergine e pieno di Lui.
Allora, forse, purezza non è quell’impeccabilità che ci rende esempi dell’impossibile, ma l’umiltà di chi rende le proprie piaghe finestre sulla grazia di Dio, il suo povero voler bene trasparenza di un amore più grande.
«Belle parole!» starai pensando… «Però, nel momento stesso in cui il cuore si apre ad accoglierle, una vocina subdola mi suggerisce: “Ma se tu non fai niente, allora non sei nessuno: la santità la si costruisce eroicamente!”». E’ proprio qui che ti incontri con il più grande inganno nel cristianesimo: il volere e cercare di essere santi; inganno perché cerchiamo di farlo con i nostri criteri. Non siamo chiamati a essere Dio, ma ad amare come Dio. E se crediamo che Dio ama solo i perfetti, anche noi pretenderemo che gli altri siano perfetti per amarli. E ci mancherà la misericordia, che è il cuore e la tenerezza dell’amore; e il nostro amare sarà formale e volontaristico.

Perché allora vogliamo essere perfetti? Per sentire che valiamo qualcosa. E così l’essere amati ci è dovuto perché è meritato. E’ farci un’assicurazione sull’amore.
Essere – come tutti! – fragili e soggetti a cadute lo consideriamo una mediocrità inaccettabile. E la neghiamo rivestendoci di moralismo.

Ma… se proprio la misericordia e non la perfezione fosse santità per Dio? La tenerezza e non l’impeccabilità? Il capire e non il pretendere? Se Dio si aspettasse e rispettasse i nostri sbagli, considerandoli suoi alleati nella nostra crescita umana e spirituale? Se Dio ci amasse – noi, suoi figli – come noi amiamo i nostri figli, di un amore che ci rende uno con loro, cosicché niente da loro ci può separare?

Beh… se Dio è tutto questo, allora è davvero Dio e non il nome che noi diamo al nostro super-io.


                                                                                       Michele Bortignon

9/07/2016

Il peccato è un’esperienza spirituale?

O notte, sei stata tu la mia maestra.
O notte più luminosa del sole nel mattino.
O notte che mi unisci a Colui che amo
trasformandomi in Lui.

Qual è il significato della “notte oscura” di San Giovanni della Croce? Se fosse l’esperienza del peccato? L’oscurità del peccato, vissuta comunque con Dio, che comunque mi riempie e mi avvolge, diventa luce sulle parti di me stesso ancora abitate da altri che Lui, non ancora da Lui riempite e avvolte. Parti, soprattutto, in cui mi illudo di essere me stesso in Lui. Riempito e avvolto dai miei bisogni, difesi e alimentati dai miei impulsi istintivi, sono convinto delle mie ragioni.
Ma ecco che, nel fallimento del peccato, il senso di colpa scuote la mia presunzione di equilibrio, di perfezione. E mi ritrovo distante, separato da quel Dio-perfezione con cui mi sentivo prima integrato. Rigettato da un Dio che non mi riconosce più suo figlio? Ma questo non può essere Dio! “Anche se tua madre ti abbandonasse, io non ti abbandonerò mai; ho scritto il tuo nome sul palmo della mia mano” (Is 49, 15-16 cfr.). Forse, allora, il vero Dio è per me ancora soltanto una conoscenza teologica, mentre il dio di cui si traveste il super-io è avvinghiato alle radici del mio modo di essere, che gestisce con i suoi criteri, coniugando un’imperfezione di fatto, perché tesa a soddisfare i miei bisogni in maniera autocentrata, a un’idea di perfezione tagliata a mia misura per salvaguardare la mia autostima.
E allora è buono questo destabilizzante vuoto di Dio che diventa spazio per l’incarnarsi in esperienza del Dio ancora soltanto teoria teologica. Un Dio che ti si presenta proprio adesso, per abbracciarti nella tua nudità di perfezione, per ricostruirti come figlio con i cocci del tuo fallimento. Non subito però: prima è appunto bene che tu vada in cocci. Quella tua solidità, fittizia e saccente, deve rompersi sotto i colpi della sofferenza che provochi, che certo non appartiene al Dio che dici di seguire.
Ma, se davvero è il volto del Dio di misericordia quello che incontri, il miracolo che fa è quello di liberarti dalla compulsione a tornare ad essere perfetto. Compulsione che riconosci dal fatto che non riesci a trovare pace, ora, con Lui, ma solo se cambi.
Anche per il cambiamento c’è tempo. Altrimenti nasce da quel che sai, per rifare quel che hai sempre fatto. Lascia che quel che è giusto emerga, con voce sottile ma insistente, al di sopra dello strepito dei tuoi impulsi e delle altrui pressioni; anche ascoltando i tuoi bisogni, ma ora tenendo conto di quelli degli altri. E capisci che, mentre nella perfezione tutto è bianco o è nero, con Dio… dipende da come e perché è fatto; alla legge subentra lo Spirito e il discernimento.
Ecco allora che la notte oscura è diventata un tratto luminoso della tua storia con Dio: ti ha strappato al dominio dell’io inconscio e super-conscio per affidarti alla libertà del Dio che è dentro di te e sopra di te, comune istanza di amore e di verità.
Concludendo, se, tenendoti comunque aggrappato a Dio, non ti lasci distruggere dai sensi di colpa o bloccare dallo scoraggiamento, il peccato diventa la più trasformante delle esperienze spirituali, certamente l’unica in cui Dio si manifesta al di là di tutti i nostri filtri.


                                                                                 Michele Bortignon

8/02/2016

Superare con la fede il culmine della tentazione

“Anche la cima che sovrasta la più irragionevole parete ci invita a salire. E se noi riusciremo a vincerla, la gioia del successo sarà intimamente più bella”.
                                                                                                           Emilio Comici

Prendi un viaggio, mettilo dentro ad una giornata di inizio primavera con un sole tiepido, l’aria profumata di fiori ed erba nuova; aggiungici un pizzico di vento leggero e mettici anche una strada ampia, pianeggiante, senza traffico: perfetta. Ma, all’improvviso, lo scenario, come in un sogno che diventa incubo, cambia: ti ritrovi dentro ad  una notte buia, fredda, senza luna né stelle; aggiungici una strada che non conosci. All’inizio, quando l’hai imboccata, sembrava larga, pianeggiante, ben illuminata, ma poi si fa malferma, accidentata, insicura. L’unica certezza che hai è la meta; sai che è buona, ma non sai se percorrendo quella strada riuscirai ad arrivarci, oppure se finirai fuori, scaraventata in un dirupo che ti lascerà conseguenze permanenti.
Un bene in prospettiva e un pericolo nell’immediato... cosa fai? Ti fermi e non prosegui per non rischiare? Prosegui ingessata dalla paura fra mille precauzioni col rischio di perdere eventuali bellezze e lezioni dal viaggio? Oppure vai avanti, impavida, costi quel che costi, troppo bella la meta  per non rischiare di raggiungerla?
Ecco, quella che potrebbe essere la scena di un film o la pagina di un libro può accadere anche nella vita spirituale, soprattutto quando si raggiungono determinate altezze: la meta è buona, ma la strada diventa non più sicura o semplice come credevi, ma insidiata dalle tentazioni. Sembra quasi che il demonio, messo all’angolo dalla tua capacità di discernimento e dall’acquisita capacità di gestire i suoi inganni, che ormai conosci bene, si diverta ora a scatenarti contro situazioni impreviste, a cui non sei preparata, e che ti spaventano con la loro potenza. Che fai allora? Riprendiamo le tre possibilità individuate:

1. Ti fermi: troppo rischioso proseguire. Perdo un bene possibile per non rischiare di cadere nel male. Effettivamente sembrerebbe la soluzione più sensata, ma così facendo assecondi lo spirito del male, che vince raggiungendo il suo scopo: ti ha di fatto bloccato, impedendoti di proseguire nella ricerca del bene.

2. Prosegui fra mille paure e mille attenzioni, limitandoti la libertà, la spontaneità e la naturalezza per non rischiare. Il risultato è che perdi anche occasioni importanti di crescita ed esperienza: è infatti proprio dagli errori, dagli scivoloni che impari a rialzarti e ad afferrare la mano di Chi ti dice: “Non temere io Sono con te”. Anche in questo caso ad averla vinta è lo spirito del male che riesce a limitare il possibile bene che puoi ricavare anche dalla lezione che la vita ti sta impartendo in presa diretta e a non farti sperimentare un Dio misericordioso che ti è vicino nella prova.

3. Vai avanti per fede, credendo che “Sul monte il Signore provvede»” (Gen 22,14). Come Abramo ti fidi, brancoli nel buio, non vedi a un palmo dal naso, ti sembra tutto sbagliato, tutto troppo pericoloso, ma una vocina dentro di te ti dice di andare avanti, che non sei da sola, che la meta è troppo bella per non essere raggiunta. Quello che hai ricevuto e dato finora è stato troppo bello, troppo buono per non riconoscervi la mano di Dio. E allora ti fidi che Lui continuerà ad esserci, ché non vuole lasciare incompiuta l’opera iniziata in te e attraverso di te: stai  portando avanti qualcosa che non ti appartiene, che non è solo “roba tua”, ma che è anche nel cuore di Dio. Lui sa cosa permettere e cosa no e come recuperare ciò che a noi sembrerebbe irrimediabile.

A volte ci sono cose che il buon senso o la paura bocciano come sbagliate e pericolose, ma che la fede, aiutata dal discernimento, intuisce essere troppo belle e grandi per non lasciarle volare. Certo… potresti cadere! Ma che Dio sarebbe quello che non ti raccoglie e non ti fa volare sulle sue ali finché tu non abbia reimparato a farlo da sola?
                                                                                                     Maria Rosa Brian

7/10/2016

Dov’è il limite?

Quante volte ti sei chiesto dove fosse il limite del lecito e del buono in un comportamento di cui vedevi sia le opportunità che i rischi? Quante volte ti sei trovato a un bivio senza saperti decidere, perché da una parte si prospettava il rimorso per aver colto quell’occasione e dall’altro il rimpianto per non averla colta? E intanto ti risuonava negli orecchi l’eco della tentazione primigenia, a presentare Dio come un despota che ti priva del gusto della vita: “E’ vero che Dio vi ha detto che non potete mangiare di nessun albero del giardino?”. E davanti a un Dio così o ti blocchi, terrorizzato di sbagliare, o ti ribelli, buttandoti nel peggio che ti trovi davanti.
O tutto o niente: questa è l’alternativa davanti alla quale ti pone il serpente; e sa benissimo che entrambe le scelte ti conducono in bocca a lui.
Prova a notare: entrambe le strade ti angosciano e ti lasciano insoddisfatto. In entrambe, il primo passo è il compiacimento – o per la tua capacità di resistere alla tentazione o per il piacere ottenuto nell’assecondarla – e il successivo è la depressione – per una vita senza gusto o per il disgusto di quanto hai fatto.
Nota anche che entrambe le alternative sono molto “pensate”: quanto tempo hai passato a dare spazio a “seghe mentali” che ti dicevano di si e di no e ancora di no e di si, e niente ti lasciava pienamente convinto, anche se a momenti spinto con entusiasmo verso l’una o verso l’altra?
Da tempo ho imparato (anche se ancora non ci arrivo subito!) che quella di Dio è la terza via. Dio non ti spinge e non ti strattona, ma danza davanti a te e ti invita a danzare con Lui. Dio danza la vita: non la evita né la travolge, ma si muove con eleganza per creare bellezza. Sa mettere i piedi al posto giusto: nulla è buono o cattivo in blocco, ma in tutto c’è del buono da cogliere e del cattivo a cui girare attorno.
Ultimamente sono riuscito a penetrare meglio il significato di questa terza via considerando quanto Ignazio di Loyola dice riguardo alla consolazione senza causa (EESS 336): c’è (secondo la definizione di consolazione in EESS 316) “un movimento intimo per cui l’anima resta infiammata nell’amore” che viene da Dio per grazia, così bello che, invece di accoglierne il compimento con un «Grazie!», se ne vuole prolungare l’effetto con considerazioni o propositi che però, provenendo da noi, ci portano per strade solo nostre. Allo stesso modo, ogni realtà è dono di Dio; c’è un momento in cui la gustiamo col cuore, con la mente, con il corpo, e tutto ciò che facciamo è un atto di lode che esprime gioia, gratitudine, esultanza. Ma, già un momento dopo, alla grazia succede la nostra responsabilità nel gestire questa realtà. Una responsabilità che ora deve far fronte alle pulsioni che vogliono trasformare il dono - che dà bellezza alla vita ed è dato per il bene comune -  in una proprietà da usare per soddisfare i nostri bisogni e il nostro esclusivo piacere. E tutto viene allora trasformato in mezzo per ottenere le tre S: Sesso, Soldi, Successo.
Praticamente, se il dono di Dio ci fa esclamare «Che bello!» o «Che buono!», l’uso che ne facciamo dovrebbe far esclamare a Lui «Che bello!» o «Che buono!». Diversamente, l’uso si trasforma in abuso: l’abuso di cibo, di alcool, della tua posizione nella società, delle tue relazioni personali, del tuo tempo, del tuo denaro, delle tue capacità, ecc..
Come evitare questo rischio? Per quanto abbiamo detto prima, attenzione ai pensieri che ti spingono e ti agitano: nascondono un tranello! Dio entra in te con calma forza, ti riempie di bellezza e di pace e ti trascina con Sé fuori di te, facendoti sentire che ciò che stai facendo è la cosa più giusta e più naturale del mondo. Se alla fine riesci a dirgli «Grazie!», certamente veniva da Lui.


Michele Bortignon

6/07/2016

Il rischio della perfezione

Perché un Dio misericordioso? Anzi, meglio: perché Dio non può che essere misericordioso? Il tuo credere che Dio sia giudice della tua perfezione e, conseguentemente, il tuo voler essere perfetto e credere di poterlo essere… che disumanità per te stesso e per gli altri!
Per te stesso: passi dall’autocompiacimento borioso quando ci riesci alla scoraggiante sensazione di disastro, di totale fallimento quando cadi, quando non ti senti all’altezza di ciò che dovresti essere.
Per gli altri: come lo sei tu, così devono essere perfetti anche loro. Senza nessuno sconto. E diventi implacabile nelle tue pretese, rovinando le relazioni, giudicando tutto e tutti.
Nel frattempo, però, le tue paure premono per essere tacitate, le tue pulsioni per essere soddisfatte… e allora cerchi di crearti un equilibrio fatto di compromessi, in cui pretendi di sentirti a posto salvando capra e cavoli. E’ la falsa coscienza, è quello che i padri dicevano “battezzare con nomi santi intenzioni e comportamenti cattivi”. Il che porta alla “sclerocardia”, all’indurimento del cuore, perché ascolti soltanto le tue ragioni, ti inventi regole tranquillizzanti nella loro “sostenibilità”, e diventi sordo a quella vocina che ti dice «No, forse così non va…!».
Ancora, la perfezione genera la paura di sbagliare e, questa, la rigidità nei comportamenti. Si dice che “il meglio è nemico del bene”; ed, effettivamente, una soluzione “vera” a volte la si trova abbandonando la legge – regola generale ma teorica – e guardando qual è il bene in quella situazione concreta, un bene a volte fuori dai canoni per una situazione fuori dai canoni. Uno bene a cui ti può guidare soltanto lo Spirito che condividi con Cristo quando decidi di risintonizzarti con Lui. Ma, per capire se davvero è un bene, a volte bisogna sperimentare, metterti nelle condizioni di poter valutare quel che fai a partire dalle conseguenze. E questo puoi farlo soltanto se credi in un Dio misericordioso.
Credere non è “Spero che sia così, ma non so”; credere è “Dev’essere per forza così, perché qui porta tutto il mio desiderio profondo, quello radicato in quella verità profonda di me che è Dio stesso”. E allora, se credi che Dio è misericordioso, ossia che non ti abbandona qualunque cosa tu faccia, non ti butta via quando sbagli, allora puoi permetterti di cercare nella vita che cosa dà Vita. Sapendo che può anche capitarti di sbagliare, ma che con Lui puoi guardare, valutare e decidere se tenere o buttare via.
Dio ci ha affidati gli uni agli altri per essere Lui – Amore! – attraverso di noi. Se è questo ciò che stiamo facendo – esprimerci in un amore che ci fa sentire reciprocamente bene – siamo nella verità, e la Verità genera pace e bellezza. Se poi hai già un’esperienza di Dio, discernere è ancora più semplice: porta alla memoria del cuore il gusto di Dio, poi assaggia ciò che stai facendo: tieni ciò che ha il gusto di Dio e butta via il resto.
Nella misericordia del Padre, nella creatività dello Spirito, nella Verità di Cristo, cade allora il bisogno compulsivo di dare nomi spirituali a ciò che spirituale non è, ma fa semplicemente comodo. Quando poi ti succede di cadere, chiedi perdono e riprendi a camminare, ma non cercare di giustificare il tuo comportamento (la falsa coscienza) né lasciarti trascinare dal senso di tragedia (la desolazione). Né la ragione senza viscere né le viscere senza la ragione sono buone consigliere, ma la mente ben piantata nel cuore che ha il gusto di Dio: quando sbagli, Dio ti usa misericordia ridandoti il gusto di Sé.

                                                                                                                   Michele Bortignon