6/04/2015

Madre o accompagnatrice, ovvero la giusta distanza

Non mi sono mai considerata una madre chioccia, cioè troppo  apprensiva, o troppo ansiosa. Anzi, ho sempre pensato che amare  significa anche saper lasciare andare.
Forse però bisognerebbe sentire il parere dei diretti interessati, ovvero dei miei figli...
Dopo un primo sguardo meravigliato da parte loro per l'insolita domanda, ho avuto la conferma che effettivamente non sono una madre  soffocante… almeno su qualcosa siamo d’accordo!
Mi chiedo ora: qual è la differenza tra l'essere madre e l'essere accompagnatrice?
Se Dio ci è padre e madre significa che in sé ha entrambe le caratteristiche di genere che distinguono l'essere genitore: ovvero l'accoglienza, la disponibilità, la protezione, che distinguono la madre, e la direzione, l'autorevolezza, la fermezza, tipiche del padre. Accompagnare significa avere entrambe queste caratteristiche, dosate all'occorrenza; a dire quando usare l'una o l'altra sarà il tuo sentire e il Suo Spirito.
La differenza, a questo punto, tra l'essere madre o accompagnatrice non è differenza data da un “sentire materno”, ma da un “essere chioccia".
Essere madre e non chioccia significa lasciare libero il figlio, o chi accompagni, di fare le sue scelte: se vuole sbattere il naso a tutti costi è libero di farlo; gli servirà, forse, più che avere chi lo ferma in tempo anche contro il suo volere. Essere madre e non chioccia significa indirizzare senza forzare: significa aprire strade senza ficcarci dentro le persone; significa non anticipare i bisogni risolvendo i problemi, ma essere disponibile ad affrontare insieme i problemi e le difficoltà. Essere madre e accompagnatrice significa accettare anche le conseguenza di lasciare libero l’altro, cioè di non essere immune dal dolore che ti coglie quando ti accorgi che il figlio sbaglia. È doloroso quando ti rendi conto che non sta agendo per il suo vero bene e capisci che non lo puoi fermare perché  non vuol essere fermato o che non lo puoi consigliare perché non sente ragioni.
Difficile dosare severità e dolcezza, vicinanza e giusta distanza. Come distinguere il giusto consiglio dall’invadenza? O la giusta premura dell’eccessivo coinvolgimento? Come capire quando “forzare” e quando lasciar perdere?
Attenzione: il rischio, sia con i figli che con chi accompagni, è di voler rispondere non a un bisogno dell’altro, ma a una tua paura: di abbandono? Di essere bravo e capace? Di essere il salvatore del mondo? Ma la via che Gesù ci addita porta all'amore e non al successo; a dare, non a soddisfare i propri bisogni.
Le persone vanno accompagnate, non tirate a tutti i costi. Soprattutto deve esserci un desiderio da parte dell’altro, anche un piccolo germoglio, ma deve esserci qualcosa. Sta all’accompagnatore o al genitore stuzzicare l’interesse, ma se non c’è nell’altro quel minimo di volontà di camminare è inutile; forse, semplicemente, non è il momento per quella persona, per quel figlio.
C'è una giusta distanza che permette di stare vicino senza soffocare, che permette di affiancare senza tenere sempre per mano: è lo stile di Gesù. Guardiamo a Lui, al suo modo di accompagnare. Vediamo nel brano dei due discepoli di Emmaus la pedagogia di Gesù (Lc 24,13-35).
Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro”. Gesù affianca i due discepoli sulla strada verso Emmaus e cammina assieme a loro. Percorre la stessa strada, gli stessi passi, la stessa polvere a sporcare i piedi, la stessa afa, la stessa fatica. Gesù si fa raccontare, li lascia spiegare («Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?») e solo dopo racconta e spiega (E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui). Gesù non li precede, sia nelle riflessioni che fisicamente, ma li affianca. Non anticipa i loro bisogni, ma li lascia emergere. Non dà  subito risposte, ma lascia affiorare domande. Non consola immediatamente, ma lascia sfogare. Alla fine  non chiede di restare, ma accenna ad andare oltre e si ferma solo perché invitato (Egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto»). Solo se accolto e chiamato entra “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).
La giusta distanza nell'accompagnamento possiamo riassumerla in un'immagine. È una scena ben nota a tutti. È quella di una madre/padre che, lasciate le mani del suo bambino, lo incita a muovere i primi prassi, pronto a sorreggerlo appena lo vede barcollare. Non gli tiene la mano, ma è veloce ad afferrargliela appena lo vede in difficoltà.
Non è questa anche l'immagine di Dio con i suoi figli? Per un istante ti ho abbandonata, ma ti raccoglierò con immenso amore.. (Is 54,7)
Alla fine se hai agito con amore, se vuoi il bene di quella persona e hai fatto ciò che in quel momento per te era possibile fare, non cadere in inutili pensieri tormentosi. Ricordati: non puoi tendere la mano a chi non vuole afferrarla. E, soprattutto, tieni presente che... Dio esiste, ma non sei tu!


                                                                                               Maria Rosa Brian

5/11/2015

Quando i problemi ti piovono addosso

Non vi è mai capitato di sentirvi sommersi, travolti da problemi che si aggiungono l'uno all'altro lasciandovi disorientati, senza quasi sapere da che parte cominciare, sentendo che, per quanto fate, comunque non riuscite a tenere assieme tutti i pezzi della situazione; e con una voglia assillante di scappare lontano dal disastro che state vivendo? Beh, se è così, allora sapete cos'è l'ansia.
A qualcuno comincia prima, appena qualche problema mette fuori il naso; a qualcun altro quando i problemi si fanno oggettivamente difficili da gestire. Il risultato è comunque identico: ci ritroviamo affaticati e oppressi. Come se un peso immane sopra di noi ci togliesse il respiro e le forze.
Bene: la buona notizia è che Gesù sa di noi. “Venite a me, voi tutti affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11, 28). Non dice “Farò un miracolo e i problemi spariranno” e nemmeno “Vi aiuterò a risolverli”. Dice “Vi ristorerò”. Cosa significa questo Gesù “ristorante”?
Al ristorante colmiamo il nostro buco allo stomaco  e calmiamo la nostra sete con qualcosa di buono e nutriente, che ci fa stare bene.
Di te ha sete l'anima mia, come terra deserta, arida, senz'acqua” (Sal 62, 2) confessa il salmista; “Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti” (Is 55, 2) fa dire Isaia a Dio.
Gesù va al nocciolo della questione: il problema non sono i problemi, ma la nostra insicurezza, il sentirci soli ad affrontarli, il sentirli come uno sbaglio della vita e una crudeltà nei nostri confronti. Il problema siamo noi e il nostro modo di affrontare i problemi. Il problema è non avere in noi la via, la verità e la vita. E allora Gesù ci dice “Venite a me”. E ci ristora semplicemente dicendoci “Non temere, io sono con te”. Tutto posso in Colui che mi dà forza” (Fil 4, 13) dice san Paolo. Con Lui scopriamo la via, troviamo il coraggio di fare verità, entriamo nella Vita autentica. Come? Lasciandoci guidare da Lui a capire come mettere un po’ di fede, un po' di speranza, un po' d'amore in ciò che stiamo facendo.
Ma il regalo più grande Gesù ce lo fa mettendoci in comunione, attraverso di sé, col Padre.
Anche Gesù aveva bisogno di sentirsi consolato e confermato dal Padre sulla strada da seguire. E il Padre, nella preghiera, condivide con Lui il suo Spirito... ma anche un po' della sua natura, di cui il Figlio ci rende poi partecipi facendoci con Lui dei “con-creatori”. Creatori di che cosa? Di senso.
Cambiare le situazioni per renderle più vivibili è un dovere che col nostro impegno possiamo attuare; ma per dare un senso a ciò che non si può cambiare ci vuole una speciale grazia di Dio, che con Sé ci vuole rendere con-creatori di senso in ciò che di per sé è assurdo, inaccettabile, distruttivo.
Dare senso significa rovesciare il negativo in positivo; significa dare, al peso che schiaccia, il volto di una sfida verso una crescita in ciò che ci rende sempre più somiglianti al Cristo; significa accogliere la croce senza rassegnazione, ma con la determinazione, data dalla fede, di trasformarla dal di dentro vivendola nello Spirito del Cristo, credendo che “Se siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione” (Rm 6, 5).
Non è, questo, il senso del sacrificio, ossia del “rendere sacro”? Offrire a Dio l’affrontare la propria situazione come condivisione della sua Pasqua: nella morte credere la risurrezione perché Lui di qui è passato e lì ci aspetta. Ecco allora che anche l’Eucaristia diventa luogo in cui rinnovare questa comunione con Cristo e accoglierla come sua promessa.

Resto con Te, Signore,
accoccolato sul tuo cuore,
e affronto un problema alla volta,
come posso.

Fammi essere il tuo sorriso
nell'angoscia che mi circonda,
un attimo di sole
che fa bene dentro.

                                                                      Michele Bortignon

4/21/2015

Agire o reagire? Oltre la terza legge della dinamica

La terza legge della dinamica afferma che ad ogni azione corrisponde una reazione di uguale intensità in direzione opposta. Una legge che spesso riconosciamo applicata anche nelle relazioni interpersonali.
Se mi insulti, se mi dai uno schiaffo, se mi deridi, se mi fai sentire sbagliata, incapace, insignificante, tu mi spingi a reagire. Posso reagire copiando le tue mosse: ti posso, a mia volta, insultare, colpire, deridere. Oppure posso reagire chiudendomi in me stessa a leccarmi le ferite, a rimuginare, a fartela pagare con l’ostruzionismo. Posso esplodere o implodere, posso reagire in modo attivo o passivo. In entrambi i casi la mia è una reazione ad una tua azione, cioè non agisco liberamente ma reagisco per difendermi.
Quelli che ho illustrato sono due possibili modi di porsi di fronte ad un attacco dell’altro. Sono modi apparentemente opposti tra di loro, ma che portano alla stessa conclusione: fare il suo gioco. Sono due strade opposte che portano a un’unica meta: cadere nel tranello che l’altro inconsciamente pone; cioè reagire spinta dal bisogno di difendermi, mettendo in atto una forza opposta e di uguale intensità a quella da cui sono stata colpita.
Implodere o esplodere dipendono dalla mia storia, dai miei condizionamenti, dal mio bagaglio culturale e affettivo, dall’educazione ricevuta da piccola.
Ma è libertà reagire o è entrare nel gioco dell'altro, confermandolo? Quando reagisco con le stesse regole del tuo gioco, come posso pensare di poterti cambiare, o meglio come posso aiutarti a non comportarti più in modo aggressivo con me? Se mi lascio condizionare, colpire e ferire dalle tue azioni come faccio a farti capire che il tuo è un modo sbagliato di porsi? Semplicemente reagendo in un modo o nell’altro ti do atto che con il tuo comportamento ottieni qualcosa.
Proviamo a fare un semplicissimo esempio: una banalissima lite fra coniugi. Lui urla a lei: «Sei la solita ritardataria, non sei mai pronta, dobbiamo partire e tu sei ancora in bagno a prepararti!». Possibile reazione di lei: esplode, lo aggredisce insultandolo e sottolineando che lei è in ritardo per tutta una serie di motivi che gli elenca accusando che lui in casa non fa nulla e che è in ritardo a causa della sua negligenza. Seconda possibilità: lei implode, si chiude in un silenzio tombale, si prepara in fretta e non gli rivolge la parola minimo per tutta la serata e oltre; la storia può scivolare in una logorante guerra di trincea.
Ma esiste una terza via? Ovvero invece di reagire allo stimolo subito posso agire? Posso non lasciarmi influenzare dall’azione dell’altro reagendo di conseguenza? Posso proseguire per la mia strada restando fedele a me stessa, al mio modo di comportarmi, alle mie idee, al mio modo di essere? Naturalmente le osservazioni degli altri mi servono per fare una verifica del mio comportamento: possono anche aver ragione; di sicuro una parte di verità ce l’ha anche l’altro: sbagliato è il modo che ha di porsi.
Ma il problema qui resta la mia reazione all’azione dell’altro e non il suo avere torto o ragione. Per agire devo aver chiaro dove sono e dove voglio andare e dove non voglio lasciarmi portare. Esemplare è il modo di agire di Gesù di fronte allo schiaffo ricevuto dalla guardia durante l’interrogatorio del sommo sacerdote: “Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?».( Gv 18,23). Gesù non subisce gli eventi, non si lascia trascinare, non si difende a ogni costo, non tenta vigliaccamente di salvarsi. Gesù è protagonista della scena, non reagisce, Lui agisce riconducendo l’altro alle proprie azioni cercando di farlo ragionare.
Rivediamo la scenetta che ho illustrato prima. Come lei può agire senza lasciarsi condizionare dall’accusa di lui e senza bisogno di difendersi? Può semplicemente argomentare le sue ragioni e, indifferentemente dalla comprensione e accettazione da parte dell’altro, non alzare il tono, non aggredire, non insultare, non reagisce con l’ostruzionismo, ma mantenere la sua condotta normale e tranquilla.
Questo non significa diventare impassibili, crearsi un muro che ci separa dal mondo, ma nemmeno lasciarsi condurre dalla reazione del momento. Si tratta qui di sapere ascoltare se stessi e l’altro, di sapersi perdonare e saper perdonare, di capirsi e capire per poi agire per il bene nostro e dell’altro.
In definitiva spesso, soprattutto nelle liti banali che però possono portare a conseguenze pesanti, non è sbagliata la critica o l’osservazione che viene fatta, è sbagliato il modo, cioè l’azione di chi attacca e la reazione di chi si sente attaccato. Spetta a me fare la mia parte, cioè dimostrare che agendo in un determinato modo aggressivo non si ottiene la reazione desiderata.
“Non permettere che le persone ti spingano nella loro tempesta. Portale nella tua pace.” Reagire è lasciarsi portare nella tempesta, agire è restare nella propria pace e magari indicare la via per entrarvi anche agli altri.

                                                                                          Maria Rosa Brian

3/02/2015

Uscire dalla disperazione

A volte sembra proprio che la vita, o Chi per lei, si accanisca contro le persone addossando loro pesi insopportabili. Davanti a certe situazioni c’è veramente da restare senza fiato. Potrebbe sembrare normale e scontato uscirsene con un: «Perché ancora?!», a cui non c’è risposta, con il rischio di trarre conclusioni nostre e tirando in campo un dio cieco e sordo che punisce chissà quale colpa, o il caso infausto e impazzito che non lascia scampo né spiegazioni.
L’accompagnatore stesso per primo ne è scandalizzato e intimorito, non sa cosa dire e cosa fare… finché non si lascia essere semplicemente amore, abbandonando giudizi e recriminazioni, smettendo di cercare e volere soluzioni e spiegazioni.
Nell’ascoltare queste situazioni, deve lasciare che la persona possa sfogare le proprie emozioni: la rabbia, la paura, l’angoscia devono potersi dire, devono poter essere urlate, piante, gettate addosso a Dio e a chi glielo sta rendendo presente. Una prospettiva di speranza, fatta balenare troppo presto, fa sentire la persona non capita, non accolta nell’immensità del suo dolore. Come pure certe frasi troppo semplicistiche e scontate la fanno cadere nella rabbia e nella solitudine. «Non c’è bisogno che mi dici che Dio mi ama, che sono forte, che imparerò chissà cosa da questo dramma che sto vivendo. Ho bisogno di sentirlo questo Dio, di viverla questa vicinanza, fisicamente ed emotivamente»: questo è ciò che dice, più o meno verbalmente, chi sta in una sofferenza.
L’accompagnatore, attraverso la propria accoglienza, muta e, al limite, espressa in qualche gesto, può permettere alla persona di sentire che c’è un’Accoglienza, una Vicinanza a ciò che sta vivendo; e così essa, pian piano, permette a Dio di starle accanto senza più accusarlo e bestemmiarlo.
L’accompagnatore si fa dunque tramite di questo incontro: è l’abbraccio di Dio, è mediazione di Dio.  Di un Dio crocifisso e risorto.

Di un Dio crocifisso ho bisogno per sentire che non sono solo e non sono il solo ad affrontare il peso di un mondo che mi è caduto addosso. A questo Dio come me schiacciato e impotente posso cominciare a parlare per capire con Lui cosa posso fare. Lui ha già percorso questa strada, sperimentando che ogni morte vissuta con un po’ di fede, con un po’ di speranza, con un po’ d’amore si apre a una vita nuova, diversa, spesso insperata. E’ un Dio risorto! La speranza allora è questa: se Lui, che ora è in croce con me, è risorto, io con Lui posso e voglio risorgere…
Una prospettiva, questa, attraente ma comunque pesante per chi ha solo la forza di sopravvivere. E, allora, “momento per momento…”. Non riesco a farmi programmi, a pormi obiettivi, ma, “momento per momento”, posso pensare e fare quel piccolo passo che è a mia misura su questa strada che, pur recalcitrando, voglio far mia perché l’unica su cui intravedo una speranza. Quando si è dentro ad una situazione che sembra senza soluzioni, è inutile fare progetti a lungo termine; meglio, piuttosto, guardare alla cosa più imminente da affrontare. Anche questa è speranza: non lasciarsi prendere dall’angoscia del futuro, ma fidarsi di un Dio che in qualche modo, magari incomprensibile per ora, è presente e accanto a me per aiutarmi a fare il prossimo passo.

L’accompagnatore fa quello che è nella sua capacità di fare ricordando bene che a ognuno compete il proprio campo di azione: lui non può fare tutto, ma solo ciò che è nelle sue competenze. Il pericolo è di voler strafare rischiando di non fare neanche quello che è nelle sue possibilità e, allo stesso tempo, di far venir meno l’aiuto di altri competenti in materia. Ecco allora che, spesso, il passo successivo è semplicemente affrontare l’urgenza, riferendo la persona a specifiche professionalità che possano dare una risposta ai problemi che si trova a vivere; o, ancora, attivando una rete di solidarietà che possa alleggerire il carico che la sta schiacciando.

Altre volte la situazione non è così tragica, ma può comunque amareggiare e non avere prospettive d’uscita. Il rischio è quello di sprofondare nella depressione, nella recriminazione, nel desiderio di vendetta contro chi me l’ha creata.
Alzare lo sguardo è allora la prima cosa da fare: c’è altro e c’è un Altro!
Il problema c’è, ma non è il tutto della mia vita. A volte può bastare accorgermi che è una bella giornata di sole, che non mi mancano l’ascolto e la parola di un amico, che dal mio cuore e dalle mie mani sono uscite tante cose belle…
E poi ho con Chi parlarne: non è già questo un sollievo? Poter contare su un Dio che mi dice «Non temere: io sono con te» e con la sua vicinanza nutre in me la speranza, la fiducia, l’amore…
Darmi tempo è la seconda mossa appropriata alla situazione. Le emozioni violente e istintive influenzano le prime ipotesi di reazione, per poi calmarsi e lasciare via via più spazio alla razionalità, alla creatività, a una bontà fattiva e concreta, anche se pungente per l’amor proprio. E’ un po’ un dare spazio a quella nostalgia di Dio che mi riporta accanto a Lui, che mai si è staccato dal mio fianco, voce di sottile silenzio che suggerisce al cuore in tumulto quel che è vero.
Infine, per riemergere è importante prendere in mano la situazione e non sentirmene vittima impotente: pur tra le macerie, decido cosa fare e lo faccio! La vicinanza di Dio è per rimettermi in piedi a lottare, non un rifugio che mi evita di impegnarmi. Dopo aver rinunciato a reagire d’istinto, posso pensare, per agire con intelligenza e creatività. Una strada che si chiude mi obbliga a guardarmi attorno e mi fa scoprire l’esistenza di altre che mai avevo considerato; e potrei arrivare a “benedire” la mia disgrazia, che si rivela porta di accesso a qualcosa di meglio. In ogni caso, lo spazio di protagonismo che mi ricavo mi fa sentire vivo e alla guida della mia vita.
E, nel frattempo, decido anche di volermi bene: regalandomi quel che rallegra onestamente il mio cuore o tornando a impegnarmi in ciò che mi appassiona scopro che un Altro mi dona tanto altro per rendere bella e piena la mia vita.

Maria Rosa Brian
Michele Bortignon




2/09/2015

Reagire alle manipolazioni

Ci sono vari modi di proporre una scelta: uno è quello di presentarne gli aspetti positivi, che la rendono attraente, e lasciare alla persona il valutarla tenendo conto della propria situazione; un altro è creare nella persona delle emozioni condizionanti puntando sul suo bisogno di essere accettata, apprezzata, benvoluta, non esclusa. I sensi di colpa sono adattissimi allo scopo: c’è il bisogno, tu hai le capacità per soddisfarlo (e fin qui va bene: è un riconoscimento della realtà), la situazione esige quest’attività (già qui si inserisce un elemento di valutazione personale da parte di chi propone, che richiederebbe l’accordo di chi accetta), ce lo devi (sottinteso: altrimenti sei un ingrato, sei un traditore, ci abbandoni in un sacco di problemi) e lo devi alla tua scelta cristiana (sottinteso: altrimenti sei un incoerente, uno che parla e poi non fa, anzi, che fa diversamente da come dovrebbe).
La costruzione del discorso ha una sua logica, per cui si presenta convincente. A svelarlo come tentativo di manipolazione è il fatto che la persona si sente obbligata, senza alternative, prigioniera in un vicolo cieco, timorosa di come può reagire chi le sta facendo la proposta. E la gratificazione, che pur sente nell’accettare, non le dà pace.
Una dinamica molto simile si ha quando si tenta di impedire a una persona di uscire da una situazione con la quale non si sente più in sintonia. Anche in questo caso viene irretita con i sensi di colpa dal suo manipolatore, che le succhia la vita goccia a goccia, giorno per giorno.
Non si tratta qui di demonizzare il manipolatore (quasi sempre anch’egli vittima di un’analoga coercizione, per cui crede vero ciò che sta facendo e si sente in buona fede), ma di difendersi dalla manipolazione.
Quando ci si trova all’interno di una situazione del genere, non è possibile fare discernimento, perché l’oggetto della scelta è presentato in maniera falsata e falsati sono, di conseguenza, i sentimenti che proviamo, per cui non possiamo assumerli come criteri che possono orientarci nella nostra scelta. Ci troviamo in una condizione che, per molti versi, è analoga alla desolazione, per cui valgono le stesse regole di comportamento (Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali n. 317 e ss): non fare cambiamenti finché ci troviamo in questo stato d’animo e cercare di capire, anche facendosi aiutare, quel che stiamo vivendo.
Nello spirito dell’ “agere contra”, quanto più siamo preda di forti emozioni, tanto più dovremmo cercare di affidarci alla fredda razionalità. Utilizziamo dunque il ragionamento per chiarire le alternative di scelta in ciò che comportano a livello di impegno e di conseguenze per noi e per gli altri, all’interno del progetto di vita che ci siamo dati e della vocazione dei valori che sentiamo forti. Solo quando abbiamo delineato in maniera chiara ed esaustiva le due alternative, possiamo porci in ascolto dei sentimenti che l’una e l’altra suscitano in noi, per farcene orientare nel discernimento.

Un’attenzione per la fase di indagine: essere flessibili e creativi. Mettendoci in questa disposizione, spesso si riesce a trovare soluzioni intermedie che accontentano le esigenze di entrambi, al di là delle richieste iniziali.

                                                                                Michele Bortignon

1/13/2015

Accompagnare… fino alla fine

Non siamo noi che ci scegliamo i genitori e nemmeno abbiamo scelto i nostri figli.
Ecco, è lo stesso nell’accompagnamento spirituale: non sei tu che scegli chi accompagnare, ti vengono affidate delle persone; dal caso? Dalla vita? Da Qualcuno?
Quando ho saputo che quella persona che iniziava gli esercizi Kaire con me era ammalata di cancro, ammetto che il primo pensiero che ho avuto e stato: «Oddio, e se muore? Se la devo accompagnare fino alla fine? Io non lo so fare, non l’ho mai fatto, non so come si fa, non ne ho la forza e tanto meno il coraggio, non ho neanche la capacità e la preparazione».
Ho capito solo più tardi che è come con i figli: si diventa genitori grazie a loro, si cresce e si impara con loro e il maestro si chiama Amore.
Così è stato, lei ha saputo sviluppare in me risorse che non sapevo di avere, ha tirato fuori dal mio cuore e dalla mia fantasia ciò che serviva a lei e a me. Ho capito che, alla fine, a fare è appunto l’Amore, e che questo è effettivamente una forza che muove le montagne.
Mi sono trovata a percorrere corridoi d’ospedale e mi dicevo: «Ma che ci faccio io qui? Non sono neppure parente e la conosco da così poco!». Eppure mi rendevo conto che per me era ed è come una figlia e che non avrei voluto né tanto meno potuto essere altrove: il mio posto era là con lei quando potevo e appena potevo. E, proprio come un figlio plasma il genitore, lei ha fatto crescere me. Mi trovavo vicino a lei, chi avevo accompagnata, riversa in un letto di ospedale. Non servivano più né schede, né esercizi: era l’Amore, la sua stanchezza o capacità di attenzione, o il suo stato del momento, più o meno presente, a dettare il dialogo giusto, quello che si doveva fare o dire, ciò di cui c’era bisogno. E le parole spesso erano il modo di comunicare meno importante e necessario. Ogni volta me ne andavo con il cuore gonfio, mi sembrava di infliggermi un dolore difficile da sopportare, ma nello stesso tempo il mio cuore era anche colmo di dolcezza, di pace e della certezza che l’amore di cui ci facevamo dono reciproco era importante, necessario. Come l’ossigeno la aiutava a respirare, io potevo essere un po’ di ossigeno per la sua anima, potevo essere colei che portava speranza. E intanto cercavo di capire, oppure rinunciavo a capire; cercavo risposte, ma trovavo solo domande. Interrogavo un Dio che mi rispondeva a modo Suo: non come io avrei voluto, ma come a me serviva in quel momento.
Ma tutto quello che ho raccontato sin ora è solo il finale del mio accompagnarla, è solo la soglia della porta che lei ha aperto per passare oltre. Prima c’è tutto un cammino fatto insieme quando ancora era a casa, ci sono stati tanti passi verso una consapevolezza piena e serena di ciò che stava accadendo e che non è mai rassegnazione, ma lotta e voglia di vivere sino alla fine. C’è stato un “pianificare”, un preparare insieme che ha contribuito a darle un po’ più di serenità. E anche allora il mio andare da lei era come dice Gesù “Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone.” (Mt 10,9.10): non c’era bisogno di preparare il dialogo, di portare parole, di sfoderare frasi fatte, no, nulla di tutto ciò: era l’amore a suggerire, a costruire il colloquio: si coglieva ciò di cui c’era bisogno.
Dentro di me, allora e fino alla fine, un dolore a chiudermi lo stomaco, una rabbia che pretendeva di capire il perché; e poi un affidarmi e un fidarmi di ciò che non capivo. Per me era tutto insignificante e assurdo… eppure… eppure, ora che è morta, ancora non capisco e mai troverò risposta a certe domande. Ma ora so e mi sembra di aver capito che alla fine ciò che resta è solo l’amore: amore dato e amore ricevuto. Non siamo noi il centro del mondo: facciamo qualche passo nel palcoscenico della vita, abbiamo la nostra parte che può essere più o meno lunga, più o meno importante. Ci viene chiesto di fare quei passi danzando con gusto, con passione, con gioia e con amore. Ci viene data la possibilità di muovere i nostri passi tenendoci per mano gli uni con gli altri e in quell’intreccio di mani sentire il calore della mano di Dio.
Ecco, questo è che mi auguro il Kaire sia riuscito a darti, carissima “figlia” mia.



Giorni in prestito

Vorrei…vorrei una banca del tempo
che presti giorni.

Ipotecherei i miei,
per darli a te: figlia amica sorella.
Me li restituirai quando di giorni sarai sazia,
e non saprai più che fartene di tanta grazia.

Ora quei giorni li useresti bene,
 garantisco io per te: figlia amica sorella.
Li sapresti spremere come limoni maturi,
li sapresti gustare e assaporare.

Del tempo una banca vorrei che presti giorni,
per te che li sai vivere: figlia amica sorella.
Un assegno in bianco per te staccherei,
scrivi tu l’importo: preleva pure tanti giorni miei.

Una banca vorrei che presti giorni,
ma non solo a te: figlia amica sorella.
Che presti giorni a chi, come te, ha voglia di usarli,
di viverli bene e consumarli.

Vorrei… vorrei darti giorni miei.
Ma riesco solo a tenerti per mano.


                                                                                       Maria Rosa Brian

12/15/2014

Matrimoni falliti ?

Nel discutere che si fa in questo periodo, a seguito del sinodo dei vescovi sulla famiglia, delle prospettive da dare alle situazioni matrimoniali “irregolari”, credo che la prima cosa da fare è cominciare a dare alle cose il loro nome: quello che normalmente chiamiamo amore di coppia è, in realtà, la ricerca di un piacere emotivo, affettivo e sessuale personale. L’amore, ossia il cercare il bene dell’altro per l’altro, gratuitamente, verrà più tardi; talora anche mai. La prova per vedere se c’è sono i contrasti di coppia: dove umanamente non ci sarebbero le condizioni per continuare, la gratuità consente di superare questi momenti sopportando di rimanere in credito, lasciando in prospettiva il soddisfacimento dei bisogni emotivi, affettivi, sessuali.
Che cosa rende possibile questa gratuità? Il sentire profondamente che la verità personale non risiede nell’individualità, ma nella relazione: in pratica, io sono in quanto sono una parte di noi due. Solo in questa prospettiva l’amore di coppia è fedele, unico e indissolubile. Un amore così non si inventa: o è un’eredità familiare o è la scoperta ispirante della relazione che Dio ha con noi (o, in termini più laici, che c’è un Amore che ci precede e che rende vero ogni amore umano che ad esso si conforma).
Ma un’idea da sola, per quanto motivante, difficilmente riesce a sostenere la gratuità nel tempo. Non siamo capaci di vivere costantemente in credito: il bisogno ci urla dentro la sua necessità di essere soddisfatto. Possiamo continuare a dare amore senza esserne contraccambiati dal coniuge solo se nella relazione personale con Cristo troviamo il nutrimento che ce ne compensa. Ecco allora che solo da un matrimonio cristiano si può sperare una relazione di gratuità che lo renda saldo anche nei momenti di difficoltà. Gli sposi cristiani manifestano che Dio esiste perché vivono l’amore nella gratuità proprio quando la loro relazione attraversa momenti in cui non ha altre motivazioni umane che la sostengano. In questi momenti il matrimonio cristiano manifesta la sua natura di scelta “religiosa”: sussiste solo per la presenza di Dio, reale per almeno uno dei due e tale da rendergli possibile sostenere il peso impossibile della gratuità.
Non si possono, dunque, pretendere le esigenze della gratuità finché Dio non è, almeno in uno dei due, una presenza talmente reale da compensare ciò che l’altro al momento gli sta negando. Quando non c’è questa dimensione di fede, l’agape potrà allora compiersi in una prospettiva escatologica, quando i due ritroveranno il loro matrimonio custodito in Cristo, che farà risorgere ciò che la loro debolezza è stata incapace di compiere, senza negare il bene che comunque, nel frattempo, avranno costruito per riuscire a sopravvivere come potevano. Una prospettiva, questa, che non è pensabile in una logica umana, ma è fondata sulla speranza cristiana… che è logica di fede! Una speranza che siamo chiamati a testimoniare avvolgendo ogni situazione di incapacità, di limite, di fallimento della coppia in crisi nella misericordia che solo può comunicarci un Dio-agape, i cui pensieri non sono i nostri pensieri, le cui vie non sono le nostre vie.
Fintantoché continuiamo a giudicare, a condannare e a pretendere, dimostriamo solo di vivere una religione senza fede.

                                                                                                   Michele Bortignon

11/19/2014

La sfida della diversità

“Se non sai con esattezza dove andare, rischi di trovarti altrove e di non accorgertene”
: questo detto vale anche per la spiritualità, ossia lo specifico modo di vivere il nostro essere cristiani.
Nella nostra relazione con Dio, con gli altri, con noi stessi, con le nostre attività, a che cosa diamo particolarmente valore? Che cosa caratterizza il nostro modo di amare, di credere, di sperare? Come sono fatte le onde che danno un profilo specifico all’elettrocardiogramma della nostra fede? Queste onde ci sono in ogni caso (a meno che non siamo come quei “tiepidi” di Ap 3, 16 che il Signore sta per vomitare dalla sua bocca), ma le abbiamo scelte oppure le abbiamo subite, assorbite senza chiederci se esprimono ciò che Dio ci chiama ad essere?
P. Davide Maria Turoldo ha inventato una nuova beatitudine: “Beati coloro che hanno fame e sete di opposizione”. Non si tratta di essere per forza dei bastian contrari, ma di rendersi conto che la Chiesa non è una massa indistinta guidata dalla gerarchia, ma una comunità articolata in carismi, che la rendono operativa come un corpo ben compaginato, in cui ciascuno è indispensabile con la funzione che è chiamato a svolgere, nata e specificatasi nella sua personale storia di salvezza.
Con quali attenzioni, con quali accentuazioni viviamo il nostro carisma e la missione che ne consegue? Per i religiosi, la grande scelta era la vita attiva o la vita contemplativa, con una serie di differenziazioni interne e/o intermedie a queste due categorie; ma anche i laici, riuniti nei movimenti, si caratterizzano per modi specifici di vivere religiosamente la loro laicità.
Ogni spiritualità prende le mosse da un’esperienza fondativa che ha risposto alle sfide della situazione umana e sociale che il fondatore si è sentito chiamato ad affrontare, introducendo una variante significativa alla spiritualità che già stava vivendo.
E’ stato così anche per il Kaire, che nasce dalla spiritualità ignaziana, caratterizzata dalla centralità del rapporto con Cristo, vissuto in maniera personale –da amici, attiva –da compagni di missione, intelligente –nel discernimento.
Ma da questa spiritualità il Kaire si distanzia nel modo di essere Chiesa. Ad Ignazio appartiene uno strutturarsi gerarchico della Compagnia da lui fondata, che si inserisce nella struttura gerarchica della Chiesa per un agire organizzato a cascata, reso possibile dal vincolo dell’obbedienza. Un’organizzazione, questa, che a suo tempo è stata utile per intervenire con efficienza ad arginare le spinte centrifughe operanti al tempo della controriforma.
Il nostro tempo è però caratterizzato dal diffuso abbandono di una prospettiva religiosa condivisa della vita e dalla conseguente relativizzazione della ricerca spirituale. L’uomo contemporaneo vuol essere protagonista del proprio cercare – e questo è un aspetto da valorizzare -, ma la relativizzazione estrema rende ogni soluzione uguale alle altre, valida per il qui e ora di chi la sta vivendo, spesso nel disinteresse per il poi e per gli altri.
Ecco allora che il Kaire valorizza la ricerca personale in una riappropriazione creativa, adattata ai bisogni del presente, della tradizione della Chiesa: in altri termini, una fedeltà al passato che si coniuga con una fedeltà al presente. E tutto ciò si esprime praticamente nel protagonismo laicale. Chi vive nella spiritualità del Kaire è soggetto attivo di pastorale all’interno di una Chiesa che la sua azione spinge a diventare più ministeriale e meno gerarchica, come il Concilio Vaticano II° aveva prospettato.
Questo, finora, ha significato staccarsi da una dipendenza diretta dalla Compagnia per esercitare autonomamente il ministero degli Esercizi.
Se il distacco è necessario per esprimere una nuova identità, quello stesso Spirito che ha spinto perché ciò che era unito si diversificasse per creare una cosa nuova, spinge poi per rimettere in dialogo la vecchia e la nuova realtà così createsi per arricchirle l’un l’altra della rispettiva diversità, novità utile a ciascuna per ampliare i propri orizzonti. E sarà questo il momento in cui ciascuna, dalla propria disponibilità al dialogo, verificherà se è più importante ciò che ha costruito o l’essere con il suo Signore, libera da se stessa per seguirlo senza sapere dove. Non è questa la fede?

                                                                                                 Michele Bortignon

10/22/2014

Riflessione sulla tentazione

Che cos’è la tentazione? Un soluzione che mi separa da Dio. Alla fine l’urgenza del bisogno diventa insopportabile. E allora mi tenta trovare il modo, la giustificazione per poter usare ciò che non potrei usare per soddisfare il mio bisogno.
«Sta scritto» risponde Gesù al tentatore: quando sono travolto non devo ragionare, ma rifarmi a ciò che un giorno ho scelto, quando ho scelto ciò da cui voglio ricevere Vita. Ed è difficile quando sento che proprio questa mia scelta ora mi ha condotto nel deserto.
Chi vuol separarmi da Dio mi dice che ne sono già separato, altrimenti come si spiega che Egli non è con me in ciò che faccio? Ma tu non cercare di ricondurre Dio ai tuoi schemi di pensiero. In Dio tutto è bene. Di default. Abbi fede.
«Devi essere importante per la gente, lasciare una traccia» continua a dire il tentatore. «Per questo devi essere il primo a cercare quello che tutti cercano, per indicarne la strada». Ma è da un Oltre che viene la Vita. Che cosa voglio salvare? Un pezzetto di vita tutto per me, consumando vita, o lasciare che l’esistenza mi trasformi in altro da me, oltre me, per costruire se stessa a un livello più alto? Voglio affermare il mio esistere o dar corpo all’Amore? E’ una scelta già fatta, ma, a volte, sembra più Vita un brivido di piacere, la soddisfazione di un successo, che non la calma bellezza di un gesto buono nell’ordinario, di una fedeltà che scorre senza fremiti.
Accettare il deserto come scalpello che mi riplasma diverso. Credere che ogni doloroso colpo mi guarisce, che questo svuotamento è per accogliere Chi vuole riempirmi di Sé.
Tutto, alla fine, sarà bene. Se ora non sta andando bene, non è ancora la fine.

                                                                                         Michele Bortignon

9/25/2014

Tre passi per dare senso alle situazioni impossibili

A metà strada per la cima del Bondone, su una tabella di legno qualcuno ha scritto con lo spray “At the end, every thing is good.
If it's not good, it's not the end” (Alla fine, tutto è bene. E se non è bene, non è la fine).  Geniale! In una frase, il senso della vita: non un errore scappato alle mani del Creatore, ma una sfida lanciata con fiducia a chi Egli ha messo nella vita come occasione per trasformarla, a propria volta, in qualcosa di bello.
Nelle situazioni disperanti, apparentemente senza uscita, questa sfida è più forte, ma non senza prospettive. “Se continuerai a fare quel che hai sempre fatto, continuerai a ottenere quel che hai sempre ottenuto”, dice un proverbio. La risposta a questa sfida è, dunque, riconoscere che, forse, c'è un altro modo rispetto a quello che io considero normale, di buon senso. E' la risposta della fede: non so, quindi mi metto in ascolto, cerco, mi apro a una prospettiva “altra”. Vivere nello Spirito di Cristo - nella fede, nella speranza, nell'amore -  è via alla risurrezione. Questo lo sappiamo, lo crediamo, lo sperimentiamo. Ma se la situazione è talmente complicata che nemmeno sappiamo da che parte cominciare, forse un’apertura di prospettiva nella direzione giusta può cominciare a orientarci. Proviamo allora questi tre passi.

Il primo passo è provare a disseminare la giornata di isole felici. E' possibile. Non dobbiamo permettere che il nostro male occupi tutto il nostro orizzonte.
C'è un esercizio per non lasciarsi rubare la speranza: ogni mattina proponiti un gesto positivo e ottimista (un saluto caloroso, un complimento, un sorriso, un abbraccio) verso una persona che incontri nella tua giornata; e, alla sera, accorgiti di qualcosa di bello che hai vissuto durante la giornata (un grazie, un sorriso, un complimento). I primi sono i semi che getti, i secondi i frutti che raccogli.

Questo esercizio permette di recuperare uno sguardo più positivo sulla realtà e, con esso, quel minimo di serenità indispensabile per provare a guardare la situazione da un altro punto di vista: come occasione di una novità che, spontaneamente, non riusciremmo a considerare. Trovarla ci obbliga ad aprirci agli inputs che possono venirci dagli altri, ai quali chiedere un consiglio, dalle Scritture lette nella preghiera, dalle strutture sociali deputate a un aiuto specifico. E’ questo, come si diceva all’inizio, il secondo passo: accogliere la sfida che la nostra difficile situazione ci porge, per trasformarla, con la nostra creatività in qualcosa di buono o, perlomeno, di sostenibile.

Fin qui, però, è sopravvivere, e non ancora dare un senso a ciò che ci sta succedendo. Forse, ciò che ci è dato di vivere prende senso nel momento in cui diventa un'esperienza che arricchisce la nostra vita e quella degli altri. Ecco che, allora, il terzo passo è quello di trasformare la nostra esperienza dolorosa in un talento da mettere a disposizione degli altri (a cominciare da chi ci vive accanto): mentre guarisco, aiuto a guarire; mentre mi consolido, aiuto altri a diventare più solidi.
Mi accorgerò allora che proprio quelle ferite che odio per il dolore che mi procurano diventano gloriose, dispensatrici di grazia, aperture attraverso le quali Dio può passare per incontrare altri nelle loro ferite. E il bene che faccio agli altri ritorna su di me: mentre aiuto a guarire, guarisco più a fondo; mentre aiuto altri a diventare più solidi, aumento la mia solidità.

Potremmo riassumere così i tre passi:
  1. non c’è solo dolore nella mia vita;
  2. il mio dolore è una sfida per una novità di vita;
  3. il mio dolore è un talento da mettere a frutto.
 Se osserviamo bene, questi tre passi hanno un denominatore comune, un atteggiamento che li accomuna: reagire. Ed effettivamente notiamo che di fronte alle difficoltà ci sono persone che si impaludano nella lamentela, nel brontolamento e nella depressione, fino ad arrivare anche alla disperazione, ed altre che - certo come possono! – reagiscono e si avviano verso una prospettiva diversa.
Perché non è un atteggiamento normale quello di reagire? Perché bisogna rinunciare alla piacevolezza del vittimismo: quanto è consolante sentirsi incompresi, vittime del destino o della cattiveria altrui! Reagire significherebbe intraprendere la scomoda strada del cambiamento personale, ammettendo che anch’io ho avuto una parte nel creare questa situazione e che, comunque, dipende anche da me – e non solo dagli altri – cambiarla.
Come dice Richard Bach in una frase che mi piace, “Se non è mai colpa nostra, non possiamo assumerci la responsabilità per qualcosa. Se non possiamo assumerci la responsabilità per qualcosa, saremo sempre la sua vittima”.
                                                                        Michele Bortignon

8/20/2014

L’accompagnamento spirituale: raggiungere una meta attraverso sentieri sempre diversi

Ci sono giorni in cui vorresti che chi accompagni riuscisse a mettere i piedi nelle tue orme, che usasse il tuo bastone, che avesse il tuo stesso zaino, il tuo sguardo, il tuo sentire, la tua voglia di andare avanti e far strada. Ma non è così. Perché la propria esperienza di Dio ognuno la fa sulla propria pelle, con le proprie scarpe, creando le proprie impronte. E saranno i suoi calli e le sue vesciche, curate e baciate da un Dio servo per amore, a restare come segno e conferma di un cammino fatto e soprattutto di un incontro avvenuto.
Sarà che è estate e per me estate significa altezze e dirupi, rocce, vento, sole, silenzio. Estate è montagna: sudore, fatica, piedi dolenti e gambe stanche. Ma anche cuore leggero, sguardo che si riposa contro una parete o che si perde in uno spazio che sembra non finire mai. Estate è montagna: il vento che ti punge, il sole che ti brucia, la pioggia che ti schiaffeggia il viso. Sarà che ho voglia di montagna, ma la montagna, o meglio, il camminare in montagna su sentieri più o meno impegnativi e impervi può essere una metafora del cammino spirituale.
Accompagnare spiritualmente non significa indicare un sentiero già percorso, ma rifare quel sentiero assieme a chi accompagni.
L’accompagnatore rifà lo stesso cammino sempre uguale con persone diverse? No, la strada non è mai la stessa; lo è la direzione, ma non il cammino. Proprio come in montagna lo stesso sentiero presenta sorprese e scorci sempre nuovi, anche se fatto infinite volte, così gli esercizi Kaire sono sempre nuovi e mai uguali, perché ogni persona ha il suo passo, il suo ritmo, la sua andatura. Ognuno ha sulle proprie spalle il suo bagaglio di passato da aggiustare o alleggerire, ha il suo presente da capire e imparare a gustare nonostante le difficoltà e ha un futuro in cui credere, sperare e sognare.
Quale bagaglio porta con sé l’accompagnatore in un cammino spirituale?Sempre lo stesso o uno a misura di chi accompagna? E chi dà il ritmo al cammino, l’esercitante o l’accompagnatore? Chi segue chi?
È l’accompagnatore che dà il passo, modulandolo su quello di chi accompagna, e dal suo bagaglio tira fuori ciò che la vita ha messo dentro come esperienze vissute nello spirito di Cristo - con fede, speranza, amore - per entrare nelle situazioni che l’altro gli presenta e cercare di aiutarlo a viverle con lo stesso spirito.
Nello zaino dell’accompagnatore, allora, c’è sempre la vita, quella vera, di tutti i giorni, con i problemi di tutti i giorni: lavoro, casa, famiglia, bilanci da far quadrare, coniuge, figli, suoceri, genitori,ecc… I laici di tutto ciò fanno esperienza concretamente e la loro credibilità è appunto il vivere ciò che testimoniano e mostrare come sia possibile unire vita e fede, anzi come la vita trovi spessore e significato nella fede. Ogni difficoltà, ogni problema se vissuto con Cristo e nel Suo Spirito, diventa lezione di vita prima di tutto per sé e poi anche per gli altri.
Ecco che allora ti affidi meglio a chi senti può capirti per esperienza. Che cosa significa, che si riesce ad accompagnare solo chi è sulla nostra frequenza perché abbiamo vissuto o affrontato ciò che sta vivendo? Oppure, cercando di porci noi nella frequenza di Dio, accompagniamo chi si lascia condurre a quella frequenza d'onda, a quelle altezze? Con chi non riesci a sintonizzarti non si riesce a far niente? Oppure Dio lavora per strade e vie tutte sue come e quando uno meno se lo aspetta? 
È come in montagna: non puoi portare gli altri sulle spalle, ognuno cammina con le proprie gambe e muove i propri passi, la guida indica una via già nota, ma nemmeno lei conosce gli imprevisti del sentiero: possibili frane, caduta sassi, pioggia, vento, grandine; però può suggerire come affrontare gli imprevisti e li affronta con chi tiene il passo dietro a lei: non impone, ma propone.
Chi ti accompagna in montagna ti può raccontare di certi cieli azzurri dopo un temporale, o di certi giochi di luce e ombra, ma non ti può dare i suoi occhi per vederli: devi tu fare la fatica di passare la bufera per poterli gustare. Così l’accompagnatore spirituale ti può spiegare di certi voli del cuore, di certi silenzi pieni di parole inudibili, ma non te li può mettere nel cuore, devi andare tu a cercarli e lasciarti trovare.
E poi ci sono giorni in cui ti rendi conto che è Dio che fa con te e che fa con chi accompagni anche senza che tu faccia niente; e questo ti dà la giusta misura delle cose, la giusta umiltà, il giusto limite. Sapere che alla fine tutto è sempre e soprattutto nelle Sue mani ti dà un respiro profondo a pieni polmoni, come quando arrivi alla meta del tuo cammino e ti siedi ad ammirare la strada percorsa: la salita, il paese là in fondo da dove si è partiti e ti sembra impossibile di avercela fatta e di aver coinvolto altri, titubanti e un po’ riluttanti, a seguirti. Ma chi ti ha seguito ha camminato con le sue gambe, con i suoi passi, con il suo zaino; ha fatto strada perché ha scelto e deciso di farla fidandosi di chi lo guidava.
Sì, alla fine siamo proprio servi inutili e questo mi riempie di gioia e serenità: che bello non doversi prendere sempre troppo sul serio!
E poi,dopo aver guardato la strada fatta,alzando lo sguardo ti perdi in altezze a toccare il cielo e sogni altri sentieri sempre nuovi e appassionanti da percorrere, sempre verso l’unica meta….ma questa è un’altra storia: un’altra avventura.
“Una cima raggiunta è il bordo di confine tra il finito e l’immenso. Lì arriva alla massima distanza dal punto di partenza. Non è traguardo una cima, è sbarramento. Lì sperimentava la vertigine, che in lui non era il risucchio del vuoto verso il basso, ma affacciarsi sul vuoto dell’insù. Lì sulla cima percepiva la divinità che si accostava” (Erri De Luca, E disse).


Maria Rosa Brian

7/04/2014

Discernere il confine tra spiritualità e superstizione

La torta di Padre Pio si prepara in dieci giorni seguendo un certo ordine e determinate regole nella preparazione. Si inizia sempre di domenica e si regalano tre parti dell’impasto preparato ad altrettante persone bisognose di una grazia fisica o spirituale (e chi non ne ha bisogno?). Nel foglio che mi è stato recapitato assieme all’impasto c’è scritto che è una torta che si fa per devozione e per chiedere una grazia a Padre Pio. È sottolineato che questa torta non la si rifiuta, si esprimono tre desideri e la si inforna; durante la cottura si rivolge un pensiero a Padre Pio e tre preghiere con una formula particolare.
Mi è stato donato l’impasto alcuni giorni fa e io, che non sono devota a Padre Pio e che ho smesso di chiedere grazie a santi e madonne da tanto tempo, ho buttato tutto nella spazzatura.
Mi chiedo: e se faccio la torta e la grazia non arriva? È perché ho sbagliato qualche passaggio nella preparazione? È perché ho pregato male? È perché Padre Pio non si è ricordato di me? È un santo distratto? Sono convinta che più di qualcuno, anche con un certo grado d’istruzione e cultura, non spezza questo tipo di catena perché “non si sa mai” - ce ne sono moltissime anche via mail, SMS e WhatsApp che arrivano da chi meno te lo aspetteresti proprio perché “non si sa mai” -.
No, questa non è spiritualità, ma superstizione: se eseguo determinati riti in determinati modi otterrò il miracolo richiesto; ma che razza di Dio è questo? Oltretutto è l’immagine di un Dio solo e irraggiungibile poiché gli uomini si rivolgono non a Lui, ma a sua madre o alla schiera dei suoi angeli e dei suoi santi che sono più accessibili e a portata di mano. Di Dio rimane ancora troppo spesso la visione di un padrone tiranno, più che di un padre amorevole; tutte le superstizioni e i riti dare-avere ne sono la conferma.
Di fronte a situazioni come questa, o simili - ce ne sono infinite nella tradizione popolare e di nuove su internet! - come comportarci? Da che cosa lasciarci parlare e che cosa zittire? A che cosa dare adito e a che cosa no?
Per capirlo, forse dobbiamo vivere la fede con un pizzico di scientificità. E allora domandiamoci: a che cosa la scienza da credito? Una teoria, per avere un fondamento nella realtà (è questo che la fa considerare scientifica) deve essere caratterizzata dalla replicabilità dei risultati. Possiamo esprimere il concetto attraverso la formula y= f(x) ossia y è funzione di x: ogni volta che si dà x, sempre e per tutti la conseguenza è y. 
Se non studi, sempre e per tutti la conseguenza è che ti bocciano. Se senti dentro di te una pace vasta, profonda e duratura, sempre e per tutti significa che quel che stai facendo è congruente con la natura profonda che ti caratterizza.
E allora verifichiamo questa teoria con alcune domande…
Se apro la Bibbia a caso e trovo un versetto che mi dà la soluzione a ciò che sto vivendo, sono sicuro che è stato Dio a dirmelo? Se sto andando a dare esercizi e un'auto mi tampona, è Dio che vuol fermarmi perché sto facendo qualcosa di sbagliato? Il raggio di sole che entra dalla finestra dopo che nella preghiera sono stata toccata internamente da Dio è Dio stesso che mi conferma?
E’ Dio che si diverte a entrare nella casualità?
Un Dio usato per spiegare tutto ciò che non capiamo, come facevano nel medioevo, che fine fa quando la scienza ci spiega tutto? Lo teniamo solo per l'aldilà “non si sa mai”? 

Qual è il confine fra spiritualità e superstizione? Dove e attraverso cosa Dio mi parla e dove invece sono io che, associando avvenimenti e casi fortuiti, “voglio” avere un segno?
Stiamo però attenti anche a non cadere neppure nel rischio del troppo terreno o dello psicologico: c'è anche la dimensione del mistero da salvaguardare, dell'apertura a un oltre che, proprio per serietà scientifica, non posso scartare, facendo finta che esiste solo quel che posso toccare e misurare!
A Medjugorie la Madonna c'è o non c'è? Eppure tanti fanno delle esperienze forti! E allora è la Madonna o qualche cos'altro (forse ancor più buono della presenza della Madonna, capito il quale magari possiamo viverlo anche altrove)?
E’ Dio che mi parla attraverso un tramonto o la pace vasta e profonda che provo mi fa vedere Dio anche in un tramonto?
L’unità di misura è dentro di me; la lettura di ciò che succede è interiore, non esteriore. Non è il raggio di luce che m’illumina a essere Dio che mi parla, ma il lavoro interiore fatto attraverso la riflessione e la preghiera a rendermi più sensibile a ciò che mi circonda e che magari gli altri non notano o sottovalutano. Allora quel raggio di sole lo posso anche chiamare Dio, ma so che non è Dio, almeno non tutto quello che chiamo Dio. E allora ecco che tutto mi parla di Lui, anche se in realtà tutto è come sempre, com’era ieri, come sarà forse domani, ma sono io ora a essere cambiata. “Ecco io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa” (Is 43,19). Ciò che germoglia, ciò che è nuovo, ciò che si apre, tutto ciò di cui accorgerci come segno di cambiamento, la prospettiva nuova che si scorge è dentro di noi.
La cassa di risonanza sono io, è dentro di me che vibra ciò che mi circonda, il riferimento è sempre il mio io, il mio stare bene con me principalmente, che è uno stare bene con Dio, e di rimando con gli altri.
Allora sta a noi discernere realmente cosa è Dio e cosa no.
Se quando faccio il bene mi sento bene, ciò che mi circonda risulta amplificato da quel bene. Quando faccio il male mi sento “non a posto”, sento che qualcosa non va e ciò che mi circonda mi amplifica il male che ho dentro di me. Chi aveva fatto notare ad Adamo ed Eva che erano nudi? Nel giardino di Eden, a parte un frutto mancante da un albero, non era cambiato niente. Era in loro che era cambiato qualcosa, nel loro intimo, e di conseguenza cambiava la loro consapevolezza di ciò che era fuori da loro.
Che cos’ha di miracoloso la torta di Padre Pio? Che va condivisa, che in un’epoca dove la parte del leone la fanno l’individualismo e la fretta, una persona, presa un po’ di pasta dal suo impasto ne fa tre parti e va personalmente da altrettante persone a farne dono. Questo può essere motivo di dialogo (si spera profondo e di fede autentica), di scambio reciproco di esperienze, magari di sofferenze condivise e portate insieme. Il miracolo dov’è? Chi ha donato l’impasto ha portato e condiviso un po’ di sé e si sente bene; chi ha ricevuto l’impasto si è sentito “pensato e amato” e ciò non può che fargli bene. Ma non è quel pizzico di lievito che fa fermentare tutta la pasta? Non è questo il regno di Dio? Aspetto il miracolo o mi faccio io miracolo per gli altri?
In conclusione mangiamoci la torta di Padre Pio in compagnia, mandiamo la mail o il messaggio positivo che fa bene al cuore, ma lasciamo stare formule magiche, riti, catene di S. Antonio e anticaglie varie rivisitate in forma tecnologica.
Manteniamo gli abbracci, il sorriso, il saluto cordiale, la stretta di mano energetica, la pacca sulla spalla, il “come stai” detto non per formalità ma con vero interesse. Andiamo a trovare gli amici, telefoniamo più spesso a chi è lontano, coltiviamo le relazioni e troveremo l’essenza di Dio: l’AMORE.

Maria Rosa Brian









6/19/2014

Il non-verbale nell’accompagnamento spirituale

Che cosa trasmette l’accompagnatore a chi accompagna spiritualmente? Sapere o sapore? Nozioni o azioni? Conoscenze o esperienze?
Sono qui e cerco i pensieri, che poi diventeranno parole, per questo articolo che mi è stato richiesto da chi a sua volta mi ha accompagnato spiritualmente e tuttora lo fa.
E nel mio cercare mi lascio guardare e suggerire sia dalla mia esperienza di “accompagnata”, sia da quella, seppur breve, di accompagnatrice, ma soprattutto dall’icona del Cristo di Rublev. 

Ecco, è proprio da questa icona che voglio partire per parlare del non-verbale nell’accompagnamento spirituale. Perché il non-verbale è fatto di non-parole fatte di sguardi e di gesti, non-parole che sono testimonianza di vita vissuta. Chi, meglio di un’icona, che si legge guardandola e si guarda leggendola, può dire qualcosa?
Accompagnare è guardare amorevolmente chi accompagni e lasciarsi guardare da chi accompagni. È ciò che fa questo Cristo: ti guarda e ti ama mentre tu lo guardi e lo/ti interroghi.
Lo sguardo di chi accompagni all’inizio è titubante, curioso, indagatore. È lo stesso che avevo io nei confronti di questo volto di Dio: «Ma chi sei? Ma che cosa hai da dirmi tu della mia vita, della mia storia? Ma che cos’ho io da spartire con Te?» questo gli chiedevo.
Volevo capire che cosa muoveva il mio accompagnatore a dire ciò che diceva e soprattutto se viveva ciò che diceva; e allora lo studiavo, lo mettevo quasi alla prova: volevo carpirne il segreto.
Lo stesso è per questo volto di Cristo, così sereno, composto, solenne e nello stesso tempo umile perché è stato per lungo tempo a contatto con l’humus, con la terra, con l’umanità di ognuno di noi1.
Poi, quando ti rilassi, ti accorgi che a muovere chi ti accompagna è un Amore che ha trovato, o, meglio, è l’Amore che ha trovato lui, l’accompagnatore: è questo il suo segreto, che strada facendo ti svela e ti rivela.
È Dio che ha trovato me, è questo volto che mi ha raggiunta nelle mie profondità, si è avvicinato a me ed è sceso sino a incontrarmi.
Ecco, penso che il non-verbale aiuti a sottolineare proprio questo: che l’Amore ci raggiunge e ci trova se ci arrendiamo e smettiamo di scappare e ci lasciamo abbracciare. È la serenità di questa certezza che parla di te accompagnatore agli altri più di mille erudite parole, importanti certamente, ma non da sole.
L’accompagnatore è questo: mostrare che questo incontro è possibile, perché è quello che nella sua vita è successo. Egli diventa testimone credibile quando quello che dice non sono solo belle frasi imparate, ma vita vissuta: “Te lo dico perché l’ho sperimentato..., nella mia vita è avvenuto così…, ti capisco perché l’ho passato anche io…” sono affermazioni che sottolineano e rafforzano una vicinanza tra accompagnatore ed esercitante, è una strada fatta insieme e nota a lui perché l’ha già percorsa.
È questo ciò di cui si ha bisogno: di un annuncio gioioso e credibile perché sperimentato; non è questo il significato del Vangelo? E che cosa c’è di più credibile di chi nella propria vita per primo ha verificato, e verifica, quello che professa?
Il non-verbale, allora, è ciò che lega quello che dico a quello che vivo, è ciò che mi fa amare di un amore materno chi accompagno e che mi fa sentire un legame filiale con chi mi accompagna, che poi non è altro che sperimentare, e permettere di sperimentare, l’amore paterno e materno di Dio. Deve dirlo in continuazione una madre al figlio che lo ama per essere credibile? Oppure è quello che lei è a trasmettere e a far passare il suo amore a prescindere dalle parole?

                                                                                             Maria Rosa Brian


1Questa icona è dipinta sul retro di una tavola di legno che per lunghi anni è stata usata come passaggio per una stalla senza sapere che cosa nascondesse sotto il fango di cui era incrostata.