9/01/2021

Imparare a scegliere

Sapete perché, nelle icone, sono disegnate tre stelle sul capo e sulle spalle della madonna? Stanno a indicare la verginità di Maria prima, durante e dopo il parto. Potremmo pensare a un modo di comprovare il concepimento di Gesù ad opera dello Spirito Santo… Giusto, ma non credo che il dogma si limiti a questo. I dogmi sono i punti fermi della nostra fede; non la conclusione di un ragionamento, ma porta aperta su un mistero da esplorare.

Ed è proprio nel mistero della verginità di Maria che mi voglio addentrare, per ricavarne un insegnamento per noi oggi. Me ne ha dato lo spunto una frase di Sant'Agostino in uno dei suoi sermoni (293, 1): “Prima la fede raggiunge la mente della Vergine, poi si attua la fecondità in seno alla madre”.

La condizione della fecondità è la fede, l’accoglienza della Parola da parte di un cuore che si rende vergine. La fecondità è per noi e per gli altri: abbiamo bisogno che quel che facciamo sia significativo, che costruisca bene in noi e attorno a noi, che renda il mondo migliore di come l’abbiamo trovato.

Per diventare fecondi bisogna rendersi vergini, abbiamo detto. Ma perché?

 Ai problemi che incontriamo noi applichiamo la nostra soluzione: è quello che sappiamo fare, è quello che ci hanno insegnato a fare. Abbiamo la nostra soluzione in tasca, o la cerchiamo tra quelle che abbiamo sempre applicato, ma… è davvero quella buona? Se così fosse, tutto sarebbe subito risolto!

Ma il più delle volte così non è…

La realtà è complessa e va affrontata con umiltà, senza la presunzione di sapere già.

Certo la novità, la complessità, la difficoltà generano angoscia, che cerchiamo di sciogliere aggrappandoci alla prima soluzione che ci sembra convincente. E qui entrano tante dinamiche che finiscono per deviare le nostre decisioni.

La prima è quella del capro espiatorio: anziché chiederci cosa fare per risolvere il problema, cerchiamo di chi è la colpa per sfogare su di lui la nostra rabbia, per pretendere un  risarcimento.

La seconda è il vittimismo: ci sentiamo vittime di una diabolica macchinazione che opera a favore di inconfessabili interessi, da cui ci difendiamo con il sospetto sistematico.

La terza è lo schieramento: ci documentiamo sul problema, ma dando credito solo alle fonti che avvalorano la nostra visione delle cose, trascurando il fatto che una teoria, per essere scientificamente provata, dev'essere confermata con dati statistici.

Che cosa accomuna questi approcci? La mancanza di un’ipotesi alternativa: distruggono ma non propongono. Non portano una soluzione che abbia l’umiltà di fondarsi su sperimentazioni convalidate, su dati confrontabili; come se il buon Galileo non ci avesse insegnato nulla sul metodo scientifico.

E’ qui che entra in gioco la verginità. Una soluzione al problema dobbiamo trovarla, se non in termini generali, validi per tutti, quantomeno per il nostro inserirci in esso, per capire come comportarci.

Abbiamo il diritto -e nessuno può togliercelo!- di decidere per noi stessi, almeno fino al punto in cui le nostre scelte non coinvolgono altre persone. Ma la nostra scelta, per essere  moralmente valida, dev'essere presa con retta coscienza. Ci si deve cioè rendere vergini, lasciando da parte le nostre propensioni, e prendere in  considerazione le posizioni di chi può con competenza dire qualcosa sull'argomento (e qui l’onestà valuta anche idee diverse dalla propria).

Guardando alle conseguenze su di me e sugli altri che la mia scelta coinvolge, in coscienza, davanti a Dio, prendo infine la mia decisione. In tal modo sarò altresì riuscito a motivarla e quindi sarò anche disposto a pagarne il prezzo.

Una considerazione dev'essere fatta anche sul fatto che non tutte le nostre scelte possono essere “assolute”, ossia svincolate da ciò che ha democraticamente deciso la società in cui viviamo. Personalmente posso non essere d’accordo su certe norme che regolano il vivere comune, ma sono comunque tenuto a rispettarle. Democrazia è anche sapersi adattare alle scelte della maggioranza, quando non vanno contro la nostra coscienza in questioni fondamentali. Il preteso diritto a fare quello che vogliamo è figlio dell’individualismo esasperato di cui è impregnata la nostra cultura, che ci porta a fregarcene del fatto che viviamo in una società in cui dovremmo scegliere assieme il bene comune.

Michele Bortignon

 

 

8/01/2021

Il Vangelo è sempre buona novella!

 

Cercando commenti al vangelo del giorno mi sono più volte imbattuta in considerazioni molto tristi, imbevute di moralismo e centrate su ciò che manca e che non c’è, piuttosto che tese a evidenziare ciò che rende il vangelo buona novella, lieto annuncio*. Ciò che ascoltavo o leggevo non dava un impulso positivo alla mia giornata, non era niente che mi arricchisse di energia o che mi facesse pensare: “Che bello! Che bella notizia il Vangelo!” È facile cadere nella lamentela: “si dovrebbe…”, “bisognerebbe…”, ma il vangelo è sempre una buona notizia, un’esultanza, un rallegrarsi del cuore, perciò mi son detta: “Forse c’è anche un’altra strada…"

 

Immagina un genitore che scrive una lettera al figlio per comunicargli quanto lo ama e quanto ci tiene a lui. Immagina che cosa questo genitore -padre o madre è indifferente- possa scrivere a suo figlio o figlia. Pensa che cosa scriveresti tu a tuo figlio. Che cosa gli diresti, quali parole useresti, quali sentimenti vorresti trasmettere, quali raccomandazioni suggeriresti? Sicuramente vorresti lasciare a tuo figlio, attraverso questa ipotetica lettera, tutto il bene e tutto l’amore che puoi; vorresti fargli sapere quanto lo ami, quanto ci tieni a lui e suggeriresti tutto ciò che gli può servire per vivere una vita felice, gustosa, sensata, piena di amore e di tutte le cose belle che gli hai messo a disposizione. Certamente vorresti scrivere per lui un manuale per permettergli di non sbagliare il centro della sua vita. E se anche capitasse che, nonostante tutte le tue raccomandazioni, lui rovinasse la sua vita, faresti di tutto per fargli capire che niente è perduto e che c’è sempre il modo per rimediare e ritornare a vivere nuovamente la vita in pienezza. Scriveresti a tuo figlio la buona notizia del tuo amore incondizionato per lui. Penso che tu, come ogni buon genitore, saresti talmente appassionato e talmente preso da quest’amore per tuo figlio da non risparmiargli, se servono, invettive e ammonizioni per evitargli di sbagliare, ma alla fine, con il cuore ferito e l’animo triste, lo lasceresti anche libero di sbagliare restando a un passo da lui pronto a riprenderti quel figlio per il quale daresti la vita.

Sicuramente saresti un ottimo genitore, e anche se concretamente tu scrivessi veramente questa ipotetica lettera o manuale per una vita felice, non avresti scritto nulla di nuovo, perché è ciò che gli evangelisti hanno fatto con la stesura dei Vangeli. Dio Padre vuole comunicare all’uomo, attraverso gli insegnamenti di Gesù, il Suo Amore infinito e la Sua Misericordia. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16)

 

Se leggiamo i Vangeli anche con quest’ottica semplice e alla portata di tutti, senza nulla togliere alle profonde esegesi che possiamo trovare per approfondire la nostra lettura del Vangelo, forse riusciremmo a non cadere nel moralismo e la smetteremmo di guardare solo a ciò che non va in noi e negli altri. Proviamo a porci questa domanda alla fine della lettura di un brano: “Che cosa mi sta dicendo Dio Padre? Che cosa dice a me e alla mia vita ora, adesso, in questo mio momento storico, non ieri o domani, ma nel mio oggi”. Chiediamoci: “Qual è la buona notizia contenuta in questo brano?” Deve esserci! Altrimenti non è Vangelo! E quando ci capitano fra le mani quei versetti che sembrano essere solo invettive e catastrofi, leggiamoli pensando che a dirceli è un Dio che ci è Padre: un rimprovero da parte di chi ci ama non è altro che un gesto appassionato, da parte di chi non sopporta vederci rovinare la nostra vita. Quando invece ciò che leggiamo ci sembra tutto all’infuori che buona novella, non arrendiamoci e cerchiamo ancora, buttiamo all’aria quel campo di parole fino a trovarvi il tesoro nascosto: quella perla preziosa che darà una luce nuova a tutto il testo.

Prima di iniziare a leggere ricordati che, attraverso quel testo, Dio sta parlando a te e lo fa come faresti tu con tuo figlio: con un amore così grande da morirci. Anzi, …Lui ci è già morto!

 

Vi invito a provare, noi lo facciamo già. Nel nostro gruppo whatsapp “Kaire ogni giorno” condividiamo quotidianamente il nostro commento al Vangelo del giorno, proprio con la modalità che vi ho illustrato. Perché non provi anche tu a cercare il “lieto annuncio, la buona novella” del Vangelo?

                                                                                                                     Maria Rosa Brian

 

 

*La parola evangelo, dalla cui contrazione viene il termine Vangelo, è composto dall’avverbio  greco εὖ (bene, rettamente) e dal verbo ἀγγἐλλω (anghello) che significa annunzio. Dunque un buon annunzio o ancora meglio, “reco una buona notizia, porto un lieto messaggio, comunico una buona novella”.

7/02/2021

Riportare allo spirituale

 

Normalmente, quando, alla fine di un colloquio, mi sento in pace e contento, è segno che anche la persona che accompagno sta provando gli stessi sentimenti. Senza esserne cosciente, percepisco il suo stato d’animo, lo sento risposta alla prospettiva di Vita che assieme abbiamo intravisto e mi rallegro che questo le stia dando sollievo. Ho svolto correttamente il mio compito, che è quello di accompagnare la persona a dare la mano a Gesù per continuare con Lui la propria strada.

A volte, invece, già durante il colloquio sento che qualcosa non va, qualcosa non gira per il verso giusto. Mi sono accorto che questo succede quando l’altro non mi sta chiedendo  di aiutarlo a sintonizzarsi con Dio nel vivere la situazione che gli crea problema (è questo il compito dell’accompagnatore spirituale!), ma si aspetta che gli faccia da genitore/guida chiedendomi di dargli io una soluzione (cosa devo fare?) oppure, dopo avermi esposto il suo punto di vista, mi chiede di far da giudice (chi ha ragione?). Entrambe sono richieste non spirituali: Dio mai ti solleverebbe dall’essere protagonista della tua vita e mai si chiuderebbe in un giudizio, il cui effetto sarebbe soltanto creare divisione.

Occorre dunque riportare il colloquio sullo spirituale. In che modo?

Innanzitutto ricorda dove Dio vuol portare la persona: a una vita libera, serena e felice. La libertà dai condizionamenti, la pace, la gioia sono patrimonio stabile di questa persona? Evidentemente no, altrimenti non si sarebbe impantanata in questa situazione.

Lei, certamente, qualche soluzione per uscirne ce l’ha, ma se questa soluzione non l’ha portata finora o non la porterà domani a una vita così, rimodellando il proprio modo di vivere la situazione dentro di sé e con gli altri, il problema si ripresenterà appena più in là.

Prova dunque a chiederle: «Come potresti recuperare la solidità, la pace e la gioia di vivere che adesso non hai?». Lasciala cercare; tu semplicemente fatti garante che la sua ricerca si muova verso questi obiettivi: è questa la volontà di Dio su di lei.

Un’altra cosa rende spirituale la ricerca di questa persona: non è sola!

Già la tua presenza, lì a cercare accanto e assieme a lei, significa e richiama un’altra Presenza, che continuerà ad accompagnarla anche dopo il vostro incontro.

Una Presenza a cui non deve solo dire «Grazie che ci sei!», ma con la quale, allo stesso modo che con l’accompagnatore, prima può sfogarsi, permettendosi di essere arrabbiata, e con la quale poi potrà confrontarsi, fino, appunto, a trovare assieme una soluzione che la lasci nella pace, che le ridia la dignità di persona libera e responsabile, e che, per quanto possibile, le ridia un po’ di gioia di vivere.

Sentirà allora che il suo dolore è abitato e condiviso da questa Presenza.

E, se non fuori, almeno dentro di lei tutto sarà diverso.

Giunto a questo punto, forse ti starai chiedendo: «Cosa c’entra tutto questo con me, che non sono un accompagnatore spirituale?». Ti dirò che diverse persone, dopo aver concluso il percorso degli Esercizi Spirituali, mi hanno raccontato di essere state oggetto di confidenze. Forse, avendo imparato ad ascoltare se stesse, gli altri hanno riconosciuto in loro una capacità di ascolto. Potrebbe succedere anche a te. Tieni allora presente quanto ti ho detto, ricordando comunque che, prima di parlare, l’altro dev’essersi saziato del tuo silenzio.

Michele Bortignon

6/01/2021

Rimpianti, rimorsi, scrupoli: quando il pensiero si avvita su se stesso

La sensibilità a volte gioca brutti scherzi. Se sei una persona sensibile, tutto provoca in te vibrazioni amplificate: il bello è meraviglioso, un’attenzione ti scioglie, ma, d’altro canto, l’errore è un disastro e il timore di sbagliare ti paralizza. Con più facilità di altri puoi cadere nella desolazione, che assume tre forme particolari: il rimpianto, il rimorso, gli scrupoli.

Il rimpianto è la forma meno pesante: il passato ti perseguita con quel che avresti potuto fare ma non hai fatto, suggerendoti che tutto sarebbe potuto essere diverso, ma tu hai irrimediabilmente perduto la possibilità di cambiarlo.

Anche nel rimorso è il passato a perseguitarti, questa volta con quel che hai fatto e non avresti dovuto fare, sprofondandoti nei più cupi sensi di colpa.

Negli scrupoli, infine, il presente è invivibile: ogni situazione diventa occasione di un possibile errore, ogni errore è terribile, e il terrore ti blocca per evitarti di sbagliare.

 In tutti e tre i casi, il problema è che il pensiero si avvita su se stesso, ossessionato dall’errore commesso o che ha paura di commettere.

 Se è il rimpianto o il rimorso a tormentarti prova a chiederti: c’era davvero un’alternativa? O il contesto ti metteva in una strettoia per cui non avevi possibilità di scegliere e quella era l’unica strada possibile? A volte la scelta non dipende solo da noi, ma dall’accordo di altre persone coinvolte, che non possiamo obbligare alla nostra volontà. Il grosso rischio di chi è armato di buoni propositi e di buona volontà è di instaurare una dittatura del bene.

Ammettiamo, invece, che la scelta dipendesse solo da te, per cui un’alternativa ci sarebbe stata. Valutiamola quest’alternativa. Qual era? E quali ne sarebbero state le conseguenze? Positive e negative, non solo per te, ma anche per gli altri…

Alla fine di questa valutazione, sei ancora dell’idea che potevi e dovevi fare diversamente? Oppure la scelta fatta, nonostante tutto, resta ancora la migliore?

Ammettiamo infine che effettivamente hai sbagliato. Potevi fare diversamente, ma, per tutta una serie di valutazioni erronee, istintuali e/o condizionate, hai fatto quel che hai fatto.

Ora, cosa ci ricavi dal rimanere impantanato nella desolazione, che ti toglie dal gioco della vita, immobilizzandoti in una morte anticipata? Non è sano un dispiacere che non ti porti a riprendere a camminare con un atteggiamento diverso. Dio ci chiama alla Vita!

Distogli allora lo sguardo dal tuo ombelico e permettiti di entrare in una prospettiva diversa, fidandoti di quel che ti dicono gli altri (anche questo un modo di Dio per parlarti!).

Nel rimorso: cosa ti direbbe la persona a cui pensi di aver fatto del male? e il Dio della Vita quale strada ti additerebbe per liberarti dal tormento e continuare a vivere?

Nei rimpianti, guarda quante altre cose belle ci sono nella tua vita che la fanno volare comunque!

 Se, invece sono gli scrupoli a perseguitarti, distogliendoti dal fare il bene per paura di sbagliare, puoi dar credito agli altri quando ti dicono che sbagliare è normale e non è un disastro. E loro, come Dio, ti vogliono bene con i tuoi sbagli. La perfezione è solo una fisima tua. Oppure, gli scrupoli possono mettere in dubbio la decisione che hai appena preso; in questo caso, se la tua scelta è stata ponderata da un accurato discernimento, metti semplicemente a tacere i tuoi scrupoli non prestando loro attenzione: ti fanno solo perdere tempo.

 Questo aprirti al nuovo, questo fidarti di chi ti vuol bene si chiama misericordia. Che non è rassegnazione, ma sintonizzarti sulla realtà della vita, molto più grande e complessa di come la stai vedendo tu adesso.

Michele Bortignon

5/01/2021

Come recuperare la libertà dalle mie pulsioni e dalle pretese altrui?

Un po’ per gioco e un po’ per sfida mi sono trovata a leggere le “Lettere a Lucilio” di Seneca. Mi era stato chiesto di farne una lettura mirata: cercare, in questo testo filosofico, in che modo gli stoici cercavano la libertà dalle proprie pulsioni e dalle pretese altrui.

Come fare per restare fedeli a se stessi? Come perseguire i propri obiettivi? Come vivere il presente senza eccessive ansie per il futuro o inutili recriminazioni per il passato?

In queste lettere, che, circa duemila anni fa, Seneca ha inviato all’amico Lucilio, ho trovato vie percorribili anche a noi donne e uomini di oggi.

In effetti, trascorriamo gran parte della nostra vita cercando di piacere a qualcuno o nel tentativo di far contenti gli altri, ma “chi vuol essere dappertutto non sta in nessun luogo” [lettera 2]. Facciamo di tutto per essere accettati, ci conformiamo, ci adeguiamo, ci adattiamo e alla fine non ci riconosciamo più e non ci piacciamo più. Ci guardiamo allo specchio e ci facciamo schifo, vediamo solamente la persona che gli altri vogliono vedere; e allora Seneca replica: “Raggiunge il culmine della sapienza chi sa di che cosa debba gioire e non pone la propria felicità in potere altrui” [lettera 23].

Tradiamo noi stessi per non scontentare gli altri, e così perdiamo la cosa più preziosa che abbiamo -la nostra unicità e la nostra bellezza originaria- per conformarci a come pensiamo che gli altri ci vogliano; ma è vero proprio il contrario: “Chi ha il possesso di sé non ha perso niente” [lettera 42]. Perdiamo tempo e vita cercando di accumulare beni; Seneca invece evidenzia che “è povero non chi possiede poco, ma chi brama di più” [lettera 2] e “l’essere vissuti a sufficienza non dipende dal numero degli anni o dai giorni, ma dal nostro animo” [lettera 59]. E, ancora, il timore che le cose possano cambiare a nostro sfavore ci immerge nell’angoscia; cosa fare, dunque? “Non renderti infelice prima del tempo, perché i mali che hai temuto imminenti forse non verranno mai… …e se anche un male deve venire, che vantaggio c’è ad andargli incontro? Sarai in tempo a dolertene quando verrà; intanto augurati cose migliori; guadagnerai tempo.” [lettera 13].

 

Leggendo queste lettere ho capito che avere un obiettivo, uno scopo nella vita, un progetto, un fine, è ciò che ci dà la forza di vivere ogni giorno cercando di essere fedeli al nostro sogno, anche se ciò comporta deludere le aspettative altrui: “non saprà ordinare i particolari se non chi ha già una visione d’insieme di tutta la vita” [lettera 71] L’essenziale è perseguire il proprio fine… lasciando liberi gli altri di agire e perseguire il loro obiettivo a modo loro e come vogliono. Io posso dare il mio consiglio e parere: l’altro è libero di accettarlo o no. Viceversa, gli altri possono darmi i loro consigli e pareri; e io sono libera di accettarli o meno. È vitale focalizzare il proprio obiettivo accettando tutti gli imprevisti come occasioni per allenarci e crescere: questo ci aiuta a liberarci dalle nostre paure, dalle nostre ansie e angosce. Se vuoi rendere gioiosa la tua vita lascia ogni preoccupazione per essa. Nessun bene giova a chi lo possiede, se il suo animo non è pronto a perderlo” [lettera 4]. Considerare le avversità come occasioni in cui imparare dalla vita stessa ci libera dalle aspettative esagerate su noi stessi, ci permette di accettare e imparare anche dalle cadute e a non considerarle solo come sbagli: “ti rendi conto che in ogni avvenimento non c’è niente che debba far paura, se non la stessa paura” [lettera 24]. Inoltre è inutile piangerci addosso o, peggio, trovare scuse e inutili colpevoli per ciò che nella nostra vita non va bene: “Vuoi sapere qual è la nostra arma di difesa? Non indignarsi di niente; sapere che anche ciò che sembrerebbe lederci serve alla conservazione dell’universo e rientra fra quelle cause che assicurano al mondo l’adempimento delle sue finalità” [lettera 72]. Cercherò di fare della mia vita una meraviglia con gli ingredienti che ho a mia disposizione senza recriminazioni o inutili rimpianti. “il male non sta nelle avversità, ma nel fatto che tu ti lagni… l’unica infelicità per l’uomo è credere che esista l’infelicità nella natura” [lettera 96]. Vivi ora! La vita è in questo momento, non ieri né domani.

Non è detto cha alla fine tu raggiunga il tuo obiettivo, ma è nella strada che hai fatto per cercare di raggiungerlo che troverà un senso e uno scopo il tuo vivere. Una strada che percorri non necessariamente cambiando la tua situazione, ma cambiando te stesso in quella situazione; dunque, “Se vuoi sfuggire ai mali che ti assillano, non devi andare in un altro luogo; devi essere un altro uomo” [lettera 104]; “Desidero che non ti manchi mai la gioia, anzi che ti nasca in casa; e ti nascerà, purché essa sia dentro te stesso” [lettera 23]

 

La sensazione che ho avuto leggendo queste lettere, però, è di una mancanza. L’uomo che Seneca prefigura basta a se stesso: il suo successo o insuccesso dipendono dalla sua capacità di trovare dentro di sé la forza e le motivazioni giuste.

Se guardo dentro di me, anch’io trovo la gioia, la forza, il coraggio, la tenacia, trovo le mie capacità o i miei fallimenti; ma non solo: io trovo un Altro. S. Paolo direbbe: “non vivo più io, ma Cristo vive in me” [Gal 2,20].

Per noi cristiani, è su Cristo, e non esclusivamente sulle nostre forze, che si fonda il nostro essere liberi dalle nostre pulsioni e dalle aspettative altrui. Questa libertà non è solo uno sforzo ciclopico di perfezione, autocontrollo e buona volontà, ma è dono, dono del Suo amore. L’aver sperimentato che è Dio ad amarci per primo e in modo totalmente disinteressato ci porta a ridimensionare il nostro bisogno di stima e di affetto e a liberarci dalle aspettative e condizionamenti degli altri. S. Giovanni afferma: “Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi” [1Gv 4,19]. E ancora: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo”  [1Gv 4,10].

Ed è questa certezza di una Presenza che ci avvolge e ci abita a diventare il motore di un cambiamento che ci rende liberi e protagonisti della nostra vita.

Tutto questo lo potrei riassumere con le parole di Teresa d’Ávila: “Nada te turbe, nada te espante… sólo Dios basta”.

 

                                                                                  Maria Rosa Brian

4/04/2021

Hanno portato via il Signore

 Quando l'essenziale è invisibile agli occhi

«Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». (Gv 20,2)

È il giorno dopo il sabato, Maria di Magdala non riesce a stare ferma e si reca alla tomba del suo Maestro ancora prima del sorgere del sole. Al vedere la pietra tombale scostata deduce l’unica cosa umanamente credibile: hanno portato via il corpo del Maestro.

Ma chi lo ha trafugato? e perché poi? Queste sono domande che forse non si è posta: troppa era la fretta di ritornare da Pietro e dagli altri per avvertirli.

Quanta fretta Maria! Quante corse al buio senza vedere bene che cosa era successo.

Anche noi a volte, presi dalla fretta, siamo tentati di prendere decisioni avventate, di scegliere su due piedi, anche se non abbiamo chiara tutta la situazione. Se solo imparassimo a fermarci e a guardare dentro le cose, ci accorgeremmo che non sempre la realtà è come sembra; ci accorgeremmo che quel vuoto è un pieno, che quell’assenza è abitata, che una fine può essere un inizio.

Maria, alla fine sei tornata e, tra le lacrime, ti sei fermata e hai guardato dentro quel sepolcro (Gv 20,11); l’angoscia di una perdita ha allora lasciato il posto alla gioia di una certezza: il tuo maestro non era morto, ma chiamandoti per nome, ti invitava ad annunciare ai discepoli non più la notizia di una perdita (hanno portato via il Signore), ma la gioia della resurrezione.

Resurrezione è saper vedere oltre le apparenze. Quando, sapendomi fermare, ho visto che la situazione era molto diversa da come l’avevo giudicata? Quando sono riuscito a non farmi prendere dal panico o dalla fretta di trovare una soluzione e con la calma ho dato a una situazione la possibilità di cambiare, di trasformarsi?

È ciò che ci siamo chiesti e che, alla luce del cammino che abbiamo intrapreso con il Kaire, abbiamo sperimentato:

Resurrezione è saper vedere oltre le apparenze... C'è stata un’importante frattura tra la mia famiglia e un gruppo di servizio in parrocchia. Un clima pesante, ricatti e prevaricazioni e da parte di molti un voltare lo sguardo altrove, in un silenzio a
ssordante. Lasciare tutto mi sembrava l'unica scelta possibile. Il tempo e lo sguardo rivolto alla croce mi hanno permesso di vedere oltre, cogliendo la fragilità di alcune persone coinvolte, il loro buon cuore e regalandomi la possibilità di nuove relazioni. 

Quando si abbandona il giudizio e si accolgono le situazioni per quello che sono, si aprono opportunità che prima tralasciavo o ignoravo. Una soluzione magari non ce l'ho ancora, ma il non esercitare la mente mi porta a non affrontare i fatti e le persone che incontro con paura ed angoscia. Contemporaneamente lasciare spazio a un respiro profondo e lungo di meditazione mi porta a imparare a sostare in me e con Cristo per illuminare il mio muovermi nel mondo. Non porvi obiettivi e pregiudizi ma continuare a esercitarmi con perseveranza mi può consegnare una dimensione del mio essere più consapevole e compassionevole. L'augurio per questa Pasqua è applicarmi con entusiasmo in questo nuovo compito maturato con l'esperienza del Kaire. 

Ho iniziato il kaire con pochissime porte aperte, quasi non vedessi spiraglio. Mano a mano che procedevo con il percorso ho visto che Dio agisce e giorno dopo giorno mi dà l’utile per fare passi avanti nell'affrontare le difficoltà, mi aiuta a crescere nelle situazioni, anche grazie alle persone che mi fa incontrare.

«È tutta colpa tua, sei tu la rovina di tutto»: parole dure che feriscono, che ho sentito ingiuste nei miei confronti. La prima reazione è stata quella di alzare la voce anch’io e di usare gli stessi epiteti. Ma non l’ho fatto, ho cercato di riportare l’altra persona alla realtà delle cose (se ho parlato male, dimostra il male che ho detto; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti? Gv18,23). Apparentemente non è servito a niente: la situazione non è migliorata. Il cambiamento e la resurrezione sono stati solo miei, ho capito che sono capace di rispondere al male con il bene e la pace interiore che ne segue non ha prezzo.

Guardo con dispiacere a quando, fino a qualche anno fa, mi facevo un punto d’onore rispondere sempre per le rime a chi mi faceva qualche appunto. E, quando mi prendeva l’ansia, l’ira mi scoppiava dentro di brutto. Io sapevo già che le cose erano andate come pensavo io… Poi ho provato a tacere qualche volta… e darmi il tempo di pensare e capire. Strano e bello: posso essere diverso! Certamente più libero.

Riconosco che i segni di resurrezione sono sempre stati presenti nella mia vita, ma con modi di intenderli diversi, penso sia dovuto al passare degli anni. Da focoso, entusiasta, quando ero più giovane, oggi mi scopro più rivolto verso una consapevolezza nuova; sono attento più di prima alle apparenti piccole cose quotidiane: il risveglio al mattino, l'aver una persona che mi vuole bene, il piacere di parlare con lei delle situazioni che ci stanno a cuore, poter essere utile agli altri con servizi pratici o con parole di ascolto. E' un segno di resurrezione vedere i figli crescere, prendere decisioni, assumersi responsabilità, soffro e gioisco con loro, partecipo come mi è permesso alle loro vite. Ma soprattutto sono questi i giorni della S.Pasqua, il Signore mi fa conoscere di Lui sempre cose nuove.

Buona Pasqua di Gesù nella Vostra vita 

Katia, Lorenzo, Simone, MariaRosa, Michele, Tiziano

4/01/2021

Il silenzio che illumina

Un tentativo di furto con relativo danneggiamento. Mi ha fatto sentire violato e ora anche insicuro perché potrebbe ripetersi. Nello smarrimento mi sono rallegrato: “Kaire!”, l’ultima delle beatitudini: quando gli altri vi fanno del male voi rallegratevi. L’ho fatto per obbedienza: un atto di fiducia in Gesù, che certo sa quel che dice.

Il risultato è che ti domandi perché lo fai e poi domandi a Lui, a Gesù, perché lo fai. E allora succede che ti metti in relazione con Lui anziché con la tua rabbia e le tue paure.

No, non ho fatto ragionamenti con Lui, nemmeno mi sono sfogato: ero con Lui e ho pregato. Ho pregato per questa persona e ho sentito il suo sbandamento, la sua disperazione che l’ha spinta a un’azione di cui ha visto il vantaggio per sé ma non il male che ha provocato ad altri. L’empatia si trasforma in compassione. Non sono più contro di lei, ma con Dio davanti a lei. Non è passata la paura, che ogni tanto invade i miei pensieri: potrebbe rifarlo! Ma mi sento libero e in pace: non c’è il rancore a separarmi da lei e io mi sento completamente nel Padre. Trovare in Dio un padre e vedere nell’altro un fratello: non è questa la salvezza?

Sentire la tua mano nella mano del Padre non cancella la paura, il malessere, l’amarezza per quel che succede o è successo, ma ti ci fa rimanere o passare attraverso senza sentirtene sommerso. In Lui trovi la luce per capire, la forza per andare avanti, quell’intimità che ti fa sentire in Lui dovunque e comunque tu sia. Per te c’è un orizzonte diverso. E già questo è Paradiso.

Che cosa attiva questa dinamica di affidamento che inserisce nell’abbraccio di Dio? Rileggiamo l’esperienza appena descritta. L’invito di Gesù a rallegrarmi ha avuto lo stesso effetto che ha il “Koàn” nel Buddismo Zen: un assurdo che ti fa cadere dai tuoi consueti punti di riferimento e ti obbliga a pensare in maniera nuova. E, quando non sai da che parte girarti, fai silenzio e aspetti. Aspetti in silenzio, senza costruire pensieri. Perché? Perché i pensieri rimescolano quello che già sai e ti riportano a quello che hai sempre fatto. Un agire nuovo è portato invece da un’ispirazione: un pensiero carico di emozioni positive che proviene da un modo di essere e di pensare che hai sentito profondamente vero ma finora è rimasto quiescente dentro di te, come un seme pronto a germinare quando un bisogno profondo lo richieda. E ora puoi e vuoi seguirla perché il nuovo te stesso che ti chiama a essere lo senti più vero di quel che sei ora.

Da una piccola morte è nata una piccola risurrezione. Davvero, tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8, 28).

                                                                                       Michele Bortignon

3/01/2021

Il malumore

Quanto poco ci vuole a metterci di malumore e a rovinarci così la giornata? Un malinteso con una persona a cui teniamo, qualcosa che non va per il verso giusto, un egoismo altrui che ci ferisce… Ci coglie allora un senso di ingiustizia (o di colpa se siamo noi la causa della situazione) e tutto sembra un disastro.

Ultimamente ci sono passato anch’io a causa di un piccolo incidente in camper e rifletterci sopra mi ha aiutato a capire come uscirne. Sarà un esempio semplicistico, ma, appunto in quanto semplice, forse potrà aiutarti a individuare una dinamica da applicare a casi più complessi.

Il primo passo è RIDIMENSIONARE. Forse quel che è successo non è proprio un disastro, ma una cosa fastidiosa, magari anche dolorosa, a cui però non è giusto dare il potere di sconvolgerci la vita. Nel mio caso era andato in pezzi un angolo del paraurti di plastica, ma niente di sostanziale era stato toccato. Certo, il paraurti di un veicolo vecchio, di cui non trovi ricambi, per cui il secondo passo, quello di REAGIRE, si presentava più complesso. Ma reagire è anche accettare la sfida di creare una novità tirando fuori le proprie risorse. E con una colla e uno stucco particolari sono riuscito a riparare in qualche modo. Non è tornato come prima, per cui il malumore persisteva. Ho messo allora in atto il terzo passo: RICENTRARSI. Il negativo tende a invadere completamente il nostro campo di coscienza, facendoci vedere tutto nero. Da qui l’importanza di accorgerci che nella nostra vita, anche così com’è ora, c’è tanto di bello, di buono, di vero da rimettere al centro per dargli modo di esplicare il suo potenziale di bellezza che suscita gioia. E ho deciso di essere felice gustandomi fino in fondo la bella giornata di sole e la passeggiata in montagna che mi aspettava.

Ridimensionare, Reagire, Ricentrarsi: 3 R, una formula facile da ricordare, da usare come salvagente quando l’amarezza ci trascina alla deriva.


                                                                                        Michele Bortignon

2/01/2021

Vicino, nei giorni della lontananza

Lo sappiamo che i nostri genitori, alla fine, ci lasceranno, che moriranno lasciando un segno indelebile dentro di noi. E tutti noi quel giorno vorremmo essere presenti, essere loro vicini, tenergli la mano e dire loro, per l’ultima volta, «Ti voglio bene», nutrirci delle loro ultime parole o dei loro ultimi sospiri prima di stringere la loro mano ormai inerme tra le nostre. Tutti vorremmo essere presenti nei loro ultimi giorni: accudirli e seguirli nei gesti semplici che i loro tanti anni rendono difficili.  Vorremmo essere lì, seduti al fianco del loro letto, pronti ad accogliere ogni segno e ogni loro bisogno, vorremmo poter ricordare e ricambiare le cure che loro avevano per noi quando eravamo bambini. A me tutto questo, ora, è negato da un virus che non permette il più elementare ed essenziale gesto che ci rende esseri sociali: la vicinanza.

Non so come esprimere l’impotenza accompagnata dalla lontananza, non so come spiegare o dire la devastazione che mi abita in questi giorni di snervante attesa senza poter consolare mio padre con la mia presenza.

Mio padre ha il covid19, ha novant’anni, non è un vecchio: è mio padre. È in ospedale curato sicuramente con tutta la dedizione e le attenzioni del personale, ma non vede gli occhi di mia madre che è il suo angelo custode, non vede i visi delle sue figlie, dei generi e dei nipoti. Il suo corpo è accudito, ma i suoi occhi non sono nutriti con i volti noti e amati da una vita e questa cura importante e necessaria non gli può essere concessa.

Mi sento inerme e impotente, con l’aggravante di non poter vedere per sapere; il filo del dialogo è interrotto dalla distanza a causa dell’isolamento. Isola: ecco la parola giusta in questi giorni. Siamo isole che lanciano messaggi di fumo contro un cielo che li inghiotte. C’è un linguaggio fatto di gesti, di mani che toccano, di occhi che guardano e braccia che stringono che ora non ci sono dati e di cui ora avremmo bisogno come l’ossigeno che questo virus si sta portando via.

 Questo era il mio grido di rabbia e impotenza nei giorni dell’incertezza.

 Mi sono chiesta spesso se oltre a una vicinanza fisica vi sia anche una vicinanza spirituale, un’unità di anima e cuore: è possibile pensare intensamente una persona e sentirsi con lei?

E poi: come essere vicina a mio padre morente se le circostanze non mi permettono di esserlo fisicamente?

A un certo punto ho abbandonato i pensieri rabbiosi fatti di “se, ma, perché” e ho abbracciato i “voglio e posso”, aiutata anche da questa frase di Douglas Malloch: “Sii il meglio di qualunque cosa tu possa essere”.

Voglio esserti vicina come posso, papà, di più non posso fare. Lo posso nello spirito, lo posso in quel Dio che è mio Padre e tuo Padre, papà.

Se Dio mi dice: “Io sono con te”, lo dice anche a te, papà, e quel Dio diventa il ponte tra me e te. È lo Spirito che ci unisce: è l’amore che circola, è la speranza che ci nutre e la fede che diventa ossigeno.

Ecco che, durante una notte insonne, il mio pensiero corre tra te e Dio e nell’invocare quel Dio e nel pronunciare “padre” sento che questa parola così dolce ci rende una cosa sola, ci fa unità.

Il giorno dopo, durante la messa, sento che tu sei con me e lo Spirito diventa il ponte che ti fa essere “presente” con me a quella messa. All’offertorio, sull’altare, metto la tua sofferenza e lontananza. E il corpo di Cristo lo ricevo con te e in te, papà, divento il tramite della tua ultima Eucaristia. Questa celebrazione, nella domenica del battesimo di Gesù, diventa il tuo battesimo in Cristo: sei immerso in Lui, avvolto nel Suo amore.

 Poi… sei diventato tutto suo, tutto in Lui e tutto in me, in una unità che niente e nessuno mi potrà togliere.

 Questo è diventato il mio canto di lode e di ringraziamento nei giorni della certezza che sarai sempre in me, papà.

 

                                                                          MariaRosa Brian

1/01/2021

Allora non c'è futuro? Che cosa fa proseguire assieme anche quando non si trova un accordo.

 

Io sono responsabile di ciò che dico o di ciò che tu capisci? Il problema è mio che non mi so spiegare o tuo che afferri quello che vuoi? Parliamo la stessa lingua, ma a renderti incomprensibili le parole che ti dico è il tuo vissuto diverso dal mio.

Nel rapporto di coppia, pur parlando la stessa lingua, a volte, capiamo “pan per polenta” e il buffo -o il tragico- della situazione è che, per quanto uno tenti in tutti i modi di spiegarsi, non riesce a intaccare la visione dell’altro. È come se ragionassimo per schemi mentali e non riuscissimo a uscire da quello schema. Forse perché il nostro vissuto (il bagaglio della nostra infanzia creato da quei genitori, da quell’ambiente e da quelle esperienze) ci tiene prigionieri e rende il nostro sguardo miope. In tutto ciò non ci sono capri espiatori ai quali addossare la colpa, no: è così perché tutti noi siamo figli del nostro tempo e della nostra storia.

Penso sarà capitato anche a voi. Certi atteggiamenti del vostro coniuge vi fanno arrabbiare e, se riuscite a evitare di “sbottare” e cercate di spiegare all’altro in modo educato e civile perché il suo atteggiamento vi abbia fatto irritare, otterrete proprio ciò che volevate evitare: l’incomprensione e la lite. È come cercare di dipanare una matassa: più cerchi di sgrovigliare il filo e più lo aggrovigli in modo irrecuperabile. Che fare? Lasciar perdere e buttare tutto? Tagliare il filo e fare dei nodi?

E in un rapporto, che non è una matassa, come procedere? Mollare tutto e andare via? Litigare fino allo sfinimento per imporre all’altro la nostra verità? Quando non ci si capisce in famiglia che si fa? Si scappa? Ci si chiude tenendo il muso e ingigantendo l’incomprensione? Ci si scanna inutilmente a vicenda? Diciamo che trattandosi di una relazione il filo del rapporto va recuperato evitando strappi e nodi. Partiamo dal presupposto che non siamo tutti uguali; già nella Bibbia, all’origine della creazione, troviamo un perché delle differenze fra maschio e femmina.

Ricordo un’interessante esegesi del brano di Genesi sulla creazione della donna che può esserci utile: «Non è bene che l'uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda» (Gen 2,18), normalmente il testo è tradotto con “un aiuto che gli sia simile”, ma il testo ebraico dice una cosa diversa: “come qualcuno che gli sia come un suo di fronte”. La donna è posta di fronte/contro l’uomo: i due, cioè, stanno uno di fronte all’altro; non guardano nella stessa direzione, ma ognuno, stando di fronte all’altro, oltre a guardarlo in faccia, può guardare alle sue spalle e vedere ciò che l’altro non vede. È come se la visione di uno compensasse la visione dell’altro non senza creare problemi e divergenze; ma, se ci pensiamo bene, non è proprio chi ti dà contro che ti fa crescere? A volte, però, quando non c’è verso di far comprendere il nostro punto di vista è bene spostarsi e mettersi di fianco e guardare con i suoi occhi, dal suo punto di vista. Poiché del mio coniuge conosco la storia e la sua infanzia, posso capire e cercare di entrare nel suo campo visivo che non è il mio. Se per un momento mi metto al posto dell’altro, ho la sua stessa visione delle cose e posso capire come lui vede, come lui ascolta, come lui sente, con quale visione e conoscenza della realtà. Proviamo a spostarci e a guardare con gli occhi del nostro interlocutore: ecco che il suo non capire diventa meno fastidioso e più comprensibile.

La situazione non si risolve, nessuno ha la visione corretta delle cose, ma si può andare avanti lo stesso, a volte standoci di fianco, a volte uno di fronte/contro all’altro, mai di spalle.

MariaRosa Brian

 

12/24/2020

Natale: Dio con noi

 «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa «Dio con noi».  (Mt 1,23)

L’evangelista Matteo in questo versetto cita una profezia di Isaia (7,14). La nascita di Gesù è vista come compimento dell’attesa da parte di Israele del Messia, il salvatore promesso al popolo ebraico.

Leggendo questi versetti con occhio critico, possiamo dire che un evento impossibile (una vergine che partorisce) s’inserisce nell’evento più naturale (la nascita di un bambino).

Leggendoli con l’occhio della fede possiamo vedere nell’impossibile il possibile, nel divino l’umano e nell’umano il divino.

Ecco: l’uomo è un impasto di possibilità e impossibilità, di certezze e dubbi, di sogni e realtà, di divino e umano. Nell’uomo convivono razionalità e fede, paure e gioie; nell’umano gli opposti s’incontrano.

Nella mia esperienza di fede, nel cammino che è la mia vita, quando l’impensabile è diventato realtà, quando una situazione straordinaria mi ha mostrato l’ordinario e in quell’ordinario ho riconosciuto l’Emmanuele, il Dio con me, confermandomi che: “Sì, la Vergine ha partorito un figlio e questo figlio è Dio con noi”?

 Abbiamo provato a rispondere a questa domanda cercando nella nostra storia personale e lo abbiamo fatto con il gruppo “Kaire!” che, proprio a causa di un evento straordinario -questa pandemia-, è stato costretto a sospendere gli esercizi spirituali nella vita ordinaria.

 Eccone le diverse esperienze:

Una casa all’asta; una famiglia sul lastrico che sta perdendo tutto, anche la dignità di poter avere un tetto e un posto dove vivere; un gruppo di amici che si fanno carico di questa situazione e bussano chiedendo aiuto ad altri. Ed ecco che velocemente il cerchio si allarga, le mani si aprono in gesti concreti, mentre i cuori si stringono attorno a chi è nel bisogno: il poco di tanti diventa quel molto che serve per riscattare la casa e ridare serenità a questa famiglia. Gesù nasce ogni volta che il contributo di tanti rende possibile ciò che da soli ci sembra impossibile, Gesù nasce e abita dove il fratello si fa carico del fratello.

Proprio in questi giorni è morto don Giuseppe, mio parroco a Stroppari quando mi sposai. Era un sacerdote giovane con tanta forza, gioia, entusiasmo. La sua è stata una testimonianza di grande e vera fede. Ha vissuto con forza i suoi ultimi giorni portando chiunque avesse letto le sue righe in facebook a dire che ce l’avrebbe fatta ad uscirne. Ha avuto la speranza di guarire, ma sempre molto equilibrata e realista, facendo quasi pensare che guarire fosse importante ma non fondamentale. Ha amato Gesù Cristo e la sua vocazione in modo completo, spendendosi per la parola di Dio la domenica, nel catechismo, per il Grest, per la musica. La fede poi è stata fondamentale. Nelle testimonianze di gente che non si era mai conosciuta prima, all’unisono, risultava questa caratteristica: una fede incrollabile di fronte alla vita e alle sue prove, da cui probabilmente nasceva il suo entusiasmo e la sua gioia. E’ indimenticabile per me ricordarmi di lui e lo farò anche in futuro quando le incertezze si faranno all’orizzonte. Aiutami a capire che i tuoi segni stanno sulla strada del mio cammino. Rafforza la mia fede. Vieni Signore Gesù !

Quando è iniziata questa pandemia, lavoravo in una ditta tessile; ero contenta perché dopo diverse esperienze lavorative avevo trovato un buon posto. Ritrovarsi tutti a casa -marito e tre figli, due maschi di 24 e 22 anni e una femmina di 20- pensavo non sarebbe stato facile, invece, con mia meraviglia, ho passato proprio un bel periodo sereno e gioioso. Lo stare insieme, mangiare insieme, che prima non era sempre possibile, è stata un’opportunità per parlare, confrontarsi e rinsaldare il nostro legame. Dopo il lockdown la ditta ha riaperto, ma io non sono stata richiamata. Se questo fosse successo qualche anno fa, mi sarei afflitta, invece, con mia sorpresa, sono riuscita a gestire la situazione meglio di quanto mi aspettassi, dando priorità a famiglia e salute. Tutto questo per dire che, nonostante gli avvenimenti accaduti quest’anno (lockdown e perdita del lavoro), sono riuscita ad affrontarli con serenità; questo credo sia grazie al kaire, il cammino intrapreso l’anno scorso, che mi ha aiutato a vedere la vita con occhi diversi, apprezzando quello che ho e accorgendomi delle piccole cose e vedendo tutto come dono.

Anni fa, nella mia vita l’impensabile è diventato realtà quando sola, stanca, delusa ho accolto l’Amore che mi ha avvolto in una nube dalla quale non sono uscita sola. Dio che è l’Amore mi ha donato l’amore. In due abbiamo iniziato un cammino, agli occhi di tutti irto di difficoltà, ma per noi il terreno accidentato si era trasformato in piano e quello scosceso in vallata perché da sempre consapevoli che Dio era con noi. 
Quell’Amore che mi avvolgeva mi ha fatto scalare i monti del formare una nuova famiglia dove già c’erano dei figli, solcare mari tempestosi con la certezza della Parola “Non temere io sono con te”. Oggi ho la consapevolezza che nell’ordinaria quotidianità Dio parla all’uomo e nel Natale l’Emmanuele ci rende capaci di vedere l’invisibile.


Buon Natale del Signore nella nostra vita.

MariaRosa, Angela, Tania e Francesca.

 

 

12/01/2020

Bellezza e mistero

 

In quanti modi può parlarci Dio? O, meglio, lasciamo da parte la parola Dio e diciamo: in quanti modi ci toccano la Verità e la Bellezza per farci vibrare in sintonia con loro?

Ricevo o faccio un gesto, ascolto o dico una parola che mi riempiono il cuore e mi fanno stare bene e sento che lì c’è qualcosa di vero e di bello.

E’ nel mondo delle relazioni umane che faccio prima di tutto quest’esperienza. In quelle che mi circondano, ma anche in quelle che mi raggiungono da tempi e da luoghi più o meno lontani, rendendomi partecipe di una saggezza che mi emoziona e ispira i miei desideri.

Ma sento anche che Verità e Bellezza sono dimensioni del mistero della Vita. Mistero è la realtà che abbiamo davanti e non sappiamo vedere; è il luogo in cui, abbandonando la guida, diventa meraviglioso perdersi; è l’infinito che si rivela in un’emozione che non sapremmo esprimere. La Verità e la Bellezza sono il suo modo di sfiorarci.

Ma il mistero puoi esplorarlo. Come? Con lo stupore. Con lo stupore che nasce dal semplice accorgerti. E riesci ad accorgerti quando dai dignità a ciò che guardi. Allora tutto acquista significato. Allora tutto ti parla. Di sé e di te. Di te attraverso di sé.

Allora un fiore non è più soltanto un fiore, un albero non è più soltanto un albero, un animale non è più soltanto un animale, ma tutti sono frasi di un discorso che si costruisce in risposta alle domande che ti porti dentro.

Spesso ci vuole un interprete che, esperto di parole che si lasciano intuire più che comprendere, ti introduca a questo linguaggio. Con il suo aiuto entrerai nella quarta dimensione della realtà, quella dello Spirito, dove tutto è intimamente unito a tutto e la Verità e la Bellezza ne sono l’anima.

 Michele Bortignon

11/01/2020

Le mozioni interiori: motori del nostro comportamento

Gli atteggiamenti, i comportamenti, le scelte, le decisioni che decidono la direzione del nostro cammino sono determinate da ciò che proviamo interiormente più ancora che da quel che pensiamo: come dice Pascal, "Il cuore ha ragioni che la ragione non comprende".

Questi sentimenti, che proviamo come reazione interiore a una presa di coscienza, a un avvenimento, a un'esperienza di vita e che ci spingono ad assumere un determinato atteggiamento, comportamento o decisione, sono chiamati "mozioni", appunto in quanto ci muovono a un’azione.

Da qui l’importanza di prendere coscienza dei sentimenti che stai vivendo e dei pensieri nei quali essi si esprimono: sono essi che indicano la direzione del cammino che stai ora percorrendo.

Il pensiero indica la direzione, il sentimento fornisce l’energia per percorrere la strada che essa indica. Devi allora fermarti per accordare il cuore (in cui agiscono queste spinte interiori), la mente (che dà senso a ciò che sta succedendo) e il corpo (che agisce di conseguenza) in un comportamento, in una decisione che ti lasci dentro una pace vasta, profonda e duratura.

Senza discernimento, continuerai ad agire in maniera disintegrata, sotto la spinta di condizionamenti inconsci: non sei tu ad agire liberamente, prendendo decisioni, ma sono questi condizionamenti a dirigere la tua vita. Sarai libero quando sarai responsabile della tua vita, decidendone la direzione assieme al tuo Signore; e, poiché vivere nello Spirito di Cristo è vita vera, questo ti darà serenità.

L’esperienza delle mozioni interiori è spesso così forte da essere avvertita come azione di una forza esterna a sé (Biblicamente, una forza che viene avvertita agire sull’animo umano dall’esterno (non è l’uomo che la comanda) viene chiamata “spirito”), che viene identificata nello Spirito Santo quando spinge al bene, o viene chiamata spirito del male, diavolo, satana, nemico, tentatore, maligno quando spinge al male.

L’esistenza di una forza del male personale contrapposta a Dio non è però fondata né biblicamente né teologicamente. Gesù nel Vangelo chiama “satana” ideologie o persone che tentano di condizionarlo impedendogli di essere libero. Nel caso più comune, “satana” sono le nostre ferite non ancora guarite che ci portano a modi sbagliati di agire e di reagire.

Né, d’altra parte, Dio agisce direttamente sulla nostra coscienza condizionando il nostro agire, perché l’amore lascia sempre liberi; Dio semplicemente offre il proprio amore, che possiamo accogliere o meno, facendolo o meno vivere nelle nostre relazioni con gli altri.

Pedagogicamente può comunque essere mantenuta l’identificazione tra spirito del bene e Dio e tra spirito del male e diavolo, in quanto semplifica la comprensione dei meccanismi di funzionamento delle nostre azioni e decisioni.

Le mozioni sono dunque l’esprimersi di due forze interiori, tra loro contrapposte, che, attraverso di esse, tentano ciascuna di portarci a realizzare ciò che essa propone in scelte, comportamenti, atteggiamenti. Come, più laicamente, chiamare queste forze?

Da una parte ci sono i nostri desideri di bene, che ci conducono a costruire relazioni positive con gli altri; considerate le conseguenze, li chiameremo “spirito del bene”.

Dall’altra ci sono le nostre paure e angosce, che ci spingono verso un bene immediato, esclusivamente personale, che più tardi ci chiuderà però nell'esperienza di una solitudine radicale; considerate le conseguenze, le chiameremo “spirito del male”.

 

Michele Bortignon



10/01/2020

Il valore della gratuità

L’idea mi è venuta sentendo “di rimbalzo” parlare di noi accompagnatori (ma vale per qualsiasi cristiano): «Questi qui sono sempre disponibili e non chiedono nulla, quando chiunque altro, per qualsiasi servizio, si fa pagare».
La gratuità: davvero la sento come una delle componenti più imprescindibili di quel che facciamo.
Da tempo ho capito che non è tanto, o non solo, quel che diciamo ad aiutare le persone, ma l’amore di Dio che traspare dal nostro amore. Amore che si manifesta appunto nella gratuità. Mi stupiscono certi cambiamenti che avvengono perché la persona si è sentita ascoltata, capita, sostenuta, voluta bene come so e come posso, anche se non ho detto nulla di speciale. Solo per essere stato lì con lei, per lei. La gratuità parla di Dio e lo rende presente.
 Ma come nasce, e come sussiste, l’umanamente impossibile possibilità della gratuità?
 
Di certo non è una scelta (uno non se ne rende conto!), ma un respiro dell’anima.
Una madre è tutta per il suo bambino e per lei non è possibile essere che così.
Non è forse naturale, per ogni amore vero, realizzarsi nel bene procurato all’altro? Sento di far parte di quel che lui diventa! Il bene che nasce in lui è un po’ anche frutto della mia pianta.
La mia vita assume significato quando non serve solo a se stessa, ma costruisce qualcosa di più grande di me. Potrei pretendere un ritorno… ma quel che perdo è più di quanto guadagno: col suo esserci, la gratuità dice che l’amore c’è e ci sarà sempre, emergendo al di là di tutto ciò che cerca di negarlo, manipolarlo o calpestarlo. Anche per me: come oggi io ci sono per te, domani un altro ci sarà per me. E in un mondo dove ci si ama si sta meglio che in un mondo dove ci si paga.
 
La gratuità nasce in me quando io per primo sono immerso in essa, per cui il mio è un condividere con stupore ciò che mi riempie di infinito. E così la gratuità parla di Dio: se io ci sono per te, davvero tu senti che io sono con te ed entrambi siamo contenuti nell’abbraccio di Colui che è Vita e dà la Vita.
 
Gratuità significa inoltre valorizzare l’altro quando non lo meriterebbe, dargli fiducia quando non so perdonarlo, uscendo dalla rigidità del dare-avere, credendo che l’amore può fare miracoli. Se non nell’altro, certo in me.
Anche questo è un manifestare Dio, perché tutto ciò che sconcerta, sollevando interrogativi o provocando stupore, apre uno squarcio su una realtà oltre, che supera e mette in crisi la logica puramente umana.
 
Ma come sussiste, come rimane possibile la gratuità?
Dare senza ricevere è uno svuotarsi… Senza una ricarica gli ideali perdono motivazione, si afflosciano, svuotati all’interno dalla stanchezza e dalla delusione, e prevale l’istinto di sopravvivenza, che ti fa difendere il tuo piccolo io.
Come è nata, così la gratuità è fatta vivere dalla contemplazione dell’infinito. Ogni volta che dico “Bello!” o “Grazie!”, nella meraviglia di ciò che mi circonda, mi ricarico di energia, di positività, della sensazione che alla fine tutto sarà bene, per cui essere buono è bello, è lasciarsi essere in sintonia con la bellezza e la grandezza dell’universo.
 
C’è poi un aspetto della gratuità che me la fa sentire preziosa: quel sottofondo di libertà che essa inserisce nella relazione. Se nulla ti chiedo, significa che il mio amore è vero, senza secondi fini, per cui puoi fidarti. E io posso essere vero e me stesso fino in fondo perché non sono condizionato da quel che mi dai. Liberi come l’aria, nessuno dei due può accampare diritti sull’altro.

                                                                                                  Michele Bortignon

9/01/2020

Quando l’ira ti travolge

 

Non dirmi che non è successo anche a te di perdere la pazienza con una persona che a tutti i costi voleva importi la sua volontà o il suo modo di fare, sicura di avere ragione!

Cos’è che ti fa saltare i nervi? Non solo l’altro ti critica, ti sommerge di osservazioni sulle cose che in te non vanno, mette in discussione quel che pensi, che dici e che fai, ma lo fa con quella sottile irrisione che ti fa sentire deficiente.

Ti monta allora la rabbia e vuoi annullare chi ti sta annullando: adesso vediamo chi è il più forte! Non è così che nascono tutte le guerre? ...da quelle tra le nazioni a quelle all’interno delle famiglie o degli ambienti di lavoro.

Se dessimo retta a Sant’Ignazio, lui ci direbbe di bloccarci, perché, qualsiasi cosa adesso diciamo o facciamo, siamo sotto l’influenza dello spirito del male, che qui assume il volto della rabbia per l’ingiustizia subita. Mio padre, più semplicemente, tornerebbe a dirmi “Conta fino a 10 prima di parlare”.

Entrambi i suggerimenti potrebbero essere riassunti in una sola parola: ricollocati. Chi vuoi essere? Il burattino mosso dai fili delle tue emozioni? Oppure la persona che hai scelto di essere, anche se ora, in questa situazione, è un’impresa improba? Intanto fermati, ferma tutto; scappa in un tuo spazio di deserto dove ci sei solo tu, dove ti permetti di esserci solo tu. Prenditi il lusso di evadere e datti tempo per calmarti e pensare.

Là dove ora ti osservi, l’altro sta continuando a bombardarti. Non importa, lascialo fare. Tenta anzi il possibile per essere gentile e corretto; e guarda con sfida la tua rabbia che ti monta dentro: prova ad essere l’artista del rispondere al male col bene...

A un certo punto, nell’acquietarsi della rabbia nascerà un sorriso, poi quasi una risata: troppo forte! Non sei più dentro, sei sopra a quel che ti succede, distaccato, libero. Che sensazione! Vale più di qualsiasi rivincita.

E in questa libertà riconquistata cominci a vedere le cose come stanno: tu e l’altro entrambi afferrati, bloccati e stritolati da uno stesso meccanismo: sopravvivere nel riconoscimento dell’altro. Questo è quello che, più o meno coscientemente pensi: “Io esisto solo nella stima degli altri (o, che è poi la stessa cosa, nella mia autostima, che sono gli altri interiorizzati nel mio super-io); ho bisogno di galleggiare sopra le acque dell’indifferenza e della riprovazione, che travolgendomi, mi annegherebbero; sono qualcuno solo quando sono qualcuno per gli altri.

Ma… è poi vero?

Mi guardo attorno e vedo che io ci sono perché è la vita a farmi essere; io scorro nella corrente della vita, che mi avvolge e mi sostiene.

E’ bello che gli altri ci siano e la loro vita mi arricchisce, ma io posso stare in piedi anche senza di loro e certamente non è degno del mio essere uomo farmene condizionare per ottenere da loro il permesso di esistere, dare loro il permesso di scrivere la mia vita. Gli altri sono una delle componenti della realtà, ma non la sola; a loro devo  l’esistenza, ma non necessariamente la Vita.

E’, questa, una presa di coscienza che nasce dal rendermi libero e, allo stesso tempo, costruisce le fondamenta della mia libertà. Una libertà che passa attraverso la riconquistata capacità di essere solo, ma è anche premessa alla possibilità di circondarmi di persone arricchenti perché non condizionanti: quel che mi danno è un traboccare della vita che è in loro e non un ricatto per ottenerne da me.

Quando ho bisogno degli altri, non posso scegliere: mi vanno bene anche le briciole pagate a peso d’oro. Se non sono preso alla gola dal bisogno di ottenere da loro sicurezza, stima e affetto, posso aspettare, valutare e scegliere solo le relazioni che mi fanno sentire bene e colmare questi miei bisogni con il meglio che posso trovare.

A volte, però, non posso scegliere, perché la relazione con l’altro non la posso evitare (es. un familiare o un collega di lavoro); anche qui entra in gioco la mia libertà: posso lasciar perdere le mie ragioni, valutando che per me rinunciarvi, seppur doloroso, non mi destabilizza come invece succederebbe all’altro? Potrebbe essere per sempre (amare è anche proteggere l’altro da ciò che lo potrebbe distruggere), potrebbe essere in attesa di un momento propizio per farmi capire con calma.

 

Michele Bortignon

 

8/03/2020

Il limite creatore


Forse qualcuno può dire di non aver vissuto, e magari ripetutamente, qualche situazione limitante nel corso della propria vita? Qualcosa che sembra accanirsi nel porre dei limiti nella tua precedente “normalità” o rispetto alla “normalità” di chi ti vedi attorno…
Ricordo che p. Gilles Cusson, il gesuita che traspose gli Esercizi ignaziani nella forma a cui anche noi col Kaire ci ispiriamo, in una sua lezione ci parlava del “limite creatore”: creatore di che cosa? Voglio provare a rifletterci a partire dall’esperienza di limite sperimentata quando mi ero rotto una gamba.

Il primo limite che incontri è quello che il dolore fisico ti ritaglia attorno, quasi a separarti da tutto ciò che prima occupava i tuoi interessi e le tue energie. Il dolore è geloso e vuole che ci si occupi solo di lui. E ti atterrisce con la sua fedeltà, dicendoti che la vostra relazione è “per sempre”. Occorre allora sottrarsi a questa schiavitù, certo nella misura in cui ciò è possibile, sfruttando tutte le occasioni che si presentano e che puoi creare per svincolartene ed evadere. E, soprattutto, nutrendo la speranza che anche questo passerà e ti lascerà con una lezione di vita se cerchi di dare un significato a ciò che stai vivendo.

Un altro limite che ho incontrato è quello della separazione dal comune modo di abitare nel mondo: quanti ostacoli ho scoperto nel mio muovermi nell’ambiente che mi circondava e nel fruirne! E qui mi si sono aperte comprensione e sensibilità nei confronti di chi in questi problemi ci vive costantemente, e ho sentito che non è giusto esistano persone prive delle opportunità che per me sono normali e quotidiane.

D’altro canto, questi limiti mi hanno aperto opportunità di relazioni che mai avrei avuto: ho scoperto persone attente, gentili, premurose, disponibili; a volte anche occasioni per una condivisione che si è spinta oltre il normale scambio di informazioni e di opinioni.

Cosa dunque ti dà l’esperienza del limite, nel suo essere un’esperienza fuori dal comune? Una comprensione della vita e una sensibilità ai problemi fuori dal comune. Entrambe si sviluppano per farti sopravvivere nella difficoltà che affronti e per darle un senso che ti rimetta psicologicamente in equilibrio.

Michele Bortignon



7/02/2020

Vincere le tentazioni


Vincere le tentazioni… quante parole si sono spese sull'argomento e quanto sangue hanno sudato gli asceti in tentativi frustranti!
Io sono un perdente seriale e, guardando alla mia esperienza, vedo un campo di battaglia disseminato di cadaveri. Eppure… eppure mi scopro anche, e ancora, con la spada in pugno.
Lo so, continuo a frequentare le persone sbagliate: la pigrizia, l’istintualità, l’avarizia, l’orgoglio... che sono veramente delle figure porche: quando le ascolto tentano il colpo gobbo e cercano di staccarmi definitivamente dal mio Signore coi sensi di colpa, di indegnità, di disastro, per farmi ammettere che io sono loro, che esse sono la mia natura.
A volte ci casco, lo ammetto, e la notte è allora un assaggio d’inferno.
Ma c’è un angelo che mi salva: si chiama nostalgia. Mi ricorda chi sono e chi voglio essere. Mi dice, con tanta fiducia, che quello non è amore.
E poi ci si mette anche Lui direttamente: “Sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e ti amo” Is 43, 4). E allora mi arrendo al tuo abbraccio, Signore, e ricomincio. Per questo mi ritrovo sempre e ancora con la spada in pugno. Sono suo e voglio esserlo.
In qualche piccola battaglia riesco a sconfiggere il nemico: tacendo, frenandomi, evitando… Quando attacca in forze e all'improvviso… no, non ce la faccio. E’ già tanto se all'ultimo momento riesco a fuggire prima di essere annientato. Ecco, questo lo sento una grande grazia: che il Signore all'ultimo mi tiri fuori per i capelli per non perdermi.
Nessuna tecnica, nessuna strategia serve dunque per vincere la tentazione. Solo un’invocazione: “Sono tuo: salvami!”. Solo la fede di essere figlio gelosamente amato e la disperata volontà di non essere altri che tuo. Poiché solo in te tutto ha senso.
Ora non mi aspetto più di vincere la tentazione. Lascio che il demonio faccia il suo lavoro –tentarmi, e io faccio il mio –tenermi accanto al mio Signore col pensiero, con l’affetto, con la fede, e penso e spero e credo che, a suo tempo, Il Signore farà il suo, ri-suscitando in me un po’ del suo Spirito.
Ora lo so: non sono solo; non dipende tutto da me.        
                                                                              Michele Bortignon